L’Anima del Licantropo – Spleen e Mania

Benvenuti. Stasera, per la prima volta, parleremo dei lupi mannari.

Era importante dare il giusto rilievo a questo post, qualunque fosse stato il momento in cui l’avrei scritto. Per questo il preambolo che state leggendo, per questo la sua pubblicazione in una settimana di luna piena, per questo il titolo. Non “Anime di Mostri” seguito dal nome del licantropo, come fatto in altri post “monografici”, perché questo è un discorso a sé, molto importante, e che, idealmente, continuerò diverse volte.
Tutto deriva dal fatto che il licantropo è uno dei mostri che preferisco, e certamente il preferito tra quelli che pertengono a una dimensione umana dell’esistenza. Invero, nelle leggende sui licantropi si incontrano molti problemi umani, e ancora di più se ne trovano una volta che ci si trovi a studiare seriamente la materia, come ho iniziato a fare in questi mesi. La fortuna del licantropo nella cultura popolare odierna si lega fortemente al gusto del macabro, della brutalità, specifico di certi generi cinematografici in primis, e di altri media in secundis, ed essere abituati a ipertrofiche masse di muscoli sormontate da teste lupine non aiuta il discorso che voglio costruire; ma ho scoperto che in questa leggenda, oltre ai motivi mitologici, religiosi, simbolici, che non mancano mai e che stiamo per vedere insieme, c’è qualcos’altro, qualcosa di altrettanto importante e con cui, forse, abbiamo più familiarità. Questa è stata la grande scoperta che ho fatto nel preparare il mio saggio, ed è quello che più spero di riuscire a comunicarvi, in modo che non solo lo sappiate anche voi, ma che vi meditiate sopra, e dopo averlo fatto, auspicabilmente, comprendiate. Comprendiate come in tanti casi il mostro non sia diverso né sbagliato, come egli sia uguale a sé stesso e corretto verso le sue sensazioni, come voi non siate lui e non possiate sentire fino in fondo non cosa, ma come sente lui, e a quel punto, se pure non vorrete sostenerlo, almeno lo lascerete andare per la sua strada, magari con almeno un incoraggiamento, semplice, ma sincero.

Wolfhsade (A Werewolf Masquerade), brano di apertura di Wolfheart,
primo album dei Moonspell, che hanno dedicato molti brani ai lupi e ai licantropi
è il mio brano di benvenuto.

Cominciamo con una domanda: vi piace il mondo?
A me, personalmente, sì e no. C’è una parte che mi piace ed una che non mi piace. Il mondo ha tante belle possibilità, tante meraviglie da conoscere, tante sensazioni da sperimentare. Ma ha anche tanti orrori e tanti errori, tante cose che non sono come avvertiamo che dovrebbero essere. E poi ci sono i limiti. Col passare del tempo, l’uomo, una tra tante specie animali, si è trovato in mano la possibilità di organizzare, stabilire le proprie regole anteponendole al codice implicito della natura, del cosmo, dell’universo, e per farlo ha determinato dei limiti, per sé e per altri.
Invero, la cultura -ma non è forse essa uno di questi limiti?- mi ha insegnato a cogliere la dialettica delle cose: nessuna è possibile senza essere regolata da quella opposta e complementare. Ma mentirei spregiudicatamente se negassi di aver pensato, di averci pensato molte volte, al desiderio di rompere ogni tipo di vincolo e agire liberamente, egoisticamente, anche violentemente, per il puro piacere di farlo. Lo stesso pensiero, scommetto, l’avete avuto anche voi, e in molti, anche se molto probabilmente non tutti. Questo pensiero, però, stride contro una serie di elementi, da cui possiamo estrarre una radice che si manifesta nell’enunciato “non possiamo farlo”. Non possiamo farlo perché non si fa, non possiamo farlo perché ci sono delle regole e soprattutto delle reazioni, delle punizioni, e poi, probabilmente, non possiamo farlo perché ognuno di noi, grave problema, è soltanto una persona, un essere umano tra altri esseri umani, che magari può prevalere su alcuni, magari più deboli, ma che non ha la possibilità contro le risorse che la collettività umana ha posto proprio per prevenire quei casi in cui un singolo esploda nel delirante tentativo di infliggere la sua violenta soggettività agli altri.
Diverso sarebbe se quell’io avesse la possibilità di essere qualcos’altro, qualcosa dotato della forza con cui realizzare tutti i suoi desideri, e in quanto tale di una natura diversa da quella degli altri, per la quale le loro leggi non sarebbero più applicabili e che, in questo, troverebbe la legittimazione del proprio irruento agire. Diverso sarebbe se fosse un mostro.
Il ruolo del licantropo nell’immaginario contemporaneo, ancor più che la sua semplice “fortuna” -che consiste in questa, ma anche in altre cose- credo sia soprattutto quello di rispondere a questo pensiero: la rappresentazione, magari visiva, magari tramite un film, di un uomo che si trasforma in una bestia, o ancora meglio, in una via di mezzo che combina la dimensione dell’umano a quella del non umano, e si compie dunque come mostro, riesce a parlare a quel desiderio, a sfogarlo, ripagarlo della sua non realizzazione, e magari a trasformarlo in qualcos’altro, creando qualcosa che sublima l’insoddisfazione, la frustrazione, la bruta animalità repressa, in un’esperienza catartica grazie alla quale ritornare all’unità che il dissidio tra ragione ed istinto aveva scisso.
Credo che anche tra voi qualcuno abbia pensato, almeno una volta, a proposito del lupo mannaro, a quanto quel motivo infondesse un desiderio di liberarsi, strapparsi di dosso i vincoli della società organizzata, porsi completamente al di fuori di quell’organizzazione e agire liberamente, facendo tutto ciò che desidera, chi aggiungendo “io però mi comporterei bene, il mio fine non è la strage, desidero solo la libertà”, e chi pensando invece che l’emancipazione dai vincoli civili permetterebbe anche di soddisfare quelle brame che normalmente sono proibite.

Del resto, il lupo è associato all’estraneità alla società dell’uomo fin da tempi molto remoti. Non è un caso se il norreno vargr indicava sia il lupo, e in particolare i lupi della mitologia, che il fuorilegge, il brigante. Il lupo è stato, arcaicamente, il nemico per antonomasia, il ladro degli armenti, che non si poteva fare amico a meno di renderlo cane. I vari modi di chiamarlo nelle lingue dell’Europa occidentale derivano tutti dall’indoeuropeo *wĺ̥kʷos, da cui il greco λύκος, (lýkos) il proto-italico *lukʷos, che porta a lupus, il germanico *wulfaz che porta a wolf, il celtico *ulkʷos.
I termini con cui chiamiamo oggi gli uomini lupo hanno più o meno lo stesso significato. Licantropo (lycanthrope in inglese e in francese, lycantrop in tedesco) è un termine greco, λυκάνθρωπος, formato dal già visto λύκος e da ἄνθρωπος (ánthropos), uomo. Lupo mannaro, che deriva da lupus hominarius, dove il secondo termine è un aggettivo che indica una pertinenza con l’uomo -dunque o che il lupo è simile a un uomo o che il lupo si nutre di uomini-, è un termine italiano. In inglese e in tedesco si usano werewolf e werwolf, da *weraz che in protogermanico significa “uomo”, e più propriamente l’uomo forte distinto dall’uomo generico, quindi “guerriero”. Più complesso il termine francese, il discusso loup-garou, dove garou, in Antico Francese garoul, deriva dal termine della lingua dei Franchi *wariwulf, che a sua volta deriva dal Germanico *werawulfaz.

Un’epoca di licantropia incolta

Il licantropo non è solo un mostro, è una possibilità, una proiezione, e oserei dire, per qualcuno, un desiderio. Una proiezione umana molto potente, e anche molto antica, molto diffusa ed estremamente flessibile, come stiamo per vedere.
Oggi il licantropo è spesso un articolo da bestiario, un tipo di creatura immediatamente riconoscibile che, dopo che la tradizione più in voga fino a qualche decennio fa, quella del genere horror fissata su tipi particolari e influenzata da un particolare soggetto, ovvero i monster-movie della Universal, è andata estinguendosi, è passato ad un altro genere, quello del fantasy, dove ingrossa le file di possibili avversari per gli eroi di turno, aggiunge una possibilità narrativa nei giochi di ruolo, e soprattutto, se nell’horror incuteva terrore, qui provoca spesso il sense of wonder: è una manifestazione dell’aspetto più bello della natura selvaggia, l’unione del meglio della ferinità e dell’umanità, poiché è grande, forte, pericoloso, in posizione eretta, magari in grado di impugnare armi. I Worgen di World of Warcraft rappresentano pienamente qualcosa che si sentiva anche prima. E in un certo senso questo approccio recupera le storie sui berserkir e sui licantropi celtici, che piuttosto che mostri erano uomini con un dono, con una qualità in più, dal potenziale distruttivo che molto spesso finiva con l’esigere costi molto superiori ai vantaggi che poteva portare.

Un licantropone di quelli grossi ogni tanto ci sta comunque.
Questo è dell’illustratore Antonio J. Manzanedo.
https://www.artstation.com/artwork/L0GGA

Eppure, ai lupi mannari manca qualcosa. Li mettiamo sempre a confronto coi vampiri, soprattutto dopo l’uscita del primo Underworld, fino a schierarci con gli uni o gli altri in browser game come Bitefight (ci ho giocato anch’io per un po’). Sembra quasi automatico che, se in una ambientazione fittizia esiste l’uno, debba esserci anche l’altro, Skyrim lo dimostra molto chiaramente. Effettuando dunque questo confronto vediamo ben presto che i vampiri hanno, dalla loro parte, icone letterarie solide, una delle quali, non serve neanche dire quale, è uno dei parti della letteratura più immediatamente riconoscibili in tutto il mondo; proprio da questa deriva anche un’ottima cinematografia, e se i film sui vampiri sono infiniti, e quelli pessimi una parte cospicua, alcuni di essi sono capolavori che travalicano ampiamente i limiti del film sui mostri, o del genere horror. I lupi mannari sono in netto svantaggio su entrambi i fronti. Hanno una filmografia consistente e anch’essa piena di pessime invenzioni, con poche affascinanti opere di valore che, però, restano relegate nell’ambito del cinema di genere. Soprattutto, non hanno basi letterarie forti; anzi, rispetto alla cultura popolare, potremmo dire che non ne hanno affatto. Non esiste il Dracula dei lupi mannari, anche se i lupi mannari ne avrebbero bisogno. Confrontare i lupi mannari con i vampiri, nella cultura del nostro tempo, una volta appurato che siamo indotti a farlo fondamentalmente perché delle opere di facile consumo hanno stabilito dei vincoli tra di loro, significa prendere in esame due figure della tradizione folkloristica europea (indipendentemente dalla loro ricchezza di modelli simili in tutto il mondo), di cui una, consegnata alla modernità in forme filtrate dalla letteratura alta, ha continuato a evolversi sia in forme popolari che in altre intellettualmente di rilievo, mentre l’altra, recuperata e plasmata più tardi, dal cinema e dalle forme dell’intrattenimento popolari, è rimasta confinata entro spazi culturali ben più angusti. Questo confronto mostra i lupi mannari sconfitti in tutto quello che non sia la preferenza personale dei singoli aficionados della mitologia gotica o la vittoria di alcuni esemplari di una razza contro esponenti dell’altra in alcuni media in cui compaiono entrambi (penso ad esempio al Van Helsing del 2004, dove lo scontro tra il licantropo e Dracula non mi lascia affatto privo di soddisfazione). Se però estendiamo il confronto anche ad altri momenti storici, facciamo una scoperta stupefacente: nell’antichità, e soprattutto nel medioevo, i licantropi sono culturalmente più presenti e più attestati, mentre al posto dei vampiri si trovano altre categorie di esseri non morti, né in effetti dobbiamo aspettarci di trovarli prima del Settecento. Ancor maggiore stupore mi ha destato trovare come, sempre nel medioevo, i lupi mannari sono delle figure diffuse e vitali anche più di quanto sembrino esserlo nella cultura contemporanea, protagonisti di storie affascinanti in cui spesso assumono anche una connotazione positiva.
Il nostro viaggio si configura così come un percorso attraverso la storia della licantropia, dei suoi antecedenti nelle culture antiche e nelle sue manifestazioni letterarie più remote, per introdurre il tema; ma, ancor più che una disamina storica, l’Anima del Licantropo vuole rivelare come questo argomento possa fornirci nuove chiavi per interpretare il mondo e per esprimere noi stessi grazie alla sua caratteristica più interessante, sconosciuta ai più: il legame tra la licantropia e la malinconia.

Il conflitto dell’uomo con la dimensione in cui vive, dal quale siamo partiti, assume spesso dei connotati di disagio e di sofferenza, che si manifestano in umori tristi o in reazioni distruttive, fino a raggiungere lo status della patologia. La malinconia, alla quale in altre epoche venivano associati disturbi psichiatrici gravi come la depressione, viene ricondotta, già in epoca antica, a cause e sintomi analoghi a quelli descritti per la licantropia, portando così queste due realtà diverse a viaggiare insieme nel corso della storia della medicina e della cultura.
Chi di voi ha familiarità con Baudelaire saprà che lo spleen, che dà il nome a uno dei suoi cicli di poesie più belli, è il nome inglese, nonché greco, della milza, che la medicina antica riteneva l’origine della malinconia, o, più propriamente per il nostro studio, della melancolia.
“Melencolia I”, di Albrecht Dürer (1514).

