Sfidanti del Fato: gli antieroi della Terra di Mezzo – Tolkien, il signore della mitopoiesi V

Quanto ho detto nel post precedente su Eärendil, Elwing, Lúthien, Beren, Aragorn e Arwen, è un concetto che ho trovato ricorrere nelle loro storie, molto simili tra loro per tanti motivi (senza contare che tutti questi personaggi sono imparentati). Una bella metafora di un bel tipo di eroismo.
Ciò non significa che tutti gli eroi del legendarium siano simili, per carattere e per vicenda vissuta.
Soprattutto, non significa che tutte le loro storie abbiano un lieto fine.

La selezione di questo post presenta alcuni personaggi -sempre in numero esiguo, in modo da dare più spazio alla loro storia, e sempre estesamente, per informare chi non la conosce e dilettare me stesso raccontandola- che è certamente corretto chiamare eroi, perché agiscono in maniera eccezionale, guidati da un carattere, una passione, uno spirito infuocato (e tale è il significato del nome d’uno di essi) che opera potentemente sul mondo fino a cambiarlo immutabilmente, ma che lo fanno in maniera poco o affatto virtuosa, per sé stessi, per un ideale distruttivo, perché, semplicemente, su di loro gravava un fato avverso, e magari perché hanno provato a sfidarlo (o non hanno potuto che soccombergli).

Fëanor, figlio di Finwë, è colui che mette in moto, insieme all’oscuro signore Morgoth, la vicenda del Silmarillion, in quanto è l’artefice dei Silmaril egli stesso. Manifesta un tipo di personaggio che emana un’aura romantica e byroniana, l’eroe maledetto, assoluto ed estremo, è la causa di molti dei mali che si compiono nella Prima Era, ed è anche il mio personaggio preferito all’interno del Silmarillion.  Finwë suo padre è il re dei Noldor, che insieme ai Vanyar e ai Teleri sono una delle stirpi di Elfi originarie che, comparse sulla Terra di Mezzo, vengono guidate dai Valar, le Potenze del Mondo, nel Paese Beato di Valinor. I Noldor progrediscono incomparabilmente nella forgiatura, nell’oreficeria e in tutte le arti creative, grazie anche alla guida di Aulë, il Vala della Terra e della Metallurgia, e fra essi Fëanor, primogenito di Finwë, si distingue per un’abilità ancora più progredita, oltre che per la forza fisica e spirituale (il suo nome, come anticipavo, significa “spirito di fuoco”) massime fra tutti gli Elfi di ogni epoca.

“Fëanor” di Catherine Karina Chmiel.

Egli, che è anche colui che perfeziona l’alfabeto Tengwar, realizza, grazie alla luce dei Due Alberi, che illuminano il mondo in quest’epoca in cui sole e luna non esistono ancora, i tre Silmaril, cristalli di pura luce, gli oggetti più mirabili di quella e di tutte le altre epoche. Uno splendore tale da suscitare l’invidia e la bramosia di Morgoth, che in quell’epoca non ha ancora questo nome e viene chiamato Melkor, come all’inizio del mondo: dopo lunghe ere di prigionia, è stato liberato dai Valar e ha promesso il suo aiuto ai Figli di Iluvatar, e tale aiuto ha anche elargito, senza però mai smettere di covare brame perfide e tiranniche, tanto da allearsi con una delle creature che vivono nel Vuoto oltre il mondo, la Maia ragno Ungolianth.
Approfittando di un momento di festa in cui Elfi e Valar sono riuniti nella città di Tirion, Morgoth e Ungolianth si recano a Formenost, dove si trovano i Silmaril, e dopo aver ucciso Finwë, versando il primo sangue della storia, Ungolianth uccide i due alberi con il suo veleno e Morgoth ruba i Silmaril, per poi dirigersi, i due malvagi, verso la Terra di Mezzo.

“Il giuramento di Fëanor” di Jenny Dolfen.

