Fantasia di Walt Disney, proemio di tutte le storie

Il 13 novembre 2020, Fantasia ha raggiunto l’ottantesimo anniversario dalla sua uscita al cinema. Quella che segue è una raccolta di pensieri scritti a partire da quel giorno, e durante i successivi, che riguardano il mio rapporto con il film, l’analisi di alcuni episodi, e il modo in cui, da alcune delle impressioni che quel film crea e suscita, derivi il desiderio di esprimere in forme nuove le immagini suscitate da quelle impressioni.

L’APPRENDISTA STREGONE

Per uno dei film della mia infanzia e uno dei più alti capolavori d’animazione di tutti i tempi è d’obbligo scrivere qualcosa.
Fantasia esprime, toccando vette storiche in termini sia di intuizioni che di risultato, il rapporto tra la musica e l’arte delle immagini in movimento. La vicenda della sua concezione e realizzazione è ricca e affascinante, nonostante alcuni punti più ombrosi, come il contrasto tra Walt Disney e Igor Stravinsky e i loro punti di vista, l’interesse di mercato e l’arte fine a se stessa. Ma voglio scrivere solo poche righe personali, per notizie come queste le risorse non mancano.

Io devo tantissime cose a Fantasia, la cui videocassetta, mi dicono, è quella che ho logorato di più da bambino a furia di visioni. Non so voi, ma in realtà, la prima parte, quella dominata da rappresentazioni astratte, la saltavo sempre, tant’è vero che quasi non ho idea di cosa contenga.
Voglio invece soffermarmi su L’Apprendista Stregone, una delle mie prime fiabe “formative”, di quelle storie che ti danno una lezione fondamentale. L’Apprendista Stregone è l’episodio più emblematico del film, forse proprio per il fatto di essere sufficiente a rappresentarne il titolo: una grande fantasia di stelle, oggetti magici e acque vorticanti che seguono solo la necessità del movimento. L’universo esiste per muoversi, la sua legge è il cambiamento, e l’anima dell’uomo è a sua volta un universo che segue la stessa regola. La magia sognata da Topolino, per quanto fraintesa, senza dubbio a causa della sua inesperienza, come volontà di dominio, esattamente nei termini in cui era Tolkien a definire la magia comunemente intesa, esprime un desiderio più grande e per nulla egoistico: condividere la meraviglia delle cose esistenti, la loro bellezza, la loro potenza, e prendere parte non come spettatori, ma come parti coinvolte. È sempre Tolkien a dire che lo scopo della fantasia è quello di rispondere ai desideri umani più grandi, il principale dei quali è la comunione con la realtà circostante.

A questo episodio, devo anche la grande influenza dell’austera figura dello stregone Yensid, il mago dalla folta barba e le fattezze severe, che ai miei occhi risultavano così misteriose e incomprensibili da suscitare paura. L’oscurità dalla quale evoca apparizioni colorate, ma spettrali, all’inizio dell’episodio, il contrasto della sua figura scura contro il fondo illuminato mentre irrompe nella stanza e ferma le acque, ma soprattutto gli stacchi registici e i silenzi che lo precedono, che incorniciano la visione della sua espressione torva, mi hanno marchiato a vita: tutti i principali spauracchi della mia infanzia, i nani, giganti e bogeyman che immaginavo apparire dai luoghi bui della casa, o entrare da fuori, o che dominavano i miei incubi, possedevano la sua faccia.

FANTASIA: LA NASCITA DELLA VITA

La sequenza costruita su “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij costituirà la maggior parte di questo articolo, e non credo susciterà stupore alcuno: è la parte che molti ricordano di più, perché è dominata per metà dalla famosa “scena dei dinosauri”, che forse per i disneyani non è neanche la più iconica, ma ha conquistato eterna memoria presso gli appassionati di animali preistorici, e penso sia chiaro a quale delle due categorie io sia più vicino.

