Tenebrosa deità di Demogorgone

“…Paretis, an ille
compellandus erit, quo numquam terra vocato
non concussa tremit, qui Gorgona cernit apertam
verberibusque suis trepidam castigat Erinyn,
indespecta tenet vobis qui Tartara, cuius
vos estis superi, Stygias qui perierat undas?”(Lucano, Pharsalia, VI, 744-749)

Colui di cui parleremo oggi è stato il primo di cui si sia stabilito di non pronunciare mai il nome, non per riverenza, ma per paura. Più penso a che cosa egli sia e più tremo mentre scrivo la sua storia. Forse non avrei dovuto neppure mettermi sulle sue tracce. L’ho avvertito man mano che andavo avanti e ne scoprivo di più, sempre di più. Ma quanto è vero quello che si dice sull’abisso! Egli si è reso conto di ciò che stavo facendo, di quanto a fondo mi stessi spingendo entro le sue tenebre, i suoi recessi polverosi, e ha piantato fisso il suo sguardo su di me. Non posso tollerarlo e lo sto ignorando, ma non potrò farlo per sempre. E lui ha tutta l’eternità dalla sua parte. Lo sguardo di colui che può fissare le Gorgoni senza esserne pietrificato, il flagello dell’entità che flagella le Furie, il nome di quello che può giurare sulle acque dello Stige senza temerne la punizione, ora sono tutti rivolti verso di me. E io continuo a scrivere, perché non posso fare altrimenti.
Alcuni di voi lo conoscono, in un modo o nell’altro. Per la maggior parte, avrete sentito questo nome, per la prima volta nella vostra vita, mentre seguivate Stranger Things, dove non c’era effettivamente lui, ma un mostro che i protagonisti, per una casualità e una suggestione (tranquilli, di questo parleremo quanto occorre), hanno chiamato col suo nome. E lo hanno ripreso dal mondo dei giochi di ruolo, dall’universo di Dungeons & Dragons, dove l’ho conosciuto anche io.
I lettori -meno numerosi, ritengo- un po’ più addentro alla letteratura inglese, lo hanno trovato in almeno due autori, Milton prima e Shelley più tardi, e quei folli che abbiano letto per esteso l’Orlando Furioso l’avranno sentito nominare anche nella nostra letteratura. La sua fortuna nella letteratura moderna si deve, in effetti, a un altro italiano, il Boccaccio, nella sua veste, che ai più sarà poco nota, di letterato in lingua latina. Neanche lui, invero, l’ha nominato per primo, ma ha tratto, da fonti di cui ora discuteremo, gli elementi che ha poi disposto nella forma con cui sono stati maggiormente conosciuti.

Giovanni Boccaccio.

Siamo nel 1350, e Boccaccio, che già da tempo si dedica alla ricerca e allo studio della mitologia classica, riceve un compito ufficiale: redigere un testo in cui ordinare tutta quella mitologia. Un compito gravoso, ma di grande prestigio e che risponde bene all’interesse dell’autore, che dedica al progetto diversi anni, avvalendosi, per qualche tempo, dell’aiuto del maestro di greco Leonzio Pilato. Tutte le fonti che ha a sua disposizione vengono adoperate, talvolta prediligendo quelle meno note a quelle dei grandi auctores; in particolare, risulta che l’autore più citato, dopo Ovidio (che aveva compiuto un’operazione affine, ma con intento artistico, nelle Metamorfosi), sia un certo Teodonzio, la cui identità è indagata da numerosi studi. Il frutto del grande sforzo mitografico, compiuto intorno al 1368, si intitola “De Genealogiis deorum gentilium” (“Le Genealogie degli dèi pagani”), che circola in numerose copie non autorizzate dall’autore e che presenta un percorso filologico alquanto complesso.
Ora, l’intento dell’opera è quello di fornire un sistema genealogico degli dèi, stabilendo un criterio tra le numerose versioni fornite dagli autori antichi nel corso dei secoli. Il problema di partenza, dunque, è stabilire chi sia stato il primo, colui o colei che ha generato tutti gli altri. Boccaccio apre l’opera esponendo questa problematica e vagliando le risposte dei sapienti dell’antichità, ciascuna delle quali viene però contraddetta da altre fonti: così, Talete di Mileto afferma essere l’acqua l’elemento che ha generato gli altri, ma dato che l’acqua è personificata dal dio Oceano, che “i poeti” hanno detto essere figlio del Cielo (cioè di Urano), non può essere l’acqua; Anassimene riconduce l’origine di tutto all’aria, mentre Crisippo al fuoco, e uno o entrambi gli elementi, presso i vari autori, vengono spesso ricondotti a Giove, che è figlio di Saturno; Alcinoo Crotoniense riferiva l’azione generatrice al Sole, alla Luna e alle Stelle, e Macrobio al Sole unicamente, ma anche questi erano variamente figli di altri, come Giove o Iperione. Poi, Boccaccio si è imbattuto nella risposta di Teodonzio, che racconta di una credenza, diffusa in epoca molto remota, presso gli Arcadi, secondo la quale sarebbe stata la terra, e un particolare spirito che opera dal suo fondo, a generare tutte le altre cose; e poiché non vi è autore che indichi un genitore non già alla terra, ma a questo spirito, Boccaccio ha individuato in esso il candidato più verosimile. Secondo quanto affermato da Teodonzio, gli Arcadi, uomini molto primitivi, montani, “mezzo selvaggi”, vedendo come dalla terra nascessero piante e varie forme di vita, emanassero il calore e il fuoco dei vulcani, e sgorgassero le acque delle sorgenti, ritenevano la terra fonte di ogni cosa; in seguito, ad uno stadio più avanzato, questo popolo stabilì l’esistenza di una mente responsabile di questo processo creativo, insita nella terra ma distinta da essa, una mente divina; e la prova dell’esistenza di questa mente, nell’esperienza degli Arcadi, era la sensazione di inquietudine, provocata dal silenzio e dall’oscurità, che li assaliva man mano che si addentravano nei meandri delle caverne e dei sentieri sotterranei. Questa mente divina ha un nome, il nome che non si dovrebbe pronunciare e che adesso scriverò anche io, correndo i miei rischi. Il nome è Demogorgone.
Se volete mettervi in pericolo pronunciandolo ad alta voce, fatelo almeno correttamente: anche se io l’ho sempre pronunciato con l’accento sulla terza o, secondo i dizionari e i letterati la giusta pronuncia è “Demogòrgone”.

