L’Anima del Licantropo 2 – I guerrieri di Dio

Ben ritrovati ai licantropi e agli amici dei licantropi, perché vostri sono i giorni di luna piena come questi.
Siamo a Febbraio, il mese dei lupi mannari, stando a quanto dimostra una tradizione medica che, partendo da Marcello di Side e la teoria umorale del II secolo, arriva fino al monumentale trattato sulla melancolia di Robert Burton del 1651. Era proprio su questo legame tra la malinconia e la licantropia che si costruiva la prima Anima del Licantropo, pubblicata originariamente sul blog nel 2018 e completata l’anno scorso. Un’introduzione ai lupi mannari, una visione panoramica della loro storia attraverso gli ultimi tremila anni di cultura, con anche una selezione di opere moderne rappresentative, e soprattutto un focus su questo elemento centrale, di natura medica prima che folkloristica, che è quello che, più di ogni altro, li lega saldamente a tutti noi e al complesso dei nostri stati e dei nostri sentimenti: è in questo che tutti possiamo essere lupi mannari, e molti lo diventano più di quanto lo vorrebbero.

Naturalmente, il mondo dei licantropi non si esaurisce in questo.
La loro tradizione ha preso molte altre direzioni, e in quanto esemplare di quella categoria di miti universali presenti ovunque nella cultura umana, come i draghi e i morti viventi, è palese che le forme che ha assunto nel mondo siano state molteplici e variegate. Ogni cultura ha elaborato una propria versione, e persino più versioni simultaneamente, poiché nel lupo mannaro si trovano ben più che un solo motivo archetipico: la natura bestiale dell’uomo e il dominio dell’istinto sono una cosa, ma anche il rapporto tra la nostra specie e quella dei lupi è altrettanto antico e profondo. Nonostante i risvolti cruenti che assume nelle narrazioni, il lupo mannaro è una spia del problema del nostro rapporto con la natura, della consapevolezza di aver perso qualcosa, e del desiderio, anche inconsapevole, di tornare indietro.

Il lupo mannaro è uno di quei miti la cui vitalità e necessità sono ratificate dalla frequenza con cui lo incontriamo ovunque, in luoghi e periodi diversi, e in forme anche profondamente diverse tra loro. Queste differenze non significano che le singole storie, o la supposta matrice originaria di cui esse sono ipostasi, non siano vere, come quando tante persone ci raccontano la loro versione di un fatto e dai particolari divergenti assumiamo che qualcuno stia mentendo; al contrario, mostrano come le infinite possibilità della vita abbiamo richiesto a persone diverse e lontane di adottare quelle storie, e di raccontarle in modo che fosse adatto ai loro sentimenti, ai loro desideri, ai loro terrori, e al misterioso spirito della terra che in qualche modo il mito cerca di esplicare, unica lingua ad averne la facoltà.

Copertina del secondo numero di “Curse of the Worgen”.

In questa seconda notte di licantropia, io desidero percorrere un sentiero di caccia diverso dal precedente, uno meno battuto e ricco di prede, ma ben più luminoso e gioioso. Avete sempre pensato che, fin dalle origini, gli uomini abbiano temuto i predatori della notte e si siano stretti davanti al fuoco per soffocare il brivido della loro caccia, ma oggi vi presento un’altra storia: a volte, quei predatori erano i più grandi eroi delle nazioni umane, e non erano il nemico naturale, l’ombra che avanza dall’inferno, ma l’ideale verso cui tendere, l’oggetto di un desiderio. Essi erano i guerrieri degli dèi, e loro era la gloria del paradiso.
Parleremo delle storie in cui i lupi mannari sono forze del bene, i persecutori degli schiavi delle tenebre, gli emissari degli dèi, testimoni viventi dei misteri e dell’alterità che si trovano oltre il mondo. Guerrieri consacrati alle potenze numinose, membri di fratellanze fondate sulla forza, il coraggio e l’onore. Parleremo dei lupi mannari buoni.
In origine, la seconda Anima del Licantropo avrebbe dovuto contenere anche un’ampia sezione dedicata a Werewolf: The Apocalypse, il gioco di ruolo dove si interpretano lupi mannari moderni impegnati in una guerra disperata per proteggere l’ambiente dall’inquinamento e dalle forze mistiche della distruzione, ma questo ha infine ricevuto un suo trattamento a parte. L’articolo su Werewolf, che possiamo considerare un’Anima del Licantropo 1.5, costeggia la mia serie sui lupi mannari, e ad esso vi rimanderò più avanti in questo articolo, che pure citerà anche il suo mondo per mettere a confronto la sua lore con i racconti antichi e premoderni che vedremo tra poco.
Molte di queste storie saranno controverse, e il loro bene non coinciderà con il nostro. La maggior parte dei personaggi e delle persone che incontreremo appariranno ai nostri occhi come dei reietti, dei folli, e nel migliore dei casi, dei pericolosi esaltati. Ma le loro storie contengono una verità che non potremo più ignorare: nessun potere nasce per il male.

