Una luce al di là delle tenebre: gli eroi della Terra di Mezzo – Tolkien, il signore della mitopoiesi IV

Il primo post dell’anno nuovo, per buon augurio, per continuità con l’ultimo dell’anno vecchio, ma soprattutto per la ricorrenza, il 3 gennaio, del 125esimo anniversario della nascita del professore di Oxford, sarà una nuova passeggiata per la Terra di Mezzo, un altro spunto su cui riflettere e dal quale partire per costruire qualcosa di più grande, che è quello che John Ronald Reuel Tolkien (3 gennaio 1892 – 20 dicembre 1973 – ad infinitum) ha fatto e ci ha insegnato a fare.

Uno dei temi portanti del legendarium è l’eroismo, si parla di saghe, di tempi remoti, di guerre, di spade, non occorre aggiungere molto sul perché si parli di eroismo. Quello che ci interessa è il come, dell’eroismo.
Le fonti di quest’epica contemporanea sono, tra le tante, le epiche medievali -e in parte minore anche quelle classiche- che sugli eroi si spendono molto.
Beowulf, forse l’opera prediletta da Tolkien, in quanto unica epica anglosassone e considerato il lavoro come filologo e come critico che lui svolse su di essa, è, prima di ogni altra cosa, la storia di un eroe. Un eroe di cui ci viene narrato dalla giovinezza alla vecchiaia, con le imprese della sua formazione, quelle lotte prima contro Grendel e poi contro sua madre, che gli valgono fama, gloria, riconoscimento, ricchezza, che egli acquista presso i Danesi e che riporta con sé tra i Geati, dei quali diviene re dopo la morte dello zio, e con l’impresa finale -prima della quale viene detto solo che regnò a lungo e garantì al suo popolo sicurezza e protezione grazie anche alla sua fama-, la battaglia contro il drago, che lo riveste di una gloria ancora superiore, ma che lo vede cadere, col tesoro che ha conquistato “inutile com’era sempre stato”, e con il suo popolo che, durante il funerale, già paventa la triste sorte che incombe ora che è rimasto senza il suo protettore.
Ciò che fa Beowulf è creare qualcosa di grande, di unico, di splendido, che non può tuttavia durare per sempre. Il regno cadrà, gli uomini moriranno, resterà solo il ricordo. Per qualcuno vale poco, per qualcuno vale tanto.
L’Edda contiene storie su molti eroi, e il più grande, cui Tolkien dedica pure un’opera incompiuta, è Sigurdhr (Sigfrido), che uccide un drago e conquista un tesoro all’inizio della sua storia, e che arriva “bello di fama e di sventura” presso i Nibelunghi, sposando l’inclita Gudhrun e diventando l’uomo più celebre di tutta l’Europa settentrionale. La sua fama è veramente eterna, ma la sua gioia verrà meno, allora che, per l’odio di Brunilde, suscitato in quanto Sigurdhr ha assunto le sembianze del re nibelungo Gunnarr per sconfiggerla in duello e ottenere così la sua mano per Gunnarr (motivo per cui Brunilde si sente tradita), per la paura di Gunnarr dato il prestigio di Sigurdhr, e per la maledizione che gravava sul tesoro, l’eroe viene ucciso da Hogni. E la vendetta che compirà Gudhrun sarà ancora più drammatica e cruenta.
Persino il re più grande di tutti i tempi, Artù Pendragon, che unifica e porta la pace in tutta la terra fino a legare le sorti di essa alle sue, dovrà conoscere il declino a causa delle macchinazioni di Morgana e di Mordred, il suo regno finirà e lui, dopo aver ucciso il malvagio figlio, perirà e sarà portato ad Avalon dalle fate (e anche su di lui abbiamo un’opera postuma di Tolkien, La caduta di Artù). Il suo regno è la più ampia materia di leggenda del mondo, ma la durata della leggenda è stata molto superiore a quella del fatto.

Veniamo agli eroi di Tolkien. Non posso enumerarli tutti, anche perché, per facilitare la comprensione al lettore occasionale, nonché per piacere mio nel raccontare (o forse soprattutto per questo), impiegherò già abbastanza spazio a raccontare le storie di alcuni dei più celebri e importanti. Qual è, fra loro, il rapporto fra ciò che costruiscono e il tempo?

