Il rinvigorimento delle fiamme

La sala del re era vuota e ricoperta di cenere da secoli e secoli. Qualunque cosa là fosse vissuta, e fosse stata grande, e fosse stata nobile, e fosse stata preziosa, e avesse significato un valore e una promessa per qualcuno, non esisteva ormai più.
Nessuno vi entrava, da quando tutto era finito. Nessun predone, neanche il più disperato, aveva messo piede in quelle rovine, semplicemente perché, per il mondo, esse non esistevano. E benché ancora coppe rimaste intatte, arazzi risparmiati dalla muffa, qualche scheggia di metallo arrugginito, persino alcune monete d’oro, fossero tutti sparsi per il castello, nessuno lo sapeva né ci pensava, e tutte queste cose restavano là, ignote perché non desiderate, perdute perché mai più cercate. Per questo, era come se non esistessero.

Benvenuti. Questo è un racconto dell’Anima del Mostro.
Una premessa importante: la storia è stata concepita, e scritta totalmente, durante l’ascolto del brano “The Rising of the Flames”, contenuto nell’album “Stormcrowfleet” della band Skepticism; potete ascoltarlo su qualunque piattaforma musicale preferiate. Non c’è, qui dentro, una sola parola che abbia scritto senza ascoltare quel brano. Non costringerò nessuno a leggere il racconto ascoltando il brano con la modalità di riproduzione infinita, anche perché non posso farlo, ma sarebbe falso affermare che esista un modo più corretto di leggerlo.

Ora, sotto la sala c’era una cripta, dove a lungo avevano ricevuto onorata sepoltura i re che si erano avvicendati sul trono di quel regno, il regno che fu; o, perlomeno, fino a quando era esistito l’onore in quei luoghi. Allora, nei giorni dei re, tanti secoli prima, a occuparsi del luogo, custodirlo, e dedicarsi alle sepolture dei sovrani che morivano, era stato un servitore molto leale e molto ammirato, che nonostante l’avvicendarsi di molte generazioni era sempre rimasto lì, vecchio ma mai decrepito, acciaccato ma sempre saldo. Gli uomini usavano dire che sarebbe rimasto in piedi anche dopo che il tempo avesse consunto non solo le sepolture, ma anche le mura del castello; quella diceria circolava così tanto che lui stesso la sentì un paio di volte, trovandola molto divertente.
Erano passati tutti quei secoli e non c’erano più stati re. E nel momento in cui tutti si erano dimenticati di loro, nessuno aveva più pensato neanche al servitore.
Eppure, egli era rimasto. La polvere si era posata sul suo capo e sulle sue spalle, giorno dopo giorno, e la rovina aveva svolto i suoi uffizi nel palazzo come se questo fosse suo -e d’altra parte, chi altri ne avrebbe potuto rivendicare il possesso?- ma questo non significava che il servitore fosse morto.
Rimase lì al suo posto, come aveva sempre fatto, seduto sullo scranno che aveva sempre occupato per osservare quell’antica sala, probabilmente a un certo punto si addormentò, e non si svegliò né il giorno seguente né quello che venne dopo, e neppure ciò venne notato mai da alcuno, dei pochi che forse ancora trafficavano nelle sale superiori, in fuga dal decadimento e dal passaggio inesorabile del tempo; ma, nonostante tutto, la vita in lui non si spense.

Nessuno sa quanto tempo fosse passato dalla fine del regno che fu, ma un giorno, un giorno senza un nome, nel focolare della sala, che era rimasto spento fino ad allora, si accese miracolosamente una scintilla, da sola, per propria incomprensibile virtù. E dopo molte ore, come se quella scintilla avesse trasmesso un messaggio all’aria ristagnante, che a sua volta fosse discesa nella cripta per annunciarlo alla polvere, anche il vecchio, così come si era addormentato, si svegliò.
Il suo primo pensiero fu rivolto, com’era sempre stato, ai morti. Aveva il compito di vigilare sulle tombe dei re, e non era mai venuto meno a tanto uffizio. Si accorse che un torpore secolare legava le sue membra, che il solo tentare di muoverle minacciava di farlo ripiombare nel sonno; ma un essere che abbia dormito per così tanto tempo non riprenderà a farlo con facilità, e la devozione rivolta al suo compito era come un fuoco. Piegò le dita, infrangendo spessi strati di crosta e sporcizia, poi fletté i gomiti, fece forza sui piedi e sulle gambe, mentre polvere e vecchiume si scioglievano in fiumi intorno al suo corpo, e si sollevò in piedi. Si guardò intorno: la cripta mostrava con risentimento i segni dell’abbandono, e quel risentimento per il vecchio servitore era severo come l’ira di un re, un’ira che però non riusciva bene a comprendere, poiché non ricordava di aver mai mancato ai suoi doveri. Pure, sotto quel grigio sudario, ogni cosa lì era come era sempre stata.
Dopo avere, con molti sforzi, smosso la polvere, disfatto le ragnatele, ridato infine lustro alla sala dei morti, il servitore si avviò verso i piani superiori, e fu così che scoprì che la vera disgrazia era quella abbattutasi sulla sala dei vivi.
Seduto di fronte allo scheletro del trono, che in parte era crollato su sé stesso, il vecchio non riusciva a capacitarsi di come il regno che era stato il più grande e il più bello su questa terra non fosse semplicemente più. Nella desolazione sussurrò:
«Dov’è il cavallo? Dov’è il cavaliere? Dov’è il donatore d’anelli? Le panche spaziose ove si teneva banchetto, e tutte le gioie che accendevano la sala. La coppa scintillante. L’armatura argentata del combattente. Ed ogni altra cosa nella quale brillava la gloria del signore. Adesso è come se tutte fossero state inghiottite da un nulla tenebroso, al cui cospetto nessuna sembra essere mai stata.»