La melancolia, cioè l’umore nero (μέλας “nero” e χολή “bile”) è uno dei quattro umori presenti nell’uomo secondo la teoria fisiologica di Ippocrate di Coo (460 a.C. – 377 a.C. circa), che associava un umore ad ognuno dei quattro elementi tradizionali della filosofia greca, e ad ogni umore, con relativa sede in un organo del corpo, delle caratteristiche fisiche e morali dell’uomo: all’aria corrisponde il sangue, o umore rosso, che ha sede nel cuore e da cui derivano allegria e vitalità, specialmente nel mangiare e nei rapporti sessuali, ma i cui eccessi portano ad appetiti smodati; all’acqua corrisponde il flegma, che ha sede nella testa e comporta tranquillità e lentezza (flemma, appunto); al fuoco corrisponde la collera, la bile gialla, che ha sede nel fegato e comporta l’ira e la superbia, ma anche la generosità; infine, alla terra corrisponde la nostra bile nera, chiamata anche atrabile (dal latino atrabilis, ater “nero” e bilis “bile”), che ha sede, appunto, nella milza. La bile nera induce alla riflessione, a pensare in modo creativo e a distinguersi dal gruppo, ma il suo eccesso conduce alla tristezza, all’indolenza, fino all’accidia, e oltre a quella all’avarizia.

Le quantità degli umori, il cui equilibrio è chiamato “eucrasia”, è responsabile dei vari stati d’animo, nonché delle malattie: secondo la teoria umorale, le malattie derivano dallo scompenso o dall’eccesso di uno o più umori, cioè da un caso di “discrasia”. Secondo Ippocrate, come gli elementi sono legati alle stagioni, così lo sono gli umori, sicché la primavera produce più sangue, l’estate più collera, l’autunno più flegma e l’inverno più melancolia.
Questa teoria, ulteriormente sviluppata da Galeno (129 – 201 d.C. circa) e rimasta molto influente fino all’età moderna e al XVII secolo, rimase ancora a fondamento della medicina del Medioevo e dei secoli successivi. Il che significa che era sulla base di questi principi, oltre che di altre teorie di tipo più squisitamente sovrannaturale, che gli uomini di cultura di numerosi periodi storici si rapportavano col sentito e inquietante problema della licantropia. Per molto tempo, insigni medici sostennero che le inquietanti manifestazioni di quella malattia dai vari sintomi, che stiamo per conoscere, chiamata in molteplici modi tra i quali licantropia e insania lupina, derivassero da un eccesso di melancolia.
Oggi viviamo in un mondo in cui le cose sono cambiate; la malinconia e la depressione non derivano da umori interni, né i sintomi della prima equivalgono ad essere affetti dalla seconda, nessuno crede che sia possibile che un essere umano si trasformi in lupo e i casi di malattie mentali associati alla licantropia sono ricondotti a cause diverse. Si parla ancora di “licantropia clinica”, ma le sue spiegazioni non hanno a che vedere con le teorie di cui si è detto. Ma conosciamo ancora i lupi mannari, in parte forse li temiamo un po’, e soprattutto ci affascinano e ne desideriamo alcune parti. L’Anima del Licantropo vuole indicarvi la possibilità di interpretare le storie su di loro in un altro modo, di vedere nel licantropo qualcosa di più di quello che si suole vedere, e allo stesso tempo indicarvi anche un altro modo di leggere la malinconia, forse più indicato per gli artisti e i poeti maledetti che troveranno l’immagine della malinconia del mannaro affascinante come la trovo io, ma che, spero, chiunque riuscirà a interpretare in modo bello e buono per se stesso.
Infine, per il vostro gusto, una piccola rassegna di opere moderne letterarie e cinematografiche.

Licantropi e dèi
L’uomo leone di Hohlenstein-Stadel.

La prima menzione della trasformazione di un uomo in un lupo, nella storia letteraria, proviene da un testo che è in effetti uno dei più antichi del mondo: nel terzo poemetto dell’Epopea babilonese di Gilgamesh (III millennio a.C.), dove è narrata la storia di come l’eroe abbia respinto le seduzioni della dea Ishtar, tra le numerose crudeltà, compiute a danno dei suoi precedenti amanti, che il re di Uruk rinfaccia alla dea, leggiamo:
«Amasti il pastore del gregge; di giorno in giorno per te preparava focacce, per te uccideva capretti. Tu lo colpisti e lo trasformasti in lupo; ora, i suoi stessi garzoni lo scacciano, i suoi cani gli dilaniano i fianchi.» (“L’Epopea di Gilgamesh”, a cura di N.K. Sandars, Adelphi 1986)
È stato Carlo Donà, nel saggio del 2006 “Approssimazioni al lupo mannaro medievale”, il primo a osservare questo, stando al materiale che ci è rimasto, come il primo lupo mannaro della storia della letteratura.
Quando si parla di licantropi, infatti, si tende spesso a cominciare col racconto del mito di Licaone, o, al massimo, a citare l’aspetto teriomorfo del dio egizio Anubi, che non presenta però aspetti connessi alla licantropia, trasformazioni o legami con la follia, e su cui dunque non mi soffermerò. Da segnalare, se non altro in osservanza del saggio di Donà, la scultura dell’uomo leone (Loewenmensch) di Hohlenstein-Stadel, databile fra 35.000 e 40.000 anni fa, che mostra un uomo (o, secondo alcuni, una donna) con la testa leonina, un prototipo di uomo-bestia (non sappiamo se un dio, un eroe, un sovrano, o che cos’altro) che ai giorni nostri non sembra poi così lontano.

Licaone, Agostino Veneziano, 1524.

Licaone (Λυκάων), re dell’Arcadia, è protagonista di una storia dalle innumerevoli redazioni, il cui nucleo essenziale è che il sovrano, celebre per la sua crudeltà ed empietà, riceve una visita da parte del dio Zeus, gli serve della carne umana da mangiare, e viene punito con la metamorfosi in lupo. Dietro miti come questo si trovano spesso motivi arcaici di natura religiosa e spiritica, la cui ignoranza ci impedisce di cogliere appieno il loro significato.
La versione più celebre della storia di Licaone, oltre che quella di maggior pregio artistico, è narrata dai versi di Ovidio (43 a.C. – 17 d.C.) nelle Metamorfosi (8 d.C.), dove è Giove a narrare in prima persona di come, recatosi in visita in Arcadia per accertarsi della famosa crudeltà di Licaone, si presentò al sovrano come un dio, e questi, per accertarsi che non mentisse, fece cucinare gli organi di un ostaggio di guerra e li imbandì al desco; Zeus, furioso, incendiò la sua reggia, sicché Licaone fuggì nei campi. Fu lì che perse ogni traccia di civiltà, squassato da una rabbia che si accumulava nella sua bocca e che lui riversava sui greggi e le mandrie: ebbe luogo allora la sua metamorfosi in lupo, che Ovidio descrive con maestria nell’evidenziare non solo gli aspetti più sconcertanti e terribili della trasformazione, ma anche la permanenza in Licaone di alcune caratteristiche umane nella sua nuova fisionomia animalesca.

“Territus ipse fugit nactusque silentia ruris
exululat frustraque loqui conatur: ab ipso
colligit os rabiem solitaeque cupidine caedis
vertitur in pecudes et nunc quoque sanguine gaudet.
In villos abeunt vestes, in crura lacerti:
fit lupus et veteris servat vestigia formae;
canities eadem est, eadem violentia vultus,
idem oculi lucent, eadem feritatis imago est.”
(I, 232-239)

“Terrorizzato fugge e s’inoltra nel silenzio della campagna,
ulula a lungo e invano prova a parlare: dal corpo
tutta la rabbia converge alla bocca, e per la naturale brama di strage
si accanisce sulle greggi e anche adesso gode del sangue.
In pelo si verton le vesti, in zampe le braccia:
diviene lupo e conserva tracce dell’antica forma;
v’è la stessa canizie, la stessa ferocia nel volto,
luccicano gli stessi occhi, ed è l’immagine della crudeltà stessa.”
(La traduzione è mia, come saranno tutte quelle in cui non sia precisato altrimenti.)

Licaone e Giove, Hendrik Goltzius, 1589.

Giove afferma addirittura che fu proprio dopo questa e altre dimostrazioni della crudeltà degli uomini che decise di punirli col diluvio, il cui racconto si svolge poco dopo quello del mito di Licaone.
Robert Graves (1895 – 1985), nel suo celebre “The White Goddess”(1948), sullo sfondo di un’immaginaria “Conversazione a Pafo nel 43 d.C.” (titolo del capitolo da cui è tratto il passo che qui riportiamo), espone quella che definisce “teoria religiosa arcade”, secondo la quale:

“si manda presso i lupi un uomo, il quale diventa un licantropo per otto anni e in quel periodo persuade i branchi di lupi a non toccare le greggi e i bambini. Tale pratica fu iniziata, si dice, dall’arcade Licaone ed è probabile che la vostra antica gilda dei sacerdoti Luperci in origine fornisse a Roma il suo licantropo.”

Jan Cossier, “Giove e Licaone”, XVII secolo, Museo del Prado.

La teoria che il mito di Licaone derivi da una pratica religiosa relativa ai lupi sembra probabile, e accanto alle possibili supposizioni su rituali volti a conferire la stessa efficacia del lupo ai cacciatori, che però fa pensare a una società nomade, un popolo ormai stanziato in un territorio avrebbe più ragionevolmente pensato innanzitutto a tenere i predatori lontani. Peraltro, nel capitolo “Le acque dello Stige”, Graves riprende il mito secondo la chiave di lettura cannibalica, per cui Licaone deriverebbe dal capo di una tribù cannibalica il cui animale totemico era il lupo, e che compiva rituali cannibalici all’occorrenza della designazione del nuovo sovrano.
Il legame tra Zeus e il lupo ha in realtà ben più valenze di quanto abbiamo visto: in Arcadia il padre degli dèi era venerato con l’epiteto di Zeus Liceo (Lykaios), che ha sia attinenza con il lupo che con la luce, poiché, come racconta Pausania (110-180), sul monte più alto dell’Arcadia, chiamato anch’esso Liceo o Licaone, si trovava un recinto consacrato a Zeus dove non passava mai un’ombra; secondo alcuni miti, fu proprio su quel monte che Rea lo partorì. Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) racconta di una setta che, ogni otto anni, avrebbe praticato un rituale sul monte in onore di Zeus Liceo, durante il quale avrebbe mescolato interiora animali con un pezzo di interiora umane, per poi darne da mangiare a tutti gli accoliti che si sarebbero trasformati in lupi e lo sarebbero rimasti fino al rituale successivo, otto anni più tardi (Repubblica, 390 – 360 a.C.). Anche gli dèi Pan e Apollo hanno “Liceo” tra i loro epiteti, il primo in quanto anche di lui si racconta sia nato sul monte arcadico, mentre il secondo a cagione di un particolare tipo di rappresentazione scultorea che veniva esposto nel Liceo di Atene.
In un altro passo ancora, Graves (capitolo “La Canzone di Amergin”) spiega la sacralità lunare del lupo con le sue abitudini necrofaghe, i suoi occhi che si illuminano al buio, l’ambiente boscoso in cui vive e la tendenza a ululare alla luna, quest’ultima, in realtà, appartenente alla superstizione.

Lyssa, dettaglio di un cratere ateniese,
c. 440 a.C, conservato nel Museum
of Fine Arts, Boston.