Quando questi avvenimenti vengono conosciuti, Elfi e potenze angeliche restano sconvolti, e più di tutti lo è Fëanor, privato del padre e della sua creazione, dell’opera delle sue mani che tutti adoravano e di cui lui era orgoglioso. Fëanor, che adesso è re dei Noldor, parla alla sua gente e pronuncia discorsi di fuoco e di orgoglio, e proclama, contro il decreto dei Valar, che impedisce a lui come a chiunque altro di partire da Valinor, che seguirà Melkor -cui è proprio lui a dare il nome di Morgoth- nella Terra di Mezzo e fino in capo al mondo per riprendere i suoi Silmaril. E qualora ciò non fosse abbastanza blasfemo, pronuncia un atroce giuramento che impegna lui e tutti i suoi sette figli. Maedhros, Maglor, Celegorm, Caranthir, Curufin, Amrod e Amras:

« Che sia amico o nemico, dannato o innocente,
progenie di Morgoth o luminoso Vala,
Elfo o Maia, o Creatura ancora non vivente,
Uomo ancora non nato sulla Terra di Mezzo,
né leggi, né amore, né legioni di spade,
né terrore, né perigli, né il Fato stesso,
difenderanno da Fëanor, o dalla stirpe di Fëanor,
colui il quale giammai nasconda, possieda, afferri,
trattenga o porti via seco un Silmaril.
Questo giuriamo tutti insieme:
morte gli daremo, fino alla fine dei Giorni,
sventura, fino al collasso del mondo!
Ascolta le nostre parole, o Eru, Padre-di-tutti!
Alla Tenebra Eterna condannaci, se mancheremo ai nostri propositi.
Il Sacro Monte ci ascolti in testimonio,
e ricordate il nostro voto, o Manwë e Varda! »

Fëanor, che ha infiammato lo spirito della maggior parte dei Noldor, inclusi quelli che formano il corteo dei suoi fratelli, Fingolfin e Finarfin, si avvia, con un gran seguito, verso il porto di Alqualondë, dove si trovano le navi dei Teleri, le uniche imbarcazioni a sua disposizione: allorché i Teleri gli si oppongono, Fëanor dà inizio al secondo spargimento di sangue a Valinor, il primo (di molti) compiuto da Elfi contro altri Elfi.

“Il Fratricidio di Alqualondë” di Ted Nasmith.

Continuando la strada verso nord e giunti nella regione di Araman, ecco venire loro incontro un messaggero, che si dice essere Mandos, il Vala della morte: e Mandos maledice a sua volta la stirpe di Fëanor, cui profetizza mali, tradimenti, la distruzione di qualunque cosa tentino di costruire, e per ultima la loro morte e la “stanchezza di vivere” di quelli che non moriranno; e mentre i Noldor tacciono, scossi per tali detti, e Finarfin si ritira per implorare il perdono dei Valar, Fëanor replica a quei detti e annuncia al suo popolo che, rispetto ai tanti mali che vengono loro prefigurati, «una cosa, però, non ci vien detta: che soffriremo per codardia, per via di codardi o per paura di codardi. Pertanto io dico che proseguiremo, e questo parere soggiungo: le imprese che compiremo saranno materia di canto fino agli ultimi giorni di Arda.»
Fu così che la sua schiera, quella di Fingolfin e quella guidata da Finrod figlio di Finarfin, giungono al punto ove si estende, fra Aman e la Terra di Mezzo, una strada congelata chiamata Helcaräxë, “ghiaccio stridente”: attraversarla significherebbe gravi perdite; e poiché le navi non sono sufficienti (alcune le hanno perdute) e il tradimento profetizzato da Mandos oscura già i cuori degli Elfi, Fëanor, consapevole di come alcuni dei Noldor lo ritengano causa del loro male, parte senza preavviso, portando con sé i figli e quanti ritiene devoti, prendendo tutte le navi; e, una volta giunto nella Terra di Mezzo, le incendia. La marcia di Fingolfin e dei suoi attraverso l’Helcaräxë, che pure li decima, resterà una delle imprese più dure e disperate della storia dei Noldor.
La presenza dei Noldor non passa a lungo inosservata, e prima che Fëanor abbia finito di allestire il campo, viene circondato dagli eserciti di Orchi di Angband: e quivi Morgoth impara a temere i Noldor, in quanto, nel corso di una battaglia di dieci giorni, Dagor-nuin-Giliath -“battaglia sotto le stelle”- pur molto inferiori numericamente i Noldor trionfano e non lasciarono che pochi superstiti dell’enorme esercito di Morgoth. Tuttavia, Fëanor, ebbro di sangue e ignaro delle difese di Angband, continua ad avanzare, macellando i nemici, fino a lasciarsi alle spalle il suo esercito e a proseguire, credendo la sua vendetta ormai a portata di mano e ridendo al suo pensiero: il suo impeto è tale da portarlo a ritrovarsi accerchiato dai Balrog, i demoni di fuoco, Maiar caduti, che costituiscono la maggior forza di Morgoth, e dal loro capo, Gothmog. E combatte ancora, da solo, noncurante delle ferite, fino allo stremo, quando, ormai caduto, viene salvato dal resto dell’esercito che lo raggiunge e mette in fuga i nemici. Ma la sua ora è ormai giunta, e così, dopo aver scorto da lontano le torri di Angband, comprendendo che i Noldor non le distruggeranno mai con le loro forze, maledice Morgoth tre volte, ingiunge ai figli di onorare il giuramento, e muore, liberando il suo spirito, che è così ardente da incenerire il suo corpo appena lo lascia.