Prima di parlare dei dinosauri, mi interessa parlare del segmento immediatamente precedente, e per ragioni non meno pregnanti.
Certo, andrebbe spesa anche qualche parola sulla prima metà dell’episodio: la parte galattica mi ha trasmesso forse la mia primissima impressione dell’universo, delle stelle e delle nebulose, qualcosa da guardare ancora con il fascino dell’etereo, di un mistero primordiale e presente, infinito. La scena dei vulcani, perfettamente coniugata alla musica, ha scavato nel mio immaginario una zona ad alto rischio sismico dove la lava non smette mai di eruttare al ritmo di suoni di fagotto.
La scena sulle origini della vita, seguendo il percorso dagli organismi unicellulari agli invertebrati più complessi, fino ai pesci e all’immagine, di portata oserei dire mitica, di quello che camminando sulle pinne porta per il primo la testa fuori dall’acqua, mi ha lasciato un numero di cose che vorrei condividere con voi.

È una struttura mentale, un concetto che si è evoluto per i fatti suoi e che è difficile isolare dal suo ambiente e spiegare. Da dove cominciare?
Comincia tutto dal mare. Quando leggo la frase “la vita è nata nel mare” mi riaffiorano in mente quelle scene. Ma non solo in termini biologici: è come se questa cognizione di un fenomeno scientifico avesse acquisito, attraverso quelle immagini e quella musica, una statura mitica. Conoscerete tutti la celebre frase di Tolkien: “La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione, né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.”
La grandezza delle rappresentazioni di quel film è nel fatto che tutte posseggono questa qualità, rafforzata, nel mio caso, dal valore di modello primario che aveva quando la vedevo da bambino. Ciò cui ricolleghiamo le cose, attraverso i nomi, è la prima volta che ne abbiamo fatto esperienza, ricorda sempre Tolkien. Quando dico “albero”, mi riferisco al primo albero di cui ho avuto esperienza, anche se perso nel ricordo di tutti gli altri alberi che ho conosciuto. Nel caso di un concetto più ideale e con cui la mia esperienza è meno frequente, come, appunto, la vita che nasce dal mare, o anche gli organismi marini primordiali, l’evoluzione, è più facile ricordare il primo contatto, e così, ogni volta che ho a che fare con questi concetti, la mia mente torna lì.

Uno dei rischi connessi a questo discorso, ci pensavo poco fa riguardando la scena, è l’attribuire una qualche forma di finalismo alla vita organica. A rendere mito quella scena è indubbiamente anche questo: la chiave con cui la leggiamo, legando tra loro le diverse immagini separate da interruzioni e dissolvenze, è che quelle forme di vite stessero concorrendo verso la formazione di tutte le caratteristiche che avrebbero condotto agli organismi evoluti come l’uomo. O come i dinosauri, dal mio punto di vista lo scopo era arrivare ai dinosauri, il resto era un surplus.
Noi, persone e mostri di scienza, sappiamo che la natura non segue un fine, e che ogni forma di vita mai esistita è esistita perché adempiva perfettamente alle esigenze poste dal suo ambiente. Dopodiché, grazie a questa scienza, possiamo esercitare la nostra fantasia, traendo dalle nostre conoscenze una materia differente.
Ad esempio, questa strofa che scrissi anni fa, ispirato da quella scena.

Il mistero della genesi cellulare,
l’istante in cui una goccia
aveva cominciato a pensare
solo noi riuscivamo ancora a ricordarlo.
Sotto di me c’erano altri che mi sorreggevano
una piramide che scendeva nel profondo,
tutti tesi a uscire dall’acqua
in cui eravamo nati
perché adesso volevamo scoprire
cosa ci fosse fuori.

Da quelle immagini, insieme a quella musica, ho derivato un’impressione al tempo stesso serena, eterea, rassicurante, e pervasa da un mistero destabilizzante, che del resto è quella della vita, colta nella sua improbabilità, precarietà, rarità, in mezzo all’infinito universo dove si è, forse casualmente, prodotta.
E sicuramente le trasparenti, spettrali, non umane fattezze degli invertebrati del Cambriano, sospesi nell’eternità marina, assumono una specie di valenza esoterica, come dei simboli, delle manifestazioni degli archetipi di cui tutta l’esistenza organica successiva è una successione di ipostasi.
Ci sono alcune altre opere che mi trasmettono sensazioni tali da rievocare questa, e le principali sono opere di orrore cosmico, quali i racconti di Lovecraft, il primo film di Alien e il videogioco giapponese Bloodborne. In queste opere c’è un teorizzare sulla vita e sulle sue implicazioni nel profondo spazio universale, di cui si coglie, credo, una componente che è tale da consentirmi la connessione con lo scenario del mare paleozoico: il rapporto evolutivo dell’uomo con cose abissalmente diverse dall’uomo, tanto da suscitare un’impressione di alienità. Cos’è l’uomo rispetto allo spazio? E cos’è rispetto al pianeta stesso? Guardate queste meduse e pensate alla semplicità della loro struttura, e alla loro antichità, e a quanto essa preceda tutte le forme di vita più simili alla nostra. È la percezione di queste profondità incolmabili, la nullità in cui ci costringono, ad alimentare la narrativa dell’orrore cosmico, dove, forse non per caso, le creature presentate dagli autori hanno spesso le fattezze di molluschi, meduse, polipi, animali marini, che nel loro stesso essere marini ci danno prova di quanto ci precedano.

