Davanti alla soglia dove mi attendeva il mio Mithrandir

Buon anno ad ognuno di voi.
Ben ritrovati sull’Anima del Mostro.
E, soprattutto, ben ritrovati nella Terra di Mezzo. Avevo menzionato in pagina il fatto di trovarmi da tempo “in esilio”, perché non ho letto i suoi libri per molto tempo e sentivo di essere troppo lontano dal loro messaggio, né il pensiero delle storie e i loro ricordi mi agitava come aveva sempre fatto. Sapevo di dover semplicemente aspettare, senza forzare. E ora l’attesa è finita.
Amici miei, da tre anni il primo post di gennaio è sempre un post su Tolkien, perché pubblicato nella settimana in cui cade l’anniversario della sua nascita. Questa volta, il giorno di pubblicazione viene a coincidere con quell’anniversario, e se appendere al muro il nuovo calendario non ha cambiato di una virgola la situazione che il blog si porta dietro, una coincidenza come questa val bene lo sforzo di onorare ancora una volta…lei. La nostra terra. La nostra storia. La nostra eredità. Il posto che ho più ardentemente desiderato nel corso di questa vita. La Terra di Mezzo.
Proviamo perciò a parlare di lei, in un post che non vuole essere un inedito che svisceri nuove questioni filologiche legate al legendarium, ma somigliare di più a una lettera d’amore, al tributo di un sito che, per ora, è tornato a essere niente più che la sola voce del suo autore.

La Terra di Mezzo, come non ancora tutti sanno, non è altro che la stessa terra in cui viviamo noi. Nessun altro mondo. La sostanza che la costituisce, i suoi elementi, la sua fisica, sono non simili ai nostri, bensì i medesimi. La Terra di Mezzo è dove viviamo ancora, e se intorno a noi non vediamo più le catene montuose del Beleriand o le piane delle Terre Selvagge, né la foresta di Lórien, e non ci rimane nemmeno una pietra del colossale picco intorno al quale erano state innalzate le sette cerchia di mura di Minas Tirith, ciò è dovuto al tempo e alle metamorfosi del suolo, ma chi conosce le storie e le tiene nel suo cuore non avrà difficoltà a vedere tutti questi luoghi accanto a dove vede il castello di Camelot, la fonte di Mimir e il solco lasciato da Achille intorno allo sconfinato perimetro di Troia.
Tolkien lo mette in chiaro nelle Lettere: Arda è una fase remota del mondo, separata da noi da molte di quelle che nel suo sistema cronologico vengono chiamate Ere; in una lettera spiega che, se la vicenda del Signore degli Anelli si svolge tra la fine della Terza Era e l’inizio della Quarta, quella in cui viviamo adesso è probabilmente la Settima.
Questa idea, naturalmente, mi ha sempre lasciato molte domande: se le ere durano alcune migliaia di anni, mentre la formazione dei continenti ne richiede milioni, come sarebbe possibile che nel corso di nemmeno centomila anni il mondo sia passato dalla forma che aveva nelle mappe di Tolkien a quella odierna? E come questo si concilierebbe con ciò che la geologia ci ha insegnato sulla storia del nostro pianeta? Per non parlare del fatto che la prospettiva storica è quella di una storia esclusivamente umana, e “antropomorfica” volendo includere anche gli Elfi, i Nani e gli Hobbit, e mentre di tutti questi conosciamo la creazione, secondo la prospettiva mitologica del Silmarillion, ci mancano tutte le forme di vita che, evoluzionisticamente, conducono a loro. Insomma, perché non si parla di dinosauri? E dire che da bambino (vedi le note di “Albero e Foglia”) a Tolkien piacevano!
Forse il concetto lo afferreremmo meglio se Tolkien avesse inserito l’immagine darksoulsiana dei cicli a me tanto cara, ma anche nel caso assurdo in cui questo fosse stato possibile, non avrebbe permesso una constatazione importante.

