Il Re sotto la Montagna

Il vecchio Barbarossa,
l’Imperatore Federico,
riposa incantato
nel suo castello sotterraneo.
Non è mai morto,
Egli vive ancora;
siede addormentato,
nascosto nel castello.
Ha portato con sé
la Gloria dell’Impero,
e un giorno ritornerà,
quando verrà il tempo.
D’avorio è il trono
dove Egli siede:
Di marmo il tavolo
dove riposa il suo capo.
La sua barba non è di lino,
ma di bagliori di fuoco;
è cresciuta sul tavolo
dove poggia la sua testa.
Egli annuisce come in sogno,
il suo occhio ammicca
E dopo molto tempo
richiama un fanciullo.
Dormendo, parla al giovinetto:
“Va’ al Castello, gnomo,
E guarda se i corvi girano
ancora attorno alla collina.
E se i vecchi corvi
stanno ancora volando,
allora dovrò ancora dormire
incantato, per cento anni.
(Friedrich Rückert, 1817)

Una vasta sala che un tempo è stata grande nello splendore, e ora non lo è più. Arazzi squarciati, bracieri spenti, desolazione, cenere. Silenzio. E in fondo, coperto dall’ombra, il trono di colui che è stato il signore di tutto questo, quando il fuoco era acceso e quando egli era vivo, quando il mondo era bello. La polvere lo ha ricoperto come edera su mura in rovina, i suoi occhi sono chiusi e il capo è rovesciato. Egli però non è morto. E non è neanche vivo. Sta solo aspettando.
Un giorno arriverà il giorno. Qualcosa lo annuncerà, un suono, un messaggero. I corvi smetteranno di volare intorno alla montagna. Allora il re riaprirà gli occhi e si desterà dal suo trono, radunerà intorno a sé la sua corte, e tutti insieme ripristineranno ciò che non è più, ma che, forse, può ancora essere.
Edward Burne-Jones, L’ultimo sonno di Artù in Avalon, 1881-1886, Museo de Arte de Ponce, Ponce, Porto Rico. 
Il motivo D 1960.2 del sistema Stith-Thompson, che classifica le strutture e i temi ricorrenti delle mitologie, delle leggende, del folklore e della letteratura, è il motivo del “Re addormentato nella montagna”, indicato col il nome Kyffhäuser, la catena montuosa in cui si cela una sala come quella che abbiamo appena visto, contenente la sua espressione più emblematica. Il motivo presenta molti altri nomi, i più noti dei quali sono “Re nella montagna”, “Re sotto la montagna” e “Eroe dormiente”; in inglese le espressioni sono le stesse, King in the mountain, King asleep in the mountain, mentre in tedesco si adopera il termine Bergentrückung, “occultamento della montagna”. È uno dei più ricorrenti in tutto il mondo, antico più di quanto si possa immaginare, e le sue ipostasi più conosciute fanno tutte parte delle mitologie medievali, come evidenzia anche il fatto che, in più di un caso, vengono a coincidere con alcune delle storie sulla Caccia selvaggia. Personalmente, è un motivo che mi è caro, perché è come un faro di speranza nel mondo di oggi: tutte le sale sono vuote, tutta la regalità è decaduta, quanto era bello è davvero in rovina e l’incombere dei secoli non sembra promettere altro che ulteriore bruttura, un inesorabile raffreddamento. Riesumare questa leggenda, se lasciamo il nostro cuore predisposto al compito, è come accendere una flebile speranza che, contro ogni attesa e ogni evidenza, il re si risvegli, il re del tempo che è stato, del regno che fu, e riporti la sua età dell’oro sul mondo prima che la desolazione e il nulla lo consumino interamente.
Parte di questa introduzione la scrissi ormai due anni fa, quando pensavo di affrontare il tema, ma l’avvicendarsi di avvenimenti e l’opposizione di alcune di quelle brutture che infestano il mondo mi hanno allontanato da quella ricerca, e per alcuni versi, anche dalla comparatistica mitologica stessa.
Un anno fa ho terminato un periodo fatto in grande misura di quello spiacevole genere di cose, riprendendo finalmente in mano questa disciplina, e adesso, adesso che il tempio del mio pensiero e la sacralità che esso contiene sono stati restaurati, adesso che ho di nuovo davanti a me l’immagine del re dormiente nella sala dorata, sono pronto e desideroso di riprendere la strada e accompagnarvi, se vorrete, nella dimora del Re sotto la Montagna.

La sala di Heorot in un’illustrazione
di Alan Lee per il Beowulf.

Vi è un’immagine, nella mia mente, che voglio descrivervi, mentre la cerco in queste storie: quella della sala, profonda, in parte coperta dal buio e in parte rischiarata dalle torce, la sala del palazzo anglosassone, come la reggia di Heorot nel Beowulf o il palazzo di Meduseld nel Signore degli Anelli, mostrata esattamente in questo non tempo di attesa e di sospensione, mentre lungo le pareti sbiadiscono dimenticati gli arazzi e i ricordi di ciò che era un tempo. In fondo alla sala si trova il trono, e sul trono si trova il re, riverso nella posizione della malinconia, con un gomito su un bracciolo e il capo appoggiato sulla mano. Tutto è dormiente e silenzioso, sembra destinato a rimanere per sempre così; eppure, come le fiamme ancora accese in questo luogo simbolico, la speranza non è ancora estinta. Il re può tornare, il re deve tornare. Confidare che tornerà può darci la fede con cui affrontare le prove della presente età, e credere che finché l’idea sarà ravvivata dalle nostre azioni, quel tempo non sarà mai solo un ricordo.

