Caput Draconis et Cauda Draconis – Le eclissi

Il 21 gennaio avrà luogo un’eclissi lunare. Non paragonabile a quella dello scorso luglio, cui abbiamo dedicato il post sul drago Bakunawa, e che non sono nemmeno riuscito a vedere a causa del maltempo, e non del maltempo di casa mia, bensì di quello inglese (ebbene, in quei giorni ero partito per l’Inghilterra), ma dopo questa ci vorrà del tempo perché se ne possa vedere un’altra, o una di sole.

Così ho pensato, dato che l’argomento ‘eclissi’, proprio nell’ultimo anno, è diventato uno di quelli che mi interessano di più, e che più voglio affrontare qui, che la miglior occasione per parlarne è in prossimità di un’eclissi, e che dopo questo mese non se ne presenterà una per due anni, che aspetto a prendere il discorso subito?
In realtà, una cosa l’aspetterei. Come saprete, l’ho scritto molte volte, l’Anima del Mostro ha (o almeno, aveva; diciamo avrebbe) un certo percorso, un disegno da seguire; negli ultimi mesi, visto che la pubblicazione è diventata rara, ho agito in modo più libero lasciando perdere quel disegno, che prevedeva, tra le altre cose, che i post sui draghi costituissero la parte finale del viaggio. Così, anche per questa volta, mi sottrarrò a quel proposito e vi aprirò le porte per la vera essenza di questo mondo di mostri.
Il discorso che sto avviando, tanto per cambiare, è molto complesso e riguarda numerose discipline, e oltre all’impossibilità di affrontarlo qui in maniera completa, si pone il chiaro limite che nel mio percorso ho solo sfiorato la superficie di quello che c’è davvero. Dunque, e questo in parte può salvare il proposito che menzionavo prima, questo sarà il primo di diversi discorsi a riguardo, che magari ricapiteranno a ridosso di eclissi future, e in qualunque caso, salvo imprevisti, ricapiteranno.

Le eclissi, per gli antichi, sono opera dei draghi.
È un concetto che ha lasciato traccia di sé anche nella nostra cultura e che sopravvive, per i pochi che se ne interessano, anche ai giorni nostri, ma a questo arriveremo al momento opportuno.
Le eclissi di sole sono fenomeni che la scienza ha compreso e spiegato da molto tempo, grazie a nozioni sconosciute per una cultura che prescinda dalla concezione eliocentrica, e dalla stessa consapevolezza di come sono fatti il sole, la luna e la terra.
Le eclissi rappresentano il fenomeno che più di ogni altro turba lo stato naturale delle cose, e per gli antichi la cosa più urgente è capire come intervenire per tornare a quello stato. Molto spesso, l’eclissi viene interpretata come l’azione di un mostro, un’entità gigantesca che ha ingoiato o nascosto la luna o il sole, e che agli uomini tocca scacciare, spaventare, o supplicare, in modo che restituisca l’astro nascosto.
Nella maggior parte dei casi, quell’entità è un drago, o un gigantesco serpente; che in mitologia, come sappiamo, sono quasi sempre lo stesso.

I primi ad averci lasciato informazioni a tale proposito sono i Babilonesi. Vicini agli albori della nostra cultura, alle origini dell’astronomia e dei dei draghi per come li conosciamo oggi, che nascono con i Sumeri, il fatto stesso che abbiano concepito un legame tra il cielo e i draghi significa che l’essenza di quel legame è incontrovertibilmente vera. E per loro, l’eclissi è un atto di male.
Uno dei miti più ricorrenti vede le eclissi causate dai Sette Demoni della demonologia babilonese, estremamente influenti in tutte le tradizioni successive, e un testo rituale descrive il loro approssimarsi alla luna, oscurarla e provocare così numerosi mali agli uomini della Terra, malattie, diluvi, morte. L’assirologo Paul-Alain Beaulieu ha esaminato l’idea che l’eclissi venisse letta come un conflitto divino, una lotta tra un eroe e un mostro, il dio Nabû e il serpente leonino Labbu. Facciamo la conoscenza di questi personaggi, nuovi anche per me. Nabû è il dio della scrittura e della saggezza, simile al Thot egizio se vi è familiare, coincidente con la dea sumera Nisaba o Nidaba, e venerato nel I millennio a.C. come figlio di Marduk, il dio principale del pantheon babilonese, dal quale sembra ereditare, come cavalcatura, il drago Sirrush o Musshussu, in cui ci eravamo già imbattuti un po’ di tempo fa, la prima volta che abbiamo parlato di mostri mesopotamici. Come patrono di arti affine anche a quella degli oracoli, viene associato al dio lunare, Sîn.