Il mondo greco ci presenta anche un’altra figura, una dea, di estremo interesse per indagare il fenomeno licantropico, Lyssa (Λύσσα), dea della rabbia, del furore proprio degli animali, ma non alieno agli uomini, e della follia. Il suo nome deriva dalla stessa radice di λύκος, e in greco indica la rabbia intesa come malattia, la furia, o anche una fame tremenda. Lo troviamo nella stessa Iliade, per denotare la furia guerresca di Ettore. Inviata da Era a punire Eracle nella tragedia di Euripide Eracle furente (Ἡρακλῆς μαινόμενος, Heraklès mainòmenos), realizzata, si suppone, tra il 423 e il 420 a.C., Lyssa, che in quest’opera è dunque la causa del furore che porta l’eroe a uccidere la moglie e i figli, viene presentata come figlia di Notte nata dal sangue di Urano, mentre Igino (64 a.C. – 17 d.C.) la descrive come figlia di Gea e di Etere (che vi ricordo essere personificazione della luce, fratello di Emera, il giorno, e figlio di Notte ed Erebo nell’opera di Esiodo).
Il mito più noto in cui compaia Lyssa è quello di Atteone, il giovane cacciatore che vide nuda Artemide e che venne punito con la trasformazione in cervo, e lo sbranamento da parte dei suoi stessi cani: Lyssa qui sarebbe un’agente che agisce per ordine di Artemide, suscitando quell’istinto ferino per il quale i cani di Atteone non riconobbero il loro padrone e sbranarono subito il cervo. Ed è estremamente interessante la sua iconografia, che possiamo osservare nell’immagine qui accanto, che la mostra con una piccola testa di cane sul capo. Quanto a Euripide, la presenta come un personaggio a più dimensioni, che soffre nel provocare il male degli uomini e che tenta di persuadere Iris, inviata insieme a lei, a ignorare l’ordine di Era. Presentata da Euripide con gli attributi serpentini tipici delle Erinni, questa dea sembra molto affine a un gruppo di spiriti del folklore greco, le Maniai, che proprio come le suddette sono demoni persecutori che portano la follia, l’insania, la frenesia (e dunque potrebbero anche essere identificate con le stesse Erinni). Sono anche nominate in un frammento di Teognide (vissuto tra il VI e il V secolo a.C.) che le definisce, con intento poetico, nutrici di Eros, mentre Pausania, realizzando l’identificazione con le Erinni, nella loro funzione di Eumenidi, ci informa che esisteva un tempio dedicato al loro culto, in un luogo chiamato Mania, proprio in Arcadia (Arcadic. lib. VII).
Nel mondo romano, Lyssa sembra avere una dea che le corrisponde, con un nome interessante, Mania, una delle potenze infere. Mania era una dea etrusca, sposa di Mantus (da cui si ritiene derivare il nome della città di Mantova), insieme al quale formava la coppia regnante del mondo dei morti. Mania era dunque una dea di fantasmi, spiriti, quelli che i Latini chiamavano in fatti Mani (Manes). Tutti questi nomi derivano dalla radice *men-, che indica l’atto del pensare, e ci mostrano lo stretto legame tra la follia incontrollata e l’atto del pensare: pensare nel modo sbagliato, con insistenza e morbosità, è mania, e la mania conduce alla follia.
Il tema della mania sarà molto importante per gli sviluppi dei concetti che stiamo indagando, e lo riprenderemo più tardi.

Il brano musicale che segue è “Les Loups Garou”,
di Thomas Fersen

Allontanandoci dal mondo divino e cercando la licantropia nel “quotidiano”, non posso certo omettere il racconto del Versipellis del Satyricon di Petronio (27 – 66), un’altra delle storie di licantropi più famose.

Per caso il padrone era partito per Capua per smerciare il meglio delle sue cianfrusaglie. Presa al volo l’occasione, convinco un nostro ospite a venire con me fino al quinto miglio. Era infatti un soldato forte come l’Orco. Partiamo più o meno all’ora gallicinia [cioè all’ora del canto del gallo]. La luna luceva come a mezzo giorno. Arriviamo ad un cimitero: il mio uomo si mette a farla tra le tombe, io mi siedo canterellando e conto le tombe. Poi, quando mi giro verso il mio compagno, quello si sveste e depone tutti gli abiti al margine della strada. Io avevo il cuore in gola, ero rimasto come morto. Quello allora piscia in cerchio intorno agli abiti e all’improvviso diventa lupo. Non pensate che scherzi: non mentirei per tutto l’oro del mondo. Dunque, come dicevo, una volta quel che divenne lupo, incominciò ad ululare e fuggì nelle selve. Sulle prime non sapevo più dove fossi. Poi mi feci vicino, per raccattare gli abiti di quello là, ma gli abiti erano diventati di pietra. A morir di paura, chi più morto di me? Tuttavia strinsi in pugno la spada, e, abracadabra, andai infilzando le ombre, sin quando non giunsi al podere della mia amica. Entrai che ero uno spettro, quasi scoppiata l’anima, il sudore che mi correva per la forcata, con gli occhi morti: appena mi sono ripreso. La mia Melissa sulle prime era stupita che io o gli fossi in giro così tardi, e “Se arrivavi un po’ prima, – disse – almeno ci davi una mano, che un lupo si è introdotto nel podere e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche si se è riuscito a fuggire, che uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il la collo con la lancia”. A sentir questo, non potei aprire di più gli occhi, ma, appena fatto giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, che sembravo l’oste dopo il repulisti. E una volta che giunsi in quel luogo, dove gli abiti erano diventati di pietra, non altro trovai che del sangue. Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che che sembrava un bove e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro [“versipellem” nel testo], né ho potuto da allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Comodi gli altri di pensarla in proposito come vogliono, ma io, se mento, che il cielo mi punisca.” (Satyricon, LXII, traduzione di Vincenzo Ciaffi, Einaudi 1967)

Invero, omettendola, non avrei potuto introdurre alcuni punti su cui sarà importante insistere: il primo, il fatto che l’uomo si fermi vicino a delle tombe; il secondo, la presenza della luna in cielo, piena o quasi; il terzo, il dettaglio degli abiti. Degno di attenzione, anche perché è il primo riferimento a questo motivo che abbia trovato, il particolare della ferita inferta alla bestia, che si ritrova anche una volta che ha riassunto il suo aspetto.
Il nome versipellis, che rimanda a una visione alquanto truce della licantropia, significa “che volta (vertere) la pelle (pellis)”. La credenza popolare era che esistessero dei mutaforma nei quali la pelliccia e le altre parti del corpo del lupo crescevano sotto la pelle, così che questi, quando occorreva trasformarsi (dal racconto di Petronio non si desume nulla sulle origini e le cause della licantropia, se non che il versipellis sapeva come comportarsi e probabilmente l’aveva già fatto altre volte), si rivoltava, praticamente come un calzino, con il lato animalesco esposto e quello umano nascosto.
Plinio, dal canto suo, nel parlare delle leggende sulla trasformazione in lupo e dei versipelle, racconta di uomini che si tramutavano in lupi dopo aver mangiato carne umana, mantenendo quell’aspetto per otto anni e ritornando come prima solo se, trascorso quel tempo, non avessero più praticato l’antropofagia, il che sembra derivare dalla storia di Platone sul culto del Licaone.

Riassumendo, abbiamo motivi, nell’area greca, estremamente antichi e, pare, tutti riconducibili all’area dell’Arcadia, derivati da culti arcaici che prevedono una trasformazione in lupo, permanente o comunque di lunga durata, durante la quale non è possibile riprendere la forma umana nel corso dello stesso giorno, né lo è per una lunga durata di tempo. Questi motivi hanno il loro centro nella figura di Licaone, benché nel mito il destino cui va incontro è singolare, o, eventualmente, condiviso dai suoi figli. La licantropia è di matrice religiosa, atto iniziatico e sacro, proiettato in una dimensione di contatto con il dio, e probabilmente la sua “demonizzazione”, la sua reinterpretazione in termini di degradazione e punizione divina, è da collocare in una fase più tarda. Abbiamo poi varie forme di follia, anche di tipo animalesco, indotte da una dea o da gruppi di dee, e infine storie popolari che parlano di un mostro sotto la pelle dell’uomo, accennano alla luna e a un misterioso rapporto con la morte.

Abbiamo detto che la teoria umorale nasce con Ippocrate e viene sviluppata ulteriormente da Galeno.
Nel II secolo d.C., un medico greco, Marcello di Side, postulando una malattia “lupina” sulla base di quelle storie popolari e quei riferimenti colti alla lyssa e a forme di follia animalesca di vario tipo, la inserisce nel quadro della medicina classica, all’interno di un poema del quale ci restano solo due frammenti, uno a proposito delle cure derivate dai pesci, l’altro, intitolato Περὶ Λυκανθρώπου (“Perì Lykanthròpoy”), sulla licantropia. Il testo è stato poi reso in prosa e conservato da Aezio di Amida (VI secolo) nei Βιβλία ἰατρικὰ ἑκκαίδεκα (“Biblìa iatrikà ekkàideka”, “Sedici libri di medicina”), ed è in quella versione che ve lo riporto.
L’intera concezione della licantropia come malattia melancolica, viva fino a pochi secoli fa, ha preso forma a partire dal brano che riporto di seguito, e i sintomi cui essa viene associata qui sono rimasti più o meno inalterati per tutta la sua durata.

Coloro che sono affetti dal morbo chiamato lupino o canino, escono di casa di notte, in febbraio, e in tutto imitano i lupi o cani; fino all’alba si aggirano fra le tombe, che aprono. Si riconoscono da questi segni: sono pallidi, con espressione ebete, occhi secchi e infossati, e non lacrimano. Hanno la lingua secca, non secernono affatto saliva, e sono assetati. Hanno le tibie esulcerate in modo non medicabile, per le cadute continue, e i morsi dei cani, che cercano carne. È opportuno sapere che questo morbo è un tipo di malinconia; si può trattare quando iniziano i sintomi, incidendo una vena, e togliendo sangue sino allo svenimento, nutrendo il malato con cibi ricchi di buoni succhi, e confortandolo con bagni dolci. Il paziente viene successivamente purgato con coloquintide, come proposto da Rufo, Archigeno o Iusto, e ripetendo il trattamento a intervalli, più volte. Dopo la purga, si deve utilizzare anche la teriaca viperina, e le altre cose che si utilizzano per la melanconia, come si è riferito più sopra. Verso sera, invero, quando il morbo riappare, è bene indurre il sonno con irrigazioni del capo, e con i soliti aromi; si può anche insufflare dell’oppio nelle narici. A volte, si possono anche somministrare dei sonniferi nelle bevande.” (Traduzione da Donà 2010, che tiene conto anche di alcune delle versioni latine di Aezio di Amida.)

Guerrieri-lupo e principi maledetti
Intaglio sul legno, risalente all’Era di Vendel (550-793), che
mostra un uomo armato e un berserkr.

Il discorso si fa diverso quando ci muoviamo in quella che può essere considerata la vera patria del licantropo modernamente inteso, ovvero la Scandinavia, dove i miti e le leggende, ma anche il folklore e le superstizioni, parlano di vari generi di trasformazione di minor durata, talvolta di accezione positiva, molto spesso volontaria.
Il discorso sui berserkir e sugli úlfeðnar l’abbiamo già visto a proposito della Saga dei Volsunghi e dell’episodio di metamorfosi occorso a Sigmundr e Sinfjötli, in questo post. Non ripeterò qui la stessa narrazione, mi limiterò a riprendere l’accenno generale a questa pratica, che viene testimoniata dalle saghe, ma anche da autori come Saxo Grammaticus (1150 – 1220), il cui punto fondamentale è che alcuni guerrieri, che usavano indossare pellicce di animale sull’armatura, entravano in uno stato di trance prima delle battaglie e grazie a questo divenivano delle vere e proprie macchine di morte, violente come animali rabbiosi e insensibili al dolore (si badi, non per questo più resistenti ai colpi mortali). Berserkr significa “veste (sarkr) di orso (berr)”, úlfeðinn dovrebbe significare “mantello di lupo”. Vi era uno stretto legame tra questi guerrieri e Odino, nella sua accezione di dio del furore e delle esperienze sacre, che non per nulla era accompagnato, oltre che dai suoi famosi corvi, da due lupi, Geri e Freki.
Grazie al Book of Were-Wolves di Baring-Gould ho scoperto l’esistenza di altre interessanti credenze degli antichi nordici: traducendovi direttamente le sue parole,

Odino con i suoi corvi e i suoi lupi,
illustrazione di Carl Emil Doepler del 1882.

“In Norvegia e in Islanda alcuni uomini erano detti essere degli eigi einhamir, non di una sola pelle, un’idea che affondava le radici nel paganesimo. La forma completa di questa strana superstizione era che gli uomini potessero prendere su di sé altri corpi, e la natura di quegli esseri i cui corpi avevano assunto. La seconda forma adottata era chiamata con lo stesso nome della forma originale, hamr, e l’espressione usata per designare il passaggio da un corpo ad un altro era skipta hömum, o at hamaz; mentre il viaggio fatto nella seconda forma era l’hamför. Grazie a questa trasformazione si acquisivano straordinari poteri; la forza naturale dell’individuo era raddoppiata, o quadruplicata; acquisiva la forza della bestia nel cui corpo aveva viaggiato, in aggiunta alla sua, e un uomo così rinforzato era detto hamrammr.” (Capitolo 3, The Were-Wolves of the North)

L’autore prosegue informandoci dell’esistenza di tre modi di divenire eigi einhamir, e raccontando esempi per ciascuno dei detti modi. Il primo è indossare la pelle dell’animale in cui si intende trasformarsi, acquisendone così le facoltà mentre si resta coperti da quella pelle, come si vede nell’Edda quando Loki si fa prestare da Freyja la veste di falco per poter volare, e che lascia traccia di sé anche nella ballata danese di Germand Gladensvend, dove esistono più vesti simili. In altri casi, l’anima di un uomo abbandona il suo corpo per entrare in quello dell’animale, agendo attraverso di lui mentre il primo corpo rimane inanimato, e viene descritto come assopito o semplicemente immobile, e questo si legge, per esempio, nella Saga degli Ynglinga. Il che ci ricorda anche i warg delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin (tradotti nell’edizione italiana come “metamorfi”). Infine, esiste una forma di incantesimo che fa sì che non si compia nessuna trasformazione sostanziale, ma che gli occhi dei presenti siano ingannati e vedano l’incantato come un animale, o addirittura un oggetto (Eyrbyggja Saga).
Dal mondo nordico ci viene anche una bella e triste ballata svedese, che vi riporto con la traduzione a fianco. Il suo titolo è semplicemente Varulfen, con la stessa costruzione e significato di werewolf, e sebbene la sua variante più antica, che è quella che segue, sia del XIX secolo, essa ha antecedenti danesi del XVI secolo. Il motivo, che ricorderà immediatamente Cappuccetto Rosso, rivela che essa affonda le sue radici nel mondo arcaico. In quanto ballata, è composta da una parte che si ripete ad ogni stanza, e da un’altra che cambia. Dovete dunque immaginare che, quando questa viene cantata, il secondo e quarto verso della prima stanza tornino nelle stesse posizioni anche in tutte le successive.