Il motivo, in sostanza, consiste in questo: la leggenda secondo la quale un re, e in una fase successiva un eroe importante per la storia di un territorio o di una nazione, estremamente significativo per la storia di un popolo, non è mai morto, ma si è ritirato in un luogo nascosto, o vi è stato condotto da qualcun altro, ed è rimasto in quel luogo per molto tempo, generalmente assopito, in attesa di un momento che deve ancora venire, quando si risveglierà e interverrà nuovamente nei fatti di una nuova epoca. La definizione del suo sonno, si sarà notato, è problematica: il Re sotto la Montagna non è morto, benché abbia ricevuto una grave ferita e abbia ormai superato la naturale aspettativa di vita di un essere umano; e infatti non è neanche vivo, almeno non della vita di cui siamo partecipi noi e di cui lo è stato anche lui nel primo arco della sua esistenza, quello durante il quale ha acquisito i meriti e il valore che lo hanno consacrato a simbolo. In fondo, probabilmente, proprio in questo consiste il suo nuovo stato: un’esistenza simbolica, astratta dalla realtà fenomenica, data primariamente dall’esperienza che di quella figura fanno coloro che credono nella sua importanza e si aspettano, da parte sua, un qualche genere di atto significativo, sacrale e rivoluzionario, specialmente in un tempo di crisi e di sfiducia, poiché è in tempi del genere che si afferma questa credenza.

Il monumento a Barbarossa.

Su questa base, troviamo una numerosa serie di variazioni: spesso il ritorno del re, o dell’eroe, coincide con i miti escatologici (ἔσχατος, “ultimo”, relativo cioè alla fine del mondo), incentrati su una grande battaglia finale tra forze positive e forze negative, oppure con l’avvento di un secondo tempo di perfezione, pace e bellezza come quello in cui il re è vissuto e cui ha finito con l’essere associato al punto di coincidervi. E questa, come stiamo per vedere, è l’Età dell’Oro, di cui il re dormiente è l’artefice, colui che l’ha resa possibile e cui essa ha finito con l’essere identificata al punto che il ritorno di lui non è più scindibile da un nuovo manifestarsi anche di quell’età.

Naturalmente, definizioni come questa, e la stessa designazione del motivo del Kyffhäuser, sono formulate a posteriori, dagli studiosi, per tenere insieme, vincolare, mediante gli aspetti ricorrenti, una serie di storie diverse e non sempre in relazione tra loro, che conosciamo, come per ogni altro elemento di una tradizione che possa dirsi plurisecolare, in una forma stratificata che comprende anche materiali in principio irrelati tra loro, una forma diversa differente da quella che queste storie possono aver avuto inizialmente. Quando affrontiamo temi come questo, dobbiamo sempre tenere presente l’ampio margine di azzardo e di ipoteticità che permeano la nostra materia e di cui è costituita qualsiasi nostra asserzione. Una premessa che mi sembra utile includere, visto che è da tempo che non affrontiamo temi di questa portata. Con questo saggio, anche nell’Anima del Mostro torna qualcosa di insigne, o se non altro di bello, dopo un periodo di assenza, e auspicabilmente anche qui questo passaggio comporterà un tempo più glorioso e più felice.

Arnold Böcklin, “L’isola dei morti” (Die Toteninsel), 18880-1886, Kunstmuseum, Basilea.

La storia più famosa ascrivibile a questo motivo è quella della sorte mortale di re Artù, che molti rami della sua infinita tradizione riportano essere stato condotto da forze sovrannaturali in uno stato simile a quello che abbiamo descritto, caratterizzando così il ciclo arturiano come un’epopea che non è mai veramente finita, poiché aspetta ancora la propria escatologica conclusione. Quella più rappresentativa, intorno alla quale si è costituita la stessa designazione motivica, è quella del Barbarossa, che si trova, appunto, in un castello occultato nella catena montuosa di Kyffhäuser. Approfondiremo entrambi tra poco.
Ma il mito fondativo dell’archetipo del Re nascosto, molto più antico di tutti gli esempi menzionati finora, è quello di Kronos-Saturno, colui che per certa tradizione classica incarna il tempo stesso, Titano, padre di Zeus, legato, come quest’ultimo e come anche il padre Urano, a un ciclo di successioni di sovrani del cosmo che scandiscono, così, le ere del mondo. Ere che, nella concezione del pensiero antico, non sono fasi irripetibili di un tempo che procede in linea retta, come usa pensare la nostra civiltà, ma parti di un cerchio destinato a ripetersi eternamente, con una consunzione e una rigenerazione di se stesso ogni volta che tutte le sue parti siano trascorse. Il serpente che si mangia la coda. L’eterno ritorno.
Nella tradizione, Saturno è il sovrano dell’Età dell’Oro, concepita come la più felice per tutti gli esseri viventi. Un tempo in cui la natura donava spontaneamente i suoi frutti, in cui tutti gli animali erano erbivori, in cui non esisteva la fatica. Per quanto mi sia sempre parso strano associare quest’epoca perfetta all’immagine terribile del Titano del Tempo che divora i suoi figli, anche senza dover pensare alla grottesca raffigurazione di Goya. D’altra parte, quella di Crono, come del resto può dirsi per tutti gli dèi e per tutti i protagonisti dei miti, è un’esistenza che passa attraverso molti secoli di storia scritta e molti più secoli di storia non scritta. Le fonti classiche, su cui basiamo la quasi totalità della nostra conoscenza sui miti, sono state scritte da uomini che non possedevano ormai altro che brandelli di un sapere più antico, e che non potevano fare altro che tentare di ricucirli nel modo più attento possibile. Un sapere che per noi, oggi, è del tutto impossibile raggiungere, se non nella consapevolezza che quel sapere, proprio come il re dell’Età dell’Oro, è stato una volta e non sarà di nuovo.

Leontocefalo, figura divina con
testa di leone e attributi serpentini,
raffigurante una divinità mitraica,
in un’illustrazione del libroMysteries
of Mithra
, 2008.

