Seduto accanto al fuoco – Tolkien, il signore della mitopoiesi III

Sto leggendo Lo Hobbit. Dovrei parlare di rilettura, ma si tratta di una lettura diversa da quella che ho già fatto, primo perché lo sto leggendo in inglese, e secondo, perché sto leggendo la prima versione, quella pubblicata nel 1937 come primo romanzo di Tolkien, diversa da quella che si trova comunemente nelle librerie, con delle modifiche e delle aggiunte per congiungersi al legendarium della Terra di Mezzo, rispetto al quale Lo Hobbit era stato inizialmente concepito come indipendente.

Oltre che una storia di nani e di orchi, una caccia al tesoro, un racconto per i più piccoli, un maturo esempio di narrativa fantastica e un tassello del mosaico tolkieniano, Lo Hobbit è una storia di formazione, anzi, di riformazione: la storia di una persona che ha imparato a vivere in un modo, e che di punto in bianco si trova a vivere in un modo diverso, rendendosi conto di preferirlo. Ed è su questo che batteremo adesso.

Copertina integrale dell’edizione del 1937 de Lo Hobbit
della George Allen & Undwin, di cui la Harper Collins ha fatto
stampare un facsimile proprio quest’anno.
Il signor Baggins viene dovutamente descritto come un Hobbit che rientra perfettamente nei canoni della società cui appartiene; una società che si presenta simile a quella di un moderno stato borghese, modellata su quella inglese del primo Novecento, tanto che, per questo e altri motivi, Lo Hobbit è stato associato spesso all’Alice di Lewis Carroll; si potrebbe, semplicisticamente, dire che, se Carroll mette in ridicolo quella società e quel modo di vivere con un mondo di personaggi e situazioni paradossali e caricaturali, Tolkien -il cui intento satirico è comunque secondario- lo pone a confronto del mondo antico degli eroi e delle leggende. Bilbo ha bisogno di ordine, precisione, eleganza, formalità, tutti requisiti su cui reggere l’idea di “rispettabilità”, vale a dire, integrazione con la propria società. I nani che Gandalf gli porta in casa, al contrario, vivono all’aperto, sono rumorosi, sporchi, armati, e il loro fine è quello di raggiungere una terra lontana, uccidere un drago e possedere quella terra e il suo tesoro. Un mondo statico, quello degli Hobbit, per il quale si nasce entro dei parametri e si rimane entro quei parametri, contro un mondo in cui, se all’inizio non si ha molto, la vita e la sua condotta possono portare a prendere molto di più.
Vanno rilevate delle circostanze che fanno una differenza: innazitutto, i Nani che si uniscono a Bilbo, non sono i primi straccioni trovati nel quartiere: Thorin stesso -che meriterebbe un discorso a parte in quanto re decaduto- spiega che tutti loro, grazie al lavoro e all’adattabilità, sono riusciti a trovare un profitto e ritagliarsi una vita rispettabile -anche loro- anche in terra straniera, lontano dalla Montagna Solitaria che è stata loro sottratta dal drago. Inoltre, gli Hobbit sono quasi esplicitamente definiti come migliori rispetto agli esseri umani, dato che hanno un rapporto molto intenso con la natura -basti pensare che vivono in buche nel terreno e camminano a piedi scalzi- hanno una saggezza che, è l’autore stesso a dirlo, “gli Uomini non hanno mai avuto o hanno dimenticato”, e non fanno rumore. Una comunità di Hobbit dediti a lavorare la terra, fumare placidamente, preparare e consumare il cibo in grandi quantità e accogliere rispettosamente qualunque ospite -anche sospetti vecchi erranti con la barba, se occorre- è sacra e pura come poche comunità di Uomini.

“One Morning Long Ago”, l’espressione che indica il tempo de Lo Hobbit,
il giorno in cui Gandalf si reca a casa di Bilbo per condividere con lui la sua avventura.
Illustrazione di Ted Nasmith, il più illustre insieme a John Howe e Alan Lee.

D’altra parte, l’utilizzo di uno stile ricco di ironia e che tende a filtrare il viaggio e l’avventura attraverso termini e attitudini vicine a quella della succitata, archetipica società benpensante, può smussare e appianare questo contrasto tra i due mondi.
Nel Signore degli Anelli, che rispetto a Lo Hobbit descrive molto più dettagliatamente gli usi degli Hobbit, le dimensioni che si contrappongono sono quella intima e familiare della Contea e quella smisurata e assoluta del mondo degli Uomini. La Contea è una comunità di persone che vivono secondo una ben determinata divisione ed amministrazione, molto legate alle loro tradizioni e a quell’idea di rispettabilità di cui sopra. Al tempo in cui inizia la narrazione del romanzo, ricordiamo, i Baggins -Bilbo e Frodo- sono visti quasi come dei “diversi”, perché Bilbo, cosa assurda per un Baggins, ha vissuto qualcosa di “inaspettato”, e, assurdo per qualsiasi Hobbit, è partito per un’avventura; Frodo, data la mentalità “paesana” degli Hobbit, è visto come un po’ strano a sua volta, in quanto parente di Bilbo, nonché per il ben noto interesse che ha maturato verso i racconti dello zio sul mondo esterno, le storie antiche e materie affini. Non si dimentichi, comunque, che ciò non pregiudica il rispetto che gli Hobbit della Contea hanno per loro, semplicemente sono considerati pittoreschi, e questa caratteristica è per loro inusuale.

“The anger of the Mountain”, illustrazione di Ted
Nasmith che raffigura l’episodio del passo di Caradhras.