I Lupercalia

Obolo d’argento del 324 a.C. circa, proveniente da Lycaonia. Una faccia rappresenta Eracle, l’altra un lupo e una stella.

Il termine kóryos, ricostruito in indoeuropeo, significa “banda di guerrieri” e designa una pratica sociale che si ritiene fosse comune presso gli antichi indoeuropei, come proverebbero tradizioni, termini e racconti comuni tanto tra i Germani e i Celti quanto gli Indi e gli Italici: l’uso dei giovani maschi, in età prematura, di formare delle piccole bande e trascorrere un periodo di formazione, dopo il quale si sarebbero guadagnati l’ingresso nella società degli adulti, in cui vivere al di fuori delle regole. Questi adolescenti erano tipicamente associati al lupo e al cane, animali dal forte simbolismo ctonio e infero, poiché tutti i loro attributi avevano a che fare con l’oscurità e l’animalità. I guerrieri-lupo combattevano di notte, ricorrevano agli agguati e alle imboscate, e praticavano tecniche “scorrette”, che gli uomini adulti non potevano adoperare, agendo in modo simile ad animali. Il lupo, che è sempre stato l’animale che rappresenta più di ogni altro l’estraneità ai vincoli sociali dell’uomo -che non significa essere antisociale, poiché i lupi in natura fanno alto affidamento al branco-, era portato come un segno da questi guerrieri che si vestivano con pelli di animali, al punto tale che, nel misticismo e nella poesia, questi guerrieri assunsero metaforicamente la capacità di cambiare la propria forma in quella di una bestia.

Lupercalia, Andrea Camassei, 1635 circa, Museo del Prado, Madrid.

Naturalmente, i lupi mantenevano una forte associazione con un dio o un ambito divino ben preciso. Abbiamo già discusso di come, in Grecia, Liceo (da λύκος, lýkos, cioè lupo) fosse un aspetto di Zeus, venerato proprio in Arcadia, in onore del quale si dice esistesse una setta di adoratori, come riporta Platone, che praticavano un rituale in cui, dopo aver consumato carne animale mista a carne umana, si trasformavano in lupi e lo rimanevano per otto anni.
Nell’antica Roma, i Quiriti consideravano sé stessi i figli della lupa, che a sua volta era associata a Marte, implicando una connotazione guerriera dell’animale.
Una delle feste più importanti del calendario romano erano i Lupercalia, celebrati tra il 13 e il 15 febbraio, nelle vicinanze del Capodanno che cadeva a marzo: i Lupercalia erano riti di purificazione dagli spiriti mortuari del vecchio anno, e prendevano il nome da Luperco, un dio rurale associato al lupo, che nel corso del tempo fu assimilato come aspetto del dio Fauno, in una funzione di protettore delle greggi dagli attacchi dei lupi, e quindi al greco Pan Liceo, un Pan dei lupi, il cui culto proveniva dall’Arcadia. I Lupercalia erano giorni catartici, nei quali i Luperci, sacerdoti coperti di fango e divisi in schiere che rappresentavano, in una fase più arcaica, le gentes più importanti di Roma, svolgevano i ruoli sia di lupi che di capre, l’aspetto della predazione e quello della fertilità. Scorrazzando intorno al luogo sacro, i Luperci imitavano i lupi per esorcizzare gli spiriti negativi dell’anno precedente, e inseguivano le capre che venivano poi sacrificate al dio, letteralmente dei “capri espiatori”. Dopo, vestivano la pelle delle capre, e ne tagliavano delle strisce con le quali, ancora insanguinate, correvano per la città colpendo la terra, gli animali e le persone, per renderli fertili in vista del nuovo anno.