Il più antico eroe tolkieniano è Eärendil il Marinaio. Lui quest’anno farà 103 anni, perché la poesia in cui compare, “The Voyage of Earendel the Evening Star” risale al settembre del 1914; dopo essere stata riscritta tre volte, la poesia comparirà nel Signore degli Anelli, capitolo “Molti incontri” (e ne esiste anche una versione arricchita in seguito), mentre una formulazione in prosa della storia del Mezzelfo si trova nel Silmarillion (“Del viaggio di Eärendil e della Guerra dell’Ira”) e nel Libro dei Racconti Perduti.

“Eärendil il Marinaio” (con Elwing stretta al petto)
di Jenny Dolfen.

Eärendil nasce in una delle ore più buie della storia, quando tutti i regni del Beleriand (Gondolin, Nargothrond e il Doriath, nel cui caso però la causa furono prima i Nani e poi i figli di Fëanor) sono caduti nella guerra contro Morgoth e non ci sono più possibilità di sconfiggerlo in battaglia. Discendente degli Uomini degli Edain e degli Elfi Noldor, Eärendil, uno dei migliori navigatori mai esistiti, parte sulla sua nave alla volta dell’Occidente, sperando di raggiungere i Valar nel Reame Benedetto e poter impetrare per il loro aiuto, nonostante l’impossibilità del viaggio. E il viaggio sarebbe davvero impossibile, se non fosse per la sua sposa, Elwing, che in forma di uccello marino lo raggiunge -fuggita dopo che i figli di Fëanor hanno distrutto il loro regno del Sirion e preso prigionieri i loro figli, Elros ed Elrond, e trasformata da Ulmo, il Vala del mare- portando con sé un Silmaril, uno di quei Silmaril per i quali è accaduta la vicenda, nonché la rottura del rapporto di armonia tra gli Elfi Noldor e gli dèi. Il fatto che Eärendil voglia raggiungere l’Occidente per amore di tutta la Terra di Mezzo sull’orlo della fine, e che stia portando il Silmaril, quando tutto era cominciato perché Fëanor, artefice delle gemme, le aveva rivendicate per sé escludendo i Valar e qualunque altro popolo ad eccezione dei suoi discendenti, è il motivo per cui i Valar gli consentono di approdare e lo accolgono festosamente, chiamandolo “l’atteso che giunge inaspettatamente, il desiderato che arriva al di là di ogni speranza”. I Valar partono, come non facevano dagli anni dei due Luminari, molto, molto prima della nascita degli Elfi, con la loro armata di Elfi, Maiar (angeli), Aquile e infinite altre forze della luce, sconfiggono l’esercito di Morgoth e i suoi nuovi draghi alati grazie anche all’aiuto di Eärendil, al quale hanno concesso la grazia di far prendere il volo alla sua nave, ponendo fine, con quella che verrà ricordata come la Guerra dell’Ira, alla guerra del Beleriand e al regno dell’Oscuro Signore.
In quanto Mezzelfo, a Eärendil viene chiesto di scegliere fra il destino degli Elfi e quello degli Uomini, fra l’immortalità legata alle sorti del mondo e una morte con una conclusione oltre il mondo. Eärendil sceglie la prima, il suo desiderio più grande è continuare a navigare, e poiché egli ha raggiunto le coste di Aman e non può dunque tornare alle rive mortali, i Valar stabiliscono che, per tutta l’eternità, Eärendil solchi il cielo sulla sua nave, portando con sé il Silmaril per illuminare il mondo con una piccola parte della, ormai perduta, luce dei Due Alberi. La sua rotta intorno alla terra è la rotta della stella Venere.
A Eärendil viene dunque concesso uno spazio suo, qualcosa che non si era visto prima di lui, e, come i più grandi eroi classici, Perseo, Eracle, diviene una parte del cielo. In cambio del suo sacrificio ottiene un prodigio che costituisce la sua unicità.

