Omelia di Alien #1

Due premesse: questo post fa parte della serie su Alien, di cui in calce all’articolo trovate l’indice.
Al contempo, questo post non rientra nel conteggio “regolare” dell’Anima del Mostro: pubblicato in un giorno diverso da quello regolare, nasce come scritto sulla pagina Facebook che, per le dimensioni e il desiderio di accompagnarlo con più immagini per renderne più evocativa la lettura, ho voluto trasferire -e ampliare ulteriormente- qui sul sito.
È la prima volta in cinque anni che prendo questa risoluzione, proprio alle soglie del centesimo post, dopo il quale l’Anima cambierà il suo assetto. Se ci saranno altre Omelie di Alien, le tratterò analogamente.

Buon Alien Day, e anche buona domenica.
Prendete posto sulle panche della chiesa dei mostri e osservate il dovuto silenzio.
Per gli spaesati, l’Alien Day va avanti da quattro anni, è iniziato nel 2016 per il trentesimo anniversario di “Aliens – Scontro finale” ed è tornato negli anni successivi in relazione anche all’uscita di “Alien: Covenant” nel 2017 e al quarantesimo anniversario del primo Alien l’anno scorso. La data è stata adottata a partire dal nome di LV-426, il satellite mostrato nei primi due film, conosciuto anche come “Acheron”.
Gli anni precedenti mi è bastato ricondividere la serie di articoli di cui vado sempre abbastanza fiero, e di cui, alla fine della celebrazione, il goblin con i foglietti accanto alla porta provvederà a fornirvi gli indirizzi per la lettura; ma questa volta voglio alzare il tiro.

Illustrazione tratta dal gioco di ruolo “Alien – The roleplaying game”.

Quella di Alien non è l’unica saga pop di vasta fama ad avere un giorno sul calendario in cui ogni anno i suoi seguaci festeggiano la loro stessa passione verso il suo mondo e i suoi personaggi, e non è neanche l’unica di cui ci ricordiamo qui sull’Anima del Mostro. Ma è forse quella che più, quando quel giorno arriva, sento di desiderare celebrare, perché non c’è solo un discorso di sentimenti e fascino verso una storia e le sue peculiarità costituenti, ma la consapevolezza che questa storia può avvicinarci a qualcosa che la trascende, qualcosa che ai miei occhi è quasi vitale: costituire una mistica dei mostri.

La saga di Alien ha costituito un grande universo fantascientifico, espandibile e già notevolmente espanso attraverso quarant’anni di film, fumetti, videogiochi e collezionabili. Pur ospitando motivi del genere ricchi di implicazioni e potenzialità di sviluppo, come la colonizzazione dello spazio, la vita artificiale e le minacce di un capitalismo intergalattico, l’Alienverse si focalizza su un elemento fondamentale, l’esistenza di una razza mostruosa le cui capacità, ciclo vitale e varietà di forme ed evoluzioni sono il cuore pompante di tutte le narrazioni.
Nel corso del tempo questo alveare di sviluppi si è intersecato con altri universi narrativi, a volte occasionalmente, altre realizzando convergenze stabili, come quella con Predator; in altre espansioni è stato sviluppato il filone degli Space Jockey, o Ingegneri, presentati come razza aliena fondamentale per le sorti di questa narrazione; ma comunque vada, e per varie che possano essere le preferenze personali, sono gli Alien, per come ce li hanno presentati i capisaldi veramente fondamentali della saga, il film di Ridley Scott del 1979 e quello di James Cameron del 1986, il vero nucleo di tutto, il motivo per cui questo universo continua a prosperare, per il quale anche senza Ripley, anche senza Weyland-Yutani ha senso raccontare questo universo di orrore cosmico.