Labbu (immagine che ho trovato associata al suo nome
con un effetto troppo suggestivo per non proporvelo).

Labbu è il serpente che l’eroe deve sconfiggere, ed è menzionato in due testi letterari epici, dove è descritto come un Mushussu dal corpo lungo sessanta leghe, o un Bashmu (tendenzialmente simili, o l’uno o l’altro hanno le ali, il Bashmu spesso ha più teste) lungo cinquanta, che viene creato da Enlil, dio dell’aria, quando questi lancia dal cielo un’immagine di drago. Il concetto di “serpente leonino” dovremo immaginarlo come un serpente dotato di zampe, che un serpente con la testa di leone -che è un soggetto su cui andrebbe fatto un ampio discorso a parte- dato che il primo tipo di creatura è ben attestato dall’archeologia mesopotamica.
Il poema racconta:

«Le città sono cadute in rovina, le terre turbate.
I popoli sono diminuiti sulla terra.
Al loro clamore il Labbu non presta attenzione.
Non prova pena per il loro lamento.
Chi creò il serpente?
Il mare creò il serpente!
Enlil scagliò la sua immagine nel cielo:
La sua lunghezza cinquanta leghe, la sua altezza una lega,
La sua bocca sei cubiti,
Dodici cubiti la circonferenza delle sue orecchie.

Tutti gli dèi del cielo
Si inchinarono davanti a Sîn nel cielo,
E il volto di Sîn venne oscurato dal bordo della sua veste.
“Chi andrà ad uccidere il Labbu?

Chi salverà la vasta terra?»

(Traduzione dall’inglese di “Sources of Evil: Studies in Mesopotamian Exorcistic Lore” capitolo “Ina lumun attalî Sîn: On Evil and Lunar Eclipses”, di Francesca Rochberg, pag. 307-308); ho omesso tutti i segni ortografici che indicano le perplessità dell’autrice sulla traduzione e le lacune del testo, per riportarne l’essenziale in una forma immediatamente leggibile, ma vi sia chiaro che parte di questo testo è dubbia.)

Tralasciando il fatto che l’inizio ricorda quello del Gilgamesh, la misura del Labbu potrebbe non essere casuale, ma derivare dalle dimensioni della luna, che Beaulieu ci informa essere, presso i babilonesi, di sessanta “doppie ore”.
Il mito di Labbu va messo in relazione con quello di Tiamat e con i numerosi serpenti abbattuti dagli dèi nei miti più arcaici, ma quello che interessa oggi è il rapporto di questi serpenti con gli astri.

Primo intermezzo musicale: Cauda Draconis dei Draconian.

Il concetto che voglio introdurre qui è quello dei nodi lunari, i punti in cui l’orbita della luna e l’eclittica del sole si incontrano, la cui conoscenza permette di prevedere le eclissi.
I due punti sono detti nodo ascendenti, o nord, e nodo discendente, o sud, in quanto il primo è segnato dal passaggio della luna al di sopra dell’eclittica, nell’emisfero eclittico nord, mentre il secondo quando essa discende nell’emisfero lunare sud. Quando entro 11° 38′ di longitudine eclittica da un nodo lunare si ha la luna piena (cioè quando la luna piena coincide con il nodo o avviene nel giro di poco tempo rispetto ad essa) avremo un’eclissi di luna, mentre quando in prossimità del nodo (17° 25′) cade la luna nuova, può verificarsi un’eclissi solare.

Rahu.