Senza dimenticare la simbologia dell’acqua, colta nel suo rapporto anche con la vita intesa come manifestazione individuale, il cui inizio si situa nella liquida totalità dell’esistenza intrauterina, e la cui perdita sembra lasciar traccia di sé nella psiche, nella comunicazione dell’anima attraverso l’inconscio. Come se anche i sogni venissero dal mare. Quei sogni attraverso i quali i Grandi Antichi comunicano con noi i loro ricordi da oltre le stelle.
In Bloodborne, gli animali invertebrati sono chiamati proprio spettri, e definiti famigli dei Grandi Esseri. La caratteristica primaria di queste creature aliene, equivalenti dei Grandi Antichi lovecraftiani, è aver compiuto un percorso evolutivo tale da superare totalmente l’umanità, fino ad abbandonare il mondo terrestre e raggiungere la condizioni di multi-esistenza simultanea attraverso tutti i momenti e tutti i luoghi del cosmo. Quanto è inquietante che le forme con cui si manifestano i Grandi Esseri siano proprio quelle di incomprensibili giganti tentacolari? Quasi che nei molluschi e nei vermi primitivi fosse già presente in potenza tutta la strada evolutiva successiva.

IL SIMPOSIO DEI DINOSAURI

Ed eccoci a LA sequenza di Fantasia, il punto di arrivo implicito di questo discorso. Anche se, devo dire, le osservazioni sulla scena della vita marina mi premevano molto ed erano legate a qualcosa di molto personale e molto singolare, mentre credo che la scena dei dinosauri sia ben più esplicita e quello che ne ho tratto sia meno bizzarro. Ma questo starà a voi dirlo a me.

Quella scena è certamente la prima volta che abbia visto rappresentati dei dinosauri. Sto riflettendo molto, in questo periodo, sullo stretto legame che esiste, nella nostra mente, tra le idee, le proiezioni che ci facciamo dei dinosauri, frutto sia della nostra cultura che di un’indelimitabile componente inconscia, di un insieme di istinti e memorie ataviche che influenzano questo pensiero e come ci poniamo rispetto ad esso, e i mostri mitologici. Il rapporto che esiste tra i dinosauri e i draghi non in termini storici (“i fossili dei dinosauri hanno influenzato le storie sui draghi”), ma culturali. Essi fanno leva su elementi del nostro pensiero, e quando li immaginiamo o ne parliamo creano una rete di rimandi. È possibile che la traccia che hanno lasciato i fossili ritrovati dai nostri progenitori, tanti anni fa, abbia creato lo spazio che ha permesso, quando abbiamo rivisto quei fossili negli ultimi due secoli e li abbiamo compresi, che i dinosauri occupassero nel nostro immaginario un posto che era già pronto.