L’associazione tra Crono e il tempo, in effetti, non è automatica. In greco, il titano si chiama Κρόνος (Krono), mentre è Χρόνος (con la velare aspirata, che si può rendere con “Chronos“) a significare e personificare il tempo. Mentre il racconto esiodeo sulle vicende del titano, che evirò il padre con una falce e che divorava i suoi figli man mano che nascevano, si è prestato facilmente all’uso come allegoria del trascorrere del tempo, quest’ultimo, Chrono, più propriamente connotato dagli attributi cronologici come la falce o l’uroboro, ha una sua esistenza separata nei testi orfici, che lo descrivono come l’essere primigenio, immaginato come un grande drago dai volti antropomorfi e teriomorfi, nato dal miscuglio del secco e dell’umido e genitore dell’Uovo cosmico, da cui nasce Phanes, il Protògonos, e dopo di lui, tutta la creazione. I misteri orfici, secondo diversi studiosi, custodiscono elementi più antichi di quelli che ci ha trasmesso la tradizione classica, benché a loro volta impiegati esotericamente per trasmettere un sapere specifico e voluto. Chronos, occorre ricordare, viene spesso contrapposto ad Aion, “l’Eone”, altra divinità misterica del tempo, in quanto personificazione del tempo scandito nei momenti del passato, del presente e del futuro, mentre il secondo rappresenterebbe il tempo nella sua unità e ciclicità.

Non approfondirò in questa sede il discorso sull’orfismo e il suo Chronos, uno dei temi che, non vi nascondo, da molti anni sono i più ambiti delle mie ricerche; mi limiterò a dirvi che, con ogni probabilità, questo misterioso essere primigenio prosegue un culto proveniente dall’oriente iranico, dove ancora più anticamente del Mazdeismo (o Zoroastrismo, come è più conosciuto) era diffusa la religione dello Zurvanismo, incentrata, appunto, su Zurvan, la concezione del tempo ciclico. Zurvan, nelle raffigurazioni simboliche, possedeva una testa di leone ed era circondato da un serpente, similmente ad altre antiche divinità persiane; iconografia propria, come si è visto, anche degli dèi dell’orfismo greco.

Eppure, se esiste effettivamente una separazione tra le due figure, segnata, quantomeno, dall’uso differenziato dei due nomi, alcuni studiosi osservano come, in realtà, vi siano motivi profondi per ritenere i due Croni, in origine, la stessa figura, eventualmente distinta attraverso usi settoriali -quello della poesia “ufficiale”, da una parte, e quello dei misteri, dall’altra- e riunificata.
Quello che ci interessa è che Crono, il titano, possiede una reale connessione temporale nel momento in cui viene fatto, come si diceva, sovrano dell’Età dell’Oro, quale unità di un computo del tempo che si ripete costantemente.

Juan Brueghel il Giovane, L’Età dell’Oro, 1625 ca., collezione privata.

Ora, nelle “Opere e i giorni” (Ἔργα καὶ Ἡμέραι) di Esiodo (VIII secolo), che è anche autore della Teogonia, dove i miti sull’origine del cosmo e degli dèi vengono ordinati in una narrazione organica, racconta di una storia meno nota, ma legata a motivi arcaici di estrema importanza: a Crono, riconciliatosi col figlio, viene affidata la sovranità sull’Isola dei Beati, dove dimora la quarta delle cinque stirpi degli uomini:

“[…] È Crono fra loro sovrano.
Ed abitan costoro, con l’animo sgombro di cruccio,
avventurati Eroi, dei Beati nell’isole, presso
ai vortici profondi d’Ocèano; e ad essi la terra
offre, tre volte all’anno, soavi, di miele, i suoi frutti.” (vv. 169-173)

È qui che troviamo il fondamento del motivo che ci interessa: il re dell’Età dell’Oro si trova in un luogo nascosto, un luogo connotato come piacevole, dove in qualche modo perdurano le caratteristiche di quell’epoca perduta.
A sviluppare ulteriormente il concetto è Plutarco (metà del I secolo d.C. – dopo il 120 d.C. circa), autore che, accanto alle sue più famose Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι), dissertò di numerosi campi dello scibile umano, tratteggiando un affascinante compendio di conoscenze naturali e astronomiche nell’opera Il volto della luna (Περὶ τοῦ ἐμφαινομένου προσώπου τῷ κύκλῳ τῆς σελήνης), dove troviamo il testo che diffonderà l’immagine del sovrano nascosto. Si tratta dell’intervento di Silla, uno degli oratori coinvolti nel dibattito, che interrompe la voce narrante, Lampria, dicendo:

«Fermati, Lampria, e sbarra la porta della tua eloquenza. Senza avvedertene rischi di far arenare il mito e di sconvolgere il mio dramma, che ha un altro scenario e diverso sfondo. Io ne sono solo l’attore, ma ricorderò anzitutto che il suo autore cominciò per noi, se possibile, con una citazione da Omero: 

lungi nel mare giace un’isola, Ogigia, 

a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidente. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste secondo il racconto degli indigeni si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l’antico Briareo, guardiano delle isole e del mare chiamato cronio.»  (Del Corno 1991, p.103)

Briareo era uno dei tre Ecantochiri, o Centimani (ne abbiamo parlato più dettagliatamente a proposito delle Teratogonie), i giganteschi esseri primigeni con cinquanta teste e cento mani, nati ancor prima dei Titani. Che al Centimane Briareo fosse stato affidato il compito di sorvegliare Crono lo troviamo anche in fonti più antiche, come anche la sua associazione al mare.
Silla procede parlando degli uomini che dimorano in questo luogo, una civiltà progredita e felice che considera sé stessa come “continentale” e la nostra come “isolana”.
Vi è poi un altro dettaglio interessante.