Per sette notti e sette giorni rimase fermo lì, a compiangere lo sfacelo della grande sala e di tutto ciò che era stata, ricordando i nomi, ricordando i volti, e ricordando le fiamme. Finché non s’accorse che l’antico focolare, dove intanto aveva iniziato ad ardere un piccolo fuoco, era acceso fin da quando si era svegliato, e nonostante non fosse stato alimentato non si era spento, neanche un momento di tutti quei giorni di compianto. Per quanto debole, viveva, ancora e per sempre, legato per tutta l’eternità a quella storia, che lo aveva generato e che era votato a ricordare. Come lo era l’uomo che lo stava osservando.
Egli si risollevò in piedi con una nuova sveltezza, avanzò verso il fuoco e scrutò nel suo cuore. Scrutò così lungo e così acutamente che la sua luce gli si impresse nella vista, come un marchio sulla carne viva, e da quel giorno in poi essa si sarebbe riflessa sulla sua pupilla ovunque fosse andato.
Ora, uno dei braccioli del trono, separato dal resto, giaceva poco lontano dal focolare e catturò la sua attenzione. Il guardiano lo prese con delicatezza, lo rigirò tra le mani esaminandolo con cura, dunque ne avvicinò un’estremità al fuoco. Le fiamme risalirono lungo la sua superficie, la annerirono dopo poco tempo, e poi si fermarono intorno all’estremità del lato che avevano toccato: crepitanti e dorate, non consumarono la sostanza del legno, ma, paghe di un piccolo tributo della sua superficie esterna, rimasero accese sulla sua punta, impresse come acqua battesimale.
Il vecchio annuì, ruotando il volto verso i resti del trono: e se la parte di quel volto che rimase in ombra il fuoco non poté vederla, quella illuminata dal suo bagliore, inaspettatamente dopo tanto tempo, stava sorridendo.
Uscì dalla sala, avvolgendosi nei resti di uno dei vessilli strappati come in un mantello, cinta alla vita la spada, poco più che ornamentale, con cui aveva condiviso il sonno; si voltò solo una volta prima di varcare la soglia, poi un’altra, poco prima che la distanza gli impedisse di vedere l’edificio, e poi voltò strada e non riuscì a vedere più.

Era un mondo di cenere, quello in cui scoprì di trovarsi l’antico guardiano della cripta del regno che fu. La terra era grigia e arida, che salisse in altopiani o digradasse in valli, ciò che restava dei boschi somigliava piuttosto a file di frecce incassate nel terreno, una più mortificata dell’altra dopo aver tutte mancato il bersaglio, con corti rami ma nessuna foglia. Anche il cielo pareva color cenere. Quando il vento soffiava, la sua voce somigliava a un sospiro.
Così, il fuoco che il vecchio portava con sé pareva offrire un’alternativa in più ad ogni cosa. In una terra fatta solo di gradazioni di grigio, la luce della fiamma donava un nuovo volto alle cose, altre sfumature, altre possibilità. E così, la via percorsa da colui che la conduceva divenne, in quel momento della storia del mondo, luogo di fenomeni rari che non accadevano più da molto tempo, e anche di alcuni che non erano accaduti mai.
Dopo quattro giorni di viaggio ininterrotto, poiché non avvertiva il bisogno di dormire né di mangiare, il vecchio non aveva ancora trovato nulla che non fosse cenere e grigiore, e continuava a non sapere dove dirigersi, né cosa fare con la fiamma.
Il quinto giorno trovò finalmente qualcosa di nuovo, una differenza rispetto al paesaggio tutto uguale in cui aveva errato: una capanna di legno in mezzo a un campo.
Al vederla il vecchio si illuminò, e vi si diresse con passo svelto. La costruzione era piccola e di aspetto piuttosto grezzo, e nulla lasciava presumere che fosse abitata; d’altra parte, era l’unica costruzione che l’uomo avesse visto da quando aveva abbandonato il castello.
Non bussò, nella stranezza di quel viaggio e di quella vita, e gli bastò uno sforzo sottile per aprire la porta. All’interno, vi era per lo più polvere, sollevata in forme irregolari, sotto le quali si ravvisavano un tavolo e delle sedie. Da un lato ce n’era un mucchio così denso da non riuscire a capire di cosa si trattasse, dal lato opposto un camino spento.
Chiunque fosse vissuto lì ora era polvere come ogni altra cosa. Come anche il regno che fu. Eppure, a questo era stato concesso il privilegio di un fuoco sempre acceso. Il vecchio era un guardiano, e in un certo senso il sacerdote delle spoglie del passato. Per lui era naturale accendere delle candele per ricordare i morti.
Per questo, con naturalezza, il vecchio afferrò una delle sedie, snudandola dalle ragnatele e dalla sporcizia, dunque la fece a pezzi e la gettò nel camino. Con il bastone che portava con sé, accese il fuoco, e anche in quella capanna ci fu calore, per la prima volta da tanto tempo. L’errante guardò il fuoco del camino come se fosse un miracolo, e sorrise una seconda volta. Poi si avvicinò all’altro lato dell’ambiente, e iniziò a districare il misterioso groviglio. Rivelò uno strumento musicale, un liuto. Lo raccolse e lo portò via con sé, alla ricerca di altri camini da accendere.

Una sera, in cui finalmente aveva deciso di fermarsi per riflettere meglio, e vegliava un fuoco, acceso con delle sterpaglie grazie alla fiamma della torcia, che, fino al quel momento, era stata la cosa più simile a un’alterità che avesse visto, udì, per la prima volta da quando si era destato, il suono di passi che non fossero i suoi. Parevano dirigersi proprio verso di lui.