“L’incendio delle navi” di Ted Nasmith.

Questi è dunque Fëanor, il campione di tutte le arti, l’assoluto nell’epopea dei Silmaril, colui più in alto del quale, ad eccezione degli dèi, non si potrebbe andare: il più forte, il più audace, il migliore artefice, il maestro della parola che porta gli altri dalla sua parte grazie al suo talento, Fëanor è insuperabile, ed è come se lo spirito infuocato che alberga dentro di lui fosse sempre in tensione verso qualcosa di più grande, non solo bruciando il suo corpo, ma spingendo un intero mondo insieme al suo volere, scatenando qualcosa che muterà e continuera a crescere e ad espandersi anche dopo la sua morte. Fëanor osa, osa sempre, osa compiere un’opera cui nessuno ha pensato, osa sfidare Morgoth, osa ribellarsi ai Valar, osa infrangere la pace di Valinor, osa attraversare il mare, osa caricare a testa bassa verso Angband e continua a combattere anche contro nemici più potenti e numericamente insormontabili. È dannato? Pochi lo sono più di lui: non solo si  ribella, ma provoca la morte dei Teleri ad Alqualondë, poi degli Elfi di Fingolfin sull’Helcaraxë, e soprattutto è causa indiretta, attraverso il giuramento, della morte di migliaia di Elfi nel corso della Prima Era, fino alla distruzione del Doriath e della dimora degli Elfi del Sirion, ad opera dei suoi figli.
Insieme a Morgoth, col quale ha in comune più di quanto non avrà voluto ammettere, Fëanor è il maggiore agente del male nella storia del Silmarillion: oserei dire che tra i due si possano scindere le due figure, tradizionalmente associate, di Satana e di Lucifero: per quanto Morgoth sia stato un angelo, più bello e potente di ogni altro, caduto e diventato causa del male per la sua superbia, è Fëanor a provocare la caduta degli Elfi, a spezzare il patto con Dio e a portarli a seguirlo, condotto dal proprio egoismo, mentre persegue uno stato di esistenza che li porti a raggiungere il rango degli dèi (come farà, nella Seconda Era, Sauron con il popolo di Númenor). Tolkien suggerisce, non posso dire se intenzionalmente, una lezione che ho fatto mia da un po’ di tempo, vale a dire, se esiste un male, se è possibile essere malvagi, quel male ha la sua prima radice nell’egoismo, in maniera speculare al bene, che significa porre qualcun altro davanti a se stessi, come fanno tutti quegli eroi di cui non parlerò qui, Fingolfin, Finrod, Tuor, oltre che Lúthien, Beren, Eärendil, Aragorn, Arwen, Frodo e Sam.

Túrin Turambar è l’eroe tragico per antonomasia. Nella lettera a Milton Waldman del 1951, pubblicata dopo la prefazione del Silmarillion dalla seconda edizione in poi, Tolkien riferiva i nomi dei personaggi letterari da cui Túrin deriva: Sigurdhr (Sigfrido) per il mondo germanico, Edipo per quello greco e Kullervo per quello finnico -aggiungendo comunque che il senso del personaggio non è racchiuso nei modelli da cui deriva. Kullervo, che rispetto agli altri due è meno comunemente noto, è uno dei quattro protagonisti del Kalevala, il poema nazionale finlandese, ed è un giovane dotato di poteri magici che vive una serie di peripezie dall’esito drammatico, la somiglianza della sua storia con quella di Túrin è quanto ha incentivato la vendita del libro “La storia di Kullervo”, pubblicato nel 2016 e contenente un inedito in prosa e versi, incompiuto, scritto da Tolkien intorno al 1914.

Túrin Turambar di Alan Lee.