Licantropi irlandesi

La tradizione più particolare di questo filone, grande assente del primo articolo, è quella dei lupi mannari celtici, e più in particolare del regno irlandese di Osraige. Anglicizzato in Ossory, l’Osraige si trova nell’Irlanda sud-orientale, e oggi è compreso tra la contea di Kilkenny e quella di Laois, ma fu un territorio importante tra il I e il XII secolo d.C., fino all’invasione normanna, specialmente per la sua posizione tra i grandi regni di Leinster e Munster. Nel Cóir Anmann, “delucidazione sui nomi”, un testo tardomedievale che spiega l’origine dei nomi di persona irlandesi, si racconta del leggendario Laignech Fáelad, vissuto nel sesto secolo, parente della dinastia dei re dell’Osraige e fondatore di una tribù di licantropi, il cui nome significa proprio che andava in giro in forma di lupo. Suo fratello era Feradach mac Duach, re dell’Osraige.

Miniatura raffigurante l’incontro di un chierico con i lupi mannari dell’Ossory, dal manoscritto Royal MS 13 B VIII, British Library, contenente la “Topographia Hiberniae”, databile tra il 1196 e il 1223.

I lupi mannari dell’Ossory erano predatori, cacciavano e divoravano il bestiame, ma non attaccavano gli esseri umani. La leggenda di Laignech Fáelad li dipinge come uomini che indossavano la pelle di un animale per assumerne l’aspetto, mentre altre storie ne danno una rappresentazione più affine allo sciamanesimo: durante la notte, le anime di questi uomini abbandonavano i loro corpi per entrare in quelli degli animali, e non bisognava assolutamente toccarli durante quella fase, o non sarebbero mai più stati capaci di tornare normali.

I Fianna, rappresentanti celtici della tipologia del kóryos, sono un particolare genere di guerrieri mitologici, propri della letteratura ma ispirati da un passato storico. Erano bande di uomini, chiamati fénnid (fianna è il plurale di fiann), formate da giovani

Volkolak

Nella tradizione slava, dove i lupi mannari sono più stregoni che guerrieri, troviamo una figura tragica e affascinante, affine a quelle che stiamo osservando e dotata di una sua positività.
Il nome Volkolak significa “pelliccia di lupo”, da “volk”, lupo (cfr. “wolf”) e “dlak”, pelo, vello, e ha un corrispondente bielorusso, Vaukalak. Propriamente, designa un tipo di incantatore dai contorni non eccessivamente delineati, la cui capacità principale è quella di cambiare forma e trasformarsi in alcuni animali, di cui il principale è, appunto, il lupo. Come spiegato nell’articolo da cui ho tratto praticamente tutte le mie informazioni, che trovate linkato alla fine del post, la concezione tradizionale della magia in Bielorussia ruota intorno a questo particolare potere, la cui esecuzione è affidata a gesti rituali di cui il più importante è saltare oltre una fila di coltelli, dalla numerologia simbolica, piantati nel terreno o su un ceppo d’albero con la punta rivolta verso l’alto. Una versione più dettagliata è che i coltelli da piantare fossero cinque, e componessero la fisionomia del lupo, con due zampe anteriori, due zampe posteriori e la coda; la trasformazione sarebbe stata invertita una volta che il lupo avesse trovato nuovamente i coltelli, ma esisteva anche il rischio di rimanerne prigionieri, se l’ordine dei coltelli fosse stato alterato, o se il vaukalak fosse stato visto da qualcuno durante la trasformazione: in quel caso, non sarebbe mai stato possibile ritornare umani. Ecco perché i vaukalak cercavano luoghi isolati, per compiere le loro metamorfosi senza rischi.
Il vaukalak è generalmente nato come tale, oppure lo è diventato a causa della maledizione, o più semplicemente dell’incantesimo, che un altro incantatore, un altro vaukalak, ha lanciato contro di lui. Ci sono poi dei casi in cui è possibile diventarlo spontaneamente, mediante un importante sforzo di volontà, e naturalmente ci sono storie di uomini che lo diventano quasi passivamente, riflettendo un cambiamento di condizione o una condanna morale. Una volta acquisita la condizione di lupo mannaro, il vaukalak poteva trasformarsi a proprio piacimento svolgendo il rituale, ma in altre versioni era invece qualcosa che non poteva controllare, e succedeva in coincidenza con fenomeni naturali come le eclissi, o in momenti dell’anno specifici. Naturalmente, dobbiamo tenere conto del fatto che, nel corso di secoli di storia orale che non possiamo ricostruire, la leggenda dovette arricchirsi di dettagli, e magari integrare elementi di origine estranea. Sembra che secondo la leggenda ci fossero anche vaukalak donne, le cui sembianze dopo la trasformazione erano più vicine a quelle di grossi cani neri, meno violenti dei loro equivalenti maschili.