In altri tempi si sarebbe celato per studiare chiunque fosse, prima di decidersi, eventualmente, a palesarglisi, e specialmente nel caso dovesse svolgere una missione estremamente importante, come immaginava di stare facendo in quel momento; ma dopo quella continua visione di un mondo grigio e disabitato, era desideroso di vedere qualcuno, e bendisposto verso chiunque fosse stato.
Quello che vide fu molto diverso da qualunque cosa si fosse aspettato o avesse visto mai, in pur tanti e tanti anni di esperienza. Emergendo dal fondo dell’altura su cui si trovava, venne avanti un mostro di una razza che gli era completamente estranea. Non appena ne ebbe scorto il capo massiccio, dal quale due occhi gialli lo fissavano seminascosti nelle dense ombre delle sue orbite, il vecchio provò un senso di meraviglia, così differente dallo smarrimento e dalla abissale tristezza che aveva provato da quando si era risvegliato, da non accorgersene neanche.
Il nuovo venuto si ergeva su due zampe simili a quelle di un colossale uccello, e un folto piumaggio, grigio come ogni altra cosa rimasta in quel mondo, avvolgeva le sue grosse membra. Altre due zampe, simili a piccole ali, pendevano dal suo ventre, e avevano artigli, tre ciascuna. Alle sue spalle si muoveva una lunga coda.
Il vecchio sostenne lo sguardo del mostro per lunghi istanti.
Poi la grande testa di questi si dischiuse in due lunghe mascelle con denti falcati, una visione terrificante. Il mostro non la spalancò, ma la aprì leggermente, il poco che gli occorreva perché da quelle fauci uscisse, rapido e inatteso, un: «Buonasera».
«Buonasera» replicò il vecchio, inarcando un sopracciglio. Non era neanche così sicuro che fosse sera.
«Spero di non averti spaventato» proseguì il mostro «anche con ogni buona intenzione, interrompere una lunga solitudine è facilmente equivoco».
«No, non mi avete spaventato» rispose il vecchio «ma stupito, quello certamente sì. E ho paura che stiate continuando a farlo. Non che ve ne biasimi» soggiunse alzando una mano «trovo, ecco, che questo sia un curioso incontro».
«Si può dir di sì» osservò il mostro «ma nulla che una pacifica conversazione non possa risolvere, se non ti dispiace».
Il vecchio rise. Quanto era disperato il mondo se, dopo aver cercato e desiderato una qualunque forma di contatto, questa proveniva da una creatura inverosimile come quella? Pure, il suo invito a conversare, la sua cordialità, e soprattutto la curiosità del tutto e il bisogno di capire qualcosa del mondo in cui si trovava, dato che non ne aveva ancora capito nulla, lo rendevano impaziente dinanzi alla prospettiva di quella conversazione.
«Non mi dispiace, certamente. Potete sedervi?»
«Nel senso che vuoi sapere se ne sono in grado?»
«Diciamo pure di sì»
«Ma sì che lo sono»
«Sedetevi allora, vi prego»
La creatura si fece più vicina. Era più alta del vecchio di tutta la testa, e poiché avanzava tenendo il corpo orizzontalmente rispetto al terreno, la sua, di testa, si trovava al livello delle sue stesse spalle, con le zampe artigliate davanti agli occhi dell’uomo e la testa massiccia immediatamente sopra il suo campo visivo. Il vecchio vide anche che la sua testa, come le sua dita e le zampe, era sprovvista di piume, e ricoperta di quella che pareva la pelle squamosa di un serpente, di colore più chiaro.
La grande bestia adagiò la parte posteriore del suo corpo sul terreno, piegando le lunghe zampe, proprio di fronte a dove stava il vecchio, scrutandolo attraverso il fuoco. Rimasero in silenzio per alcuni minuti, studiandosi. Poi fu nuovamente il mostro a interrompere il silenzio.
«Ebbene, credo che la prima cosa da fare sia presentarsi. Sperando che i nostri modi di farlo non siano troppo dissimili.»
«Sono d’accordo. Ma in che cosa questi modi dovrebbero essere dissimili?»
La bestia inclinò il capo «Oh, in infinite cose. Ad esempio, nel mio modo di presentarsi non esiste il concetto di nome.»
Il vecchio lo squadrò stupito «Ah no? Dunque che cosa significa presentarsi, se viene meno l’oggetto stesso della presentazione?»
L’altro fece qualcosa di strano con gli occhi, facendovi passare davanti una specie di palpebra trasparente, pur senza chiudere quelle che stavano sopra e sotto. Aveva una fisionomia diversa e la estrinsecava in modi diversi. «A me sembra che presentarsi significhi comunicare chi si è, e per fare questo non serve un nome. Anzi, un nome è alquanto inutile allo scopo. Tu che possiedi un nome, sai dirmi in quale parte del tuo nome è contenuto il numero di inverni che hai veduto, o di prede che hai mangiato, o quali stelle hai guardato?»
«No di certo» rispose il vecchio, stimolato «ma tutte queste sono cose che si possono raccontare anche dopo la presentazione. In questa occorre che ci si dia dei nomi, perché con quei nomi ci si possa chiamare di lì in poi. Come potrò rivolgermi a voi, se non saprò il vostro nome?».
L’altro rifece quel movimento con gli occhi «Non è poi una così grave mancanza, visto che riusciamo a rivolgerci l’uno all’altro anche senza il nome».
Il vecchio ridacchiò «Ve ne do atto. D’altronde, sembra che non ci siano altri a cui rivolgersi. Vi propongo una soluzione che accontenterà entrambi: voi mi indicherete una parola che possa usare per rivolgermi a voi, se non altro per chiamarvi qualora foste lontano, e io mi presenterò secondo il vostro modo di farlo».