I suoi attributi sono specifici: è un dio ctonio, proveniente dalle profondità della terra, e oscuro, tenebroso, anche se descritto dall’autore con forte ironia.

«Con grandissima maestà di tenebre, poscia ch’io hebbi descritto l’albero, quel antichissimo proavo di tutti i Dei Gentili, Demogorgone, accompagnato da ogni parte di nuvoli et di nebbie, a me, che trascorreva per le viscere della Terra apparve; il quale per tal nome horribile, vestito d’una certa pallidezza affumicata et d’una humidità sprezzata, mandando fuori da sé un odore di terra oscuro et fetido, confessando più tosto per parole altrui, che per propria bocca se essere Padre dell’infelice principato, dinanzi a me artefice di nova fatica fermossi. Confesso ch’io mi posi a ridere, mentre riguardando lui mi veni a ricordare della pazzia degli antichi; i quali istimarono quello da alcuno generato, eterno, di tutte le cose Padre, et dimorante nelle viscere della Terra.»
(Boccaccio, “De Genealogiis deorum gentilium”, traduzione di Giuseppe Betussi da Bassano)

Boccaccio individua in due autori la prova del fatto che questo dio fosse ben conosciuto e temuto, ovvero Lucano e Stazio.
Osserviamo il passo di Lucano, tratto dal famoso episodio di necromanzia in cui la maga Eritto rianima il cadavere di un soldato. Nella sua formula, la maga si rivolge direttamente alle potenze infere.

“…Tibi, pessime mundi
arbiter, inmittam ruptis Titana cavernis,
et subito feriere die. Paretis, an ille
compellandus erit, quo numquam terra vocato
non concussa tremit, qui Gorgona cernit apertam
verberibusque suis trepidam castigat Erinyn,
indespecta tenet vobis qui Tartara, cuius
vos estis superi, Stygias qui perierat undas?” (Pharsalia, VI, 742-749)

“…A te, peggiore sovrano
del mondo, manderò il sole, infrante le caverne,
e improvviso giungerà il giorno. Obbedite, o quello lì
convocherò, che non appena è evocato, la terra
trema sconvolta, che scruta apertamente la Gorgone
e castiga l’atterrita Erinni con le sue stesse sferzate,
che tiene, non visto da voi, il Tartaro, rispetto al quale
voi state in alto, e che spergiura sulle onde dello Stige?”

La traduzione italiana storica di questo passo, di Gaspare Cassola (1743 – 1809), che ci viene presentata dal saggista su cui si basa il mio post, ovvero Marco Barsacchi (vedere bibliografia alla fine), ha una caratteristica interessante:

“…Il sol per entro
Alle tue spalancate atre caverne
Farò raggiar, o sozzo Re del mondo,
Onde t’abbagli l’improvvisa luce.
Il mio cenno s’adempie? Oppur invoco
Il gran Demogorgone, al cui sol nome
Trema la terra, che il Gorgoneo scudo
Illeso mira, e con terribil sferza
Castiga Erinni, che nei cupi abissi
Del Tartaro s’asconde, a cui voi siete
Il sommo firmamento, e che non teme
Spergiurar sullo Stige?”

Il traduttore menziona chiaramente il nome del dio. E questo significa che questo nome doveva essere comprensibile negli anni in cui veniva scritta la traduzione. Mi sono permesso di tradurre personalmente il passo di Stazio, facendo poi seguire la versione di Cassola, proprio perché la sua menzione del nome di Demogorgone è un’aggiunta al testo, oltre a non corrispondere all’intento di Eritto di non pronunciare quel nome.