«Sono convinti che con il popolo di Crono si mescolarono in prosieguo i compagni di Eracle: rimasti indietro, questi riaccesero per così dire a forte e vigorosa fiamma la scintilla greca, che si andava ormai spegnendo sopraffatta dalla lingua, dai costumi e dal modo di vita dei barbari; ecco dunque la ragione per cui Eracle vi gode degli onori supremi, seguito appena da Crono.» (p. 104)

Il ciclo di questa civiltà è scandito dal passaggio dell’astro di Crono, cioè Saturno, il signore degli anelli, nella costellazione del Toro. L’evento più importante è dato dalla spedizione che alcuni degli abitanti dell’isola compiono verso le terre orientali, il mondo conosciuto, e che si verifica ogni trent’anni: il tempo del periodo orbitale di Saturno.
La frase che racchiude l’immagine evocata dal nostro discorso è la seguente:

«Crono dorme rinchiuso in una caverna profonda dentro una roccia color dell’oro.» (p.105)

È qui che troviamo l’immagine che ricorrerà in tutte le altre manifestazioni del perduto re dormiente, non solo rinchiuso all’interno della terra, ma con un riferimento all’oro variamente presente, e supponibile anche quando non si presenti.
Plutarco prosegue:

«Il sonno è il carcere escogitato da Zeus per lui, e mentre uccelli scendono in volo sulla cima della roccia per recargli ambrosia, l’isola intera è pervasa da un profumo che si spande di lì come da una fonte. I demoni assistono e servono Crono dopo essergli stati compagni nel tempo in cui fu re degli dèi e degli uomini. Dotati di virtù profetiche, essi traggono da se stessi innumerevoli vaticini; ma quelli più gravi e sulle questioni più gravi scendono ad annunciarli come sogni di Crono: poiché ciò che Zeus premedita Crono vede in sogno, e le passioni titaniche e i moti dell’anima si manifestano in lui come una tesa rigidezza prima che il sonno gli restituisca il riposo e finché il suo carattere regale e divino non riemerga puro e incorrotto.» (pp. 105-106)

Occorrerà prestare attenzione anche alla presenza degli uccelli, che ritroveremo, alla connotazione amena e desiderabile dell’isola, e alla presenza di questi demoni, su cui occorrerà spendere alcune parole. Si tratta infatti delle anime di esseri umani che in vita hanno ottenuto particolare merito, e che ora vivono in questo oltre-luogo insieme a Crono. Esiodo li chiamava esplicitamente Eroi. Anche in altre vicende ritroveremo comprimari simili, che ci ricordano le sorti degli Einherjar, i caduti scelti che formano la caccia selvaggia di Odino, il quale partecipa del simbolismo cronio e del re dormiente. E così, le memorie di tempi migliori e uomini migliori di quelli del presente sopravvivono, celati, in una dimensione che, in un certo senso, ne celebra l’eccellenza.
Eppure, questa è pur sempre una prigionia, e Crono ne è vittima: è Zeus, il signore del mondo presente che ha soppiantato il precedente, a dettare le regole. Zeus tiene Crono sospeso in una sorta di sonno, dove il Titano ha visioni di profondo significato, che procedono però a partire dal dio.

Arnold Böcklin, “L’isola dei vivi” (Die Lebensinsel), 1888, Kunstmuseum, Basilea.

Notiamo come, rispetto a una prospettiva di scorrimento del tempo e ciclicità come quella che stiamo tracciando, l’isola in cui il dio dimora è esclusa, sospesa, è un luogo isolato rispetto al tempo, dove fiorisce un’eterna primavera. Addirittura, è eternamente immersa nel tramonto, l’ora in cui il cielo si fa, non a caso, color dell’oro.

L’identificazione di Crono con Saturno ci porta a considerare un punto di vista astronomico nella nostra questione. Si tratta di un altro argomento troppo vasto per trattare in una sede che ne contempli anche altri, ma, basti questo, esistono delle evidenze secondo le quali, in un periodo ancora più remoto di quelli che abbiamo immaginato finora, i nostri progenitori adoperavano un simbolismo stellare, cui solo in seguito se ne sarebbe sostituito uno solare, e che in questo sistema l’astro principale della scansione del tempo, che per quegli uomini significava anche essere il signore del cosmo, era proprio Saturno.

«Siamo quindi indotti a supporre che il Sole si fosse sovrapposto al ruolo originario di Saturno; tanto più che le tavolette cuneiformi astronomiche chiamano Saturno col nome del Sole, Shamash, e che vi sono motivi sufficienti per ritenere che il Sole dei Greci sia Kronos ogni volta che di esso si parla come ‘Helios il Titano’.» (Santillana-Dechend 1983)

“Wotan” di Hermann Hendrich, 1913.

Insomma, Krono-Saturno, re dell’età dell’oro, è colui che più latamente possiamo chiamare “il primo re”, il sovrano della prima delle unità di tempo in cui gli uomini abbiano stabilito la scansione di quest’ultimo, oltre ad essere, come si è visto e vedremo, il tempo stesso. Ed è il suo corso ciclico, proprio della prospettiva temporale degli antichi, a garantirne il ritorno. Ecco ciò che è fondamentale comprendere per spiegarci il mitema del ritorno del re.
Kronos esercita un’influenza sul mondo, e lo fa da una posizione infera, occulta, bassa, l’abisso in una prospettiva terrestre, l’emisfero australe in una celeste.
La prospettiva da cui partono queste osservazioni, teniamo conto, è quella di popoli agricoli che derivano queste scansioni della realtà dall’osservazione della natura, e ne traggono conoscenze che non solo solo pura filosofia, ma una scienza pratica e necessaria. Essi celebrano il ciclo naturale in prossimità dei suoi cambiamenti più rilevanti, i solstizi e gli equinozi, la fine della bella stagione e l’inizio di quella fredda vedono l’allontanamento del sole come una caduta, una discesa dell’astro, che tornerà rinnovato da questo periodo di cesura. I riti che accompagnano questo passaggio accompagnano il sole con un corrispondente umano, il Re dell’Anno Vecchio. nella mitologia, molte figure incarnano questo ruolo, dèi oscuri come Odino, Cernunnos e Dioniso, tutti protagonisti di miti che contemplano una morte e una rinascita, o una rigenerazione infinita; al contempo, tutte potenze ctonie, legate variamente alla terra, dalla quale esercitano il loro influsso.
Saturno, stella del passato, re dell’età dell’oro, è così il sole di un tempo che si è eclissato, ma è anch’esso destinato a ritornare.