La creatura scosse la coda da una parte all’altra «Mi sta bene! Dato che me lo chiedi, chiamami Yutyrannus. È una parola che ho in simpatia.»
«Vi ringrazio per essermi venuto incontro.»
«Ora, per l’altra parte dell’accordo, sappi che io sono Lunga Attesa, Dubbio nell’Inconsapevolezza, Fame Dimenticata e Viandante di stelle. Tanto tempo fa ho vissuto cinquanta inverni, ho mangiato diciottomilatrecentoquattro prede, mi sono accoppiato tre volte, e ho visto tutte le stelle sia del Grande Albero, o cielo, e anche degli altri alberi, che sono gli altri mondi…ma ora, non sono lo stesso che ero allora.»
«Chi siete, se non siete più chi eravate?»
«Probabilmente lo stesso che sei tu. Presentati nello stesso modo.»
«Tenterò. Non sono mai stato abile come poeta, se non nel ricordare i versi degli altri. Penso però di poter dire che anche io ho molto lungamente atteso, che ho dubitato, e che sono rimasto per più tempo di quanto sia in grado di pensarne come in un sonno diverso da tutti gli altri sonni. Da giorni la mia esistenza non è più quella di un uomo, vago senza meta in una terra che è tutta uguale, senza sentire né la stanchezza né la fame, e non ho con me che questo fuoco che non agisce come un fuoco.»
«E prima?»
«Prima ero un guardiano, custodivo la cripta dei re del regno che fu, e prima di addormentarmi, per quel che ricordo, avevo vissuto ottanta inverni. Non saprei contare tutti i pasti che ho fatto, ma quanto a giacere con qualcuno, benché non sia uso mio e di molti come me, parlarne candidamente ad altri che si siano incontrati per la prima volta, dirò rispettosamente di averlo fatto ben più di tre volte. Ma senza avere figli. Le stelle che conosco io sono il Grande Carro e il Piccolo, il Cacciatore, il Toro, le stelle del cielo. Mai prima di oggi avevo sentito parlare di altre stelle.»
Yutyrannus cambiò posizione e agitò nuovamente la coda. «Poiché sei così confuso e comprendi così poco di questa situazione, forse potrò esserti d’aiuto. Permettimi di spiegarti in che mondo ti sei risvegliato.»
Il vecchio sentì finalmente un sollievo e una speranza, si distese su un fianco e lo invitò a parlare.
«Vi prego di farlo»
E così, per la prima volta da molti millenni, da quella notte lontana in cui altri misteriosi amici avevano istruito i suoi più remoti progenitori, un uomo ascoltò una storia raccontata da un altro che uomo non era.

«Probabilmente quello che sto per dirti l’avevi già immaginato in cuor tuo, e in quel caso mi tocca dartene l’onerosa conferma: il mondo è finito.»
Il vecchio chinò il capo, sorpreso dall’ironia di quanto poco si sentisse smosso da quella rivelazione, e al contempo da quanto essa, nonostante tutto, riuscisse a vincere col dolore, se non il suo spirito, la sua umanità.
«Già, è quello che pensavo anche io.» ammise infine. Il suo ospite lo guardò intensamente, esprimendo la compassione e la partecipazione snudando i denti e inclinando la coda.
«Come ti fa sentire questo?»
«Infelice, indubbiamente. Eppure, non riesco a cogliere del tutto il significato di questa fine, che a me non sembra del tutto tale. Se il mondo è finito…io e voi che cosa siamo?»
Yutyrannus si sollevò in piedi e raddrizzò il collo, sollevando le piume.
«Io, signore mio, sono uno spirito.»
Il vecchio lo guardò stupito, sentendosi quasi deriso.
«Ma cosa mi dite? Siete saldo davanti a me, il fuoco proietta la vostra ombra e la sua luce rischiara e oscura il vostro volto.»
Lui snudò nuovamente i denti: «Sono uno spirito nel senso che sono un’idea. Io, da solo, sono qui a incarnare l’interezza di tutti gli individui della mia stessa stirpe che sono mai nati. Possiedo i ricordi di chi sono stato io, nella mia vita, come me stesso; ma ora sono anche tutti gli altri esemplari della mia specie vissuti prima e dopo di me.»
Per quanto fossero straordinarie le cose di cui era diventato testimone, questo stupì il vecchio molto più profondamente delle precedenti; non da ultimo, per il fatto che, a differenza della cenere e del vuoto, l’esistenza di spiriti come quello poteva essere una buona notizia.
«Come è mai possibile questo?»
«Non lo so. Forse il mondo non ci voleva dimenticare.»
“Forse il mondo non ci voleva dimenticare” ripeté il custode nel proprio cuore, chiedendosi cosa significasse, se potesse avere un significato. Se potesse essere vero.
«È possibile…che anche per me valga qualcosa di simile?»
Yutyrannus lo annusò e lo osservò silenziosamente per lunghi, lunghissimi istanti.
«È possibile, sì.»
Perché, se il mondo era disposto a ricordare qualcosa, e a conservarla, conservarla oltre le sue irrevocabili leggi di morte, fino a quell’ora in cui ogni misura e ogni senso sembravano essere stati destituiti da così tanto tempo da essere stati dimenticati, non poteva essere proprio per la sua sala, per la grandezza che il regno che fu aveva posseduto, che ora lui, il più umile, tra quanti erano stati suoi servitori, che fosse stato realmente servitore del regno e non di sé stesso, aveva ancora la possibilità di ricordarla oltre la sua rovina, all’indomani di un’età di sfacelo e consunzione in cui a un piccolo fuoco era ancora consentito brillare?
«Io non sono mai morto, però» disse ancora.