Poco meno antichi del Marinaio, ma di più all’interno della storia, sono altri due massimi eroi del Silmarillion, Beren e Lúthien. I due amanti più celebri del legendarium, un precedente illustre ad Aragorn e Arwen, vengono concepiti da Tolkien come specchio della storia di lui e di Edith, la ragazza che conobbe da giovane e che fu sua moglie fino alla vecchiaia.
Beren e Lúthien non desiderano che una cosa, fin dall’inizio, stare insieme senza limiti o restrizioni. Il loro amore è descritto con tinte tali da far sbiadire quelle del tempo di guerra in cui vivono. A opporsi a loro è innanzitutto Thingol, padre di lei e re del Doriath, che impone a Beren la prova di conquistare uno dei Silmaril, tutti e tre in mano a Morgoth, e portarglielo per ottenere il suo consenso all’unione con sua figlia. La prima, incredibile prova è quella che vede Beren prigioniero di Sauron in persona a Tol-in-Gaurhoth, l’isola dei lupi mannari, dalla quale, oltre che il sacrificio di Finrod Felagund che muore per difenderlo da un grosso lupo, sono Lúthien e il cane Huan a salvarlo. L’azione più straordinaria è però ad Angband, dove, superato il mostruoso lupo Carcaroth, Beren e Luthien si introducono camuffati con le pelli del mannaro Draugluin e della pipistrello-vampiro Thuringwethil, comparendo al cospetto di Morgoth, nel pieno del suo dominio e dei suoi attributi. Mi permetterei di osservare quanto fosse pericolosa e disperata l’impresa di Frodo e Sam, incaricati di gettare l’Anello a Monte Fato contro il volere di un signore del male inconsapevole e senza il corpo, e quanto ancor più rischioso e disperato potesse essere comparire al cospetto del primo signore del male, in mezzo alla sua mostruosa corte. Rispetto a Frodo e a Sam, in ogni caso, Beren aveva Lúthien. E Lúthien, in virtù del suo lignaggio di Elfa e di Maia, poteva contare su molti doni. Al cospetto di Morgoth, ella danzò splendida e immacolata, destando nella mente del malvagio “turpi disegni”, e intonò un canto che addormentò tutti gli altri astanti e accecò Morgoth, dopodiché, gettando sui suoi occhi la pelle con cui si era camuffata, fece crollare anche lui in preda al sonno “come una collina che franasse”. È stata vista in questo episodio la realizzazione della frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”. Assopito il malvagio, Beren usò il suo coltello per cavare un Silmaril dalla sua corona; avrebbe voluto prenderne un altro, ma la lama si spezzò e risvegliò Morgoth, dando inizio a una fuga che si concluse con Carcaroth, il lupo, che morse la mano con cui Beren puntava il Silmaril contro di lui, tranciandola e condannandosi a una lunga agonia, perché a contatto del male i Silmaril bruciano intensamente.

“Beren e Luthien” di Ulla Thynell.

Salvati dalle Aquile e ricondotti nel Doriath, i due amanti raccontarono la storia a Thingol, che partì per una caccia al lupo alla quale partecipò anche Beren: fu in quell’occasione che Carcaroth fu finalmente ucciso da Huan, il lupo di Valinor, e che il Monco potè restituire a Thingol la preziosa gemma. Dopodiché, l’uomo e il cane perirono insieme per le ferite.
Fu così, ancora una volta, che Lúthien compì un miracolo: la tristezza e il dolore per la morte del suo amore furono tali da separare il suo spirito dal corpo, e a permettergli di raggiungere le Aule di Mandos, il luogo dove sostano gli spiriti dei morti prima di partire per il loro destino. Davanti a Mandos, il Vala della morte, ella intonò un canto che lo mosse a pietà, “come mai era stato prima né fu in seguito”, e pertanto, riferita la preghiera a Manwë, egli concesse a Lúthien due alternative, vivere a Valinor, senza Beren, o vivere nel mondo mortale destinata a morire seguendo il destino degli Uomini, con Beren. Lúthien scelse Beren, e i due vissero, per gli anni concessi dalla sorte, nell’isola di Tol Galen in mezzo al corso del fiume Adurant, che da allora, insieme alle terre circostanti, fu chiamata Dor Firn-i-Guinar, “la terra dei morti che vivono”.
Oltre ad essere la più bella di tutte le storie del legendarium, quella di Beren e Lúthien rappresenta un caso unico, quello di una viva che raggiunge il mondo dei morti e ne esce insieme ad uno che era morto (cosa che non riuscì a Orfeo, almeno stando alla versione ufficiale), di qualcuno che ottiene una vittoria su Morgoth senza combatterlo, ed anche la prima storia di amore tra un Uomo e un Elfo, benché non l’ultima. Dalla loro unione nacque Dior, che fu sposo dell’elfa Nimloth, da cui nacque Elwing.