Gli animali mostrati in quel lungo episodio, dinosauri, ma anche plesiosauri, mosasauri, pterosauri, e persino una tartaruga e un terapside, compaiono secondo un’ottica documentaristica -si tenga presente che l’intento del cartone era proprio quello di raccontare una parte della storia della vita sul nostro pianeta-, all’interno di scorci rapidi, alternati a scene più lunghe, che li rappresentano attraverso un aspetto particolare, come il loro modo di muoversi, di nutrirsi, o il rapporto degli adulti con la prole. Compaiono per quello scorcio, e poi si passa al successivo. Tutti insieme, danno idea della ricchezza di quel mondo, sia quella reale del numero di specie conosciute dalla paleontologia dei tempi, che la capacità degli autori e degli animatori nel rappresentare tanti animali in modo così efficace e inconfondibile.
Ma questa rappresentazione, che associa ogni dinosauro a un dettaglio, magari preso in prestito dagli animali moderni, non è simile al modo in cui sono presentate le creature dei bestiari? Ogni forma è un luogo del pensiero, un simbolo veicolato da un’azione esemplare. Lo pteranodonte che si getta dall’alto per poter spiccare il volo, lo stegosauro che cammina con affanno, schiacciato dal babelico edificio di placche che porta sul dorso, gli edmontosauri che si cibano di alghe sfruttando i becchi da anatra, e i meravigliosi griposauri che sbadigliano come gli ippopotami, quelli visti subito prima dell’arrivo del tirannosauro: ognuno di loro viene consegnato al nostro immaginario attraverso quell’atto. Un osservatore medievale potrebbe trarre ammaestramenti morali da ognuno di questi esempi. È il realismo figurale di Auerbach, indipendentemente da quanto fossero realistiche quelle immagini e le ricostruzioni da cui derivavano: le creature sono personaggi di una visione in cui il modo in cui vengono visti in quel passaggio diviene una sorta di immagine eterna, come il corpo spirituale delle anime incontrate da Dante è ciò che racchiude l’essenza della loro vita terrena e ciò che continuerà a rappresentarla fino al Giudizio Universale. Giudizio che per i dinosauri sembra essere già avvenuto, osservando l’apocalisse di fame, arsura e dolore che in Fantasia segue il viaggio nel loro lussureggiante, violento paradiso primordiale. E i fossili che ne troviamo oggi, non sono ciò che determina il nostro rapporto con loro e ciò che ne sappiamo? Il loro ricordo non si è consegnato a noi attraverso quelle ossa?

In questa serie sto citando Tolkien in ogni post. C’è una nota del suo saggio “Sulle fiabe”, che risponde a una curiosità che mi ero posto molte volte, prima di trovarla: “Cosa pensava Tolkien, da adoratore dei draghi, e soprattutto da creatore di miti che proiettava le sue storie in un remotissimo passato della terra, dei dinosauri?”. Ebbene, la nota non risponde del tutto a questa mia domanda, se non farmi sapere che, quantomeno da bambino, erano piaciuti molto anche a lui, in virtù della grande distanza temporale che li allontanava dall’uomo molto più degli altri animali; ma contiene un termine perfetto per quello che voglio dire su Fantasia: definisce quella ricostruita dai paleontologi del suo tempo -che operavano con molta incertezza e non senza, di tanto in tanto, un certo sensazionalismo- una “nuova mitologia preistorica”.
Col senno di adesso, vedo quella della Sagra della Primavera di Walt Disney come una mitologia.

Il modo in cui quelle figure vengono delineate, seguite poco dopo dalla scena ambientata sull’Olimpo, risponde a un’esigenza comune ai due altrimenti diversi episodi: raccontare un mondo. Un mondo molto lontano, perduto nei meandri della memoria e del tempo, che potrebbe non essere stato nel caso dell’Olimpo e che è stato radicalmente diverso da quello che ci viene mostrato, nel caso dei dinosauri, ma un mondo che, in qualche modo, è pur sempre il nostro. È l’idea del passato, la rappresentazione delle nostre origini. Risponde alla grande domanda su da dove veniamo, e risponde a quel grande desiderio di superare le distanze temporali ed entrare in contatto con le epoche più lontane.
È in tal senso, che i dinosauri di Fantasia costruiscono insieme una mitologia: compongono quadri in cui si snodano vicende che hanno un valore simbolico, vicende in cui, sto esercitando la terminologia di Jung, la nostra anima vede rappresentati i passaggi della sua esistenza, che è altra cosa rispetto alla nostra vita. Radunati uno dopo l’altro, come in un giardino delle meraviglie o in una mappa medievale sui luoghi inesplorati del misterioso oriente, offrono lo scorcio di un sogno primordiale, un simposio di proiezioni umane di animali che conosciamo senza aver mai visto, ma senza smettere di desiderarli.