Tutto questo, queste cose che mancano, chiarisce infatti ancora meglio che cos’è la Terra di Mezzo, e cioè la nostra terra nel modo in cui è sempre stata nei miti e nelle fiabe, che rimane sempre uguale, laddove, nella Realtà Primaria, cioè quella in cui viviamo e di cui essa è la proiezione realizzata dall’artista, le cose cambiano fino a non conciliarsi più con la vecchia idea del mondo. Perché il mondo è sempre quello, ma nel momento in cui tutte le caverne sono state percorse da cima a fondo e nessuno ha più visto un orco, nel momento in cui la stella del mattino è il pianeta Venere e non si può più parlare di Eärendil che tiene un Silmaril sulla nave Vingilot, non si possono disconoscere questi dati.
Anche se ultimamente è diventato di tendenza farlo.
In una storia che dura, come dicevo, migliaia di anni, dove l’uso dell’acciaio, delle spade a due mani e delle cotte di maglia sono largamente praticati per buona parte della Prima Era, che dura non si sa quante migliaia di anni, e dalla cui fine al periodo in cui vivono Frodo e Aragorn passano oltre seimila anni, il fatto che lo sviluppo tecnico rimanga sempre lo stesso, salvo per i casi dei vari signori oscuri Morgoth, Sauron, e anche Saruman, che costruiscono macchine puntualmente distrutte dai loro nemici, è un’altra prova del fatto che la realtà, nel pure estremamente realistico mondo di Tolkien, si evolve in maniera diversa rispetto a quella del nostro.
Il che dovrebbe ricordarci come il concetto stesso di realismo sia ampio e possa significare molte cose diverse.
La Terra di Mezzo si caratterizza così nel fatto che vi sono possibili cose che nella Realtà Primaria non lo sono, in misura molto più profonda e molto meno eclatante del pur sublime soffio dei Draghi o della collera nevosa della montagna di Caradhras; ed è affascinante il fatto che abbia formulato la prima parte della frase in un modo che riecheggia quello in cui Tolkien presentava il reame di Fäeria in “Albero e Foglia”; sono possibili, dicevo, tutte quelle condizioni necessarie a delle storie epiche che vengano raccontate nel XX secolo, quando la realtà e le persone sono cambiate con l’avvicendarsi delle epoche, mentre quel genere e le corde che tocca sono rimasti gli stessi.
È un mondo che permette a sé stesso di essere come lo sogniamo.
Tolkien scrisse in una lettera di avere ben chiaro che, se la vicenda del Signore degli Anelli fosse accaduta nella Realtà Primaria, l’Anello sarebbe stato adoperato come arma fin da subito, e la storia sarebbe andata molto diversamente. Di certo non sarebbe stato distrutto, nessuno avrebbe rinunciato a quel potere, come nella storia che viviamo noi l’Uomo non ha rinunciato a nessuna di quelle fonti di poteri che hanno dimostrato di fare molto più male che bene. È questo è solo un esempio.
Questo non significa che la storia non sia realistica: lo è tenendo conto delle forze che operano in campo nella sua realtà, e cioè un valore, una bontà e una capacità di comunicare, tra persone anche molto profondamente diverse, andando anche oltre quei sentimenti più ignobili che nella storia sono ben attestati, temibili, ma che non riescono a prevalere per sempre. Nella ciclicità delle vittorie del bene e del male che si riscontrano tra l’Ainulindalë e la Quarta Era, uno degli aspetti che personalmente ho sempre trovato più realistici e più affascinanti, è innegabile che il vantaggio appartenga al bene, che a prezzo di grandi sacrifici, di un decadimento del mondo che pare inarrestabile, riesce cionondimeno a tornare come situazione stabile fino al nuovo male, il cui trionfo sarà in qualunque caso più breve e mai totale.
Quello è, in un certo senso, il mondo come dovrebbe essere. Secondo il criterio della propensione alla parte migliore delle cose. Un mondo in cui a sentirla sono in tanti.

Ora, come si presenta questo mondo?
Ad accompagnare questo ritorno, e anche la stesura di parte del post, è stata una delle mie canzoni preferite, “Beleriand” dei Summoning. Quando la ascolto ripenso all’idea potente che mi suscita il nome Beleriand, quello di una terra mitica rispetto ad una terra mitica, con i luoghi dove sono accaduti i grandi eventi di un’epoca remota rispetto a un’epoca remota. Un luogo che sento in parte come mitologico, fondante rispetto a qualcosa, e in parte come primordiale.

«Ora, la grande e bella contrada del Beleriand si stendeva d’ambo i lati del vasto fiume Sirion, celebrato nei canti, che nasceva in Eithel Sirion e, dopo aver contornato i margini di Ard-galen, si immetteva nella gola, a mano a mano ingrossato dai torrenti montani. Dal passo procedeva verso sud per centotrenta leghe, accogliendo le acque di molti tributari, finché, con possente flusso, veniva alle sue molte bocche e al delta sabbioso nella Baia di Balar. E seguendo il Sirion da nord a sud, a man ritta, nel Beleriand Occidentale, si aveva, tra il fiume e il suo affluente Teiglin, la Foresta di Brethil, e più oltre, tra questo e il Nargo, il regno del Nargothrond.»
(Il Silmarillion, “Di Beleriand e dei suoi territori”)

“Beleriand and its Realms” di Ted Nasmith.