Túrin è un Uomo, discendente di una delle tre case degli Edain, gli amici degli Elfi, la casa di Hador, ma la sua è una stirpe maledetta: suo padre, Húrin, dopo essersi battuto come un dannato contro Morgoth nella Nirnaeth Arnoediad, la Battaglia delle Innumerevoli Lacrime che ha sconvolto il Beleriand, è stato da lui fatto prigioniero e segregato nella sua fortezza di Angband, incatenato, condannato a vedere e sentire tutto ciò che avesse sentito Morgoth e quindi conoscere i suoi turpi disegni senza poterli impedire. Sua moglie, Morwen, cresce il figlio nel Dor-lómin, una regione settentrionale vicina al territorio di Morgoth, insieme a una sorellina, di nome Urwen, che muore da piccola a causa di una pestilenza proveniente da Angband, prima delle molte perdite che Morgoth causa a questo eroe.
Túrin viene preso sotto la protezione di Thingol, re del reame elfico del Doriath, che solo alcuni anni prima aveva ospitato Beren e gli aveva concesso in sposa Lúthien sua figlia. Quivi egli si lega di profonda amicizia a Beleg Arcoforte, il più grande arciere degli Elfi dei Tempi Remoti, e diviene il più accanito sostenitore della guerriglia sostenuta dagli Elfi contro le forze di Morgoth, al punto da insistere per passare allo scontro aperto. Durante uno dei suoi viaggi causa la morte, primo di molti a lui legati che incontreranno il proprio fato per sua mano, di Saeros, un Elfo del Doriath che dopo uno screzio con lui fugge e cade nella corrente di un fiume, e per questo motivo, piuttosto che tornare da Thingol e affrontarne il giudizio, sceglie l’esilio e si unisce a una banda di fuorilegge umani. Beleg, inviato a cercarlo per comunicargli il perdono del re, lo trova insieme alla sua nuova compagnia e non riesce a convincerlo a tornare, ma, una volta nel Doriath chiede nuovamente a Thingol di potersi recare di nuovo dall’amico, e Thingol, offrendogli in dono la spada che desidererà, accetta, benché a malincuore, che Beleg prenda Anglachel, la spada nera forgiata secoli prima dall’Elfo oscuro Eöl (padre di quel Maeglin che contribuisce alla caduta di Gondolin), sapendo che quella spada è malvagia.
Túrin e i suoi catturano Mîm, appartenente alla razza dei Nanerottoli, che riscatta la sua libertà offrendo di mostrare loro la sua dimora di Amon Rûdh.

“Beleg è ucciso” di Ted Nasmith.

Passa altro tempo e Mîm, catturato dagli Orchi, rivela anche a loro dove si trova la sua dimora, con Túrin e i briganti: sulla strada, Beleg, che nel frattempo ha incontrato Gwindor, Elfo di Nargothrond fuggito dalla prigionia di Angband cui era stato costretto dopo la Nirnaeth Arnoediad, riesce a raggiungere gli Orchi e a liberare Túrin, che ha perso conoscenza per via delle torture che ha subito. Ed ecco: durante quella notte, mentre una tempesta infuria su di loro, Beleg utilizza Anglachel per tagliare i lacci che avvingono Túrin, ma sbaglia, la lama manca i lacci e ferisce la carne del figlio di Húrin, il quale, reagendo d’istinto, afferra l’arma ed infilza quello che ritiene un altro aguzzino, per poi levarsi in piedi e scoprire, nell’agghiacciante durata di un lampo, di avere ucciso il suo amico più caro.

L’esito di quell’atto (non dirò “dolore” o “disperazione”, perché un male così grande non potrei racchiuderlo in un nome) lascia Túrin completamente privo di voglia di vivere o di stimoli. È Gwindor a condurlo alle acque di Ivrin, che permettono a Túrin di riprendere a vivere e di comporre un canto in memoria di Beleg; dopodiché, lo conduce nel Nargothrond.
Anche qui, Túrin è rapido a ritagliarsi un posto, divenendo caro a re Orodreth e al suo popolo, e più ancora, alla di lui figlia Finduilas, che aveva amato Gwindor prima della guerra, e che pure è felice di ritrovarlo, ma che finisce per legare il suo destino a quello del figlio di Húrin. Le imprese che questi compie a danno delle forze di Angband, per affrontare le quali convince gli Elfi a costruire un ponte che permetta ai loro eserciti di spostarsi rapidamente attraverso le mura, diffondono la sua fama al punto che ovunque, nella Terra di Mezzo, si sente parlare del Mormegil, “Spada Nera”, benché non si sappia chi egli sia (la spada, in quel mentre, viene ribattezzata Gurthang). Il suo parere diviene forte all’orecchio di Orodreth, tanto che, quando dei messaggeri inviati da Ulmo, Vala del mare, che sa che Morgoth sta apprestando un’armata contro di loro, lo esortano a barricarsi nella città e abbattere il ponte, Orodreth ne ignora il consiglio, confidando, ormai oltremisura, nelle sue forze.