Io credo, se vorrete consentirmi di dirlo, che la scena dei dinosauri di Fantasia non abbia valore, come molti pensano, solo in quanto dimostrazione delle conoscenze naturalistiche di un periodo cronologico ormai passato, e neanche solo per i suoi meriti artistici in termini di animazione. Credo che offra uno spunto ancora percorribile di cosa possiamo fare noi oggi, nelle arti che esercitiamo, con i dinosauri. Sono creature da cui possiamo trarre nuovi significati, o guardare da un’altra prospettiva i significati che diamo agli animali che conosciamo. Hanno infinite potenzialità narrative, drammatiche, come sta ottimamente mostrando Primal, la recente serie animata di cui mi riprometto di parlarvi presto.
E, oltre a tutto questo, avranno, almeno fintanto che la parte spirituale degli esseri umani non sarà stata messa a tacere del tutto, qualcosa di ulteriore, un mistero indecifrabile, un arcano magnetico. L’alone di quell’oscura selva di possibilità perdute ma probabili, di scenari mai visti ma immaginabili, farà sempre di loro gli dèi e gli eroi di una mitologia, di un’epica, che anche se non sentiremo mai raccontare, farà sempre parte della nostra immaginazione e delle nostre sensazioni più intime e più autentiche, come se ci fosse stata raccontata prima che avessimo la facoltà di dimenticarla, prima che avessimo la facoltà di non crederci, nell’infanzia della nostra specie o dell’individualità della nostra anima.

PREDATORE

Nel post sui dinosauri, avevo accennato brevemente all’iconica apparizione del tirannosauro, e intendevo davvero limitarmi a ciò.
Solo che poi ho realizzato che proprio quello spezzone è ciò che può legare la serie su Fantasia ai problemi di cui mi sto occupando di più in questo periodo.
Quando guardavo Fantasia da bambino, la parte dei dinosauri era quella che aspettavo di più, e ho realizzato ancora meglio, nel corso di questa settimana, quanto mi sia rimasta impressa; al suo interno, però, va detto che la parte che aspettavo di più era proprio quella del tirannosauro.

La costruzione di questa scena è perfetta, ha fatto scuola ed è stata citata molte volte. È praticamente l’unica interruzione del ritmo pacifico e disteso che viene a crearsi per tutta la parte precedente, anche se preceduta da una prima avvisaglia -forse no, ma giuro che l’ho sempre interpretato così, nella scena in cui alcuni dinosauri, più specificamente dei plateosauri, si girano verso destra e la musica sembra interrompersi.
D’un tratto, quando ci siamo veramente, la musica manda segnali, tutti i dinosauri sullo schermo si girano, ne vengono mostrati altri, tutti che drizzano il collo, tutti che sbarrano gli occhi per il terrore, e intanto -ci avete mai fatto caso?- diventa buio in pochi istanti, buio come se fosse notte, giacché una tempesta ha oscurato il cielo, come se colui che sta arrivando fosse il suo campione…anzi, meglio, come se la tempesta stessa fosse il suo araldo. Seguiamo gli sguardi e con un movimento repentino di camera ci troviamo davanti alla fiera, terrificante figura, di quello di cui voglio parlare oggi, l’archetipo del predatore.

Il tirannosauro comincia ad avanzare, senza correre, a ritmo di marcia, confidando nella propria inevitabilità. Le altre bestie fuggono, lui fa scattare i denti su tutto quello che gli passa vicino, e non importa se non riesce ad afferrarlo, il suo nero volto sauriano è sempre solcato dalla sanguigna lacerazione di un sorriso sinistro, perché sa che, comunque vada, la caccia riuscirà. Prova ad azzannare un triceratopo che riesce appena in tempo a scivolare in acqua, e non gli interessa, devia e continua a marciare, verso il povero stegosauro che, lento per la sua stessa conformazione fisica, è rimasto indietro. Dopo essere stato morso e strattonato alla coda, lo stegosauro capisce di essere la vittima designata, e di non poter scappare, e che l’unica alternativa che gli rimane è voltarsi e affrontare il predatore. Lo scontro tra i due giganti è leggendario, si fronteggiano camminando in cerchio per il campo, l’uno, tirannico, che preme, l’altro, con la gola che si gonfia e si rilassa per la paura, che cerca di mantenere la distanza, occhi attraversati da una paura umana di fronte a una ferocia che sembra demoniaca. L’esito lo conoscete: il tirannosauro morde il collo dello spinosauro una prima volta, questi riesce a liberarsi con un colpo di coda, poi però arriva il secondo morso e il tirannosauro non cede più, è insensibile al dolore, pervaso da una furia che non sente nulla. Lo stegosauro si accascia, e la regia ne percorre, per ben due volte, lo smisurato corpo, con le quattro punte di lancia e l’imponente edificio di placche -“quale immortale mano, o occhio, poté formulare la tua agghiacciante simmetria?”- invitandoci a una contemplazione quasi elegiaca, al pensiero di quale poderosa meraviglia, quale splendido gigante, sia stato sacrificato alle crudeli leggi della natura.