Aragorn, figlio di Arathorn e di Gilraen, ha una gestazione soggetta a diverse evoluzioni, nasce come Hobbit, il suo nome inizialmente è Trotter, dovuto ai piedi di legno con cui ha rimpiazzato i suoi, sfigurati per delle torture ricevute a Mordor; da Trotter si arriverà a Strider (Grampasso), da Hobbit a Uomo, e questo personaggio diviene uno dei più forti punti di collegamento tra il Signore degli Anelli e le storie dei Tempi Remoti (le informazioni sulla versione più vecchia del personaggio provengono dal nono volume di The History of the Middle-Earth, intitolato Sauron Defeated).

“Aragorn e Arwen” di Matthew Stewart.

Prima della nascita di Aragorn, sua madre Gilraen ed Elrond previdero che egli avrebbe potuto portare un grande cambiamento nelle sorti della stirpe di Elendil e della Terra di Mezzo tutta, ma avrebbe dovuto formarsi opportunamente prima di incontrare il suo destino: per questo, a circa vent’anni, Elrond gli rivelò il suo vero nome (prima era stato chiamato Estel, che significa “speranza”), e gli consegnò alcuni cimeli della sua famiglia, l’anello di Barahir (padre di Beren), e i frammenti di Narsil, la spada di Elendil. Nello stesso periodo incontrò Arwen, figlia di Elrond, e, poiché stava cantando, mentre passeggiava per Granburrone, il lai di Lúthien, quando la vide la chiamò Tinúviel (“usignolo”), proprio come aveva fatto Beren al suo primo incontro con lei. Aragorn si innamorò di lei in quel momento, ma prima di rincontrarla avrebbe dovuto aspettare ventinove anni, tanti furono quelli che trascorse, mandato da Elrond, nelle Terre Selvagge, dove divenne grande amico di Gandalf e combatté con Gondor e con Rohan, che lo conobbero col nome di Thorongil, contro le forze di Sauron che si stava ridestando.
In un viaggio a Lothlórien, incontrò nuovamente Arwen; se la prima volta la differenza fra lui, giovane umano, e lei, dama elfica con molti secoli di vita, era parsa insormontabile, adesso, negli abiti bianchi e argentati donatigli dagli Elfi, Aragorn aveva davvero l’aspetto di un Edain, un discendente di un popolo risalente ai Tempi Remoti. A quel punto, dice l’autore, il loro destino fu stabilito e congiunto, e nonostante il dolore che ciò significava per Elrond, Arwen compì la scelta, già compiuta da Lúthien tanto tempo prima, di rinunciare all’immortalità per rimanere nella Terra di Mezzo con Aragorn. E tuttavia, sarebbe occorso molto tempo, prima che il loro sogno potesse avverarsi.
Aragorn tornò nelle Terre Selvagge, riprese i suoi viaggi e, insieme a Gandalf, cacciò Gollum per molti anni (non sapendo che in quel mentre era stato fatto prigioniero a Mordor), finché, una volta che la creatura fu stata liberata, riuscì a catturarla e a interrogarla.
Il resto della sua storia è noto: Aragorn incontrò Frodo, Sam, Merry e Pipino a Brea, li condusse a Granburrone, dove i frammenti di Narsil vennero riforgiati in una nuova spada, Anduril; partì con la Compagnia dell’Anello, guidandola dopo la caduta di Gandalf a Moria, fino alla sua separazione nei pressi del corso dell’Anduin; con Legolas e Gimli fu uno dei “Tre cacciatori”, inseguendo gli Uruk-hai di Isengard fino a Fangorn, dove, riunitosi a Gandalf il Bianco, lo seguì a Edoras. Accompagnò gli uomini di Rohan verso il Fosso di Helm, che protesse dal grande assedio delle forze di Isengard; fu raggiunto dagli ultimi Dunedain del Nord, con i quali, e con gli inseparabili amici Legolas e Gimli, attraversò i Sentieri dei Morti fino a Pelargir, dove l’esercito di spettri gli permise di conquistare le navi dei corsari e fu da lui liberato dalla sua maledizione: la grande forza che aveva radunato la condusse a Gondor, riportando la vittoria nella Battaglia dei Campi del Pelennor. Nelle case di guarigione di Minas Tirith rivelò il suo lignaggio curando i feriti della battaglia, tra cui dama Eowyn di Rohan, Faramir di Gondor e il suo amico Pipino (“le mani di Re sono mani di guaritore”), e infine guidò le forze rimaste contro il cancello del Morannon, in modo da attirare allo scoperto le forze di Sauron e permettere a Frodo e Sam di adempiere alla missione.
Il suo ritorno a Minas Tirith (prima non vi era entrato) fu trionfale: egli riunì i regni di Arnor, Gondor e Rohan -concedendo a Elrond, re dei Rohirrim, una sua autonomia e a Faramir, ultimo dei Sovrintendenti, il titolo di principe dell’Ithilien- in un unico regno, ricevette l’ultimo cimelio della casa di Elendil, lo Scettro di Annuminas, da Elrond, si pronunciò perché ogni popolo, ogni razza, ogni storia della Terra di Mezzo fosse preservata e sopravvivesse in modo armonioso con le altre.
Infine, poté coronare l’amore per Arwen: i due vissero insieme per centoventi anni, ebbero un figlio, Eldarion, e delle figlie, e quegli anni furono lieti e benedetti.
Ma anche per loro ciò non durò per sempre: Aragorn sentì incombere la sua ora, e, per via di un altro dei privilegi concessi alla sua stirpe, che gli concedeva di potersi addormentare per sempre quando sentisse la prossimità della morte, fece preparare il suo letto di morte e vi si stese, salutando i suoi cari e, per ultima, la sua sposa. E in quel momento Arwen comprese il dolore della mortalità e la paura che tanto tempo prima aveva spinto i Numenoreani, pur molto longevi, a muovere contro i Valar per carpirne l’immortalità, soffrì una pena indicibile, e qualche tempo dopo, si lasciò morire anche lei dove un tempo si era trovata la foresta di Lothlórien.
Queste sono tra le pagine più struggenti mai scritte da Tolkien, e mostrano l’essenza della sua poetica, la bellezza che raggiunge il suo apice in forme inimmaginabili e che poi, inesorabilmente, svanisce.