Varulfen

“Jungfrun hon skulle sig åt vakerstugan gå         “La fanciulla si recava nella rimessa
-Linden darrar uti lunden-                                   -freme il tiglio nella macchia
Så tog hon den vägen åt skogen blå                     ma imboccava la via del bosco oscuro.
-Ty hon var i vildskoga vånda-                             -era finita nel fitto della selva

Och när som hon kommer till skogen den blå    E come ebbe raggiunto il bosco oscuro
Där mötte henneen ulf s
å grå                             un lupo grigio le si fece incontro.

Och kära Du Ulfver du bit inte mig                    «No, caro lupo mio, non mi sbranare:
Dig vill jag gifva min silkessydde särk               ti darò la mia tunica di seta».


Din silkessydde särk jag passar jag inte på       «Del serico ricamo non m’importa:
Ditt unga lif och blod måst nu gå                       nel sangue perderai la giovin vita».

Kära Du Ulver bit inte mig                                «No, caro lupo mio, non mi sbranare:
Dig vill jag gifva mina silverspenda sko            le mie scarpe argentate ti darò».

Dine silfverspenda skor passar jag inte på        «Delle tue scarpe argentee non mi curo:
Ditt unga lif och blod det måste nu gå               nel sangue perderai la giovin vita».

Och kära du Ulfver Du bit inte mig                   «No, caro lupo mio, non mi sbranare:
Dig vill jag gifva min röda Gullkrona               avrai un diadema rutilante d’oro».

Din röda guldkrona passar jag inte på             «Spregio la tua corona d’oro rosso:
Ditt unga lif och blod det måste nu gå              nel sangue perderai la giovin vita».

Och jungfrun hon steg sig så högt i ek             La bella montò su per una quercia
Och Ulven Han gick på backen och skrek       mentre il lupo latrava giunto al colle.

Och Ulven han grafde den eken till rot           Il lupo rovistava la radice,
Och jungfrun gaf till ett hiskelit rop                la bella lanciò un grido spaventoso.

Och ungersven sadlar sin gångare grå           Il paggio sella il buon destrier roano:
Han red litet fortare än fågeln flög                 più pronto in corso di uccello in volo.

Och när som han kom till platsen fram          Ma come infine giunto fu alla meta,
Så var det inte mer än en blodiger arm          di lei non c’era che un cruento braccio.

Gud trösta Gud bättra mig ungersven           «Povero paggio! Dio mi dia conforto!
-Linden darrar uti lunden-                             -freme il tiglio nella macchia
Min jungfru är borta min häst är för ränd     morta è la bella, sfiancato il cavallo!»
Ty hon var i vildskoga vånda                        -era finita nel fitto della selva

(Da Ballate magiche svedesi, a cura di Massimo Panza, Luni Editrice 1999)
Osservate la quercia e il tiglio, entrambi di valenza sacra presso le antiche religioni, che hanno qui la funzione di protezione dal mostro. Il macabro resto della fanciulla alla fine della storia va messo in connessione con antichi rituali, dove una parte mutilata del proprio corpo costituiva un’offerta sacrale.
Varulven, in una versione parzialmente diversa da quella che avete letto, è stata musicata dal gruppo rock svedese Garmarna, e dai metaller tedeschi Saltatio Mortis.

Nel Medioevo, dove più culture particolari, nate dalla dissoluzione della precedente unità, confluiscono in una nuova, i motivi latini e greci, quelli nordici e quelli celtici si mescolano in un unico fiume dove è spesso difficile distinguere le origini.
Vi racconterò una delle poche storie di licantropi a lieto fine che conosca, il lai di Maria di Francia (XII secolo) che si intitola Lai du Bisclavret. All’inizio del lai, l’autrice ci informa della diffusione delle storie sui lupi mannari, e di come questo mostro sia chiamato garwaf dai Normanni e bisclavret dai Bretoni. Mentre il primo deriva ragionevolmente da garou, e forse quel -waf è un germanismo, bisclavret è di etimologia incerta.
La storia racconta di un barone che viveva in grande armonia di sentimenti con la moglie, e in uno splendido palazzo, dove la vita dei due era perfetta se non per un misterioso segreto, per il quale il barone, ogni settimana, spariva per tre giorni senza darne mai notizie. Questo mistero attanagliava il cuore della donna, che un giorno, con molti preamboli e molto timore, gli confessò di soffrire profondamente per quelle assenze e di volerne conoscere il motivo. Il suo sposo, dopo aver tentato di dissuaderla da quella ricerca, le rivelò di essere un lupo mannaro, che tre giorni ogni settimana viveva nel bosco, cacciava e agiva come una bestia. Continuando a porgli domande, la moglie gli fece rivelare anche l’informazione più segreta che avesse, ovvero che nascondeva i suoi abiti in un luogo celato da una porta nascosta, prima di trasformarsi, e che, se per qualche ragione gli fossero stati sottratti mentre era ancora lupo, non si sarebbe mai più potuto trasformare di nuovo in uomo.
In quel momento, sua moglie decise che non sarebbe più vissuta con lui. L’autrice parla solo del suo terrore davanti alla scoperta della natura del marito, e non motiva pienamente la sua crudele decisione, ma ecco: poiché la dama si ricordava di un cavaliere, che a lungo tempo aveva ricercato invano il suo amore, e cui non aveva mai concesso più di poche parole scostanti, gli scrisse una lettera in cui lo invitava e gli prometteva ciò che lui aveva tanto agognato. Una volta incontrati, la donna gli rivelò il segreto del marito, e insieme, in sua assenza, trovarono la stanza segreta e trafugarono le sue veste. Fu così che di lui non si seppe più nulla per molto tempo.
Durante una battuta di caccia nel bosco, anni dopo, accadde che il re e i suoi dignitari si imbattessero in un gigantesco lupo, e che riuscissero, non senza sforzo, ad accerchiarlo e metterlo alle strette. Ed ecco, un prodigio ai loro occhi: il lupo, pur senza parlare, si mise in posizione di resa, con grande tristezza negli occhi, e riuscì a comunicare loro la sua richiesta di pietà. Il re colse l’inusuale intelligenza dell’animale, e ordinò che venisse portato nel suo castello.
Qui, il lupo visse come un principe: poiché era estremamente mansueto, comprendeva ciò che gli veniva detto, agiva nella maniera più umana che fosse possibile per un lupo, il re non si separò mai da lui, e a poco a poco l’intera corte e tutti gli abitanti del castello gli si affezionarono. Questo periodo durò a lungo.

Incisione del XIX secolo.

Un giorno il re organizzò una festa di singolare magnificenza, alla quale, volle il caso, furono invitati anche quel cavaliere e quella dama di cui non avevamo più parlato, ma che nel frattempo si erano sposati. Non appena ebbe visto il cavaliere, il grande lupo, con un cambiamento impossibile a credersi per quanti lo avevano conosciuto al castello, si avventò su di lui con furia omicida e occorse l’intervento del re per separarlo dalla sua vittima. Poiché la reazione era stata così improvvisa, e poiché l’intelligenza del lupo era chiara, fu deciso di non prendere provvedimenti verso di lui. Non molto tempo dopo, una volta che il re e i suoi uomini erano nel bosco, dalle parti del barone da lungo scomparso, e il lupo era con loro, la dama che un tempo era stata moglie del barone si recò alla presenza del re per porgergli il suo omaggio e un dono di benvenuto, e nuovamente, come impazzito, il lupo si avventò su di lei e l’azzannò. Dopo aver fermato il lupo anche questa volta, divenne chiaro che c’era qualcosa da comprendere. Fu così, quasi per un’illuminazione, che il consigliere del re, osservando che il lupo aveva attaccato quelle due persone, con un legame tra loro, suggerì che il lupo potesse essere il barone scomparso da tanto tempo. Il re allora fece rinchiudere il cavaliere e la dama per interrogarli, usando metodi duri fino a quando lei non rivelò tutto quello che era accaduto.
Il re, insieme ai suoi uomini, recuperò gli abiti del barone dal luogo in cui erano stati nascosti, e li pose al cospetto del lupo, ma ancora questi non reagiva e fece finta di non aver visto. Allora il saggio consigliere, che sapeva proprio tutto, disse che probabilmente il lupo aveva bisogno di non essere visto durante la sua metamorfosi, perché essa riuscisse: così lo condussero in una stanza, lo lasciarono lì insieme ai suoi abiti, e attesero. Quando il re tornò nella stanza, trovò il barone, l’amico, l’uomo che era scomparso, che dormiva placido come un bambino. Gli si gettò al collo, lo abbracciò, riempiendolo di baci, e questi gli raccontò com’erano andate le cose.
Fu così che per il nostro eroe lupino, che per tutta la storia l’autrice chiama Bisclavret, come fosse il suo nome, le peripezie ebbero fine: il re lo inondò di doni e beni, più di quanti si possa dire, mentre la donna fedifraga e il cavaliere vennero scacciati, e fuggirono alla ricerca di una città dove nessuno conoscesse loro e quello che avevano fatto.
Sia in questa storia che in quella di Petronio, non si dice nulla sulla causa della condizione licantropica, ma in un certo senso il modo in cui essa emerge dal racconto la rende, per quanto straordinaria, quasi naturale per gli uomini che la vivono.
Simile al Lai du Bisclavret è anche un racconto arturiano, il Gorlagon.

Miniatura del manoscritto Royal MS 12 F. xiii,
Folio 29r, 1230 ca., conservato alla British Library.

Per quanto differenti dalle storie cui siamo familiari siano questi racconti, sembra che al Medioevo sia da ascrivere la prima testimonianza che, pur derivando da luoghi letterari che abbiamo già incontrato, traccia un legame tra i licantropi e la luna piena.
La troviamo negli Ota imperialia di Gervasio di Tilbury (c. 1150-1220), una vasta opera enciclopedica scritta al fine di dilettare l’imperatore Ottone IV, le cui ampie sezioni, mentre dissertano dei grandi campi dello scibile, presentano un resoconto di fatti veri e fatti più questionabili, ma spesso ancora più intriganti.
Nel I libro, mentre discute delle storie su alcune donne in grado di trasformarsi in serpente -spesso le stesse fate che provocano lo stato di licantropia nei loro mariti e nei loro figli, è interessante notare-, Gervasio afferma:

«Vidimus enim frequenter in Anglia per lunationes homines in lupos mutari, quod hominum genus ‘gerulfos‘ Galli nominant, Angli uero were wolf dicunt; were enim Anglice uirum sonat, wolf lupum.»

“Abbiamo infatti visto spesso in Anglia uomini che si mutano in lupi a causa delle fasi lunari, che il popolo dei Galli chiama “gerulfos”, mentre gli Angli dicono “werewolf”; infatti “were” significa uomo in inglese, “wolf” significa lupo.”

L’argomento è quindi trattato approfonditamente in un intero paragrafo del III libro.

«Vnum scio apud nostrates cotidianum esse, quod sic fatis hominum currentibus, quidam per lunationes mutantur in lupos. Scimus enim in Aluernia, episcopatu Claramoncensi, Poncium de Capitolio, nobilem uirum, pridem exhereditasse Reimbaldum de Puiecto, militem strenuissimum et in armis exercitatum. Hic uagus factus et profugus super terram, dum solus more ferino deuia lustraret et saltus, una nocte, nimio timore turbatus, cum mentis alienacione in lupum uersus, tantam patrie cladem intulit quod multorum colonorum mansiones coegit esse desertas. Infantes in forma lupina deuorabat, sed et grandeuos ferinis morsibus lacerabat. Tandem a quodam fabro lignario grauiter attemptatus, ictu securis alterum pedem perdidit; sicque specie resumpta hominem induit, nunc in propatulo confessus sibi placitam pedis iacturam, eo quod illo amputato miseriam iIlam et maliciam cum dampnatione perdiderit. Asserunt enim qui talia dixerunt michi membrorum truncacione ab huiusmodi infortunio homines tales liberari.»


“So una cosa che presso di noi fa parte del quotidiano, che per fati così stabiliti alcuni uomini mutano in lupi secondo le fasi lunari. Conosciamo un tale in Alvernia, nella diocesi di Clermont, Pons de Capdeuil, un nobile gentiluomo, aveva diseredato da tempo Raimbaut de Pouget, un valentissimo soldato esercitato nell’uso delle armi. Questi, divenuto un errante e in viaggio per le lande, mentre da solo e con modi ferini percorreva luoghi impervi e boscosi, una notte, turbato da un grande timore, alienato dalla sua mente divenne un lupo, portò tale rovina alla patria che costrinse le dimore di molti coloni a spopolarsi. In forma lupina divorava i bambini, ma lacerava i vecchi con morsi ferini. Alla fine, attaccato gravemente da un falegname, per un colpo di scure perse un piede, e così riprese il suo aspetto e acquisì l’umanità, e confessò allora pubblicamente che la perdita del piede gli era stata gradita, poiché, amputato quello, aveva perso quella condizione misera e quella crudeltà, insieme alla dannazione. Asseriscono, infatti, coloro che mi hanno detto queste cose, che l’amputazione delle membra libera tali uomini da questo genere di disgrazia.”