Che strano pensare al fatto che il film sia del 1940, e che sarebbe stato dalla fusione di quei due animali precisi, il tirannosauro e lo stegosauro, che 14 anni dopo sarebbe nato Gojira, un enorme dinosauro carnivoro bipede con il dorso sormontato da file di placche, il cui unico corrispettivo nel mondo animale, e confermata origine, è proprio lo stegosauro. Così strano che non posso proprio credere si tratti di una casualità. Di certo -parentesi inattesa di cose che realizzo proprio adesso, mentre scrivo- gli albori del mio rapporto puerile con Godzilla sono necessariamente legati a Fantasia, e anche se la versione che ne conoscevo, da bambino e per molto tempo a venire, era quella americana, nel giocare e rimirare il mio giocattolo di dinosauro nero con quella fila micidiale di creste affilate dovevo certamente ritrovare le forme mentali che avevo scoperto con Fantasia. Che dire, grazie Walt Disney per aver facilitato il mio rapporto con il mio migliore amico fittizio.

Alla fine dell’episodio, l’inquadratura del tirannosauro accanto alla preda è piccola, diversa da tutte le altre, dove il suo spazio era sempre immenso. Mentre gli altri animali se ne vanno, sia perché sono sollevati che, per questa volta, non sia toccato a loro, sia perché “lo spettacolo è finito, non c’è più niente da vedere”, il tirannosauro sembra quasi essere ridotto al loro stesso rango: non più un mostro venuto fuori da un’altra dimensione, ma un animale soggetto alle stesse regole, che adesso mangerà come prima mangiavano loro, salvo il fatto che non mangerà erba, o foglie, ma un altro animale. C’è il momento in cui il tirannosauro, ancora rivolto agli altri, abbassa la testa e guarda verso lo stegosauro, e prima di iniziare a mangiare resta fermo per un istante: ai miei occhi era un movimento molto umano, in cui vedevo una serie di pensieri -non intenzionali, sia chiaro, quella era la mia, di fantasia-, come se egli si rendesse conto di essere un mostro agli occhi degli altri e si fermasse a riflettere, e come, anche a prescindere da questa prima considerazione, se in quel momento si fermasse a chiedersi “Bene, e adesso?”, prima di iniziare a mangiare, la ragione per cui era accaduto tutto.
Fantasia, poi, compie un’altra operazione importante, all’interno della parte successiva, dove si assiste al surriscaldamento globale e alla conseguente siccità che, secondo una teoria più in voga in quegli anni, era da considerare la causa dell’estinzione dei dinosauri: mentre branchi composti da ogni specie, animali stremati dalla fame e dalla sete, marciano sotto il sole cocente, vediamo anche un tirannosauro, vicino a tutti gli altri, che soffre per la disidratazione tenendo la lingua fuori dalla bocca e levando il capo verso il cielo, prima di cadere stremato, lasciato da solo mentre gli altri procedono ancora, verso una sorte non indifferente. Per me e per molti altri bambini, probabilmente, quello era lo stesso tirannosauro di prima.