«Nemmeno io. Dev’essere questo, ad accomunarci» replicò Yutyrannus, con una nuova luce negli occhi. Il vecchio si chiese se anche lui stesse affrontando pensieri confusi come i suoi.
Lo sguardo gli cadde sulla torcia.
«Sto portando con me il fuoco.»
«Perché stai portando con te il fuoco?»
«Per riaccendere i bracieri.»
«Perché vuoi riaccendere i bracieri?» chiese il gigante, agitando ancora la coda, curioso.
«Perché è quello che so fare. Anche se il mondo è finito, finché sono vivo, mi tocca accendere i bracieri.»
L’animale allora annuì, poiché aveva compreso non già il significato intrinseco dell’accendere i fuochi, ma quello che aveva per lo spirito dell’uomo che gliene stava parlando.
«Ti spiace se ti accompagno?»
«No di certo. Sarà meglio viaggiare in compagnia.»
Il dinosauro ridacchiò: «Specie se restiamo davvero solo noi due.»


Il giorno dopo, l’uomo e il dinosauro si misero in cammino, alla ricerca di altri fuochi da accendere.
Se Yutyrannus aveva il passo ben più lungo di quello del vecchio, lo manteneva lento per non superarlo troppo. A quanto diceva, anche lui aveva vagato da solo come aveva fatto il vecchio, ma per molto più tempo. Per la strada che aveva già percorso, non aveva trovato nulla, così continuarono nella direzione verso la quale si stava dirigendo il vecchio, che, se non altro, aveva già trovato delle casette e una chiesa.
Dopo aver camminato a lungo, giunsero davanti a un sorprendente mutamento del paesaggio: una digressione dell’infinita distesa cinerea, che fino a quel momento era sembrata sempre irreparabilmente uguale, che proseguiva in un passaggio più in basso, una distesa lunga ancora diverse miglia in mezzo alle pareti di roccia che sostenevano l’altopiano.
«Avevi già visto altre variazioni del paesaggio, come questa?» chiese il vecchio a Yutyrannus. Ora che erano compagni di viaggio, e dato che ne aveva chiesto il permesso e gli era stato accordato, poteva dargli del tu. In cuor suo, mantenere le regole della cortesia, perlomeno quella che aveva conosciuto ai suoi tempi, anche dopo la fine del mondo, gli sembrava avere più potere di quanto riuscisse a spiegarne.
«Ne avevo viste altre, sì, ma non come questa. Più a nord ci sono dei pendii che non portano a niente, scale di terra e cenere che si sollevano per qualche passo e poi si interrompono. O piccole depressioni. Ma questa sembra l’entrata di qualcosa di più grande.»
«Come fai a essere sicuro del nord? Non si vedono né il sole né le stelle.»
Yutyrannus sollevò gli angolo della bocca e agitò una volta la coda «Quelli come me sanno dov’è il nord come tu sai dov’è il sopra e dov’è il sotto. Ce l’abbiamo dentro.»
Presero via per la valle deserta, scendendo fino a una profondità tale che la terra intorno a loro superò l’altezza dell’antico spirito animale. E fu poco dopo questo punto che udirono dei suoni. Un soffio più rumoroso e ancora più triste di quello del vento, e rumori cadenzati, passi, più lenti e più pesanti di quelli di Yutyrannus, ma anche più ovattati dal terreno, come se non fosse un unico corpo, ma una grande quantità di corpi granulosi, a compierli.
Poi, da oltre il bordo della parete di terra che copriva il loro sguardo, a destra, si allungò la sagoma di qualcosa che si muoveva, che fu al centro del loro campo visivo entro pochi istanti, e che si rivelò qualcosa che nessuno dei due aveva mai visto. Una cosa dello stesso colore di tutto il resto, molto più grande di Yutyrannus, ricoperta di cenere, e forse di cenere costituita, che poggiava su due zampe articolate in spalle robuste, gomiti spessi e tre lunghi artigli, e trascinava dietro di sé una coda di cui non si vedeva il termine. Dalla parte opposta, frontalmente, sembrava ugualmente trascinare qualcosa, una lunga testa spigolosa su un collo poderoso, che si dischiuse come un fiore in tre petali coperti di denti, mascelle robuste, e poi iniziò ad avanzare a lunghi balzi verso di loro.
«Cosa accidenti è quella cosa?» gridò il custode.
«Il mondo ora è solo cenere, ma anche così, il vecchio istinto dell’autoconservazione della materia mediante l’assunzione di altra materia non è morto del tutto».
I due corsero in direzioni separate, il loro tempismo fu efficace, l’essere continuò la sua carica fino a superarli e ad arrestarsi appoggiandosi al pendio.
«Vuoi dire che questo è un predatore?»
«Sì, anche se non posso dire che sia vivo. Ma qualcosa l’ha convinto che se mangia tutto ciò che non è cenere, continuerà a non vivere per qualche altro tempo, e la prospettiva gli piace più di quella di smetterla»
L’essere ripartì alla carica, puntando l’uomo.
«Che possiamo fare?» gridò, chinandosi e sperando di poter scartare in tempo.
Yutyrannus fu più veloce. Si avventò in corsa, scattante, in direzione incidentale alla carica della creatura di cenere, e forte della sua velocità e della stazza minore, gli passò di sotto e gli azzannò la gola. La creatura inarcò il collo e spalancò le tre fauci, non perché provasse dolore, ma perché la cenere serbava in sé il ricordo, del dolore.
Il vecchio estrasse la spada, mentre nell’altra mano reggeva la torcia. Caricò contro il fianco della cosa, affondandovi la spada fino all’elsa. Fu come immergerla nella sabbia, l’essere era un ammasso di cenere e non si capiva che cosa lo tenesse insieme, ma il colpo, oltre a lasciare un solco, non fece nulla. Yutyrannus mollò la presa e balzò indietro, prima che una delle zampe lo schiantasse.