La seconda fonte è Stazio. Qui riporto solo la traduzione presente nel libro, di Cornelio Bentivoglio d’Aragona (1668 – 1732);

“Ne tenues annos nubemque hanc frontis opacae
spernite, ne, moneo: et nobis saevire facultas.
Scimus enim et quidquid dici noscique timetis
et turbare Hecaten (ni te, Thymbraee, vererer)
et triplicis mundi summum, quem scire nefastum.
illum – sed taceo: prohibet tranquilla senectus.” (Thebais, IV, 512-517)

“…Ah, non sprezzate
Questa cadente etade, e dell’opaca
Fronte le oscure tenebre: anche a noi
Lice l’incrudelir. Sappiam, sappiamo
Ciò ch’è orribile a dir, ciò che temete
Ed Ecate turbar, se per te, Apollo,
La gran germana tua prezzassi meno.
So del triplice il mondo il maggior Nume
Anch’io invocar, cui proferir non lice:
Ma in questa mia cadente età lo taccio.”

Fu proprio uno scoliaste di Stazio, Lattanzio (250 – 317 circa), a detta di Boccaccio, a indicare che “il maggior Nume” era proprio Demogorgone.
Da Demogorgone, secondo le Genealogie, nascono l’Eternità ed il Caos, seguiti da altri nove figli: Litigium, Pan, Cloto, Lachesis, Atropos (le Moire, o Parche) Polus, Phyton, Terra ed Herebus. La discendenza dell’Eternità da Demogorgone sta a significare che nulla esiste prima dell’oscuro dio, mentre il Caos, ricordiamo, è l’elemento primo, e spesso increato, nella maggior parte delle cosmogonie. Litigio corrisponde alla discordia, principio di separazione tra gli elementi, Pan è la forza naturale, le Parche il destino, Polus è il polo che delimita il mondo, Phyton corrisponde a Phanes, la luce, la Terra è Gea, e l’Erebo è l’oscurità.
Nel corso della tradizione successiva, il rapporto con la maggior parte di questi figli diviene secondario o si perde, ma ce n’è uno che si conserva con grande vitalità, e cioè la paternità delle Parche. Nella Teogonia di Esiodo esse sono figlie della Notte, mentre altrove discendono da Ananke, la necessità, o ancora da Zeus e Temi, la giustizia. Occorrerà qui ricordarvi come spesso, nel mondo romano, le Parche fossero chiamate anche Fata (plurale di fatum, “fato”, che etimologicamente significa “detto”, nel senso di “stabilito”), e che proprio da lì derivano le fate, affermatesi nella tradizione medievale grazie a un connubio tra il mito latino e gli spiriti del folklore celtico.

Ma che cosa significa questo nome terrificante?
Fino a qualche tempo fa, prima di dedicarmi alla lettura del saggio di Barsacchi, disponevo soltanto della risposta, sostenuta peraltro da numerosi insigni studiosi, che il nome derivi da un semplice errore, la trascrizione di un termine greco operata da un copista che non conosceva bene il greco. Il termine sarebbe δημιουργός, “demiurgòs”, ovvero “Demiurgo”. Su questo torneremo tra poco.
Boccaccio indica tre possibili traduzioni del nome Demogorgone. La prima, palesemente errata, è “dio della terra”, da δαίμων, “dàimon”, che indicando un essere metafisico superiore può essere sia un demone che un dio, e γεώργιον, “gheòrghion”, il campo, che Boccaccio, o forse una delle sue fonti, confonde con Γοργών, “Gorgòn”, la Gorgone; la seconda traduzione è “sapienza della terra”, in quanto δαίμων può avere anche quel significato; il terzo, che convince di più, intendendo il secondo termine come γοργός, “gorgòs”, “terribile”, traduce il nome “dio terribile”. E Boccaccio non manca di osservare come lo stesso attributo sia spesso associato al Dio del Cristianesimo, anche se per motivazioni differenti. Barsacchi ritiene che le interpretazioni di “dàimon” siano da attribuire a Lattanzio, e quelle del secondo termine a Boccaccio, o a Teodonzio o a Fulgenzio, altra fonte di Boccaccio.

Dopo questo momento, la concezione moderna dei miti classici non è più la stessa. Vi saranno altre opere mitografiche anche più ricche e precise di quella del Boccaccio -che presenta, come s’è visto, numerosi errori anche metodologici, che vanno però contestualizzati nell’ottica culturale del nostro autore- ma il nome e il ruolo di Demogorgone resteranno.

Matteo Maria Boiardo.

In una delle stagioni culturali più ricche della storia italiana, quella del romanzo cavalleresco, Demogorgone subisce un’interessante metamorfosi, grazie alla quale lo troviamo citato dal Boiardo (1441 – 1494) nell’Orlando Innamorato (1495) come re delle fate. Siamo nel tredicesimo canto del secondo libro del poema, e Orlando ha raggiunto il palazzo subacqueo della fata Morgana, per liberare il giovane Ziliante, che la fata tiene prigioniero per amore. Per vincere le sue resistenze, il paladino la vincola col nome di colui che detiene la massima autorità per le fate come lei:

   “Quella passarno, e cominciarno a gire
     Su per la scala e tra que’ sassi duri,
     E quando furno a ponto per uscire
     Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
     Allora il conte a lei cominciò a dire:
     – Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
     Per lo Demogorgone a compimento
     Mai non mi fare oltraggio o impedimento. –

     Sopra ogni fata è quel Demogorgone
     (Non so se mai lo odisti racontare),
     E iudica tra loro e fa ragione,
     E quello piace a lui, può di lor fare.
     La notte se cavalca ad un montone,
     Travarca le montagne e passa il mare,
     E strigie e fate e fantasime vane
     Batte con serpi vive ogni dimane.