Dettaglio de “L’ultimo sonno di Artù in Avalon” di Edward Burne-Jones.

I connotati con cui conosciamo meglio la figura dell’Eroe dormiente sono tipicamente medievali, come lo è l’immagine regale che vi ho descritto in apertura, e la figura più celebre, modello di questo motivo, è quella di Artù.
Il primo a riferire una storia sulla sopravvivenza di Artù è Goffredo da Viterbo (1125 ca.-1195 ca.), segretario, si dà il caso, di Federico Barbarossa: racconta che Merlino abbia profetizzato che il sovrano, ferito mortalmente, non sarebbe tuttavia morto “del tutto”, ma sarebbe stato preservato nel fondo del mare, per poi tornare una seconda volta e regnare per sempre come aveva già fatto (Loomis 1959 pp.70-71). Non un nuovo regno, ma un ritorno di quello vecchio, in sostanza.
Le fonti celtiche più antiche, in ogni caso, concordano sulla soprannaturalità delle sorti di Artù, e soprattutto sul fatto che non sia mai morto naturalmente. Il Libro nero di Carmarthen, il più antico manoscritto redatto solo in lingua gallese che si sia conservato fino a noi (prima metà del XIII secolo), afferma che “anoeth bid bet y Arthur“, è insensato pensare che esista una tomba di Artù.
La vulgata più conosciuta, giunta fino a noi anche mediata da film come Excalibur (1981), vede Artù rapito dalle fate, le creature nascoste, e portato nella terra di Avalon. Essa ha inizio con l’Historia Regum Britanniae (1136 ca.) di Goffredo di Monmouth, autore della narrazione organica sulla storia di Artù, e il suo proseguimento nella Vita Merlini (1150 ca.).
Avalon, o insula Avallonis, come la chiama Goffredo, si ritiene significare, quasi unanimemente, “isola delle mele”, dal gallese Ynys Afallon. Questo crea un richiamo con un’altra isola dell’antichità, la sede del Giardino delle Esperidi; le due hanno in comune un posizionamento cosmologico marginale, ai confini dell’Oceano, e una valenza sacra, mistica. Avalon è un luogo fatato, associato variamente a fate, spiriti, e ai membri di quel Popolo nascosto che ospita coloro che, un tempo, erano stati gli dèi dei Celti. Nella versione di Goffredo, Artù viene condotto ad Avalon per riaversi dalle ferite, ma ben presto questo “rapimento” ha acquisito connotati più simili a quelli di Saturno.

L’occultamento sul fondo del mare, in realtà, è parte integrante dei miti sul ciclo del tempo, anche perché riflette il passaggio occulto del sole sotto l’orizzonte, attraverso le regioni nascoste del mare e della terra, prima della sua riemersione.
Il mulino di Amleto di Giorgio De Santillana (1969), uno dei saggi più rivoluzionari nella storia della mitologia comparata, individua uno degli elementi comuni dei miti sui sovrani occultati, che segnano la concezione del tempo degli antichi, nel loro passaggio e permanenza sul fondo del mare, sotto una pietra la cui rimozione ha segnato la formazione di un grande gorgo (Santillana-Dechend 1983).

Barbarossa nel Kyffhäuser, insieme al fanciullo
menzionato nella poesia di Rückert, in una
illustrazione proveniente dalla “Young Persons’
Cyclopedia of Persons and Places”, 1881.

Per collocare queste vicende nella prospettiva medioevale, poi, non possiamo prescindere da un motivo tipicamente cristiano estremamente avvertito, la Parusìa (termine greco, παρουσία, che significa presenza), cioè la Seconda venuta di Cristo sulla Terra. Del resto, la vicenda evangelica, nella sua conclusione, non si discosta poi troppo dal ricorrere di strutture narrative comuni ad altre grandi narrazioni escatologiche, con il sacrificio di Cristo, la sua discesa agli inferi e la successiva resurrezione. Proprio a partire da numerosi passi dei Vangeli che menzionano espressamente il suo ritorno alla fine del mondo, l’attesa di questa rimane come elemento presente nella concezione storica degli uomini medievali, cui faranno seguito, del resto, le numerose correnti millenaristiche che in vari tempi e modi influiranno sui fatti di buona parte dell’età di mezzo.

Il motivo del Kyffhäuser vede come protagonista Barbarossa.
Federico I Hohenstaufen (1122 ca.-1190, per chi crede che sia morto), stando a quanto sappiamo per certo, fu imperatore del Sacro Romano Impero a partire dal 1155, e nel corso del suo regno avvennero numerosi eventi significativi per la storia italiana, di cui forse il più popolare oggi è la battaglia di Legnano.
Esaminiamo la poesia con cui si è aperto questo discorso, Barbarossa. Questa volta, la traduciamo personalmente.

Der alte Barbarossa,                                   Il vecchio Barbarossa,
Der Kaiser Friederich,                                L’imperatore Federico,
Im unterirdschen Schlosse                           Nel castello sotterraneo
Hält er verzaubert sich.                               Si conserva incantato.

Er ist niemals gestorben,                             Egli non è mai morto,
Er lebt darin noch jetzt;                              Egli vive ancora;
Er hat im Schloß verborgen                         Egli è nascosto nel castello
Zum Schlaf sich hingesetzt.                         Seduto in un sonno profondo.

Er hat hinabgenommen                               Ha portato con sé
Des Reiches Herrlichkeit,                           La gloria dell’Impero
Und wird einst wiederkommen,                  E tornerà ancora una volta
Mit ihr, zu seiner Zeit.                                 Con essa, quando verrà il tempo.