«Come lo buttiamo giù?» domandò ancora il vecchio.
«Non ne ho idea!» rispose Yutyrannus. Caricò una seconda volta, ma l’avversario si mosse più velocemente e riuscì a urtarlo con la zampa, spingendolo di lato. Il custode, allora, confidando in ciò che sapeva fare e sempre aveva fatto, ritrasse la spada, tese in avanti il bastone infuocato e colpì il fianco del predatore cinereo. Sotto i suoi occhi, la parte del corpo toccata da quel fuoco iniziò a cambiare colore, scurendosi fino a diventare grigia, poi verdastra e infine nera. La creatura accusò il colpo, si girò verso l’uomo e ruggì il proprio turbamento contro di lui, cercando di azzannarlo. Ma non ci riuscì, perché grazie a quell’attimo di distrazione Yutyrannus era tornato all’attacco, aveva morso la coda della cosa e la tirava indietro.
Il custode sfregò la lama della spada contro la torcia, varie volte, finché il fuoco misterioso non ne ebbe avvolto quasi interamente i bordi, e con essa iniziò a levare fendenti contro il muso della cosa, screziandola di strisce verdi e nere e facendola retrocedere.

Quando l’essere si sollevò, nel tentativo di sferrare un nuovo attacco, il vecchio servitore scorse, vista inattesa, che al centro del suo torace si trovava un buco. Non una ferita, e sembrava inesatto chiamarla anche deformazione: era una cavità perfettamente circolare, e apparentemente anche profonda, per quanto non al punto di aprirsi anche dall’altra parte, lungo il dorso del predatore. L’attacco lo mancò, e il mostro tornò col ventre a terra.
«Ha uno strano buco sotto il petto» gridò l’uomo all’animale «e questo mi fa venire un’idea. Devi sollevarlo abbastanza perché io possa raggiungerlo».
Yutyrannus mollò la coda dell’essere «Solo compiti gravosi, in questa fine del mondo».
Gettandosi contro il suo fianco con tutto il suo peso, dopo essersi accovacciato per evitare una zampata, il coraggioso animale lo rallentò e colse di sorpresa; ponendosi nuovamente sotto il suo collo, lo azzannò nuovamente, ma anziché spostarsi per evitarne i colpi, piantò bene le piante artigliate nel terreno, e rimase dov’era, spingendo per sollevare l’avversario da terra come un Eracle piumato che sollevasse il polveroso Anteo. L’uomo sgattaiolò dietro di lui.
L’essere, contorcendo il collo e aprendo a scatti le mascelle, pestò con foga sul dorso del rettile piumato, agitando la coda con violenza tale da agitare tutto il terreno: e Yutyrannus tremò, talvolta piegò un ginocchio, ma non si smosse. Continuò a mordere e a spingere, per tirare su il corpo dell’avversario. Mentre questo poggiava i suoi arti sulla schiena del nemico, e spingeva per allontanarlo e liberarsi, il vecchio corse avanti, si gettò in ginocchio e spinse la torcia verso il buco, che ora riusciva a intravedere di nuovo.
Il fuoco attecchì velocemente, come se quell’incavo fosse pieno di combustibile, e ben presto crepitò vivamente, scoppiettante, mentre i movimenti dell’essere rallentavano.
Il predatore cinereo sollevò un’ultima volta il capo vero l’alto, distese le mascelle più largamente di quanto fosse sembrato possibile, ed emise un sospiro simile a quello del vento, forse più stridulo, ma poco più rumoroso di un sussurro, come se non volesse che la sua agonia disturbasse il sonno di un ascoltatore assente.
Si accasciò di fianco, e il suo corpo ristette. Lentamente, dal vuoto del suo torace, si produsse un moto in volute circolari di anelli di fiamma, e mentre queste percorrevano il suo corpo, esso si colorava, facendosi nero e verde scuro, e poi anche di altri colori.
Il predatore cinereo conteneva resti di esseri viventi e non viventi, nessuno dei quali, purtroppo, viveva ancora. Un grande rettile ricoperto di spesse squame di corno, dal muso lungo, era il più di lui, e giaceva nella cenere circondato da legname, steli, sassi, ossa di creature diversissime tra loro, persino degli uccelli e dei pesci con ancora qualche brandello di carne addosso. E una statuetta di terracotta dalla forma di un genio accovacciato.
«Sono i resti del mondo» dichiarò Yutyrannus, con voce grave.
«Allora qualcosa sopravvive ancora?» Il vecchio prese la statuetta, e la mise insieme al liuto.
«Non proprio. Non ti ho ancora detto come è finito il mondo, perché penso per il tuo meglio che ti convenga prima capire le cose che ti ho già detto, prima di raccontartelo…»
«Mi fido del tuo parere. Non ho mai avuto l’ambizione di sapere tutto.»
«Ad ogni modo, quando il fatto è successo, loro hanno avuto meno fortuna di altri. I loro corpi sono rimasti vuoti, privati di ciò che li animava.»
«La fiamma, non è vero?»
«Sì. La fiamma. Solo che, mentre ogni cosa fisica, materiale, si annichiliva da sola, le sostanze spirituali no. Quelle hanno bisogno dei loro tempi, prima di andarsene. Così, nel caos che ne è conseguito, gli spiriti della vita, con il loro bisogno disperato di sopravvivere, si sono aggregati tra loro per acquisire abbastanza potere da operare cambiamenti anche in questo piano, e si sono legati a tutto ciò che trovavano. Le vaste e desolate piane come questa sono il loro terreno di caccia. Dobbiamo stare attenti.»