     Se le ritrova la dimane al mondo,
     Perché non ponno al giorno comparire,
     Tanto le batte a colpo furibondo,
     Che volentier vorian poter morire.
     Or le incatena giù nel mar profondo,
     Or sopra al vento scalcie le fa gire,
     Or per il foco dietro a sé le mena,
     A cui dà questa, a cui quella altra pena.

     E però il conte scongiurò la fata
     Per quel Demogorgon che è suo segnore,
     La qual rimase tutta spaventata,
     E fece il giuramento in gran timore.
     Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata;
     Orlando e Zilïante uscirno fuore,
     E trovâr Fiordelisa ingenocchione,
     Che ancor pregava con divozïone.” (Orlando Innamorato, II, 13, 26-29)

L’autore stesso, dopo che Orlando ha richiesto il giuramento a Morgana, inserisce una breve digressione per spiegare chi sia questo Demogorgone, il cui nome, fino a quel momento, è circolato soltanto nell’ambito della cultura dotta, separata da quel complesso di storie e nomi, noti al popolo, che garantivano che questo potesse seguire i racconti cavallereschi. E lo presenta con attributi e ruoli chiaramente determinati, poiché non solo è il signore delle fate, e insieme ad esse degli spiriti affini, come le strigi e i fantasmi, ma in quanto tale svolge l’uffizio di punire tutte le creature di tal fatta che si attardino sulla terra dopo il sorgere del sole, secondo il principio folklorico, di remota origine, per il quale questi spiriti sono creature notturne e possono uscire dalle loro dimore solo di notte. In tutto ciò, ha anche un’altra inquietante caratteristica, il cavalcare un montone su cui “travarca le montagne e passa il mare”, dunque un animale volante di natura sovrannaturale, che manifesta l’influenza, nella cultura del XV secolo, delle storie sul sabba, ci fa immaginare Demogorgone come il capo di un corteo di spiriti volanti (e il lettore abituale dell’Anima sa bene a cosa mi riferisco), e naturalmente lo connota in parte come figura diabolica. La strofa 29 mostra il potere di quel nome su Morgana, che rimane “tutta spaventata”, giura “in gran timore” e fugge.
Un interesse particolare merita anche l’idea della punizione degli esseri sovrannaturali: Demogorgone li batte con tale violenza da far loro desiderare di morire, li incatena sul fondo del mare, li fa scuotere dal vento o li trascina dietro di sé tra le fiamme, immagini che ricordano le punizioni dei dannati infernali.

Il Boiardo è il primo, ma non l’unico, ed è la fonte da cui attingeranno altri autori di poemi cavallereschi che, nell’intessere un mondo fatato intorno alle gesta dei loro protagonisti, descriveranno corti di fate presiedute da un capo con questo nome.
Lo stesso Ariosto, nel primo dei cinque canti che non saranno mai pubblicati insieme al poema, descrive il regno delle fate e il palazzo dove queste si radunano:

“Gli altri ornamenti, chi m’ascolta o legge
Può immaginar senza ch’io ’l canti o scriva.
Quivi Demogorgon, che frena e regge
Le Fate, e dà lor forza e le ne priva,
Per osservata usanza e antica legge,
Sempre ch’al lustro ogni quint’anno arriva,
Tutte chiama a consiglio, e dall’estreme
Parti del mondo le raguna insieme.

Quivi s’intende, si ragiona e tratta
Di ciò che ben o mal sia loro occorso:
A cui sia danno od altra ingiuria fatta,
Non vien consiglio manco nè soccorso:
Se contesa è tra lor, tosto s’addatta,
E tornar fassi addietro ogni trascorso;
Sì che si trovan sempre tutte unite
Contra ogn’altro di fuor, con chi abbian lite.” (Canto I, 4-5)

Nella letteratura inglese, il tenebroso dio troverà la terra più ospitale per lui, il trono per le sue vaste membra fumose.
Cominciamo con Cassandra, di Richard Barnfield (1574 – 1620), un poemetto in conclusione dell’opera “Cynthia, with certaine Sonnets and the legend of Cassandra“:

Which charge to him no sooner was assigned.
But taking faire Cassandra by the hand
(The true bewraier of his secrete minde)
He first begins to let her vnderstand,
That he from Demogorgon was deseended:
Father of th’ Earth, of Gods & men commended.” (Strofa 12)

Colui di cui si parla è Apollo, che nel vantare la sua appartenenza alla stirpe degli dèi la riconduce a Demogorgone, padre della terra, degli dèi e degli uomini illustri.
Edmund Spenser (1552/1553 – 1599), autore del monumentale poema “The Faerie Queene” (1590), cita Demogorgone due volte, in modo non chiarissimo mentre presenta il personaggio Archimago:

“Then choosing out few words most horrible, 
  (Let none them read) thereof did verses frame, 
  With which and other spelles like terrible, 
  He bad awake blacke Plutoes griesly Dame,^ 
  And cursed heaven and spake reprochfull shame 
  Of highest God, the Lord of life and light; 
  A bold bad man, that dar’d to call by name 
  Great Gorgon,^ Prince of darknesse and dead night, 
At which Cocytus^ quakes, and Styx is put to flight.” (Libro I, canto I, strofa XXXVII)

e poi durante un’invocazione alla notte:

“She stayd, and foorth Duessa gan proceede 
  O thou most auncient Grandmother of all, 
  More old then Jove, whom thou at first didst breede, 
  Or that great house of Gods cælestiall, 
  Which wast begot in Daemogorgons hall, 
  And sawst the secrets of the world unmade, 
  Why suffredst thou thy Nephewes deare to fall 
  With Elfin sword, most shamefully betrade? 
Lo where the stout Sansjoy doth sleepe in deadly shade.” (Libro I, canto V, strofa XXII)

Nella fatale invocazione di Faust (1590 circa) della tragedia di Marlowe (15564 – 1593), il nome di Demogorgone sembra avere una valenza specifica.

“Sint mihi Dei Acherontis propitii! Valeat numen triplex Jehovae! Ignei, aerii, aquatani spiritus, salvete! Orientis princeps Lucifer, Belzebub inferni ardentis monarcha, et Demogorgon, propitiamus vos, ut appareat et surgat Mephistophilis. Quid tu moraris; per Jehovam, Gehennam, et consecratam aquam quam nunc spargo, signumque crucis quod nunc facio, et per vota nostra ipse nunc surgat nobis dicatus Mephistophilis!” (Scena III)

Barsacchi sostiene infatti che, mentre i nomi di Lucifero e di Belzebub sono riferiti alle potenze infere, Demogorgone venga chiamato in quanto signore degli elementi.
Milton (1608-1674), nell’elencare, nel novero degli angeli caduti del suo Paradise Lost (1667), tutti gli dèi antichi e i nomi dell’oscurità, non manca di inserire anche il “terribile dio”, con il particolare riferimento al potere del suo nome:

“…when strait behold the throne
Of Chaos, and his dark Pavilion spread
Wide on the wasteful Deep; with him Enthron’d
Sat Sable-vested Night, eldest of things,
The Consort of his reign; and by them stood
Orcus and Ades, and the dreadful name
Of Demogorgon; Rumor next and Chance,
And Tumult and Confusion all imbroiled,
And Discord with a thousand various mouths.” (Libro II, 959 – 967)

Alcuni versi della versione del 1893 di Limbo, un breve componimento a proposito dell’omonimo luogo metafisico, Coleridge (1772-1834) inserisce dei versi a proposito degli spiriti del Limbo, alcuni dei quali attendono un destino terrificante:

“Unchang’d it cross’d–& shall some fated Hour
Be pulveris’d by Demogorgon’s power
And given as poison to annilate Souls–
Even now It shrinks them ! they shrink in as Moles”

Illustrazione di Demogorgone, dall’edizione
italiana del “Prometeo Liberato”, di Mario Rapisardi.

Tutte quelle che abbiamo visto, avrete notato, sono menzioni. Tratteggiano un cosmo vasto e pieno di potenze oscure dai nomi minacciosi, ma queste potenze rimangono sempre sullo sfondo. È dunque di singolare rilevanza come nel Prometheus Unbound (1820) di Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) Demogorgone sia un personaggio molto importante, e per un certo senso opposto rispetto al suo ruolo tradizionale: non padre di tutti gli dèi, ma ultimo a nascere, figlio di Zeus e di Teti (in corrispondenza all’antico mito secondo il quale era stato profetizzato a Zeus che, se avesse avuto un figlio da Teti, questi sarebbe stato così forte da spodestarlo come lui aveva fatto con Crono; fu per questo che Teti divenne sposa di Peleo; ricordiamo che loro figlio fu Achille), colui che, in accordo alla profezia di Prometeo, è destinato a detronizzare il re degli dèi. Peraltro, il suo aspetto tenebroso non è venuto meno:

“…a mighty Darkness
Filling the seat of power, and rays of gloom
Dart round, as light from meridian Sun
Ungazed upon and shapeless – neither limb”.

Demogorgone oggi

Demogorgon in “Out of the Abyss”.

Demogorgone in “Eldritch Wizardry”.