Ancora oggi, il periodo di tempo nel corso del quale la luna passa per lo stesso nodo è chiamato mese draconico, e sull’enciclopedia Treccani esiste l’aggettivo draconico proprio e solo con quel significato (l’uso che ne faccio io per indicare qualcosa di relativo ai draghi l’ho assunto da ragazzino, probabilmente dall’ambito dei giochi di ruolo, e sinceramente dovrebbe entrare nel dizionario a sua volta). Dunque, qual è il nesso tra i nodi e i draghi?
La storia sembra avere inizio in India, nella mitologia dei libri sacri Purāṇa, dove si trova la nozione di Navagraha, nove corpi celesti concepiti come altrettante divinità. Oltre alle sette note anche all’astronomia greca, il sole, la luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno, se ne incontrano due chiamate Rahu e Ketu. Questi sono concepiti come pianeti d’ombra, o invisibili, la cui esistenza si manifesta durante le eclissi, quando coprono la luna.
Rahu, in sanscrito राहु, che è anche il re delle meteore, corrisponde al nodo ascendente, è un’entità oscura ritenuta estremamente malvagia.
Ketu, in sanscrito केतु, è il nodo discendente.

Ketu.

Nei Purāṇa si racconta che, originariamente, Rahu e Ketu fossero un’unica entità, chiamata Rahuketu, e che sembra coincidere con il dio Svarbhānu, un altro nome associato alle eclissi. Svarbhānu bevve l’amrita, l’elisir che donava l’immortalità, senza averne ottenuto il permesso, e pertanto Mohini, uno degli avatara del dio Vishnu, lo colpì con la sua Sudarshana Chakra (un’arma a forma di disco), tagliandogli la testa. Ma Rahuketu aveva ormai bevuto, e questo l’aveva reso immortale: la sua testa e il resto del corpo presero vita a sé, divenendo, come avrete capito, una Rahu e l’altro Ketu.
Una leggenda buddhista, contenuta nel Samyutta Nikaya, racconta invece un’altra versione: Rahu, essere malvagio, attaccò e catturò Surya, il sole, e Chandra, la luna, che per liberarsi recitarono un’orazione rivolta al Buddha. Buddha intimò a Rahu di liberarli, e questi rispose che, piuttosto che acconsentire, si sarebbe fatto tagliare la testa in sette parti. La sua testa fu tagliata, e in questo modo gli astri furono liberati.
Nella concezione induista, a ognuno dei nove Navagraha corrisponde una parte del giorno, lunga circa 90 minuti e soggetta a variazioni, che cade sotto la loro influenza; la parte di Rahu è chiamata Rahukaalam, ed in essa opera l’influsso nefasto del demone: in quel momento è meglio evitare le pratiche funebri e altre azioni dalla valenza sacra.

Perfetto per l’occasione: “On Ketu’s trail”, dalla demo “Caput Draconis” della band Black Metal finlandese “Rahu”.

Il concetto dell’astrologia indiana influenza quella persiana e quella araba, che a sua volta lo introduce all’Occidente.
E occorre tenere presente che, in tutto questo discorso, all’eclissi si lega un’idea di male. Rahu era un’entità oscura, e il drago dell’eclissi un mostro portatore unicamente di caos per l’ordine planetario. Quel drago è della stessa stirpe di Tiamat, di Lotan, di Apopi e del Raab. Per questo l’astrologia indù ha portato con sé il concetto che le eclissi siano un momento in cui sono all’opera tremende forze negative, e durante i nodi lunari, che corrispondono a Rahu e Keto, operano le stesse forze.

In età tardo medievale, nei testi astronomici europei, viene adottata una nomenclatura, per designare i nodi lunari, che i praticanti di astrologia e varie forme di discipline mistiche e occulte utilizzano ancora: il nodo lunare nord, ascendente, ☊
viene chiamato Caput Draconis

e il nodo lunare sud, discendente, ☋
viene chiamato Cauda Draconis.
Così, nei testi di astronomia compaiono immagini che mostrano un grande drago disposto nel cielo tra il sole e la luna. Questo drago si legherà anche alla simbologia alchemica, divenendo frequente nei testi dotti del Rinascimento.

Dallo “Astronomicum Caesareum” di Pietro Apiano, 1540.

Bibliografia (in aggiornamento)

Buylaere, G. van, “Sources of Evil: Studies in Mesopotamian Exorcistic Lore”.

“Cauda Draconis”, e “Azra Lumial”, dei Nightbringer.

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