Túrin incontra Glaurung sul ponte di Nargothrond
Kip Rasmussen.

È così che l’esercito di Morgoth, guidato da Glaurung, Padre dei Draghi, il primo drago della Terra di Mezzo e tra i più letali servi dell’Oscuro Signore, riesce a distruggere la resistenza degli Elfi e a compiere il Sacco di Nargothrond. Orodreth e Gwindor muoiono quel giorno, e quando Túrin raggiunge le porte sfondate dal drago, questi lo paralizza e lo confonde con l’incantesimo del suo sguardo, tanto da impedirgli di vedere Finduilas e le altre donne portate via dagli Orchi, e lo inganna, spingendolo a tornare nel Dor-lómin dove, dice, sua moglie e sua sorella soffrono per causa sua, quando esse, in realtà, si sono da lungo trasferite al sicuro nel Doriath. Túrin corre per giorni fino alla regione settentrionale della sua infanzia, solo per scoprire di aver fatto il gioco del drago, che adesso si è impossessato del Nargothrond e del suo tesoro, e riparte alla ricerca di Finduilas. Nella regione del Brethil, viene infine a sapere da alcuni Uomini dei boschi guidati da Brandir che la figlia del re elfico è morta, perché, dopo essersi allontanati dal Nargothrond, gli Orchi erano stati attaccati dagli Uomini del Brethil e avevano trucidato le prigioniere prima che questi potessero liberarle. Davanti a Haudh-en-Elleth, il tumulo eretto per lei, Túrin si ritrova nuovamente senza spirito e col cuore pieno di tenebra; ma quegli Uomini lo convincono a restare con loro, e Túrin, sperando di potersi lasciare il passato alle spalle, rimane con loro e decide di chiamarsi Turambar, che significa “padrone del destino”.

Nel frattempo, Morwen e Nienor, dopo aver udito, tra le tante voci del tempo, che la Spada Nera di Nargothrond potesse essere Túrin, hanno lasciato il Doriath per cercarlo; gli Elfi inviati in loro ricerca, guidati da Mablung, riescono a trovarle, ma prima che possano riportarle indietro il gruppo viene attaccato da Glaurung in persona, che ne ha scorto l’arrivo, e nella confusione, il Padre dei Draghi isola Nienor e usa il suo sguardo su di lei, lasciando preda di uno stato di apatia e amnesia. Dopo che il drago si è allontanato, Mablung ricompone il gruppo e tenta di riportare indietro Nienor, ma un ulteriore attacco, questa volta operato dagli Orchi, li separa nuovamente, e Nienor fugge lontana fino ad arrivare al Brethil, dove si attarda sul tumulo di Finduilas: ed è proprio lì che Túrin la incontra, Túrin che non ha mai conosciuto sua sorella e che si lega subito alla sconosciuta, che inizialmente non è nemmeno in grado di parlare e ha bisogno che glielo si insegni, e che piange quando le si domanda il suo nome tanto che Túrin gliene assegna uno, Niniel, “fanciulla in lacrime”; e anche dopo essere guarita dall’amnesia, non ha memoria del suo passato, ma resta con Túrin innamorandosi di lui e coronando l’amore con le nozze e con una gravidanza.

“Túrin e Nienor” di Ted Nasmith.

Quello stesso anno gli Orchi si spingono nel Brethil, costringendo Túrin ad uscire allo scoperto: ciò fa sì che anche Glaurung si rechi nel Brethil. Túrin si arrampica sul colle ove si è stanziato il drago, appostandosi vicino al fiume che separa le due sponde tra le quali questi ha disteso il corpo, e come Sigurdhr il Volsungo lo trafigge nel ventre con la spada.
Glaurung non muore subito, benché inizialmente sembri di sì: il suo spirito rimane saldo al corpo per compiere ancora due sortilegi: il primo è un altro sguardo malefico rivolto a Túrin dopo l’uccisione, che gli perdere conoscenza; il secondo è danno di Nienor-Niniel, che, nel frattempo, è fuggita dal villaggio dopo essere stata insidiata da Brandir, e da questi inseguita ha raggiunto il colle in cerca di Túrin -molto più coraggiosamente di tutti gli Uomini del Brethil che non hanno voluto accompagnarlo- fino a ritrovarsi davanti il corpo del mostro, che con un ultimo spasmo le rivela l’inganno e spezza il maleficio che avviluppava la sua memoria: così Nienor ricorda il suo passato, realizza di essere incinta di suo fratello, e infine, sconvolta, si getta nelle rapide.