La storia di Demogorgone in Dungeons & Dragons ha inizio nel 1976, con il terzo manuale supplementare della prima edizione, intitolato “Eldritch Wizardry” e dedicato alla magia e ai piani arcani. Qui veniva introdotta nel gioco la realtà (realtà?) dei vari piani dimensionali abitati dai demoni, con alcune delle razze di questi, le caratteristiche dei luoghi in cui vivono, e l’introduzione dei loro sovrani, più d’uno, destinati a evolversi di edizione in edizione fino ai giorni nostri. Nello sterminato universo di Dungeons & Dragons -al cui pieno apprezzamento da parte mia, il principale ostacolo è proprio l’eccessiva quantità di elementi, che aumentano di volta in volta per includere sempre più possibilità- ciò che riguarda i piani infernali e i loro abitanti sarebbe materia su cui scrivere e raccontare fino a riempire libri, e di certo merita un vostro interessamento, se non ne siete già addentro. In quell’espansione veniva introdotto il celebre Orcus, dove il nome del dio infero latino indicava un poderoso demone caprino in assetto da guerra, e compariva, per la prima volta, quest’ibrido stranissimo: un demone rettiliano, in assetto bipede, con due zampe da rettile e una coda biforcuta, ricoperto di squame e con due tentacoli come arti superiori. La caratteristica più peculiare, però, era la sua testa, non solo perché ne aveva due invece di una, ma perché queste, sorrette da colli di serpente, avevano l’aspetto di un animale dal sentore decisamente poco mitologico: il mandrillo. Demogorgone qui era fondamentalmente un demone rettiliano, in grado di esercitare una forte influenza sulle creature a sangue freddo come rettili e polpi (e dunque, legato a entrambi, possedeva sia attributi serpentini che cefalopodi), e possedeva abilità che, per buona parte, ha conservato fino ad oggi: il suo sguardo ha poteri ipnotici, e ognuna delle due teste infligge uno status diverso, perché la sinistra ammalia e la destra danneggia la sanità mentale. Il tocco della sua coda sottrae energia, mentre i suoi tentacoli decompongono ciò che toccano.

Demogorgon e Orcus.

In quel manuale nasceva anche la rivalità tra Orcus e Demogorgone, col secondo sempre in posizione leggermente più alta del primo, e acuita allorché, nel Manuale dei Mostri di Advanced Dungeons & Dragons (1977), Demogorgone assunse il titolo di Principe dei Demoni. La sua posizione nel multiverso veniva chiarita nel Manuale dei Piani, dove era scritto che egli era signore di diversi degli strati di quello che si chiama Abisso. Negli anni ’80 e ’90 divenne meno frequente, allorché la seconda edizione di AD&D limitò notevolmente il pantheon, ma una particolare espansione, il manuale “Monster Mythology” del 1992, aggiungeva altre informazioni su di lui, e cioè che fosse tra i pochi demoni ad aver raggiunto, per potere e autorità, il rango di dio minore. E l’ascesa era solo all’inizio.

Con la terza edizione di D&D (2000), Demogorgone si avviò a divenire uno degli antagonisti più ricorrenti. Nell’avventura “Bastion of Broken Souls”, gli avventurieri, alle prese con la lotta contro il drago rosso Ashardalon, potevano imbattersi negli agenti di Demogorgone, e scoprire che il dio dei demoni stava impegnando le sue risorse contro sé stesso: ciò era dovuto al fatto che in lui operavano due volontà contrapposte, corrispondenti alle sue due teste, perennemente in lotta per prevalere l’una sull’altra. Poi venne il “Book of Vile Darkness” (2002), da noi noto come “Libro delle Fosche Tenebre”. Qui si legge:

Demogorgon nel “Libro delle Fosche Tenebre”.

L’88° strato dell’Abisso, chiamato le Pianure Salmastre da alcuni o Fauci spalancate [Gaping Maw] da altri, è la dimora della duplice entità conosciuta come Demogorgon. È un reame di oceani di acqua salata e di sporgenze rocciose sulle quali si arroccano stormi di demoni volanti. […] È qui che Demogorgon ha eretto il suo terribile palazzo, chiamato Abysm, che sorge al di sopra delle acque nere del suo reame. Demogorgon possiede anche una fortezza, chiamata Ungorth Reddik, nascosta tra le grottesche paludi dello strato.
Da entrambi questi fulcri di potere oscuro, Demogorgon, signore di tutto ciò che Nuota nell’Oscurità, esercita il suo titolo di Principe dei Demoni, facendo valere la sua immane potenza.

Il manuale procede spiegando che il suo titolo è conteso aspramente da Orcus e Graz’zt, altro sovrano infernale, e che è frequente che intere armate ai loro ordini si scontrino per stabilire la supremazia di un signore sugli altri. Il palazzo di Abysm, che ha la forma di due torri serpentine, ciascuna sormontata da un minareto a forma di teschio, è per il suo padrone un luogo di ricerca e di studio, alla ricerca di segreti arcani con i quali accrescere il suo potere. Demogorgon, poi, è creatore di golem e altri tipi di costrutti. La sua descrizione in questo manuale diverge dalle precedenti, poiché è detto che le sue teste sono quelle di una iena anziché di un mandrillo; si aggiunge che è alto 5,4 metri, con squame blu-verdastre. Maestro di incantesimi, può evocare una vasta gamma di creature.
Il manuale riporta anche informazioni sui cultisti del principe demoniaco, ovvero i Servitori di Demogorgon. Essi lo invocano con le parole:
“O principe dell’Abisso dalla duplice vita e dalla duplice volontà, signore del mistero e sovrano dei perversi, Demogorgon, sei tu il mio signore!”

Demogorgone nella quarta edizione di D&D.