Nicholas Roerich, “Stregoni”, 1905.

Ma questi vaukalak, erano davvero pericolosi come i lupi mannari del cinema?
A volte, naturalmente, lo erano eccome. I vaukalak erano distinguibili dai lupi normali grazie a una serie di piccoli dettagli, che rivelavano il mantenimento di un’intelligenza umana. Se lo desideravano, potevano nuocere enormemente.
Gran parte delle storie, però, dipinge i vaukalak come figure tragiche, che venivano trasformate contro la loro volontà. A renderli riconoscibili era soprattutto il loro comportamento, perlomeno nel caso di quelli più “refrattari”: rifiutavano la carne cruda, si avvicinavano al fuoco, cercavano la compagnia dell’uomo, era persino possibile vederli piangere.
All’origine del mito del vaukalak, che si ritiene essere stato almeno in parte influenzato da storie nordiche come quelle dei berserkir e degli úlfeðnar, coloro che si trasformavano grazie a una veste magica, e che si lega etimologicamente ai vrykolakas, vampiri-incubi greci che abbiamo osservato altre volte, si suppone dovesse esserci un arcaico culto del Lupo, come totem o antenato; un simbolo di forza e di coraggio venatorio che i progenitori dei popoli slavi cercavano di emulare imitando l’aspetto, comunemente a pratiche attestate riccamente ovunque. Occorre inoltre considerare la valenza sociale del lupo, il modello del branco che persegue l’obiettivo comune e si assicura così la sopravvivenza, altra dote desiderabile per la comunità arcaica.
Nel corso del tempo nel territorio slavo come nel resto d’Europa, l’idea della magia tradizionale, definita stregoneria, perse sempre più terreno e soprattutto venne denigrata e demonizzata. Il vaukalak, come tutti i lupi mannari, acquisì la fisionomia del praticante di un’arte oscura e malvagia, di un mostro di origine satanica. Ma noi oggi sappiamo che, dietro ogni mostro che altri ci presentano come un oggetto di odio, c’è una storia di umanità e amore non meno piena della nostra.
Ho scoperto la storia del vaukalask/volkolak grazie al gioco per computer Werewolf The Apocalypse: Heart of the Forest, i cui titoli di coda sono presentati insieme a una brano della band bielorussa Irdorath, “Vaukalak”, registrato durante il primo periodo di quarantena del 2020 in Bielorussia. Il brano è stato presentato in uno dei diari di sviluppo precedenti all’uscita del gioco.