L’insieme di tutte queste cose mi portava a umanizzare il tirannosauro, come umanizzavo gli altri, nonostante la differenza posta dal fatto che lui li uccidesse.
Come scrivevo all’inizio, la sua apparizione era il momento che aspettavo di più, anche se suscitava una certa inquietudine grazie alla sapiente costruzione, perché già allora un essere con quella forma costituiva la mia preferenza. I miei animali preferiti sono sempre stati i predatori. E non sono l’unico a subirne il fascino.
Perché ci piacciono i predatori?
Qualunque sia la risposta, è qualcosa che ci porta al luogo dal quale provengono i mostri, un luogo della nostra mente, e più precisamente a quella parte in cui l’esistenza si svolge mediante i simboli, dove gli elementi della nostra percezione sensoriale, insieme ad altri, di origine meno chiara, vengono mescolati e creano nuove cose, ma non senza un senso: le cose che ne derivano esprimono al meglio le risposte della nostra anima a quegli elementi che l’hanno stimolata.
La nostra specie ha convissuto con animali predatori per molto più tempo di quanto ne abbia trascorso su Internet, o anche a costruire veicoli e a parlare in lingue di derivazione indoeuropea. E benché l’assetto del mondo odierno, purtroppo, ne serbi ben poche tracce, man mano che gli spazi naturali di tutte quelle specie vengono ridotti e i loro fieri esemplari vengono esibiti negli zoo, la nostra mente ne ha serbato traccia in facoltà ancora esercitabili. La paura di un invasore in grado di ridurci a materia amorfa commestibile vive ancora nelle arti e nella narrativa, e suscita ancora una risposta emotiva.

Il modo in cui il tirannosauro appare in Fantasia ha lasciato una potente traccia nei miei incubi infantili: essi finivano sempre con un mostro che faceva il suo ingresso in una scena tranquilla, quasi sempre all’interno della tranquillità della mia dimora, e la cambiava del tutto; le luci si spegnevano, i colori lasciavano il posto a un rigido bicromatismo, e l’essere venuto da fuori avanzava da una stanza all’altra, mentre tutti stavano nascosti, in cerca del primo obiettivo raggiungibile -non so bene per quale scopo- che alla fine ero sempre io.
Quella stessa dinamica, con grande fascino, la ritrovo sempre nel Beowulf, quando si raccontano le incursioni notturne di Grendel nel palazzo di Heorot: irrompe nella festa durante le canzoni, irradia un cieco terrore in tutti i presenti, e trasforma la sala comune di un banchetto in un mattatoio.
Credo sia per questo che Grendel, nella mia mente, fin da quando lo vidi raffigurato, in un adattamento per bambini del poema, come un enorme orco dalla pelle nera-violastra e gli occhi rossi, proprio come il tirannosauro di Fantasia, è in qualche modo affine a questo personaggio.

Meriterebbero più spazio la scena della Pastorale e della Danza delle Ore, ma, in questi mesi, non ho avvertito la stessa esigenza -se non per ragioni di completezza- di estendere loro la medesima attenzione analitica. Mi limito a tributare questo spazio a come la scena della Pastorale, ambientata su un Monte Olimpo che si fa anche Arcadia e dimora generalizzata di un gran numero di esseri diversi della tradizione classica, sia stato un primo e più iconico incontro, per me e per molti altri, con gli dèi e i mostri elleno-romani in una veste fortemente caratterizzante. Ancora oggi, i nomi degli dèi Giove e Vulcano evocano i volti beffardi, partecipi dell’aspetto più impersonale della natura, dei due personaggi colorati e luminosi che agiscono durante la drammatica scena del temporale, così come, allo scendere della notte sopra il mondo dei mortali, non ho ancora smesso di dare la rappresentazione della dea oscura, dal lungo manto stellato, che cala sopra la terra portando il riposo.

UNA NOTTE SUL MONTE CALVO

L’eredità più longeva lasciatami da Fantasia, accanto a quella della Sagra della Primavera, proviene da un altro episodio dotato di fama tutta sua, tale che, come i dinosauri hanno lasciato il loro segno nel mondo della paleoarte, degli appassionati della preistoria e delle creature, esso è rimasto un classico per gli insaziabili dell’orrore e del sovrannaturale: “Una notte sul Monte Calvo”.
Spero non venga mai il giorno in cui scriverò o udirò quel nome senza provare paura.

Questa scena adatta il poema sinfonico “Una notte sul Monte Calvo” di Modest Petrovič Musorgskij (1867). Chernobog è il nome che in “Fantasia” (1940), il film di Walt Disney, appartiene al colossale diavolo che incombe su un tranquillo villaggio addormentato, acquattato sulla cima del Monte Calvo: quando giunge il momento, il diavolo spiega le sue ali e chiama al suo cospetto le anime dei morti della terra davanti a sé, perché prendano parte a un sabba oscuro insieme a centinaia di demoni multiformi. I primi piani sul volto del demonio e sui giochi e le manipolazioni dei suoi piccoli gingilli ricordano quella lunga sequenza a me carissima di illustrazioni medioevali del diavolo e dei dannati, magari influenzate dalla Commedia di Dante. Pare che le sue fattezze siano ispirate a quelle di Bela Lugosi.