La spettacolare visione di John Howe
dell’uccisione di Glaurung.

Brandir, che ha visto e sentito ogni cosa, torna a raccontare l’accaduto agli Uomini del Brethil, inclusa la notizia della parentela fra i due sposi, e proprio allora riappare Túrin, ridestatosi, che crede che Brandir stia gettando infamia su lui e su di lei e lo uccide con Gurthang. Le sue parole, però, l’hanno ferito, così che, in un’ulteriore fuga dissennata, ritorna presso le spoglie del drago, dove nel frattempo sono giunti gli Elfi di Mablung; e vedendoli, Túrin domanda loro che cosa sia stato di sua madre e sua sorella, e loro gli rispondono, e lui lo apprende, e capisce che, nonostante il suo nome, il fato lo ha raggiunto di nuovo e lo ha dominato. E in quell’ora più nera di ogni altra, si rivolge alla sua spada, Gurthang, e allo spirito funesto che dentro vi alberga, e le offre la sua vita; e la spada, assetata di sangue, la accetta in pagamento di quella di Beleg e di quelle di Brandir, uccisi ingiustamente. Túrin si getta su di essa come un eroe omerico, ponendo fine alla sua sventura e compimento alla maledizione di Morgoth; gli infelici Elfi lo pongono sotto una pietra che porta il suo nome e quello di Nienor.

Túrin è inseguito per tutta la sua vita da un male oscuro la cui presenza è palpabile, anche quando intorno a lui non ci sono Orchi o Draghi. È la maledizione di Morgoth, scagliata su lui e su Nienor per colpe (che per noi sono meriti) di un padre maledetto a sua volta ad assistere a tutte le loro pene senza poter intervenire -e senza, ci dice l’autore, pregare Morgoth per avere misericordia per sé o per loro- ; è il Fato, quello senza volto che nessuno potrà mai fare a meno di affrontare, quello cui lui si è rivolto per nome quando si è chiamato Turambar, ma che non gli ha permesso di onorare quel titolo; è questo, ma anche qualcos’altro. Come oscuri sono il sangue da cui è nato e la morte cui andava incontro, oscuro era anche lui, di una natura diversa da quella degli altri abitanti della Terra di Mezzo, tra i quali, ogni volta che si è unito a loro, ha dominato in un primo tempo, forte del potere del suo cuore e del suo corpo, finendo poi sempre per allontanarsi, mentre il suo tristo compagno lo seguiva e portava la distruzione ad Amon Rûdh, nel Nargothrond e nel Brethil. Straziante è pensare a come lui abbia più volte la possibilità di evitare il disastro, nel Doriath, dove Thingol gli avrebbe concesso il perdono, e poi a Nargothrond, dove gli era stato detto che si sarebbe salvato se fosse rimasto vicino a Finduilas. Possibilità illusorie, poiché al suo destino non sarebbe sfuggito comunque.

La morte di Túrin raffigurata da John Howe.

Ma ciò che veramente grava su di lui è la sua anima, un’anima che ha bisogno del sangue e della violenza, che ricerca la battaglia ovunque vada e sacrifica le vite degli altri sul campo, trascinandole dietro ogni volta che (sia nel Doriath che nel Nargothrond che nel Brethil) convince i popoli che incontra a muovere guerra aperta contro gli Orchi; che dopo ogni massacro è offuscato dalla tenebra, la tenebra del male che compie o quella di Glaurung, ma che finisce sempre per riprendersi: ed ecco, e qui voglio solo intessere un mio ricamo intorno alla storia, ecco, dicevo, che la battaglia contro il drago, la manovra più importante che lui compia in un’ottica macroscopica delle guerre del Beleriand, il momento che costituisce il punto più alto del cammino degli eroi nella maggior parte delle storie, una prova che avrebbe potuto annientarlo, non lo finisce, ma lui gli sopravvive, e tale è il punto cui arriva la sua gloria che l’unico nemico che costituisce ancora una sfida è lui stesso, sì che è solo con la sua morte che la sua sete di sangue si può placare.

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