Der Stuhl ist elfenbeinern,                          Il seggio è di avorio,
Darauf der Kaiser sitzt;                              su cui siede l’Imperatore;
Der Tisch ist marmelsteinern,                     il tavolo è di marmo,
Worauf sein Haupt er stützt.                       su cui il suo capo è poggiato.

Sein Bart ist nicht von Flachse,                  La sua barba non è di lino,
Er ist von Feuersglut,                                 ma di raggi infuocati,
Ist durch den Tisch gewachsen,                  è cresciuta attraverso il tavolo,
Worauf sein Kinn ausruht.                          su cui il suo mento riposa.

Er nickt als wie im Traume,                       Annuisce come in un sogno,
Sein Aug’ halboffen zwinkt;                       ammicca con l’occhio semiaperto;
Und je nach langem Raume                       e dopo lungo tempo
Er einem Knaben winkt.                             fa cenno ad un fanciullo.

Er spricht im Schlaf zum Knaben:             Dice nel sonno al ragazzo:
Geh hin vors Schloß, o Zwerg,                 “Va’ al castello, nano,
Und sieh, ob noch die Raben                     e guarda se ancora i corvi
Herfliegen um den Berg.                            volano intorno alla montagna.

Und wenn die alten Raben                        E se i vecchi corvi
Noch fliegen immerdar,                             volano sempre lì intorno,
So muß ich auch noch schlafen                 devo ancora dormire,
Verzaubert hundert Jahr.                           incantato, per cento anni.” 

La poesia del poeta romantico e linguista Friedrich Rückert (1788-1866) è, in un certo senso, la principale vulgata di questo mitema. Esiste persino una versione secondo la quale la barba è cresciuta tanto da avere compiuto due giri intorno al tavolo, e secondo la quale, quando avrà terminato il terzo giro, il mondo avrà fine.
Ma sono soprattutto i corvi a caratterizzare la versione tedesca del motivo del re dormiente, come mostrato nel quadro di Wislicenus, qui sotto.

Il risveglio di Barbarossa (Barbarossa Erwachen), Wandgemälde von Hermann Wislicenus, 1880.

Una volta tracciata la sua origine e presentati i suoi modelli principali, passiamo a esaminare la valenza motivica del Re sotto la Montagna. Se ne parliamo in questi termini, infatti, è proprio perché nel tempo sono stati numerose le leggende, elaborate secondo variazioni della struttura che si è delineata, su numerosi altri personaggi, storici e leggendari, presentati in termini simili a questi.
Se Barbarossa è stato un imperatore celebre e ricordato in Germania, mentre in Italia è stato soprattutto il grande avversario delle lotte per l’indipendenza dei comuni, suo nipote, Federico II, è non solo uno dei sovrani medievali più celebri e più presenti nella cultura, ma una figura estremamente popolare per il Bel Paese, e soprattutto per il Meridione. Non stupisce, pertanto, che anche su di lui sia nata la credenza, probabilmente alimentata dai suoi sostenitori, che anche se sconfitto sarebbe

“tornato a restaurare l’impero romano della nazione germanica in tutto il suo superbo splendore. Allora avrebbe portato con la pace la giustizia e livellato le differenze sociali tra poveri e ricchi; poi, avrebbe guidato le schiere sul mare in Terrasanta e, appendendo lo scudo all’albero disseccato, avrebbe deposto la corona del mondo.” (Delle Donne 2006, p.239)

È anzi verosimile che dietro l’elaborazione del mito di Barbarossa nel Kyffhäuser vi sia una sorta di fusione dei due imperatori Federico I e II, rimasti nel sentore popolare come due volti con il medesimo nome riconducibili a un desiderio di restaurare l’impero, e l’ordine sociale ad esso legato (Delle Donne 2006, p.239).

Ritratto di Sebastiano I, Cristóvão de Morais,
1551-1571, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona.

Nel 1578 il re del Portogallo, don Sebastiano I, maturò il proposito di una grande impresa ambiziosa, conquistare un vasto impero che comprendesse la maggior parte dei territori mediterranei. Solo che, giunto finalmente alla battaglia decisiva, conosciuta anche come la battaglia dei Tre Re, don Sebastiano decise che la battaglia dovesse essere vinta da Dio, e ordinò all’esercito di non muoversi. I portoghesi furono massacrati, e il re sparì e non fu più trovato.
Richiamandosi, tuttavia, alle profezie di Bandarra, il calzolaio santo nei cui scritti furono scorte profonde implicazioni poetiche, il Portogallo elaborò un nuovo mito: don Sebastiano è sparito, ma non è morto, e prima o poi tornerà, secoli dopo, per realizzare la grandezza del Portogallo. Questa immagine è fondamentale nella poetica di Fernando Pessoa (1888-1935), trasfigurata in una valenza spirituale ed esoterica, e verrà rievocata in molta della sua poesia.

Le Isole Fortunate

“Que voz vem no som das ondas       “Quale voce giunge sul suono delle onde
Que não é a voz do mar?                     che non è la voce del mare?
É a voz de alguém que nos fala,          È la voce di qualcuno che ci parla,
Mas que, se escutarmos, cala,             ma che, se lo ascoltiamo, tace,
Por ter havido escutar.                         perché lo abbiamo ascoltato.

E só se, meio dormindo,                      E solo se, mezzo addormentati,
Sem saber de ouvir, ouvimos,              senza sapere di ascoltare, ascoltiamo,
Que ela nos diz a esperança                 allora essa ci dice la speranza
A que, como uma criança                    cui, come un bambino
Dormente, a dormir sorrimos.             dormiente, dormendo sorridiamo.

São ilhas afortunadas                          Sono isole fortunate,
São terras sem ter lugar,                     sono terre che non hanno luogo,
Onde o Rei mora esperando.              ove il Re dimora aspettando.
Mas, se vamos despertando,               Ma, se ci andiamo svegliando,
Cala a voz, e há só o mar.”                 tace la voce, e c’è solo il mare.”