Per divenire servitori di Demogorgon occorrono conoscenze arcane e capacità magiche, e bisogna sottoporsi a un terrificante rito d’iniziazione che prevede il sacrificio di una creatura intelligente. A divenire sacerdoti del Principe dei Demoni sono esseri folli, malvagi e perversi, ossessionati dall’idea della mutazione e della deformità e attratti dalle loro manifestazioni più orrende e innaturali, che servono il loro dio demoniaco seminando il dissenso e la corruzione e sono ostili a chiunque, inclusi gli altri servitori di Demogorgon. Tra gli incantesimi che essi acquisiscono, oltre all’evocazione di demoni minori, il tocco per infondere paura, il tocco di putrefazione, la pelle scagliosa, e, una volta raggiunto il più avanzato stato di rapporto con Demogorgon, il tocco di morte e la “doppia personalità”, per la quale il servitore diviene pazzo (a meno che non lo fosse già) e può scegliere abilità multiclasse senza le penalità che ne deriverebbero normalmente.

Nella quarta edizione, Demogorgone domina la copertina del secondo manuale dei mostri, e fu proprio quell’immagine, dove le teste sono inequivocabilmente quelle di due mandrilli e in cui il colore vivace rende ancora più bizzarro questo ibrido mostruoso, la prima in cui lo vidi, e associato alla quale lessi per la prima volta il suo nome. Un nome greco, ma con qualcosa di strano che non mi permetteva di credere che fosse un nome coniato recentemente e ad uopo per lui.
Secondo il manuale, le due teste del signore dei demoni hanno nome Aameul e Hethradiah, dall’una viene rilasciato l’inganno, dall’altra la distruzione.

Demogorgone nella quinta edizione di D&D.

Nella quinta edizione, Demogorgone è detto anche “la Bestia Sibilante” e “Padrone degli Abissi a spirale”, il cui scopo è irretire tutto ciò che è buono nel multiverso per farlo sprofondare nell’Abisso. Il suo corpo, questa volta, è descritto come sauriano nella metà inferiore e scimmiesco in quella superiore, le sue teste, che conservano i loro nomi, sono definite, semplicemente, da scimmia, “entrambe egualmente folli”.

Sue sono le parole:

«Noi siamo ciascuno. E noi non siamo nessuno. Noi siamo Demogorgone.»

Nell’universo Marvel, che ha sviluppato una nutrita serie di trame poco conosciute, intorno alle serie di Thor ed Ercole, che hanno per protagonisti gli dèi di tutti (o quasi) i pantheon della Terra (talvolta in conflitto con pantheon di altri pianeti, come quello degli alieni Skrull), esiste un’entità con un nome affine, più temibile di tutti gli altri dèi. Si chiama Demogorge, detto il divoratore di dèi (“God Eater”). Si tratta di un alter ego di Atum, figlio di Gaia, il dio sole dell’antico Egitto più spesso chiamato Amon Ra, e i due convivono in un rapporto simile a quello di Bruce Banner ed Hulk. Atum compare per la prima volta in Thor #300 (1980), mentre non so ancora dirvi quale sia stata la prima apparizione di Demogorge.

Raffigurazione di Demogorge da DeviantArt
https://abumiguchi.deviantart.com/art/The-Demogorge-653953255

La storia racconta che, miliardi di anni fa, il Demiurgo (che è un’entità a sé stante) creò la stirpe degli Dei Antichi, cui appartiene anche Gaia, che fu l’unica a non subire lo stesso fato degli altri dèi, cioè la trasformazione in spaventosi demoni. La dea, temendo per la vita che stava nascendo nel nostro pianeta, implorò il Demiurgo di fornirle un modo per sconfiggere i demoni; allora il Demiurgo la condusse nelle profondità del pianeta, e lì ella generò Atum, il primo della nuova stirpe di dèi, col potere di uccidere i demoni e assorbire la loro energia dentro di sé. Col tempo, quell’energia iniziò a mutarlo, fino a farlo divenire il Demogorge. Dopo aver completato il suo compito, e ripresa la sua forma iniziale, Atum si spostò nel cielo e iniziò a regnare, con la sua pericolosa controparte sempre pronta a venire fuori.
Negli anni, numerosi villain Marvel hanno provocato la trasformazione di Atum in Demogorge, costringendo Thor e gli altri dèi a intervenire. Alcune storie presentano una sfumatura in più nella sua funzione, che non sarebbe quella di mangiare gli dèi, bensì inghiottirli per purificarli qualora vengano corrotti, e quindi risputarli. Una curiosità interessante: nel numero #118 della serie di Ercole, in cui gli dèi si trovano nel reame di Nightmare, la personificazione degli incubi, viene rivelato che la più grande paura di Demogorge è Eternità, uno degli esseri superiori dell’universo Marvel, legata a Infinità.

Nella sua incarnazione più recente, e famosa, Demogorgone è il nome dato alla creatura antagonista della prima stagione della serie televisiva Netflix “Stranger Things” (2016). Inutile dire che questo paragrafo contiene spoiler.

Concept di Demogorgone scartati.