Altre storie dal nord

Sabine Barine-Gould, in un testo licantropologico fondamentale, The Book of Were-wolves di cui ci siamo già serviti, racconta alcune storie sul folklore baltico che meritano di essere ricordate, anche come confronto con quella che vedremo, più ampiamente, nella prossima sezione.
Olaus Magnus racconta che in Prussia, Livonia e Lituania, gli abitanti lamentavano, molto più degli attacchi e delle rapine dei lupi, le aggressioni degli uomini trasformati in lupi. Si riunivano la notte di Natale, e predavano in modo sistematico, poiché attaccavano gli esseri umani e gli animali “non selvaggi”, accerchiando le capanne isolate, forzando le porte e uccidendo tutti gli abitanti, insieme al bestiame. Come se il loro vero nemico, in un certo senso, fosse la civiltà. Si distinguevano dalle bestie, tra gli altri motivi, perché tracannavano tutta la birra e l’idromele che trovavano, lasciando i recipienti vuoti impilati uno sull’altro. Un altro luogo di ritrovo era un castello abbandonato tra la Lituania, Livonia e Curlandia, dove si riunivano addirittura migliaia di questi lupi mannari e saltavano tra le mura.
Racconta anche di come, una volta, un gruppo di viaggiatori composto da un nobile e alcuni popolani, che stavano attraversando una foresta, non trovando né riparo né di che sfamarsi, avesse iniziato a patire la fame; allora, uno dei popolani disse che, se gli altri avessero giurato di non dire a nessuno come avesse fatto, avrebbe procurato un agnello da un gregge nelle vicinanze, e, dopo aver ottenuto il loro impegno, si inoltrò nel fitto della foresta, si trasformò in lupo, e tornò poco dopo con l’agnello, del quale tutti si poterono sfamare. Subito dopo, il lupo tornò tra gli alberi e riassunse l’aspetto umano.
E di un nobile in Livonia che stava interrogando uno dei suoi servitori in merito alla possibilità che gli uomini si trasformassero in lupi: questi si allontanò, e poco dopo, nelle terre del nobile venne avvistato un lupo. I cani da caccia lo seguirono, ingaggiarono uno scontro, e gli strapparono un occhio. Il giorno dopo, il servitore si ripresentò al suo signore senza lo stesso occhio.

Il vescovo Majolo e Caspar Peucer raccontano di un bambino zoppo che girava per il paese, sempre a Natale, chiamando a sé i seguaci del diavolo a un consesso. Se uno rimaneva indietro, o andava malvolentieri, veniva picchiato a sangue con una frusta di ferro da un altro seguace, fino ad arrossare di sangue il terreno. Mentre procedevano così, ormai a migliaia, tutti si trasformavano in lupi, o, secondo gli autori, si convincevano fermamente di essere diventati lupi, e quando giungevano in vista di greggi o armenti, si gettavano sugli animali per sbranarli, ma, a quanto pare, non avevano il potere di uccidere gli uomini. Anche il ragazzo che li guidava aveva la frusta di ferro, con cui, quando arrivavano in prossimità di un fiume, egli divideva le acque e formava un sentiero di terra asciutto su cui la banda poteva passare. Per dodici giorni, essi rimanevano lupi: poi il pelo spariva, ed essi tornavano uomini. Con questo, Barine-Gould spiega la formula di confessione della chiesa: “Credidisti, quod quidam credere solent, ut illae quae a vulgo Parcae vocantur, ipsae vel sint vel possint hoc facere quod credentur, id est, dum aliquis homo nascitur, et tunc valeant illum designare ad hoc quod velint, ut quandocunque homo ille voluerit, in lupum transformari possit, quod vulgaris stultitia werwolf vocat, aut in aliam aliquam figuram?

i cani di dio

Il processo per licantropia più disumano e mostruoso fu certamente quello di Peter Stubbe, che abbiamo già discusso.
Più interessante ai miei occhi, probabilmente, è invece la storia di Thiess di Kaltenbrun, il licantropo di Livonia, che sottoposto a un processo del genere raccontò una storia straordinaria e diversa da tutte le altre, affermando non solo di essere un lupo mannaro, ma che lui, e tutti gli altri come lui, erano guerrieri che combattevano contro le potenze dell’Inferno, non servi del diavolo, ma, come li definì egli stesso, “i cani di Dio”.

Lupo mannaro in un’incisione tedesca del 1722.