(Traduzione di Luigi Panarese da Fernando Pessoa, Poesie scelte, Passigli, 1993.)

Il Re della Montagna più famoso della storia della musica è quello incontrato da Peer Gynt, il giovane protagonista dell’omonimo poema di Henrik Ibsen (1828-1906) a partire dalla versione musicata di Edvard Grieg (1843-1907), dove dà il titolo a uno di quei temi musicali oggi talmente diffusi che tutti hanno sentito, ma, probabilmente, pochi conoscono. Il giovane Peer, uno sfaccendato divenuto un fuorilegge dopo una serie di disavventure, si imbatte in una donna vestita di verde, la figlia del re dei troll, che lo conduce nella dimora del suo popolo all’interno di una montagna. Il re della montagna, cioè il re dei troll, è disposto a fare di Peer un troll se vorrà sposare sua figlia, ma il ragazzo, dopo aver quasi accettato tutte le sue condizioni, abbandona il proposito. Il tema “Alla corte del Re della Montagna” (in norvegese I Dovregubbens hall) accompagna la reazione del popolo ctonio di troll, goblin e gnomi radunati intorno a Peer Gynt, pronti a trucidarlo perché ha sedotto la figlia del re. La vicenda nel suo complesso, peraltro, ha soprattutto una valenza onirica.
Essa non interessa, comunque, il motivo del Kyffhäuser, non vi sono eroi dormienti o cicli del tempo, ma data la fama dell’opera ho ritenuto opportuno menzionarla, se non altro per chiarire come essa non riguardi il nostro discorso e per inserire un mai spiacevole intermezzo musicale.

“The King Under the Mountain”, di Alan Lee.

L’autore moderno in cui questo motivo è più rappresentato e più influente, al punto di poterlo individuare in numerosi luoghi della sua opera, è probabilmente J.R.R. Tolkien (1892-1973), non per niente filologo e conoscitore di molti dei motivi più ricorrenti nelle letterature medievali germaniche, nonché romanze, nonché della classicità.
Il nome “Re sotto la montagna”, sono sicuro, molti di voi a primo acchito l’avranno ricondotto alla saga cinematografica de “Lo Hobbit” (2012-2014), e magari, eventualmente, al romanzo originario (1937). Nella Terra di Mezzo, è un titolo nobiliare trasmesso attraverso i sovrani di Erebor, il regno dei Nani costruito sotto la Montagna Solitaria. Non credo sia necessario ricordarvi che i Nani, nell’opera mitografica di Tolkien e nei modelli norreni cui guarda come ispirazione, sono creature sotterranee, minatori, esperti di ogni tecnica metallurgica e orefa. Nei testi eddici è altresì ravvisabile una tacita associazione dei nani al mondo dei morti e al sovrannaturale. Non è, quindi, privo di implicazioni quantomeno filologico-linguistiche, il titolo rivestito da Thrór, antenato di Thorin Scudodiquercia (Oakenshield), anche se sprovvisto di legami con la morte, o sensi nascosti.
Ne Lo Hobbit, i Nani hanno però da lungi perduto il loro regno sotto la montagna, a partire dal giorno in cui il drago Smaug, bramoso di tesori come tutti quelli della sua schiatta, è sceso dal nord per impossessarsi del loro regno, uccidendone e cacciandone i difensori. Come è noto, il romanzo segue il viaggio di tredici Nani e del protagonista Hobbit Bilbo Baggins per tentare di riprendere possesso del regno di Erebor.
Durante questo viaggio, quando i compagni giungono a Pontelagolungo, la cittadina più vicina alla Montagna, vengono accolti con un canto che si intitola “The King beneath the mountains“, che risulta molto interessante, poiché prefigura un ritorno del Re sotto la Montagna nelle sue sale dorate, e l’avvento di un tempo di festa, di ricchezza e di gioia proprio a seguire il suo ritorno. In questo senso, Tolkien ha fatto ricorso più decisamente al nostro mitema, e gli ha dato, per chi la riconoscerà, una nuova formulazione poetica per il nostro tempo.

«The King beneath the mountains,               «Il re degli antri che stan sotto il monte
    The King of carven stone,                           e delle rocce aride scavate,
The lord of silver fountains                             che fu signore delle  argentee fonti
    Shall come into his own!                            queste cose riavrà, già a lui strappate!

His crown shall be upholden,                        Sul capo il suo diadema poserà,
    His harp shall be restrung,                        dell’arpa ancora sentirà il bel canto
His halls shall echo golden                            e in sale dorate echeggerà
    To songs of yore re-sung.                           di melodie passate il dolce incanto.

The woods shall wave on mountains             Sui monti le feste ondeggeranno,
    And grass beneath the sun;                       ondeggeranno al sole erbe lucenti,
His wealth shall flow in fountains                 le ricchezze a cascate scenderanno
    And the rivers golden run.                         e i fiumi saranno ori fulgenti.

The streams shall run in gladness,               I ruscelli felici scorreranno,
    The lakes shall shine and burn,                i laghi brilleran nella campagna
All sorrow fail and sadness                           e dolori e tristezza svaniranno
    At the Mountain-king’s return!»               al ritorno del Re della Montagna.»