Le descrizioni che Tolkien fa del suo mondo sono sempre estremamente belle ed emozionanti, e anche molto dettagliate; riflettono bene il suo amore per la natura.
Rappresentarlo graficamente non diverge così tanto dal rappresentare la nostra terra. Immagini cariche di antichità, nostalgia e sapore di mitologie germaniche e celtiche saranno ideali per rendere l’idea di come appaia la Terra di Mezzo. Ci sono mondi fantastici pieni di strani luoghi la cui forma e la cui natura suscitano il nostro sense of wonder per quanto sono diversi da ciò che sappiamo possibile, ma quello di Tolkien, proprio in quanto il nostro stesso, non ha quasi niente del genere.
Ciò che lo caratterizza, semmai, è il fatto che i suoi luoghi riflettono il massimo della bellezza, della meraviglia e della maestosità che possono suscitare i noi i luoghi della nostra terra. La terra e i luoghi di Arda sono belli nel grado massimo possibile ai nostri.
Lasciatemi poi rimarcare quanto sia stata felice l’idea di Peter Jackson di girare i suoi film in Nuova Zelanda, filmando paesaggi che, pur facendo parte della nostra terra, ci sono apparsi nuovi, e al contempo non estranei, non alieni.

Per concludere, alcune righe sul titolo del post.
Questo lo scrivo perché sento che, dopo il tempo che è occorso, questo ritorno è finalmente avvenuto. Si tratta di un ritorno nel mondo che ho descritto, dove una parte di me è cresciuta per tanti anni e dal quale, come dicevo, per qualche tempo sono mancato. Ma credevo, pur con qualche timore del contrario, che la cosa si sarebbe sanata e che quel mondo, e il suo autore, che per me è sempre stato una guida, un Mithrandir, mi stavano semplicemente aspettando.

I tre cacciatori nella foresta di Fangorn,
Alan Lee.

Il brano che ho scelto di leggere in occasione del Tolkien Birthday Toast di oggi mi è capitato davanti dopo aver scartato passi che avevo cercato e che non mi sembravano adatti, aprendo, invece, a caso:

«Mithrandir!», gridò. «Mithrandir!».

«Benincontrato, ti ripeto, Legolas!», disse il vecchio. 

Lo guardarono tutti stupefatti. La sua capigliatura al sole era candida come neve, e la sua veste bianca e splendente; gli occhi sotto le folte sopracciglia erano luminosi, penetranti come raggi di sole; in mano aveva lo strumento del potere. Paralizzati dalla meraviglia, dalla gioia e dal timore, rimasero senza parole.

Infine Aragorn si scosse. «Gandalf!», disse. «Al di là di ogni speranza tu giungi a noi nel momento del bisogno! Qual velo copriva i miei occhi? Gandalf!». Gimli non parlò, ma cadde in ginocchio portandosi una mano alla fronte.

«Gandalf», ripeté il vecchio, come se avesse ritrovato fra vecchi ricordi una parola da tempo in disuso. «Sì, era questo il nome. Io ero Gandalf».

Discese dalla roccia e raccolse la cappa grigia, avvolgendosela poi intorno alle spalle: e parve che il sole splendente di poco prima fosse ora di nuovo nascosto dalle nubi. «Sì, potete chiamarmi ancora Gandalf», disse con una voce che era quella del loro vecchio amico e capo. «Alzati, mio buon Gimli! A te nessun rimprovero, e a me nessun danno. Amici, nessuno di voi possiede armi che potrebbero ferirmi. Siate allegri! Eccoci di nuovo insieme, al cambiamento di marea. La grande tempesta sta per giungere, ma la marea è cambiata».”

Dopo tanta lontananza, il Mithrandir è tornato più luminoso che mai.
Se ci diamo tutti una mano, e come i tre cacciatori “restiamo fedeli l’un l’altro”, nonché agli autori cui siamo legati, e ai luoghi dove, a prescindere da qualunque vincolo casuale, ci sentiamo davvero a casa, attraverseremo il nuovo anno con la speranza, la fede e quella gloria che sembrava di avere dimenticato.

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