Da una tradizione raccolta in Inghilterra, ma che ricorda anche elementi che avevamo visto nel racconto di Petronio, accompagnata dal termine germanico werewolf che originariamente indicava il guerriero estatico, Gervasio immette nella ricezione europea di questo tema, forse in modo decisivo, elementi che torneranno regolarmente. I primo luogo, la licantropia che dipende dalla luna, memore forse degli antichi culti ellenici. Non viene specificata l’esatta fase lunare, ma adesso la trasformazione ricorre insieme alle lunazioni, cioè al passaggio di un mese lunare tra il ricorrere di una stessa fase; a questo punto, diviene facile pensare alla luna piena, come del resto in Petronio la metamorfosi accade sotto una luna molto luminosa.
Accanto a questo, l’elemento della mutilazione. Nel passo del Satyricon esso permetteva di riconoscere l’identità del versipelle una volta ritrasformato in uomo, ma adesso è come se la sua valenza si fosse estesa a quella di cura, che permette di spezzare la condizione sovrannaturale (insieme alla quale, comunque, si rimane anche senza una parte del proprio corpo). Da notare che Gervasio non dice nulla circa la causa della licantropia, se non che alcuni uomini la vivono sic fatis currentibus, sicché è considerabile un infortunium.

L’Età Oscura

Nei secoli successivi, la licantropia si presenta più raramente nella letteratura cortese, e perde definitivamente la sua presa sulla dimensione nobiliare, sui livelli alti della società: se nell’antica Grecia i miti sugli uomini-lupo riguardavano stati di contatto con gli dèi, e nel mondo nordico solo i guerrieri più feroci accedevano allo stato di berserkir, mentre le novelle medievali mostrano lupi mannari che si trasformano in principi, l’elemento magico della licantropia verrà adesso ricondotto unicamente a una matrice diabolica o stregonesca, e soprattutto preverrà la malattia, l’insania lupina. A esserne vittima saranno sempre e solo poveracci, emarginati, paria, affetti da disturbi mentali o semplicemente dalla fisionomia sinistra, gente il cui aspetto, in virtù della teoria medica, sarà associato alla condizione della malinconia.
Uno dei più famosi racconti di licantropia si svolge proprio in Italia, a Padova, e deriva da un episodio che riguarda l’umanista Pietro Pomponazzi (1462 – 1525), raccontato da Simone Majoli nei suoi Colloquiorum seu Dierum Canicularum continuatio et supplementum (1608): a Pomponazzi, filosofo e medico, venne portato dai alcuni contadini un loro compagno che affermava di essere un lupo, e che cercava di tenerli lontano per evitare di far di loro del male; questi uomini, per accertarsi di ciò che diceva, e conoscendo la tradizione dei versipelle, avevano iniziato a tagliare lembi di pelle dal suo corpo per vedere se sotto vi si trovassero la pelliccia e gli altri indizi del corpo di lupo, senza però trovarne. In questo resoconto, Pomponazzi riesce a salvare il sedicente licantropo, convincendo gli uomini a liberarlo e curandone le ferite.
Non così nelle successive versioni di questa storia, di cui la più celebre è quella raccontata dal filosofo Job Fincel († 1582) nella sua raccolta di fatti meravigliosi intitolata Wunderzeychen, o De mirabilibus (1556-1567), dove narra che nel 1541 il contadino padovano aggredì molte persone credendo di essere un lupo, e dopo essere stato catturato venne scuoiato per ampie porzioni del suo corpo dagli altri contadini, definiti dall’autore ancora più pazzi di lui, che, vedendolo in forma umana, pensavano di trovare il lupo sotto la sua pelle. Non lo trovarono, ma l’uomo, nonostante l’intervento dei medici, morì per le ferite.
A diffondere il racconto di Fincel fu Johan Wier (1515-1588) filosofo, ma anche occultista e demonologo, nell’opera intitolata De Praestigiis Daemonum (1563). Si tratta di un importante testo contro la caccia alle streghe, in cui Wier intendeva dimostrare che tutti i casi di donne che affermassero di praticare la stregoneria fossero dovuti a stati di delirio e altre malattie mentali. L’opinione di Wier è analoga relativamente alla licantropia, cui dedica una sezione della sua opera, affermando che coloro che ne sono affetti sono uomini malati, indotti a stati allucinati dovuti a patologie della mente o a trattamenti chimici effettuati con sostanze allucinogene. Wier tradusse il racconto di Fincel dal tedesco al latino e lo inserì nel De Praestigiis per sostenere le sue tesi, riconducendolo all’insania lupina di cui parlavano già gli antichi e facendone una sorta di caso esemplare, ripreso in studi successivi sul tema che, tra l’altro, a partire dalla traduzione francese del 1567, spostarono spesso l’episodio da Padova a Pavia.

Nel Seicento, il secolo della Controriforma e di un integralismo religioso cristiano ben più violento di quello medievale, il braccio di ferro per la licantropia combattuto dalla scienza e dalla superstizione vede, poco alla volta, una riscossa da parte di quest’ultima.
L’episodio ormai paradigmatico del lupo mannaro di Padova assume una nuova accezione nel resoconto che ne fornisce Jean Bodin (1529-1596), la cui fama è maggiormente legata all’attività giuridica e alla filosofia politica, ma che fu anche autore di un libro sulla stregoneria, il Démonomanie des Sorciers (1580), d’indirizzo opposto a quello del trattato di Wier: un testo fomentatore di paure e paranoie, nel quale si sostiene non solo l’effettiva metamorfosi dei licantropi in animali, ma anche una natura spregiudicatamente malvagia e violenta di questi individui, di matrice chiaramente diabolica. Il licantropo di Padova è descritto come un mutante, un lupo mostruoso che viene catturato durante le sue scorribande e cui vengono amputate le zampe, col risultato che, una volta separati dal corpo, questi arti riacquistano forma umana.
Tornando indietro di diversi anni, il celeberrimo Malleus Maleficarum del 1487, il più infame manuale di caccia alle streghe, negava la possibilità che le streghe riuscissero a trasformare gli uomini in bestie, ma che esse evocassero diavoli perché questi possedessero dei lupi.

Lucas Cranach il Vecchio, “Il Lupo mannaro
o il Cannibale”, 1512.

La storia di Peter Stubbe mostra quanto possa diventare sottile il confine tra l’uomo e ciò che umano non è. Peter Stubbe (ci sono molte trascrizioni del suo nome e nessuna è sicura) visse in Germania nel XVI secolo a Epprath, un villaggio nei pressi di Bedburg. Prima che accadesse ciò che sto per raccontare, pare fosse vedovo e con due figli a carico, una ragazzina e un ragazzino.
A partire, sembra, dal 1564, uccise in modo brutale bestie e persone, spesso mordendole alla gola, per poi mangiarle e portare i loro resti in una grotta. Il numero di vittime si presume ammontare a diciotto, fra cui quattordici ragazzini e due donne incinte, cui strappò i feti dal ventre e mangiò il cuore. Fra i ragazzini si annovera il suo stesso figlio, cui spaccò la testa con un’ascia per mangiargli il cervello.
Scoperto grazie alla segnalazione di un passante che assistette a uno degli omicidi, fu sottoposto nel 1589 a uno dei maggiori processi per licantropia della storia: in tale processo egli rivelò di essere in possesso di una cintura, donatagli dal diavolo in persona -con cui intratteneva rapporti fin dall’età di dodici anni- indossando la quale poteva trasformarsi in un enorme e poderoso lupo, con occhi sprizzanti fuoco durante la notte e una bocca gigantesca.

Processo di Peter Stubbe, Lukas Mayer, 1589.

Condannato per omicidio, cannibalismo e magia nera, la sua pena fu esemplare: il 31 ottobre del 1589 Peter Stubbe venne messo nella ruota, dove la carne gli venne tirata con uncini ardenti in dieci punti del corpo. Le sue braccia e le sue gambe vennero staccate con un’ascia, per impedirgli di ritornare dopo la morte, quindi venne decapitato, e la sua testa venne posta sulla sommità di un palo insieme alla ruota e all’immagine di un lupo. Il resto fu bruciato su una pira.
La sua nuova moglie e sua figlia, con cui si diceva avesse avuto rapporti incestuosi, furono condannate insieme a lui e bruciate.
La cintura non venne mai trovata.

La risonanza di questo episodio fu enorme, e congiuntamente a storie simili, alla cospicua tradizione che abbiamo esaminato, e ai timori di un’epoca di grande integralismo religioso, va considerato alle origini dei numerosi processi per licantropia del XVII secolo, la pagina indubbiamente più nera della storia dei lupi mannari. I processi furono ben meno numerosi di quelli riservati a streghe e stregoni, e spesso vi furono associati, ma comportarono ugualmente la morte di numerosi sospettati. In particolare, in Estonia furono i processi inquisitori più numerosi.

La modernità ha prodotto una monumentale opera a proposito del tema melancolico: The anatomy of melancholy (“L’anatomia della malinconia”) di Robert Burton (1577 – 1640), pubblicata in numerose edizioni tra il 1621 e il 1638, costantemente riveduta e ampliata dall’autore, fino all’ultima pubblicazione, postuma, nel 1651. Essa dedica una voce alla nostra malattia.

«La licantropia, che Avicenna chiama cucubuth, e altri “lupinam insaniam”, o “follia lupina”, quando gli uomini corrono ululando intorno alle tombe e i campi nella notte, e non crederanno altro che di essere lupi, o simili bestie. Aezio e Paolo la definiscono un genere di melancolia; ma dovrei piuttosto riferirmi ad essa come follia, come fanno i più. Alcuni dubiteranno che una simile malattia esista. Donat ab Altomari dice di aver visto due di loro ai suoi tempi; Wierus racconta la storia di uno del genere a Padova nel 1541, che non avrebbe creduto altro che di essere un lupo. Ha un altro esempio, uno spagnolo che pensava di essere un orso; Forrestus conferma lo stesso con molti esempi; tra gli altri, uno di cui fu testimone oculare, ad Alcmaer in Olando, un povero agricoltore che cacciava in mezzo alle tombe, e che stava nei cimiteri, di aspetto pallido, nero, brutto e spaventoso. Simili, o poco meglio, erano le figlie di re Preto, che pensavano di essere vacche. E Nabucodonosor, in Daniele, come sostengono alcuni interpreti, era afflitto da questo genere di follia.

Questa malattia forse diede origine a quell’audace asserzione di Plinio, che alcuni uomini ai suoi tempi fossero trasformati in lupi, e da lupi nuovamente in uomini: e a quella favola di Pausania, di un uomo che fu per dieci anni un lupo, e che poi fu riportato alla sua forma precedente: al racconto di Licaone di Ovidio, etc. Chi fosse desideroso di conoscere questa malattia, o ulteriori esempi, legga Agostino nel XVIII libro del De Civitate Dei, capitolo 5. Mizaldus, cent. 5. 77. Sckenkius, lib. 1. Hildesheim, spicel. 2. de Mania . Forrestus lib. 10. de morbis cerebri . Olaus Magnus, Vincentius Bellavicensis, spec. met. lib. 31. c. 122. Pierius, Bodine, Zuinger, Zeilger, Peucer, Wierus, Spranger, &c. Questa malattia, dice Avicenna, affligge gli uomini soprattutto a febbraio, ed è oggi frequente in Boemia e Ungheria, secondo Heurnius. Scheretzius la trova comune in Livonia. Si nascondono per la maggior parte del giorno, ed escono di notte abbaiando, ululando, sulle tombe e nei deserti; hanno solitamente occhi vuoti, gambe e cosce coperte di cicatrici, disidratati e pallidi, dice Altomaro; dà una ragione di tutti i sintomi, e stabilisce una breve cura.»

Burton cita un passo di Avicenna (980 – 1037) in cui la stessa malattia è chiamata “cucubut”, secondo il nome di un insetto che corre sull’acqua, caratterizzato dall’agitazione dei movimenti. Il grande medico persiano dissocia l’elemento canino dalla malattia, ma non ne altera lo stato: si tratta di un male di natura melancolica che si manifesta a febbraio e rende l’uomo schivo, insofferente alla compagnia degli altri uomini.
È invece a proposito di un altro male che inserisce il riferimento ai lupi: la mania.