(Traduzione di Elena Jeronimidis Conte in J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit annotato da Douglas A.Anderson, Bompiani 2004, Milano, pp.263-264.)
Eppure, in questo come in molti altri casi, Tolkien fa un uso moderno del motivo medievale.
Nel climax tragico che segue il ritrovamento del tesoro, Thorin cade vittima della maledizione che grava sul tesoro di Erebor (tema forte nella saga dei Nibelunghi, specialmente nella sua versione tedesca), e diviene avido e insensibile. Il canto sul ritorno del Re sotto la Montagna prospettava un’epoca di prosperità e armonia provviste proprio dalla generosità del Re, garante degli scambi e del fluire della ricchezza, ma Thorin, dopo che sull’oro ha dormito un drago per molti anni, è divenuto simile a quest’ultimo, un riflesso negativo del ruolo del re -come si ravvisa leggendo attentamente il Beowulf– cioè un signore di ricchezze e tesori che tiene tutto insieme e non lascia andare niente, colui che blocca il circolare della ricchezza e proibisce gli scambi.
Risulta ancor più evocativa, se pensata in quest’ottica, la scena del film Lo Hobbit – La desolazione di Smaug (The Hobbit – The Desolation of Smaug, 2013) in cui il drago dorato, ergendosi sulle sue possenti spire e torreggiando su Thorin, dichiara, contro la sua pretesa di rivendicare il regno «Sono io il Re sotto la Montagna!» (in originale «I am King under the Mountain»).

Nel preparare questo percorso, mi è capitato di rimettere mano al videogioco Dark Souls III (2016), e ho realizzato -ne parlo ora, in fine di discorso, riallacciandomi agli argomenti di partenza- come quel gioco abbia avuto un ruolo determinante nel suggerirmi la mia concezione del rex absconditus, stimolando questa ricerca di cui oggi leggete i frutti. L’universo della serie Dark Souls, ben radicato nell’acuta comprensione e reinterpretazione dei miti e delle loro valenze simboliche operata dal game designer Hidetaka Miyazaki, poggia infatti sulla concezione ciclica dell’universo e il suo susseguirsi di periodi di ascesa e crisi della civiltà scanditi dal consumarsi della Fiamma, anima mundi che ha necessità, al compimento di un ciclo, di essere vincolata, per riaccendersi, dall’immolazione di un eroe. In Dark Souls III, dopo aver vissuto il termine di un ciclo nel primo capitolo della serie, i giocatori apprendono che come quello ce ne sono stati infiniti altri, e che ognuno degli eroi che hanno vincolato la fiamma alla fine del loro ciclo è chiamato Lord of Cinder, nell’adattamento italiano Signore dei Tizzoni. Il gioco mette in scena un crepuscolo dell’universo -visivamente accompagnato da un post-moderno “crepuscolo del medioevo”- dato dalla confluenza di tutti i cicli del passato nel regno di Lothric, dovuto al fatto che i precedenti Signori dei Tizzoni, il cui stato prevede che tornino nuovamente nel mondo per vincolare la Fiamma ancora una volta, non hanno fatto ritorno. Il compito della “Fiamma sopita” interpretata dai giocatori è quello di cercare i Signori dei Tizzoni e riportarli, volenti o nolenti, sui loro troni.

Dark Souls III (From Software, 2016).

Oltre alla vicinanza di questo sfondo narrativo con i temi che abbiamo osservato, citare il gioco offre spunti affascinanti perché mostra intensamente l’effetto dell’abbandono da parte del re che non ritorna. Il Santuario del Legame del Fuoco, il luogo sacro dove il protagonista può rifocillarsi e disporre dei propri strumenti per affrontare la sua quest, è una grande area circolare all’interno di una collina, dominata dai cinque troni dei Signori dei Tizzoni, vuoti -fatta eccezione per uno, dove risiede Ludleth l’Esiliato, unico Lord ad aver risposto alla chiamata, un piccoletto privo delle gambe che ricorda decisamente lo storpio Re Pescatore di arturiana memoria- e profondamente malinconici. La terra è completamente attraversata dalle radici, abbandonata, fredda, il silenzio rimbomba nella cavità di pietra dove pochi esuli collaborano con il protagonista per aiutarlo nella cerca, e i regni attraverso cui essa si svolge sono decadenti e in rovina, mentre nel glorioso castello di Lothric, immerso in un eterno crepuscolo prima dell’eclissi finale, gli arazzi svolazzano agitati debolmente dal vento, la ruggine ricopre le armature e le lame dei numerosi cavalieri caduti, e vecchi servitori conservano caparbiamente la loro posizione, sperando nel ritorno che non si compie.

Potremmo continuare ancora, perché questa concezione del tempo, della regalità e della storia, ha lasciato tracce di sé in più luoghi di quanti ci aspetteremmo.
Per me, per adesso, è sufficiente aver potuto tratteggiare il profilo di questo mitema, e avervi potuto dire sia -almeno in parte- da cosa è nato e cosa porta con sé, che alcune delle cose che significa per me e nelle quali lo scorgo. Perché fin da quando l’ho realizzato, anche la concezione che ho io delle mie storie è mutata, e l’immagine che vi ho descritto in apertura, dello splendore della sala dorata e del fervore della sua attesa, è il riflesso con cui mi figuro il complesso delle mie speranze.

Prendiamo commiato con questi bei versi di Pessoa.

Abdicazione

Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.
La spada mia, pesante in braccia stanche,
l’ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell’anticamera, rotti in mille pezzi.
La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.
La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.

Sala dorata di Stoccolma.

Bibliografia

Del Corno 1991 – Plutarco. Il volto della luna, edizione italiana a cura di Dario Del Corno, traduzione e note di Luigi Lehnus, Adelphi, Milano, 1991.
Delle Donne 2006 – Roberto Delle Donne, «Aus dem Ewigjungen der Greis». La saga dell’imperatore Federico nella cultura tedesca, in “Archivio di storia della cultura Anno XIX – 2006”, Liguori, Napoli, 2006.
Eliade 2018 – Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, traduzione di Giovanni Cantoni, Lindau, Torino, 2018.
Loomis 1959 – Roger Sherman Loomis, a cura di, Arthurian Literature in the Middle Ages, Oxford University Press, 1959.
Santillana-Dechend 1983 – Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, edizione italiana a cura di Alessandro Passi, Adelphi, Milano, 1983.

Una risposta a "Il Re sotto la Montagna"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...