Attento al folklore e alle antiche leggende, Musorgskij sapeva che il monte Lysa Hora, in Ucraina, fosse luogo di raduni di streghe e di fenomeni sovrannaturali secondo molte storie, e immaginò la disavventura di un giovane che durante la notte di San Giovanni (la notte del solstizio d’estate, profondamente legata alla magia) si fosse trovato spettatore di un consesso di esseri maligni, assistendo per tutta la notte alle loro attività, prima che il suono di una campana sul far del giorno li scacciasse (un po’ come nella Danse Macabre di Saint-Saëns il canto del gallo fa tornare gli scheletri nelle loro tombe). Una delle numerose versioni che Musorgskij realizzò doveva chiamarsi per l’appunto “La glorificazione di Čërnobog”.
Una versione successiva seguiva un programma così disposto:
1)Rumori sotterranei di voci non umane, che proferiscono parole non umane.
2)Il regno sotterraneo delle tenebre giunge a farsi beffe del giovane dormiente.
3) Prefigurazione della comparsa di Čërnobog e Satana.
4) Il giovane viene lasciato stare dagli spiriti delle tenebre. Apparizione di Čërnobog.
5) Adorazione di Čërnobog e messa nera.
6)Sabba.
7) Al culmine del sabba si ode il suono della campana di una chiesa. Čërnobog scompare all’improvviso.8) Sofferenza dei demoni
9) Voci dei sacerdoti in chiesa.
10) Scomparsa dei demoni e risveglio del giovane.

Per molto tempo, il mondo ha ascoltato la versione di Rimskij-Korsakov del 1886, il cui programma era questo: 1) Suoni sotterranei di voci ultraterrene. 2) Apparizione degli spiriti delle tenebre, seguiti da quello di Čërnobog. 3) Glorificazione di Čërnobog e celebrazione della messa nera. Sabba delle streghe. 4) Al culmine dell’orgia la campana di una piccola chiesa di paese si ode in lontananza. 5) Gli spiriti delle tenebre si disperdono: alba. È stato nel 1968 che è stata riscoperta la versione dell’autore; quanto a quella di Fantasia, è un riarrangiamento di Stokowski basato sulla versione di Rimskij-Korsakov.

Credo che il maestro abbia creato uno dei brani più inquietanti di sempre, di indiscutibile bellezza. Ma chi era, originariamente, Černobog?
Černobog, traslitterazione del russo Чернобог, è una misteriosa figura del pantheon delle antiche tribù slave, il cui nome significa “dio nero”. È noto praticamente per un’unica testimonianza: nella Chronica Slavorum, un testo del prete e cronista tedesco Helmold di Bosau (XII secolo), questo nome è menzionato a proposito di un’usanza singolare:« Gli Slavi, dicono, hanno un’usanza particolare: durante le feste, passano un calice tra di loro radunati in cerchio, non al fine di pregare, ma piuttosto per maledire nel nome degli dei, buoni e cattivi, per ogni buon affare pregando un dio buono, e per ogni cattivo affare maledicendo un dio maligno. Questo dio del dolore nel loro linguaggio è chiamato Diabolous o Zherneboh, il che sta a significare dio nero.»

Narrando l’origine dello spazio, la genesi della terra e degli elementi, drammatizzando la nascita della vita, il conflitto epico dei dinosauri, presentando il mondo arcaico degli eroi, e persino rappresentando una vicenda emblematica e iniziativa che racchiude tanti nuclei delle saghe del terrore, Fantasia non è solo un grande affresco di storie chiave della mia infanzia, ma una raccolta di storie che hanno tutte un valore fondativo, storie di inizi, origini, genesi. In qualche modo, qualunque altra storia che narri di esseri viventi legati alla biologia del nostro pianeta, o della discendenza degli dèi, o dei mostri che popolano le notti in cui i sogni ci aprono la via alla visione di altri mondi, è il seguito di questa.

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