«La manifestazione della mania è il demonium lupinum. La mania canina è invero una specie di malinconia, con ira mista a gioia, e a una specie corrotta di inquisitiva ricerca, così com’è in un certo senso la natura dei cani. E sappi che la materia che produce il demonium lupinum è nella sostanza della materia che produce la malinconia: entrambe infatti sono di natura malinconica. E invero, la causa che produce questo demonio è melancolia che è stata riarsa, composta o dalla collera, o dalla malinconia della peggior specie, mentre ciò che produce la malinconia è l’abbondanza di melancolia naturale, o di melancolia riarsa. […] La melancolia non è altro che la mania con ciò che da essa deriva, situata nella parte anteriore del cervello. […] E la malinconia, comporta errore di giudizio, e pensieri malsani, e fobie, ed ebetudine, e appare priva di agitazioni veementi. La mania, invece, è tutta agitazione, e movimento scomposto, e ricerca di qualcosa, e lupinità [lupositas], e comporta un aspetto non assimilabile a quello degli uomini. Piuttosto, la cosa a cui più è simile è l’aspetto dei lupi.» (Citato da Donà 2006)

Entrando in causa un altro umore, la collera, l’umore del fuoco che rende iracondi, si iniziano a distinguere così due stati diversi, da una parte quello solitario e afflitto dei malinconici, dall’altro quello agitato e violento. Eppure, si coglie l’esistenza di una radice comune. La medicina antica continua ad applicare la teoria umorale, e così malinconia e mania derivano da scompensi o reazioni di atrabile. Oggi vediamo come il passaggio da stati di mania a quelli che più propriamente distinguiamo come stati di depressione sono le manifestazioni di patologie come il bipolarismo o il disturbo borderline di personalità. I padri della medicina, lupi o non lupi, non erano troppo lontani dal vero.

Il poeta mannaro
Pétrus Borel. Dettaglio da un’incisione
di Célestin-François Nanteuil (1839).

L’età melancolica per eccellenza, se concordate con me, è quel secondo Ottocento segnato dalla poesia decadente. I poeti simbolisti, “maledetti”, vivono un dissidio, un rifiuto e una ribellione alla società del loro tempo, con un moto anticonvenzionale che si esprime nel fascino verso il disfacimento, la morte, e dunque il sepolcro, e soprattutto nel languido e mistico corteggiamento della melancolia. Potrebbero, insomma, considerarsi dei licantropi della letteratura, malinconici frequentatori di cimiteri. E infatti, tra i poeti francesi, meno noto rispetto a tanti grandi nomi, ve ne fu uno, di singolare accanimento ideologico, aggressività lirica, truculenza espressiva, da meritare il nome, autoconferito, di le lycanthrope. Questo fu il poeta Pétrus Borel, al secolo Pierre Borel d’Hauterive (1809 – 1859), che incarnò bene il polimorfismo, la sofferenza esistenziale e i sentimenti costitutivi del poeta maledetto, ispirando lo stesso Baudelaire.
Di lui scrisse Tristan Tzara:

«La Licantropia di Pétrus Borel non è un’attitudine da esteta, ha delle ragioni profonde nell’atteggiamento sociale del poeta […] che prende coscienza della sua inferiorità nel rango sociale, e della sua superiorità nell’ordine morale» (Œuvres complètes, t. V, Flammarion, 1982, p. 111).

Le Lycanthrope è considerato l’esponente principale del cosiddetto Frenetismo o Romanticismo frenetico, una corrente che, ispirandosi al romanzo gotico inglese e allo Sturm und Drang tedesco, rifiutava lo spirito illuministico e il classicismo dell’età precedente, perseguendo una ricerca dell’assoluto e dell’infinito senza perdere la consapevolezza della sua impossibilità, e dunque atteggiandosi con cinismo e disillusione, che si esprimono in arte attraverso l’esasperazione delle forme e degli stessi sentimenti.
La sua prima raccolta di poesie, pubblicata nel 1932, si intitola Rhapsodies. Qui troviamo un immaginario decadente dai termini vigorosi, come nella lirica che segue.

Rêveries

La mort sert de morale aux fables de la vie.
La vie est un champ clos de milliaires semé,
Où souvent le champion se brise tout armé
À l’unième… Or, voilà le destin que j’envie !
Le monde est une mer où l’humble caboteur,
Pauvre, va se traînant du cirque au promontoire ;
Où le hardi forban croise sous l’équateur,
Gorgé du sang du faible, et d’or expiatoire. —
Mort, suprême bourreau !… non, plutôt vide, rien,
Basse fosse où tout va… mort sourde au cri du lâche !
Tous les êtres sont pairs devant ta juste hache,
            L’homme et le chien !

Tous, oui ! tous, du grand œuvre, œuvre faible et pâture :
Du détriment jaillit la reproduction
Qui si tôt s’achemine à la destruction. —
Naître, souffrir, mourir, c’est tout dans la nature
Ce que l’homme perçoit ; car elle est un bouquin
Qu’on ne peut déchiffrer ; un manuscrit arabe
Aux mains d’un muletier : hors le titre et la fin,
Il n’interprète rien, rien, pas une syllabe. —
On dit l’homme, ici-bas, pèlerin aspirant :
Soit ! mais quelle est sa Mecque ou bien son Compostelle ?
Les cieux ?… auberge ouverte à son âme immortelle…
            Non ! le néant !

Autour de moi voyez la foule sourcilleuse
S’ameuter, du néant son haut cœur est marri. —
Dites de ce vieux chêne où va le tronc pourri ? —
Poudre grossir la glèbe. — Et vous, souche orgueilleuse !
Un ogre appelé Dieu vous garde un autre sort !
Moins de prétentions, allons, race servile,
Peut-être avant longtemps, votre tête de mort
Servira de jouet aux enfants par la ville !…
Peu vous importe, au fait, votre vil ossement ;
Qu’on le traîne au bourbier, qu’on le frappe et l’écorne…
Il renaîtra tout neuf, quand sonnera la corne
            Du jugement !

«Anche l’uomo che ha puro il suo cuore…»

Arriviamo così alla nostra epoca, dalla quale siamo partiti osservando come siamo abituati a vedere i lupi mannari, per gettarci un’occhiata alle spalle e ricordare, ma soprattutto scoprire, come ci siamo arrivati.
L’ultimo capitolo di questa Anima del Licantropo vuole cambiare genere ed essere un’antologia, una rassegna di opere contemporanee che ci dicono tutte qualcosa di diverso sui lupi mannari, partendo dagli autori e dai modelli più affermati per passare, in post futuri, ad opere meno conosciute.
Il primo autore che inserisco inaugurerà forse con una benedizione il nostro viaggio, giacché si tratta del maestro dell’orrore in persona: benché non usasse, salvo in significative eccezioni, le creature dell’orrore convenzionali, H.P. Lovecraft intitolò una delle poesie della raccolta “Fungi from Yuggoth” (1929-1939) “The Howler”, tradotto nell’edizione Barbera 2007 “La Cosa che Ulula”. Non ci sono motivi per sostenere che si tratti di un licantropo piuttosto che di un altro genere di creatura che rispecchi la scarna descrizione che la poesia delinea, ma indubbiamente la poesia è ben adatta a questa atmosfera.

XII. The Howler

“They told me not to take the Briggs’ Hill path
That used to be the highroad through to Zoar,
For Goody Watkins, hanged in seventeen-four,
Had left a certain monstrous aftermath.
Yet when I disobeyed, and had in view
The vine-hung cottage by the great rock slope,
I could not think of elms or hempen rope,
But wondered why the house still seemed so new.

Stopping a while to watch the fading day,
I heard faint howls, as from a room upstairs,
When through the ivied panes one sunset ray
Struck in, and caught the howler unawares.
I glimpsed—and ran in frenzy from the place,

And from a four-pawed thing with human face.”

La Cosa che Ulula

“Non prendere, mi dissero, il sentiero
della Briggs’ Hill che un tempo
condiceva a Zoar senza deviare
perché lì Goody Watkins, impiccata
nel ‘settecentoquattro per il collo,
un mostruoso erede avea lasciato.
Non diedi retta, e quando giunsi in vista
del capanno coperto di viticci
appoggiato al costone
non ripensai all’albero o alla corda,
ma soltanto mi chiesi come mai
quella casa apparisse così nuova.


A guardare il tramonto mi fermai:
e fu allora che intesi l’ululato
che sembrava venire da una stanza

sul piano superiore.
Un raggio del tramonto andò a colpire
un vetro alla finestra verde d’edera:
e nella stanza al buio
quella creatura colse di sorpresa.
L’intravvidi – e corsi in fuga vana,
lontano dalla forma mostruosa
con artigli da bestia, e faccia umana.”


Chiarendo che la traduzione ha sacrificato il significato alla forma, e che negli ultimi due versi il narratore informa di essere corso via, in preda alla pazzia, dal palazzo e da una cosa con quattro zampe e una faccia umana, è innegabile che la descrizione faccia pensare al rattiforme Brown Jenkins di “The Dream Quest of Unknown Kadath” (1926-1927), dove pure fanno la loro comparsa le streghe; pure, la mancanza di riferimenti più specifici e il titolo non rendono così insensato pensare che qui, per una volta, Lovecraft abbia inserito un parto, mostruoso e innaturale, meno alieno del solito, tradizionalmente legato alle streghe. La Goody Watkins menzionata nella poesia è una delle donne che morirono nel famoso processo contro le streghe a Salem. Sembra avesse una sorella, di nome Mary, che fu graziata dal tribunale in quanto giudicata non sana di mente, e dopo aver trascorso del tempo in carcere fu venduta come schiava in Virginia.

Luigi Pirandello.

Un racconto sulla licantropia, un racconto italiano collocabile in una supponibile “cultura alta” proviene da un altro dei più grandi autori del Novecento, Luigi Pirandello (1867-1936), non di rado avvezzo a inserire temi folkloristici e sovrannaturali nelle sue opere narrative e teatrali; basti pensare che la sua Favola del figlio cambiato è probabilmente il testo più famoso in Italia sul tema, che Pirandello è abituato a conoscere nella tradizione siciliana, ma è perfettamente analogo a un’antica tradizione celtica, dei changeling.
“Male di luna” è una novella apparsa per la prima volta nel 1913, sul Corriere della Sera, e poi inserita tra le Novelle per un anno nell’ottava raccolta, Dal naso al cielo (1925).
Protagonisti di “Male di luna” sono Sidora e Batà, abitanti del contado siciliano che vivono nella fattoria di quest’ultimo. Sono sposati da appena venti giorni, e Sidora è già insofferente al matrimonio, poiché Batà, oltre ad avere vent’anni più di lei, è estremamente malinconico, taciturno e pieno di afflizione negli occhi. La novella ha inizio una sera estiva apparentemente come le altre, in cui i due sono seduti fuori dalla loro casa tormentati dal caldo e dai propri pensieri, finché, improvvisamente, Batà viene colto da violenti spasmi, cade a terra, ed esorta Sidora, con una voce «che non era più sua», a entrare in casa, chiudersi dentro e non aprire per nessuna ragione, nonostante quello che potrebbe sentire.
«Dentro… chiuditi dentro… bene… Non ti spaventare… Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido… non ti spaventare… non aprire… Niente… va’! va’!»
All’atterrita domanda della moglie su cosa stia succedendo, Batà riesce a indicare, in cielo, la risposta: la luna piena, o “in quintadecima”, come si usava dire a quei tempi – e “Quintadecima” è anche il titolo della novella all’interno della raccolta del 1920 Tu ridi– , cioè il quindicesimo giorno dal novilunio.
Sidora riesce a chiudersi in casa appena in tempo per evitare di vedere l’orrore, che Pirandello descrive solo nelle sue manifestazioni uditive.

«Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ululi lunghi, ferini, del marito che si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava, quasi nell’esasperazione d’una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il capo, i ginocchi.»

Svenuta per la paura, Sidora rinviene dopo alcune ore e trova che il nefasto evento ha avuto termine: Batà si trova disteso a terra, gonfio e livido, come accade spesso nelle descrizioni dei licantropi. Pirandello, avendone la possibilità, evita di specificare se la trasformazione sia anche morfica o meno, e alcuni dettagli come il graffiare delle unghie contro la porta lasciano aperta questa possibilità.
Sidora, quella stessa notte, fugge di casa e si mette in marcia fino a tornare al paesino dove dimora la madre, subitamente ricevuta dalle comari con le loro lanterne. Lo scandalo è sorto.
Quando, al tramonto del giorno seguente, Batà si appressa alla casa di Sidora, viene prontamente respinto, poiché ormai Sidora ha rivelato a tutti il suo terribile segreto, il “male di luna”: è così che questa piccola comunità chiama la licantropia, è un fatto risaputo, avvolto da un sacro timore, e il suo aspetto più avvertito è il suo ricorrere secondo le fasi lunari.
A questo punto, Batà non può che restare in silenzio.

«Batà ascoltò a capo chino minacce e vituperii. Gli toccavano: era in colpa; aveva nascosto il suo male. Lo aveva nascosto, perché nessuna donna se lo sarebbe preso, se egli lo avesse confessato avanti. Era giusto che ora della sua colpa pagasse la pena.
Teneva gli occhi chiusi e scrollava amaramente il capo, senza muoversi d’un passo. Allora la suocera gli batté la porta in faccia e ci mise dietro la stanga. Batà rimase ancora un pezzo, a capo chino, davanti a quella porta chiusa, poi si voltò e scorse su gli usci delle altre casupole tanti occhi smarriti e sgomenti, che lo spiavano.
Videro quegli occhi le lagrime sul volto dell’uomo avvilito, e allora lo sgomento si cangiò in pietà.
»

Anche Pirandello, forse più per intuizione e in virtù della sua comprensione dell’animo umano, coglie la caratteristica fondamentale del licantropo, la profonda e assoluta malinconia. Batà è sempre stato un uomo schivo, silenzioso e inquietante proprio a causa del male che si portava dentro, un male che aveva nascosto per evitare la stigmatizzazione, di fatto però contravvenendo alle norme sociali, per le quali condizioni particolari devono essere comunicate prima del matrimonio, pena l’annullamento dello stesso.
Adesso, la sua tristezza muove a compassione le donne del paese, che lo invitano a sedersi e a raccontare la sua storia. L’unica a non essere commossa è Sidora.