Jürgensburg, 28 aprile 1691. In questa cittadina della Livonia svedese, è stato commesso un furto a danno di una chiesa, e nel corso delle indagini viene presentato ai giudici locali un uomo di oltre ottant’anni, per testimoniare. Alcuni dei suoi concittadini hanno da ridire sulla cosa: l’uomo, conosciuto da tutti come “il vecchio Thiess”, un diminutivo di Mātiss, ha una fama particolare in città, poiché è noto a tutti che egli sia un lupo mannaro, e che abbia dei misteriosi affari con il diavolo. Forse è stato portato ai giudici per odio, per paura, per diffidenza. In ogni caso, non è per questa accusa sovrannaturale, di cui la giuria è ben consapevole, che lo stanno interrogando, ma per la sua presunta complicità nella rapina.
Nel corso del processo, pur non essendo costretto, Thiess ammette di essere stato un licantropo, non recentemente ma dieci anni prima, e naturalmente questo porta i giudici a porre altre domande sull’argomento. In passato, Thiess aveva già partecipato a un processo, quando un uomo del paese di Lemburg, di nome Skeistan, gli aveva rotto il naso; allora, la giuria non aveva preso sul serio la vicenda, e li aveva lasciati andare entrambi. I giudici domandano dunque a Thiess dove e quando Skeistan, che ormai è morto, lo avesse colpito. Thiess risponde: «All’inferno, con un manico di scopa cui era attaccata una coda di cavallo».
«Come ha fatto il testimone a entrare all’inferno, e dove si trova?»
«I lupi mannari vanno lì a piedi, in forma di lupo, a un posto alla fine del lago chiamato Puer Esser, in una palude sotto Lemburg a circa mezzo miglio da Klingenberg. C’erano camere signorili e portieri, che opponevano una strenua resistenza a coloro che vogliono riportare indietro le spighe e il grano che gli stregoni hanno portato lì. Le spighe erano conservate in un recipiente speciale, e il grano in un altro.»
«Quale forma assumono, quando si trasformano in lupi?»
«Hanno una pelle di lupo, che solo loro indossano. Io l’ho ricevuta da un paesano di Marienburg, che veniva da Riga, e poi l’ho passato a un paesano di Alla, alcuni anni fa» Thiess tace su tutti i loro nomi.

Copertina dell’album “Lupus Dei” dei Powerwolf, 2007.

Quando gli chiedono nuovamente come avvenga la trasformazione, dichiara che i lupi mannari si limitano ad andare in mezzo ai cespugli e spogliarsi, e che la metamorfosi avviene a quel punto, istantaneamente. Come lupi, cacciano qualunque animale in cui si imbattano, anche se lui, personalmente, aveva sempre catturato solo animali piccoli, come agnelli, capretti e maialini. Menziona poi un fattore che si chiamava Tyrummen -rivelando il suo nome perché è morto e non può ricevere alcun male- al confronto del quale le sue azioni sono ben poca cosa: Tyrummen era capace di rapire animali ben più grandi, come i maiali adulti, e farne ampia incetta per poi banchettare con i suoi compagni.
Un dettaglio sorprende gli ascoltatori: Thiess dice che i lupi mannari cucinano la loro carne.
«Non dovrebbero mangiarla cruda, come i lupi?» domandano.
«No, la mangiano cotta, come gli uomini» risponde il vecchio. Spiega loro che i lupi mannari si impossessano anche degli arnesi delle fattorie dove si fermano, e li usano per accendere il fuoco, scuoiare gli animali e cuocerli nella pentola. Riducono la carne a pezzi usando i loro denti, in forma di lupo, ma consumano la pietanza una volta tornati in forma umana, condendoli con del sale che portano d’appresso, ma senza accompagnarli con il pane.
Se, a proposito di Tyrummen, Thiess ha detto che “alcuni ricevono dal diavolo poteri più grandi degli altri” -o forse si è trattato solo di un’interpolazione da parte del redattore degli atti del processo-, per il resto del processo la distinzione fu chiara: i lupi mannari sono gli avversari di Satana. In particolare, si oppongono agli stregoni (zaubere), che ne sono gli adoratori. Talvolta si spingono in prossimità dei loro festini e cercano di sottrarre qualcosa, e se vengono scoperti, gli stregoni li colpiscono con bastoni dorati «e li cacciano come se fossero cani, perché il diavolo non può tollerarli».
«Se il diavolo non li tollera, perché diventano lupi ed entrano all’inferno?»
«Per tirare fuori dall’inferno le cose che portano gli stregoni: animali, grano e altri prodotti. L’anno scorso, abbiamo tardato e non siamo arrivati all’inferno in tempo, quando le porte erano ancora aperte, e non abbiamo potuto riprendere le spighe e il grano che gli stregoni avevano portato dentro. Ma quest’anno, abbiamo fatto tutto al momento giusto. Io stesso ho portato fuori dall’inferno tutto l’orzo, l’avena e la segale che ho potuto. Ecco perché quest’anno abbiamo abbondanza di ogni genere di grano»