Proseguirono la discesa, e dopo alcuni altri giorni di cammino, quelle pareti iniziarono a divenire più alte, il sentiero a scendere ancora e a farsi più stretto, una via serpeggiante in mezzo alle montagne di cenere, che a sua volta, dopo una mezza giornata di marcia, rivelò un ampio spiazzo aperto, circondato dai monti dalla parte da cui erano giunti i due viaggiatori, da alcuni alberi spogli ai due lati, e che procedeva ancora in discesa proseguendo ancora avanti. Ma a catturare la loro attenzione fu soprattutto un grande arco di pietra, posto al centro dell’area, ricoperto, come tutto il resto, da ampi strati di cenere, ma ancora in piedi.
I due viaggiatori si avvicinarono, circospetti e incuriositi.
«Io non avevo mai visto una costruzione come questa» affermò Yutyrannus.
«Io invece sì» disse il custode «è un arco, e di solito si costruisce per segnare qualcosa. Non so, ma il fatto che questo sia ancora in piedi, dovrà voler dire qualcosa».
Yutyrannus soffiò via con gli sbuffi delle sue froge la cenere che lo ricopriva.
«Quest’area è ben protetta dalle montagne, difficile da raggiungere, e questo arco è la cosa più riconoscibile in cui ci siamo imbattuti. Se volessi fermarti da qualche parte, questo potrebbe essere il posto giusto» disse poi.
«Hai ragione, ma non intendo fermarmi ancora per molto tempo. Devo prima accendere i fuochi.»
«Perché non accendi il fuoco qui, allora?»
Il vecchio non se n’era accorto subito, ma in alto, legati alle pietre dell’arco da alcune corde, vi erano effettivamente dei bracieri. Il custode però non avrebbe potuto raggiungerli.
«Sali sulla mia schiena, e sarai abbastanza in alto da raggiungere quei bracieri».
Il custode del fuoco tese la torcia verso il suo compagno, e questi si chinò sulle zampe, lasciò che il vecchio poggiasse un piede sul suo ginocchio, aiutandolo con le sue corte ma forti zampe anteriori, che si arrampicasse sul suo dorso aggrappandosi al suo folto piumaggio, che si rimettesse in piedi sulla sua groppa, infine che sollevasse la torcia verso i due bracieri, dove il fuoco attecchì rapidamente e rimase, ardente e luminoso, senza crescere né diminuire.
Yutyrannus aiutò nuovamente il suo compagno a scendere, e rimasero a osservare il fuoco.
Quell’arco era lì per segnare un luogo sacro, un punto di congiunzione tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti; ma, da quando il mondo era finito, le cose non andavano più come usavano un tempo.
Al centro dell’arco apparve un’ombra, una nebbia oscura che levitò come sangue immerso nell’acqua, e che poi iniziò a vorticare intorno a sé stessa, ampliando le proprie dimensioni fino a tendersi in una vasta oscurità che ricoprì l’arco, rendendolo simile a una porta.
I due compagni osservavano stupiti e tesi.
«Hai mai visto una cosa del genere?» domandò il vecchio a Yutyrannus.
«No» rispose «speravo che potessi spiegarmela tu».
Poi, dall’oscurità, emerse molto lentamente una forma solida e semovente, che si trovava dall’altra parte di quella porta di tenebra, e che ora la stava attraversando.
Una mano umana, orribilmente avvizzita, dello stesso colore nero bluastro del portale, varcò la soglia e artigliò la terra cinerea, trascinando dietro di sé un braccio ossuto, una spalla rigida, un corpo strisciante.
Un rantolo si sollevò da quella creatura avvizzita: «Aiutatemi».
I due compagni si mossero all’unisono. Il vecchio, impugnando quel suo vigore residuo che non poteva scemare più, si inginocchiò e sollevò la creatura ponendone un braccio intorno alla sua spalla.
Yutyrannus, forte delle sue dimensioni, sollevò direttamente la figura addentando gli stracci che pendevano dalla sua nuca, e dopo che il vecchio ebbe preparato un giaciglio con la sterpaglia, di fronte all’arco che ora era tornato come prima, e un bastone di legno con cui reggerla, vi depose la figura.
«Purtroppo non abbiamo acqua» disse il vecchio, mentre vedeva tremare la creatura e si toglieva di dosso il suo mantello per avvolgervela. «Io e lui non ne abbiamo più bisogno».
«Ho bisogno del fuoco» rispose, con un sospiro, il nuovo arrivato. Per quanto roca e sibilante, la voce sembrava femminile.
Raccolsero in fretta del legname per accenderne uno lì nello spiazzo. Yutyrannus accatastò alcuni rami, sottratti agli esili alberi che li circondavano, e l’uomo lì toccò con la sua torcia.
Attesero in silenzio alcuni istanti. La figura, gradualmente, smise di tremare. Poi, sostenendosi con il bastone, si alzò, mosse alcuni passi stentati verso il fuoco, si inginocchiò davanti ad esso, abbassando il capo e mormorando alcune ruvide parole sulle mani giunte, ne avvicinò una al fuoco e, prodigio!, dal fuoco zampillò dell’acqua.
I due vecchi si guardarono.
«È magia?» disse l’umano.
«Quella che tu chiami magia, per il mondo, è come quello che per te è il sogno» replicò l’animale.
La creatura pose le mani a coppa sotto di essa, ne raccolse una manciata e la sorseggiò lentamente.
Ripeté il processo altre due volte.
Quel semplice, incomprensibile atto riuscì a infonderle nuovamente vigore. Tornata a sua posto, parlando con una voce più chiara, sollevò il suo volto scheletrico incorniciato da lunghi capelli tinti di fango e dilatò le orbite oculari vuote come se stesse sorridendo.