«E Batà, dopo aver ringraziato con muti cenni del capo, prese adagio adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccìni. E la luna lo aveva «incantato». L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male soltanto per lui; bastava che gli altri se ne guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché era a periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e lo preavvisava; durava una notte sola, e poi basta.»

L’origine della licantropia di Batà, in effetti, è curiosa, e almeno finora non conosco storie simili. La radice dello stato alterato viene qui completamente ricondotta alla luna; idealmente, una luna di cui si coglie l’influenza sulle creature terrestri, e cui si riconducono i miti di Artemide e delle dee notturne della caccia e della follia.
Batà propone di trovare un compromesso, che Sidora torni a casa quell’unica volta al mese in cui si verifica la crisi, o che sua madre venga ad abitare con lei per farle coraggio. Quest’ultima escogita un piano: poiché Sidora era segretamente invaghita di un suo cugino, di nome Saro, in quanto parente e uomo può essere il giusto compagno da portare al seguito; in questo modo, la madre conta di favorire anche un innamoramento di lui, in modo tale che, se lo sposo non è gradito, lo sia almeno l’amante.
Così, stabilite le condizioni, Sidora torna nella casa di Batà e attende, con mestizia e paura, nell’immobilità e nell’arsura della campagna siciliana ad agosto, amplificate dai silenzi e dall’oscurità di Batà, il prossimo plenilunio.

 «– Non temere, – le diceva, triste, Batà, vedendola con gli occhi sempre fissi alla luna. – C’è tempo ancora, c’è tempo! Il guajo sarà, quando non avrà più le corna…»

Quando il giorno arriva, si presentano alla casa anche la madre di Sidora e Saro. La sera, mentre la madre rimane dentro, i tre più giovani stanno fuori in attesa del momento. Entra qui in gioco la macchina degli equivoci pirandelliani: Saro, giovane di buon carattere e ricco di spirito, diviene sempre più terrorizzato man mano che il tempo passa, proprio come Sidora, avendo davanti l’oggetto del suo desiderio, va sempre più dimenticando la grande paura che le aleggia intorno, tesa com’è ad ammiccare al cugino, con una vivacità e una bramosia che arrivano a fare a Saro persino più paura del lupo mannaro. Al punto tale che, quando la luna piena si rivela e ha inizio la crisi licantropica, Saro scappa dentro per primo, rapidissimo; e il suo orrore raggiunge l’apice quando, mentre sono dentro e fuori infuria l’uomo lupo, Sidora lo attira a sé come una sirena, del tutto dimentica di Batà.
La novella si conclude con Saro che corre nella camera dove è nascosta la madre della ragazza…

 «E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch’egli dalla grata della finestrella alta, nella parete di faccia, la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie.»

Pirandello, oltre a dare misura della sofferenza provata dal mannaro, usa in questo racconto il motivo del mostro per dire la sua sul tema che “gli uomini sono peggio dei mostri”: Sidora non era tanto spaventata dal licantropo, detestava semplicemente Batà. Scoprire il suo segreto è stato l’espediente grazie al quale ha pensato di potersi definitivamente liberare di lui; la presenza di Saro è stata ancora più rivelatrice di quanto lo fosse la natura del lupo mannaro.

Il secondo racconto che vi propongo proviene da uno dei maestri dell’horror contemporaneo, un autore su cui ci siamo già soffermati, Clive Barker, che inserendo il lupo mannaro nel sesto dei suoi famosi Books of Blood, i “Libri di Sangue” (1984-1985) dedicato naturalmente ai mostri, ha pensato di innovare un po’ il tema.
Il racconto si intitola Twilight at the Towers. uscito in Italia in numerose edizioni ora in appendice al romanzo Cabal, tradotto come “Torri all’imbrunire”, ora nelle edizioni italiane Libri di Sangue, con la più fedele ed evocativa resa di “Crepuscolo alle Torri”. Inoltre, è il racconto che apre la raccolta antologica Wolfmen. Storie di lupi mannari, a cura di Stephen Jones, edito dalla Newton Compton nel 2010 per appoggiarsi all’uscita del film Wolfman, che naturalmente è evocato dalla copertina. Un’operazione commerciale come molte altre, ma grazie alla quale, in mezzo a molti altri racconti, alcuni validi, altri meno, ho scoperto questo contributo del grande mitopoieta del macabro. I lettori particolarmente appassionati al tema licantropico potrebbero trovare la raccolta di loro gusto.
Ambientato a Berlino durante la Guerra Fredda, “Crepuscolo alle Torri” immagina i licantropi come delle potenti armi biologiche contese tra i due blocchi in guerra. Il protagonista è una spia inglese di nome Ballard, incaricato di accertare l’affidabilità di un ex-agente del KGB, Mironenko. Nel corso del suo soggiorno berlinese, Ballard, gradualmente abbandonato e infinite puntato dal suo stesso governo, scopre che Mironenko è una creatura mutante, in grado di trasformarsi in un mostro bestiale estremamente violento, che però non viene mai esplicitamente definito licantropo, e che lui stesso possiede la stessa natura, esseri diversi e potenti che entrambe le fazioni in guerra intendono impiegare nei propri piani bellici. Ballard si trova così a dover affrontare forze speciali inviate contro di lui e contro Mironenko; sopravvissuto, scopre che la razza dei licantropi è estremamente numerosa, e che molti di loro dimorano ai margini della metropoli londinese; una sottorazza in odore di sottocultura che prospera nascondendosi, ma, come indica il suggestivo passo conclusivo in cui Mironenko legge una pagina della Bibbia ad alcuni suoi consimili, dotata del potenziale per soppiantare la stessa umanità, e probabilmente di un desiderio ancora maggiore di farlo.
Ben impresso rispetto al racconto, in quanto stampata sul retro del volume antologico, mi è rimasto questo estratto.

«Ballard si trovò a fissare una faccia che per poco non lo fece urlare. La bocca era una ferita sfilacciata, i denti enormi, gli occhi fessure d’oro fuso… La bestia sorrise.»

Quella di un enorme mostro nero con gli occhi d’oro, e con la vivissima descrizione dell’apertura boccale fatta da Barker, è probabilmente l’immagine mentale di licantropo che preferisco.

Poster promozionale per “L’uomo lupo” (1941).

Ora, credo noi tutti si possa concordare sul fatto che il medium narrativo in cui il licantropo incontra maggiore fortuna nella cultura popolare contemporanea sia il cinema. Anzi, è proprio nel cinema che vanno indagate le origine della concezione di lupo mannaro tuttora più diffusa e influente, o, più propriamente, la diffusione a livello massivo di una serie di reinvenzioni e di aspetti relativi a questa figura, già concepiti nel corso dell’Ottocento in racconti e romanzi oggi semi-dimenticati, la cui trasposizione attraverso le immagini in movimento ha fatto sì che quei concetti divenissero la nuova vulgata della licantropia in opere assurte a classici, le più rappresentative per l’uomo di oggi di tutta la lunga tradizione del lupo mannaro, rispetto alle quali teorie mediche, miti e letteratura pre-moderna sono praticamente sconosciuti.
Rimando a un altro episodio delle nostre incursioni nel circuito culturale licantropico l’analisi di questa evoluzione cinematografica, poiché quel che mi interessa qui è confrontare alcune possibili declinazioni del tema attraverso opere significative.

Locandina de “L’uomo lupo” del 1941.

La prima, d’altra parte, è forse il tassello più importante di questo discorso, il classico della Universal L’uomo lupo (titolo originale The Wolf Man) del 1941, diretto da George Waggner, nascita e battesimo del lupo mannaro novecentesco nella celeberrima interpretazione di Lon Chaney Jr.
È allo sceneggiatore Curt Siodmak (1902 – 2000) che si deve la concezione di nuovi motivi da affiancare al lupo mannaro. Traendo spunto dalla religione ebraica, lega per primo il motivo della stella, posta sulla mano del protagonista Larry Talbot, alla figura del suo mutaforma, e scrive la poesia che resterà forse il riferimento letterario ai licantropi più celebre della cultura pop:

«Even a man who is pure in heart,
and says his prayers by night
May become a wolf when the wolfbane blooms
and the autumn moon is bright.»

«Anche l’uomo che ha puro il suo cuore 
e ogni giorno si raccoglie in preghiera
 può diventar lupo, se fiorisce l’aconito
e la luna piena splende la sera.»

Come potete osservare, il testo inglese non parla di luna piena, ma di luna d’autunno -benché il film non si privi, chiaramente, dell’immagine romantica della luna piena. Con il fiorire della cinematografia sull’uomo lupo questa associazione ricorrerà più volte, al punto tale da modificare un concetto che prima era, evidentemente, diverso. Sicché, nei sequel di questo film, si incontra la poesia in una variante il cui ultimo verso recita “and the moon is full and bright“.
L’impostazione estetica dell’uomo lupo deriva dal truccatore Jack Pierce (1889 – 1968), l’uomo che ha ideato l’aspetto della triade dei mostri Universal -cioè Dracula, il mostro di Frankenstein e l’Uomo Lupo- nonché la Mummia e numerosissimi altri personaggi. Pierce si dedicò per la prima volta al soggetto per il primo film della Universal sull’uomo lupo, Il segreto del Tibet (Werewolf of London), di scarso successo ma importante per essere il primo film con l’immagine del lupo mannaro che dominerà per quasi mezzo secolo il cinema e le arti visive, antropomorfo, villoso, con denti appuntiti e naso da canide, limitato dai limiti degli effetti visivi del suo tempo ma destinato a offrire un paradigma tutt’oggi riconoscibile e non ancora estinto, che spesso si usa designare in modo più specifico come “uomo lupo” per distinguerlo dai mostri dalla fisionomia più ferale che hanno preso il suo posto nei film più recenti, e che sono più vicini alla nostra idea di “lupo mannaro” e “licantropo”.
Nella trama del film, Larry Talbot, erede di un’importante famiglia gallese, torna a casa dall’America dopo la morte del fratello, ed entra in contatto con una dimensione ai suoi occhi passatista e superstiziosa, con cui impara a relazionarsi. Si riconcilia con il padre dopo la sua assenza e si innamora di Gwen, con cui, una sera, va a visitare alcuni zingari e si fa predire il futuro. Uno degli zingari, interpretato nientemeno che da Bela Lugosi, è però in realtà un lupo mannaro, e quella stessa notte, con le sembianze di un lupo -un lupo vero- uccide una ragazza e se la vede direttamente con Larry, che riesce a ucciderlo con un bastone dal pomo di argento, non senza ricevere un morso. Larry inizia ad accusare strane sensazioni, fino a quando, la notte successiva, si trasforma a sua volta. Nel suo caso, il frutto della metamorfosi, che non può ancora essere rappresentata dagli effetti di scena, è il personaggio ancora più umano che lupino di cui parlavamo; ma la sua mente è del tutto quella di una belva feroce, che compie una serie di attacchi notturni agli abitanti del villaggio, in particolare uccidendo il guardiano del cimitero, episodio che ci ricorda fortemente la tensione dei lupi mannari verso le tombe e la morte.

Scena de “L’uomo lupo” (1941).

Il giorno dopo, l’intera comunità è scossa dai violenti episodi di brutalità, e si premunisce per la notte successiva. Larry ha vaghi ricordi, e cerca di evitare il ripetersi della trasformazione, ma inutilmente. Nell’atto finale del film, in cui l’uomo lupo si avventerà proprio su Gwen, la ragazza amata da Larry, sarà proprio suo padre, sir John Talbot, a impugnare il bastone d’argento e a colpirlo fino alla morte, per poi scoprire, nell’orrore generale, il tragico destino della sua famiglia, nel momento in cui l’uomo lupo si ritrasforma in Larry davanti ai suoi occhi.
Il tema del lupo mannaro si presenta così al pubblico della modernità in una veste che ne evidenzia l’elemento drammatico, una sorta di destino inevitabile che porterà la maggior parte dei licantropi cinematografici a scagliarsi sui loro cari, e ai cari stessi l’arduo compito di ucciderli e liberarli dalla maledizione. L’origine di questa sarà sempre contagiosa, dovuta al morso di un altro licantropo, il ricorrere della trasformazione si legherà, per via di motivi fondamentalmente visivi, come abbiamo detto, alla luna piena, e se l’elemento del bastone d’argento assume qui una valenza genericamente simbolica, è da esso che deriva il motivo per il quale è solo l’argento a poter uccidere un lupo mannaro, che altrimenti risulta provvisto di una sostanziale invulnerabilità, estranea alla tradizione precedente.
La prossima opera che vedremo, però, si distacca volontariamente da molti di questi cliché.