Occorrerà mettere in chiaro che la creatura ha questo nome per una sorta di casualità: quando i giovani protagonisti apprendono per la prima volta dove sia finito il loro amico scomparso, Will Byers, grazie alla bambina psionica Eleven, nella stanza sono presenti le miniature che gli amici utilizzano nelle loro sessioni di Dungeons & Dragons. Per spiegare loro che cosa sia il Sottosopra (Upside Down), la dimensione parallela in cui si trova Will, Eleven rovescia il tabellone del gioco, che si presenta nero e vuoto: così, il Sottosopra corrisponde alla dimensione “normale”, ma non vi è quasi niente, nero e vuoto, appunto. Solo che non è disabitato. E per spiegare da cosa sia abitato, Eleven pone, al centro del tabellone sottosopra, l’oggetto che le sembra avvicinarsi di più a ciò che ha scoperto vivere nel Sottosopra, la miniatura di Demogorgon, comparso come antagonista nell’ultima sessione di gioco dei ragazzi. Sarà per questo che continueranno a riferirsi alla creatura mostruosa, anche dopo averla vista, come al Demogorgone.
Il nostro mostro, che grazie al successo mediatico della serie ha avuto un successo raro per, appunto, un mostro, è stato pensato come “un essere interdimensionale più simile allo squalo de “Lo Squalo” [“Jaws”] che al Pennywise di It” (fonte: http://www.ew.com/article/2016/07/20/stranger-things-duffer-brothers-episode-6/), anche se le affinità con quest’ultimo si fanno sentire. Il suo corpo si può definire spoglio, non vi è niente, solo una pelle pallida e dall’aspetto umido che resiste a qualunque colpo e persino al fuoco; del pari, la sua testa pare solo una testa umana glabra e priva del volto, fino a quando non apre l’unico organo visibile, la bocca: questa, ispirata alla forma di alcune piante carnivore (e in particolare somiglia alla Rafflesia arnoldii), è costituita da sei parti totalmente ricoperte di denti, una superiore, una inferiore, le altre quattro laterali.

Concept art di Aaron Sims (quelli non ce li facciamo mancare mai).

La disposizione dei denti anche sul palato ricorda la bocca della Dermochelys coriacea, la tartaruga liuto, che presenta numerose formazioni cartilaginee simili a denti atte a trattenere le meduse, di cui questo animale si ciba. Dalla bocca del mostro, un carnivoro che aggredisce qualunque cosa veda e si nutre sia di animali che di esseri umani, fuoriescono costantemente bava e un verso stridulo e sinistro. Il Demogorgone può viaggiare tra le due dimensioni anche emergendo dagli oggetti, e possiede facoltà telecinetiche.

Altro concept.

Il Demogorgone di Stranger Things è stato realizzato “alla vecchia maniera”, con l’uso di effetti speciali manuali e animatronics. Per i fratelli Duffer, autori di Stranger Things, creare un mostro era un desiderio fin dalla giovinezza, e volevano realizzarlo manualmente, come erano stati realizzati tanti mostri classici. La concezione, coadiuvata da Aaron Sims, uno dei più grandi concept artist esistenti, ha preso come riferimento i mostri di H.R. Giger, Clive Barker, Guillermo del Toro e Masahiro Ito (che ha concepito le creature di Silent Hill), come modello di stranezza e alienità, mentre la sua concretizzazione è stata affidata alla compagnia Spectral Motion, che con soli due mesi a disposizione è riuscita a darci il risultato visibile nella serie; alcune scene, impossibili da realizzare manualmente, come quelle in cui il Demogorgone passa attraverso le pareti, sono invece il prodotto della compagnia di effetti digitali di Sims, Aaron Sims Creative. Un simpatico aneddoto raccontato dai fratelli Duffer riguarda alcune bambine presenti sul set durante le riprese, terrorizzate dalla creatura fino a quando qualcuno non ha spiegato loro che essa apparteneva all’universo di Monsters & Co., finendo non solo col tranquillizzarle, ma anche con una felice riconsiderazione sul mostro, che dà una mezza idea di come non sia davvero l’aspetto dei mostri a farci paura, ma quello che pensiamo di loro.

Conclusione
C’è molto altro da rivelare ancora, su Demogorgone e le sue trasformazioni nel corso della storia. Ogni volta che avrò scoperto qualcosa di nuovo, lo aggiungerò a questo post.
C’è un fatto che trovo più emozionante di ogni altro, e cioè che questo nome è stato usato, e molte volte -anche se la regola era di non farlo- per indicare concetti che oggi sono quasi basilari in certi tipi di narrazione e di ambientazione, mentre in passato non sono esistiti se non, appunto, grazie a quel nome. Perché se nulla nel mondo classico era assimilabile al concetto di Diavolo, il diavolo che si evoca e che costituisce la forma di male per l’eccellenza, il male più oscuro, quello più in profondità, quel misterioso signore abissale accennato da Lucano gli è indubbiamente molto vicino, e di certo il Demogorgone del Boiardo gli corrisponde. Oltre a ciò, e qui azzardo ed esagero, ma per il piacere della mia e vostra suggestione (che è piacevole e sensata fino a quando non ottunde però la nostra cautela critica), è difficile non vedere, nelle oscure menzioni che abbiamo visto, un antesignano dei grandi dèi lovecraftiani, che vivono e non vivono la stessa natura del Caos primordiale, dimorano nelle più remote profondità sotto la terra e lo stesso universo, e il cui nome non deve essere pronunciato.

Bibliografia

Barsacchi, Marco, “Il mito di Demogorgone”, Marsilio, Venezia 2014.
Landi, Carlo, “Demogòrgone. Con un saggio di nuova edizione della “Genealogia deorum gentilium” del Boccaccio e silloge dei frammenti di Teodonzio”, Palermo 1930.

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