Il vecchio Thiess raccontò che queste spedizioni si tenevano in date specifiche: la vigilia di Pentecoste, la vigilia di San Giovanni e la vigilia di Santa Lucia; le ultime due, è il caso di ricordare, feste solstiziali di estate e di inverno. In realtà, la Pentecoste e San Giovanni erano designazioni più generiche: segnavano il periodo della raccolta del grano, ed era proprio allora che gli stregoni lo rubavano e che i lupi mannari cercavano di recuperarlo. La notte di Santa Lucia, invece, era la più precisa, e forse anche la più importante.
Alla fine, il vecchio non venne condannato, né, tantomeno, preso sul serio. Condusse il resto dei suoi anni, per quanto ci è dato sapere, come aveva sempre fatto.
Ma dove finisce l’uomo, inizia la leggenda. Se avete seguito fin qui, questa storia vi sembrerà senza precedenti. Come ha fatto a svilupparsi una tradizione popolare che immagina che degli uomini si trasformino in lupi per ostacolare specificamente le azioni del diavolo, e addirittura conformemente al volere di Dio? Il retaggio di questa storia risiede in lasciti del tempo pagano, e forse in quel nucleo originario che associa il lupo al guerriero.

i moderni

Illustrazione di Ron Spencer per “Werewolf: The Apocalypse”.

Il discorso svolto ci porta a confrontare queste tradizioni con una selezione di media moderni in cui i lupi mannari sono più simili agli esempi visti che a quelli del post precedente. E, naturalmente, il caso più rilevante è quello di Werewolf: The Apocalypse.
In questo gioco di ruolo, i lupi mannari sono chiamati Garou, nome proveniente dal francese loup-garou, e sono creature in parte fisiche e in parte spirituali, che vivono sempre a metà tra il mondo fisico e quello degli spiriti, che chiamano Umbra, e seguono un rigido sistema tradizionale, la Litania. Sono divisi in tribù e formano branchi composti da membri di ogni genere di provenienza. Essi venerano e servono lo spirito della Terra, Gaia, e credono nella Triade, tre spiriti supremi tra i quali tutti gli altri sono ripartiti, il Wyld, la forza naturale, la Weaver, l’ordine e la struttura della realtà, e il Wyrm, l’entropia che distrugge ogni cosa. Sebbene in Werewolf i giocatori assumano il ruolo di Garou impegnati in ogni genere di attività, essi sono prima di tutto guerrieri, e benché perennemente in lotta gli uni contro gli altri, il loro scopo primario è quello di contrapporsi al Wyrm. In quanto incaricati direttamente dall’entità divina che tengono in maggiore considerazione, Gaia, di contrastare l’essere malvagio per definizione, il serpente apocalittico che infesta la terra come un verme nel marciume, i Garou appaiono, in un certo senso, molto simili ai lupi mannari della storia di Thiess. Persino nello spingersi in dimensioni spirituali occulte per poter infliggere danno ai servitori del Wyrm, i Garou risultano conformi al folklore livoniano. Giocando a Werewolf, ognuno di noi può fare la sua parte in una lotta contro il male la cui posta in gioco non sono le risorse naturali di un villaggio, ma dell’intero pianeta.

Copertina del primo numero del fumetto “Curse of the Worgen”.