Locandina di “Un lupo mannaro americano
a Londra” del 1981.

Il film che considero il migliore mai realizzato sulla licantropia è però il famoso Un lupo mannaro americano a Londra (An american werewolf in London) del 1981, di John Landis.
Un’opera a suo modo completa, che emerge dal novero dei film a tema, spesso molto simili tra loro, e trovo riesca anche a trascendere i limiti del genere grazie alla conciliazione di componenti diverse, l’horror misto alla comicità, con alcuni momenti che offrono spunti velati di critica culturale. Soprattutto, poi, il film si distingue perché idea una propria mitologia licantropica, in parte legata a quella tradizionale ma con un particolare elemento inedito, che fa del suo mostro qualcosa di più di un semplice individuo affetto da uno stato sovrannaturale: un vero e proprio fenomeno metafisico.
Anche questa vicenda ha origine in Britannia, dove del resto Gervasio di Tilbury ci aveva informato essere molto diffusa la storia dei lupi mannari: due amici americani, David e Jack (David Naughton e Griffin Dunne) sono in vacanza tra le brughiere dell’Inghilterra del Nord, e una notte, una notte di luna piena, si fermano al pub “L’agnello macellato” (“The Slaughtered Lamb”), dove sperano di poter alloggiare. Il pub, un luogo strano e ostile, i cui avventori hanno tutti i connotati della congrega che nasconde un segreto misterioso, diviene teatro di alcuni momenti di ironia degli inglesi sugli statunitensi, che da parte loro notano una parete adornata da due candele e un pentagramma: simboli, ci viene detto, del lupo mannaro. Avventurarsi da quelle parti, per qualche motivo, è pericolosissimo, ma gli avventori rifiutano di ospitare i due amici, che vengono cacciati fuori, senza violenza ma anche senza scampo. Consigliati di “evitare la brughiera” e “guardarsi dalla luna”, David e Jack vengono presto terrorizzati da riecheggianti ululati, si allontanano dal sentiero colti dalla paura, e iniziano a fuggire alla comparsa di un enorme animale -che la regia non ci mostra- fino a quando Jack viene catturato e dilaniato dalla belva, mentre David, inizialmente fuggito via, torna indietro appena in tempo per iniziare a essere divorato a sua volta e salvato in extremis da un colpo di fucile sparato dagli avventori dell’Agnello macellato, sopraggiunti sulla scena. La bestia è morta, come il povero Jack, e quando finalmente possiamo vederla ha le sembianze di un uomo nudo, tremante e pieno di ferite.
Risvegliatosi, dopo un lungo periodo di convalescenza, in un ospedale londinese, David apprende che la versione ufficiale dei fatti è che i due sono stati aggrediti da un maniaco e che le autorità non intendono prestare attenzione al suo racconto su un animale feroce, si innamora dell’infermiera Alex (Jenny Agutter) e soprattutto alterna sogni animaleschi di battute di caccia in luoghi impervi e visioni raccapriccianti, tra le quali le visite del suo amico Jack, in manifesto stato di decomposizione, che lo avvertono di una sconcertante verità: ad attaccarli è stato un lupo mannaro, un essere sovrannaturale che procura morti non naturali, mantenendo tutte le sue vittime bloccate in uno stato di non vita sulla terra finché la sua serie di uccisioni, chiamata linea di sangue, non viene interrotta con la sua morte. Il grande dramma è proprio questo: il lupo mannaro è morto, ma prima di morire ha morso David e ha esteso la sua condizione a lui: adesso lui è il lupo mannaro, e la linea di sangue ancora in corso, e non appena sarà luna piena si trasformerà in una bestia e ucciderà indiscriminatamente.

Copertina di “Nattens Madrigal” degli Ulver, 1997.

Un posto in questa galleria di opere licantropiche ho voluto riservare, tra i numerosi album musicali dei generi più vari che esistono sul tema, a un’opera fredda, maestosa ed emblematica come Nattens Madrigal degli Ulver. Pubblicato il 3 marzo del 1997 per la Century Media Records, è il terzo album dei lupi norvegesi, famosi per i loro continui e radicali cambi di genere, e conclude la loro trilogia iniziale fatta di foreste e oscurità, per quanto già discontinua nei passaggi dal Black Metal folkeggiante di Bergtatt (1995) al folk esclusivamente acustico di Kveldssanger (1996), fino al Black puro ed estremo di questo album.
Il titolo completo del nostro disco è Nattens Madrigal – Aatte Hymne til Ulven i Manden, e significa, tradotto dal norvegese, “Madrigali della notte – Otto Inni al Lupo nell’Uomo”. Ognuna delle otto tracce è considerata un inno, che getta luce su un aspetto della licantropia e di una storia che indaga la parte bestiale rivelata dalla luna, anche attraverso le sue origini demoniache, dato che, fedelmente al contesto culturale della Norvegia anni ’90 generatrice del Black Metal, la licantropia viene ricondotta all’azione di Satana.

Gli aspetti della licantropia di cui abbiamo parlato credo trovino una delle loro più felici risposte moderne in Bloodborne (2015), un’opera videoludica che detiene, ai miei occhi, numerosi primati, tra cui alcuni dei mostri licantropici più belli che conosca. Non si tratta, naturalmente, di una riproposizione dei temi medievali o medici legati alla malattia, né è possibile affermare che il game director Hidetaka Miyazaki conosca esattamente questi spunti, ma affrontare il gioco dopo averli letti permette di cogliere dei bei dettagli.
In Bloodborne la metropoli gotica di Yharnam è affetta dal morbo del sangue durante la fantomatica “Notte della Caccia”. La malattia trasforma umani e bestie in mostri, e sta ai Cacciatori il compito di ucciderne quanti più possibile ed epurare la città prima dell’alba. Gli agenti mutageni sconvolgono la fisionomia di ogni essere rendendolo più grande, irsuto e violento, ma nel caso degli esseri umani provocano una mutazione che passa attraverso diversi gradi, e il cui culmine è quello di mostri lupini, a volte anche giganteschi. Un’ideale “prima fase” è osservabile nei nemici più comuni di Yharnam, i cittadini che presentano irsutismo e deformità come braccia eccessivamente lunghe, mentre più avanzate sono quelle creature che, pur mantenendo postura eretta e indumenti, sono completamente pelose e hanno volti palesemente ispirati alle fattezze dell’Uomo-Lupo Universal -simili a quelle che può assumere il personaggio del giocatore procurando determinati oggetti, su cui tornerò dopo-; quello che potrebbe definirsi lo stadio finale della malattia è mostrato dai lupi mannari a tutti gli effetti che popolano tutte le aree del gioco, di cui fa parte anche il primo mostro che si veda nel gioco, prima durante la trasfusione che trasforma il protagonista in un cacciatore e poi, al suo risveglio, nella clinica, mentre divora un corpo e si staglia quale primo nemico da sconfiggere. I lupi mannari di Bloodborne sono forse i miei preferiti esteticamente: sono molto più grandi di un uomo, i loro corpi scuri, completamente neri e dalla pelliccia ispida, grandi teste dagli spettrali occhi illuminati e code alla fine del torso. Hanno tutti e quattro gli arti allungati, camminano su quattro zampe e i loro movimenti sono sinistri e macchinosi, proprio perché i loro arti sono troppo lunghi.
Queste belve sono persone malate che si trasformano contro la loro volontà.
È rilevante come in Bloodborne le belve siano vulnerabili al fuoco, una vulnerabilità ribadita in molte occasioni nelle prime ore di gioco, dove sono la varietà di nemico più ricorrente e possono costituire un ostacolo; e lo è anche il fatto che, in alcuni luoghi di Yharnam, ci si imbatte in roghi accesi intorno a una croce cui è stato inchiodato un lupo mannaro: si ritrova qui una memoria dei reali processi storici contro i licantropi, nei quali molti condannati vennero arsi vivi.

Un funesto risveglio
Il momento più doloroso per un licantropo, di solito, è il dopo. Il risveglio dopo la lunga notte della caccia, una confusione di eventi di cui spesso non rimane neanche un ricordo. Terribili tracce di sangue e di violenza, scie di cadaveri estese lungo distanze impensabili e prive di significato, e poi, alla fine, l’orrore più grande: la consapevolezza.
Nel nostro caso, invece, giungiamo alla fine di questa lunga notte licantropica con sì una nuova consapevolezza, ma una di quelle che rinforzano: quella della conoscenza e della comprensione.
Abbiamo visto come una grande icona del nostro immaginario, oltre ad avere una storia antichissima ed essere un motivo quasi universale, porta con sé il riflesso di un ugualmente antico problema dell’uomo, e le chiavi con cui affrontarlo, il problema di quegli stati di oscurità che allontanano le persone dai propri simili e le avvinghiano in una grande sofferenza, in una densa coltre di solitudine. Rispetto ai nostri predecessori, conosciamo meglio quegli stati, abbiamo strumenti migliori per affrontarli, e per paradossale che sia oggi sono tra i mali più diffusi, se pensiamo che la depressione è stata definita la malattia del secolo.
Eppure, quello stesso male lupino è divenuto in altre epoche un’immagine di forza superiore e sovversiva, che, ripensata nella nostra epoca, si è configurata come potenziale liberatorio dai limiti di una società angusta, un simbolo di potere anarchico e di individualità irrefrenabile. Tutto questo fa del lupo mannaro uno dei simboli più ricchi che possediamo, e probabilmente è in proporzione a queste infinite potenzialità che mi sembra che non venga utilizzato abbastanza.
Tra le tante cose, questo post vuole indicare altre direzioni, altri modi di raccontare la licantropia, non frivolezze new age e calchi delle mode vampiresche, ma un modo di guardare al passato con gli occhi di centinaia di anni dopo per vedere che quei concetti, anche quei dati scientifici che scientifici non sono più, possono essere plasmati con una sensibilità post-moderna che nel Cinquecento non esisteva per ripensare i licantropi e il discorso sugli umori.
I già citati Underworld e simili rappresentano i lycan come subalterni grezzi di una razza vampirica, e probabilmente Dracula ci rende più facile idealizzare una nobiltà del vampiro rispetto a quella del lupo mannaro, ma il Bisclavret ci mostra bene come altre altezze storiche considerassero quella licantropica una condizione addirittura principesca. E un confronto con l’eroe malinconico per eccellenza, Amleto, che nell’opera storiografica di Saxo Grammaticus (ca. 1150-1220) da cui Shakespeare ha tratto la sua vicenda, manifesta la sua finta follia con comportamenti canini, potrebbe suggerirci un potenziale narrativo dei licantropi ancora  maggiore di quanto stessimo pensando.

Molto abbiamo visto, ma molto di più resta ancora da vedere. Non abbiamo parlato del mondo celtico, dove esiste una tradizione di guerrieri lupo molto più benvisti dei berserkir da parte del loro popolo. Di romanzi medievali sui lupi mannari ce ne sono molti. Possibile che non possiamo determinare più accuratamente di così in che modo sia nato il legame tra licantropi e luna piena? Chi di voi è curioso di addentrarsi nei libri di magia e demonologia del Seicento per sapere nel dettaglio cosa dicessero sul rapporto tra licantropia e possessioni demoniache? La letteratura gotica ottocentesca ha sfornato alcune storie di cui oggi non si parla, ma che viaggiavano accanto alle copie di Frankenstein e Dracula prima che il cinema li radunasse. Potrei dirvi che, in effetti, esiste un romanzo considerato “il Dracula dei lupi mannari”, The Werewolf of Paris di Guy Endore, del 1933, opera horror ma anche romanzo storico che attraverso un protagonista licantropo racconta di grandi movimenti popolari, che magari ha solo bisogno di essere riscoperto. E davvero siete convinti che non esistano storie di lupi mannari donna?
Spleen e Mania doveva schiudere per noi le soglie di un mondo il cui volto credevamo di conoscere, ma di cui non avevamo mai esplorato l’altra faccia, il mistero tenuto al suo interno, e ora che le porte dell’anima del licantropo si sono spalancate, è iniziato un viaggio che non finirà mai, perché il lupo mannaro è destinato a tornare sempre, anche quando non lo vediamo per molto tempo, come la luna dopo ogni lunazione.

Un licantropo gigantesco, concept art di Patrick Tatopoulos.

Bibliografia

Otten 1986 – Charlotte F. Otten, (a cura di), “A Lycanthropy Reader – Werewolves in western culture”, Syracuse University Press, 1986.
Baring-Gould 1865 – Sabine Baring-Gould, “The Book of Were-wolves”, 1865.
Donà 2006 – Carlo Donà, “Approssimazioni al lupo mannaro medievale”, in Studi Celtici, IV (2006), pp. 105-153
Donà 2010 – Carlo Donà, “La malinconia del mannaro”in Umana, divina Malinconia, “Quaderni di studi indo-mediterranei”, III (2010), pp. 41-64.
Summers 1993 – Montague Summers, “The Werewolf”, Dover, 1993.

Le note linguistiche ed etimologiche provengono da Wiktionary.
https://en.wiktionary.org
Il testo di Petrus Borel proviene da Wikisource.

2 risposte a "L’Anima del Licantropo – Spleen e Mania"

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