«Vi ringrazio per la vostra ospitalità. Non avrei immaginato di ricevere un così lesto aiuto da qualcuno di questo piano, specialmente con il mio attuale aspetto».
«Signora, io e il mio compagno siamo spettri, inspiegabili scherzi del destino» disse il custode ridacchiando «e di certo non ci turberemo davanti ad altri esseri che parlino come noi, specialmente se possiamo aiutarli.»
«Ci fa piacere incontrare qualcun altro» aggiunse Yutyrannus, con gli angoli della bocca sollevati e la coda in movimento «sono il silenzio e la solitudine, ciò che temiamo di più. Dicci, chi sei?»
«Mi chiamo Elinor. Come forse avrete immaginato, vengo dal mondo degli spiriti. Sono una di quelle che, un tempo, gli uomini di questo mondo chiamavano “fate”: esseri perennemente tesi tra entrambe le sponde, anfibi della realtà, con la necessità di manifestarci anche da questa parte, per poter sopravvivere.»
Il vecchio provò conforto. Dopo gli incontri che aveva vissuto, scoprire di avere a che fare con una fata era rassicurante. Finora, si trattava della prima creatura che capisse cosa fosse.
«Siete in questo stato per via di ciò che è successo a questo mondo? Per il fatto che è finito?» domandò poi.
Elinor annuì, gocce di oscurità eterica e di fanghiglia che picchiettavano il terreno intorno a lei «Abbiamo bisogno di una comunione con noi da parte degli uomini, per poter passare da questa parte. Da quando gli uomini non esistono più, nessuno offre tributi, intona canti, e soprattutto nessuno accende più i fuochi. I fuochi alimentavano l’essenza del nostro mondo e di tutti noi. Le creature che vivono solo nell’altro mondo possono prosperare anche così, ma quelle che vivono al limitare della soglia, o che l’attraversano, non sono in grado di vivere se uno dei due muore.»
«Quella che hai usato poco fa è la legge nascosta delle cose, non è vero?» chiese l’animale.
La fata lo guardò con attenzione «Tutte le cose sono fatte di fuoco. Nel fuoco è la loro origine, ed è dalle trasformazioni del fuoco che derivano tutti gli altri elementi. Noi possiamo orientare quella trasformazione, se ne abbiamo la necessità, poiché conosciamo il segreto del fuoco ed egli si fida di noi. Forse la conosci come legge nascosta, ma per noi è naturale e chiara come le stelle.
Ma tu, invece chi sei?»
«Io sono Passi Pesanti, Piume agitate dal Vento, Predatore Vivo di Animali Vivi. I miei simili vivevano in questo mondo molti milioni di anni fa. Non praticavamo la tua arte, e non conoscevamo il segreto del fuoco, ma comprendevamo che tutto ciò che vedevamo era solo un aspetto di qualcosa che ne possedeva molteplici. Sapevamo l’aspetto e sapevamo anche la Verità che lo trascendeva e che lo emanava, e ne eravamo partecipi senza desiderare altro. Come la maggior parte di quelli che gli umani chiamano animali.»
«Gli animali mi hanno più volte dato prova di quello che dici. Eppure, noi non conoscevamo l’esistenza di creature come voi, nel mondo degli spiriti» osservò Elinor, con grande stupore.
«Nemmeno la mia gente, almeno al tempo in cui sono vissuto io» si intromise il vecchio «mentre invece avevamo molti racconti sulle fate. Il mio popolo vi amava, e rendeva tributo alla vostra generosità danzando sotto il chiaro della luna. Sono il custode della cripta del regno che fu» aggiunse, dopo che Elinor ebbe iniziato a scrutare anche lui.
«Il regno che fu! Pochi l’hanno nominato dopo la sua fine, molti millenni fa, e nessuno ne ha serbato memoria, qui nel mondo degli umani, dalla tetra epoca del metallo e fino a oggi.»
«Se volete saperlo, la mia gente non conosceva nessuna delle vostre» disse Yutyrannus, sollevando la testa verso il cielo. «Ma io, che ho vissuto nella nebbia per tutti gli stravolgimenti del mondo, e ho visto il sorgere e il declino degli umani, ricordo bene di aver visto anche gli sfuggenti passi di fate, elfi, e di tutti gli altri misteriosi abitanti di quello che voi chiamate mondo degli spiriti.»
«Cosa siete venuta a fare?» domandò infine il vecchio.
Elinor lo guardò, riflettendo nel vuoto delle sue orbite qualcosa che brillava anche nelle pupille dell’uomo.
«Voglio rinvigorire le fiamme».

Fine della prima parte.
Sì, mi dispiace, ma il racconto non finisce qui.
Lasciate che mi spieghi: l’idea è sorta anni fa, da ispirazioni così palesi da vergognarmi quasi a esplicitarle, e quando, dopo molto tempo, l’ho ripresa per pubblicarla qui sul blog, poiché fin dall’inizio l’ho concepita come post, al punto di averla scritta interamente su Blogger, è diventata troppo grande per condividerla tutta in una volta. Avevo deciso di abbandonare l’idea di mostrarvela qui, ma alla fine ci ho ripensato. Desideravo pur sempre che questa storia occupasse uno spazio nel corpus dei post dell’Anima del Mostro, soprattutto perché è da temi, atmosfere e ispirazioni vissute nel corso della redazione di questo blog, che il racconto ha preso vita.
Se il racconto vi è piaciuto, sappiate che continuerò a scriverlo, e che, una volta che sarò giunto al termine della storia, essa farà parte di qualcosa di più grande ancora, che, auspicabilmente, non vedrà la luce solo nella forma di articolo. Per il momento, comunque, non resta che credere nel fuoco.
Per la copertina, ringrazio il mio amico Santino, che l’ha elaborata graficamente a partire dalla foto originale.

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