Nell’universo di World of Wacraft, cui va riconosciuto di essere uno dei più ricchi in ambito fantasy dopo Dungeons & Dragons, i lupi mannari esistono con un ruolo molto più preminente e una definizione ben più caratteristica rispetto a tutti gli universi simili, molto più in continuità con il filone licantropico esaminato in questo percorso che con il folklore moderno più ricorrente. Si chiamano Worgen, e sono una delle razze giocabili, cosa che li pone sullo stesso piano di esseri come gli elfi, gli orchi e i troll, usualmente molto più centrali nelle vicende di un’epica fantasy di quanto non avvenga per i lupi mannari, ai quali si concede, al più, una presenza episodica. In Warcraft, al contrario, i Worgen possono essere eroi tanto quanto chiunque altro, specialmente perché non appartengono alla fazione delle creature oscure come gli orchi e i goblin, l’Orda, ma militano accanto a umani, elfi e nani nell’Alleanza.

Il nome Worgen deriva chiaramente dai warg, i giganteschi lupi della Terra di Mezzo, noti come “mannari” negli adattamenti in italiano, che J.R.R. Tolkien trasse dai vargar della letteratura norrena, nome che, oltre ai lupi normali, indicava creature mitologiche più grandi e dalle qualità demoniache, che comparivano nelle storie mitologiche. Il nome è ben presto divenuto cosmopolita del genere fantasy, tra un Dungeons & Dragons dove i lupi giganti si chiamano worg e un A Song of Ice and Fire in cui i warg sono sciamani che trasferiscono la propria coscienza negli animali, noti, nelle traduzioni italiane, come “metamorfi”.
Le loro origini sono avvolte dal mistero, ma sembra che siano nativi di Azeroth, il mondo in cui si svolge la maggior parte degli eventi di Warcraft. Originariamente umani, il cui stato può però essere esteso anche ad altre razze, i primi Worgen furono colpiti da una maledizione, frutto degli incantesimi dei druidi.
Dopo alterne vicende, alcuni Worgen hanno imparato a controllare la propria trasformazione, e sono diventati parte dell’Alleanza. Nel gioco, spiccano per la loro doppia forma, l’efficacia che hanno nel combattere senza armi ricorrendo solo agli artigli, e la velocità che raggiungono correndo a quattro zampe, tale da non aver bisogno di ricorrere a cavalcature come le altre razze.

Screenshot di un Worgen in World of Wacraft.

Sul piano musicale, è obbligatorio menzionare i Powerwolf, che hanno fatto del lupo e dell’uomo lupo i loro avatar in qualunque copertina, i loro temi portanti, il loro biglietto da visita. Sono anche, naturalmente, la colonna sonora di questo articolo.
Suonando un Power Metal immediatamente riconoscibile, i Powerwolf mischiano sacro e profano con testi omiletici e preghiere in latino alternate a evocazioni diaboliche e dissacranti. L’immagine del lupo mannaro che evocano è quella di una figura trickster, sempre in movimento tra un opposto e l’altro, ma irriducibilmente eroico, in virtù del suo inalienabile carisma.

Copertina dell’album compilation “Best of the Blessed” dei Powerwolf, 2020.

Bibliografia

Baring-Gould 1865 – Sabine Baring-Gould, “The Book of Were-wolves”, 1865.
Ginzburg-Bruce 2020 – Carlo Ginzburg & Lincoln Bruce, “Old Thiess, a Livonian Werewolf: A Classic Case in Comparative Perspective”, Chicago: University of Chicago Press, 2020.
Otten 1986 – Charlotte F. Otten, (a cura di), “A Lycanthropy Reader – Werewolves in western culture”, Syracuse University Press, 1986.
Summers 1993 – Montague Summers, “The Werewolf”, Dover, 1993.

Colonna sonora: Powerwolf: Return in Bloodred, Metal Blade Records, 2005; Lupus Dei, Metal Blade Records, 2007; Blessed & Possessed, Napalm Records, 2015.

Serie sui lupi mannari:
L’Anima del Licantropo – Spleen e Mania
Werewolf: The Apocalypse – Il mondo dei lupi mannari

2 risposte a "L’Anima del Licantropo 2 – I guerrieri di Dio"

  1. Grazie mille! L’idea del sito è lavorare con molte informazioni per andare più in profondità, e quindi la lunghezza media degli articoli è abbastanza alta, ma spero che lo sforzo venga ripagato 🙂

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