Gli eroi esaminati in questa sede hanno in comune molto altro, si tratta di innamorati, di padri e di madri, di viaggiatori che scendono nel mondo infernale (Eärendil viaggia oltre le Mura della Notte dove, nel vuoto, si trovano creature mostruose come Ungolianth; Beren e Lúthien passano prima per Tor-in-Gaurhoth e poi entrano ad Angband, e Lúthien raggiunge anche le Aule di Mandos; Aragorn attraversa i Sentieri dei Morti) e ne escono vincitori (Eärendil che attraversa quel mondo a suo piacimento, Lúthien che torna in vita insieme a Beren, Aragorn comanda l’esercito di morti), hanno oggetti magici con sé, e una funzione chiave negli eventi del loro tempo.
Quello che più volevo evidenziare però è questo, l’essere riusciti a creare qualcosa di nuovo, di unico, di splendido, capace di eternare la loro storia. E inoltre, rispetto agli eroi dell’epica medievale, non è di questa fama che vivono, ma della gioia che trovano in vita, del loro amore, del valore dei miracoli che compiono, di questo piccolo spazio che riescono a trovare per sé laddove il mondo intorno a loro è minaccioso e pare senza speranza. Proprio della loro speranza essi fanno forza, e questa speranza, una piccola fiamma che riesce a rischiarare un intero mare di tenebra, riesce a realizzare i loro desideri, proprio come, all’inizio di ogni cosa, il Fuoco Segreto di Eru, quel potere di creare che egli aveva e che Morgoth desiderò ma non ottenne mai, forse anche perché gli mancava la speranza, realizzò il disegno nato dalla Musica degli Ainur, disegno dove non mancavano già la tristezza e il dolore, ma dove era, molta di più, la bellezza.

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