Nelle scorse settimane, grazie alla messa in onda della Rai, ho rivisto con piacere la tetralogia originale. È stata un’occasione utile soprattutto per valutare i film successivi al primo, che nella mia ossessione per l’arte di H.R. Giger ho rivisto molte più volte degli altri, e che del resto preferisco proprio per il modo in cui l’orrore, sia quello visibile che quello invisibile, occupa lo spazio della vicenda in modo quasi esclusivo. Escludendo per il momento Alien – La clonazione, che effettivamente ho visto per la prima volta, questa visione mi ha fatto valutare in modo migliore Aliens e Alien3, e dato cognizione di una delle verità più importanti di questa saga.
Lo xenomorfo, come abbiamo osservato in “Filosofia di Alien”, è efficace per il modo in cui riesce a incarnare in modo inequivocabile, eppure sottile, paure e sensazioni difficili da condensare in una singola forma, il terrore dell’ignoto, la paura verso i predatori e verso i mostri, la violenza, la sessualità nei suoi molti aspetti, seducente, assuefacente, fino a diventare morbosa, malata, consumante e risolversi nel disgusto e nell’aggressione. Ridley Scott, in un’intervista, paragona la scena finale del suo film alla battaglia tra un cavaliere e un drago; la sua presenza infesta, la strage che compie e la sua familiarità con il buio mi hanno sempre richiamato in mente gli orchi dei miti e il Grendel del Beowulf, e in più di un graphic novel vengono chiamati demoni. Riusciamo a percepire l’Alien e a recepirlo nel nostro immaginario perché è ricco di connessioni con luoghi della nostra esperienza tutti propri della medesima sfera, il mostro che cerchiamo di dominare per stabilire lo spazio della nostra crescita, ordinare ciò che senza controllo ci minaccia, e che incombe costantemente lungo il confine delle nostre conquiste ricordandoci che lo sforzo per proteggerle dev’essere costante, che tutto quello che otteniamo con l’esperienza non è dato una volta per tutte e va coltivato.

Illustrazione tratta dal gioco di ruolo “Alien – The roleplaying game”.

Eppure, l’Alien non rientra mai del tutto in questa sfera, c’è sempre un margine di alienità, dato non solo dal mero fattore linguistico e geografico del suo essere “alieno”, nel senso di non terrestre e dunque soggetto a leggi diverse, ma soprattutto dal fatto che la sua pertinenza con le nostre categorie è accidentale, una coincidenza, poiché la sua essenza fondamentale è del tutto altra, e come tale non potrà mai rientrare del tutto entro le strutture della nostra percezione. Lo xenomorfo esiste come monstrum di una possibilità di esistenza che sfida tutto quello che conosciamo dell’universo, radicata oltre, anni luce dal piccolo cerchio di luce entro il quale si muovono le nostre possibilità di comprensione, nelle infinite profondità di uno spazio che non possiamo contenere nemmeno col pensiero, meno ancora ordinare o spiegare; la sua biologia è aliena, le sue cause lo sono ancora di più, soprattutto quando, prima dell’uscita di “Aliens – Scontro finale”, non possedeva ancora la dimensione aggregativa e gerarchica che ci ha permesso di associarlo agli insetti sociali del nostro pianeta, e lo vedevamo come un essere biomeccanico teso unicamente a uccidere qualunque cosa vedesse, senza quasi neanche nutrirsene -e usare eventualmente i resti per fabbricare uova e riprodursi, secondo la Director’s Cut. Soprattutto, a differenza dei draghi e degli orchi, gli xenomorfi non possono essere sconfitti, perché i loro confini si perdono nei meandri dello spazio, ammesso che ne possiedano. Si può uccidere il singolo esemplare, una nidiata, magari con molta fatica si può liberare un pianeta, ma la loro diffusione è troppo estesa, non sappiamo in quante regioni del cosmo sia possibile incontrarli, e la facilità con cui si diffondono è altrettanto alta. Come nella migliore tradizione lovecraftiana, il solo incontrarli segna a vita i pochi fortunati che riescano a scampare a un loro attacco, conducendoli spesso verso la follia.
Tutta questa ricchezza di elementi, per i quali possiamo considerare Alien uno dei migliori mostri partoriti dall’occidente nel secolo scorso, ci porta così a dove è iniziato il discorso: come una rete di credenze rovesciata in modo da indurci non sicurezza, ma terrore, l’Alien è un sistema compiuto di significati così profondi da sfiorare il religioso, racchiudendo e quasi stilizzando la vasta rete di ciò che è l’uomo in modo da ridefinire l’universo in un modo tremendamente spaventoso: un mosaico di forme raccapriccianti e aliene che riecheggiano nella loro insondabile e omogeneamente brulicante oscurità il fatto che l’universo sia sterminatamente più vasto di noi e che tutta la nostra umanità sia insignificante rispetto ad esso, ma ciascuna di quelle forme riferisce il messaggio adottando come maschere allucinanti e distorti riflessi di noi stessi, sembianze che parlano dell’uomo nei suoi aspetti più degenerati, la violenza, la lussuria e la macabra esaltazione delle ossa e dei tessuti molli, in una sordida litania della nostra nullità. L’universo è vuoto e freddo, ed è solo nel vuoto e nel freddo di noi stessi che possiamo figurarci quanto lo sia.

Alien mimetizzato nei tunnel di resina con lo stesso pattern del suo corpo.

Serie di Alien

Senso unico verso l’inferno di metallo
Filosofia di Alien
Teologia di Alien

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