Se solo si pensa -questo il potere visivo del film lo facilita- alla differenza fra gli indumenti dei Mezzuomini, con giacche, camicie e panciotti, e gli Uomini delle Terre Libere nelle loro tuniche e mantelli, l’idea che ci si fa è che gli Hobbit sono più vicini al mondo dei lettori rispetto agli stessi Uomini. Certo, la nostra è una società dall’impronta innanzitutto urbanistica, mentre gli Hobbit incarnano il paradigma della vita rurale, ma le loro abitudini (salvo qualche colazione di troppo) le ritroviamo più o meno simili nelle usanze odierne, come le ritrovava Tolkien sessant’anni fa; del pari, più lontana da noi è la società dei Rohirrim, con la “sala dell’idromele”, il comitatus del re e dei suoi feudatari più devoti e tutte quelle usanze anglosassoni che il Professore ha rinarrato per parlare di loro; lo è anche Minas Tirith, che vive del culto dei re del passato e dell’annalistica. La finestra che apre l’autore dà sui re, i principi e i nobili di questi paesi, non ci viene detto granché sul popolo e sulle “persone comuni”, ma possiamo bene intendere che il popolo di Rohan, quello di Gondor, quello di Esgaroth e tutti gli altri, vivevano press’a poco nello stesso modo in cui vivevano i popoli dell’Europa medievale.

Perché questo Medioevo? Detta così questa domanda dovrebbe contenere tutto quello che ho scritto finora in questo sito, e non le potrei neanche rispondere. Riformuliamo: perché Tolkien (e prima e dopo di lui, tantissimi narratori, poeti ed artisti) sceglie il Medioevo come base storica -cioè in termini di strutture politiche, rapporti sociali, usanze, tecnologia e costumi- su cui edificare una storia di popoli che esprimono la libertà?
Perché è Tolkien per primo ad essere insofferente ai vincoli del mondo moderno. Non in maniera passatistica o per l’idea di passato in sé, ma per dati che, condivisibili o meno, non si possono non vedere: la macchina, l’industria, i processi automatizzati che violano il rapporto dell’uomo e della natura, l’atto creativo dell’artigiano sostituito da quello sprovvisto di anima della catena di montaggio. I vincoli degli assetti burocratici e istituzionali moderni, il controllo di grandi entità -individuali o meno- sulla vita dei singoli fin nella sua dimensione più privata. La logica dell’acquisto e della concretezza che getta la sua ombra su tutto quello che è astratto. Sono questi, i grandi sconvolgimenti della modernità, il male che si sta insinuando nella Terra di Mezzo, l’antagonista del romanzo di Tolkien, Sauron “che offre doni”. La risposta è l’affresco di un mondo senza tutto ciò, un mondo che appartiene, vorrei ricordare il sito dove ho visto questa definizione, a persone che amano la poesia, la musica, la natura, nonché il buon cibo, e aggiungerei l’amicizia e la comunione delle esperienze e dei sentimenti; e un mondo in cui, quando esso viene minacciato, queste persone possono partire per salvarlo e cambiarne le sorti senza avere vincoli a limitare le loro azioni, vincoli di stati, di leggi e di cose scritte da sconosciuti. Il nome “Popoli Liberi” indica solo il loro non asservimento a Sauron e all’Anello, ma in quest’ottica sembra ancora più azzeccato.

La cavalcata dei Rohirrim in uno dei momenti più emblematici della battaglia dei Campi del Pelennor.

Diviene chiaro a questo punto che vi sia un cambiamento di prospettiva fra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli, tanto più che il primo è un romanzo d’avventura incentrato su un solo (anti)eroe, mentre il secondo è un grande èpos moderno, non esattamente corale, ma incentrato sulle sorti di interi popoli molto lontani fra loro.
La società degli Hobbit non solo non è minimamente intesa come negativa, ma, semmai, portatrice di valori fra i più positivi, risolutivi per tutte le storie che vedono Mezzuomini tra i protagonisti: è la loro umiltà, semplicità, unita alla loro tenacia e determinazione, a permettere ai Nani di Thorin Scudodiquercia e ai Popoli Liberi di trionfare contro i loro nemici. Nella Terra di Mezzo i mali sono l’avidità, la prepotenza (Smaug), la volontà di dominio (Saruman), e tutte quelle altre brame egoistiche -perché il male, nella maggior parte dei casi, deriva da là- che, insieme a quelle già dette, sono prerogative di Sauron, nonché di Morgoth prima di lui.

“Dol Amroth”, di John Howe.

La società degli Hobbit, però, non è conciliabile con quella degli Uomini. L’avventura e la battaglia affascinano alcuni Hobbit, un po’ strani e diversi dagli altri, ma per la maggior parte degli abitanti della Contea non avrebbero nessuna attrattiva. Ed è giusto così: se la guerra e la violenza degli uomini contagiassero la Contea, essa cesserebbe di essere quello che è. Alla fine del Signore degli Anelli, del resto, la Contea cambia e non tornerà mai più quella di un tempo.
Se l’idea iniziale, dunque, era dimostrare come il mondo da saga norrena di Gandalf e Aragorn sia un mondo irresistibile che scalda il sangue finché qualunque piccolo Mezzuomo provinciale non trattiene il desiderio di partire, è stata mitigata da un accorgimento che mi hanno insegnato questi ultimi mesi, e cioè che nella grande diversità che esiste fra gli uomini ve ne sono molti che bramano due tipi diversi di fuoco, alcuni il grande braciere del furore e dell’avventura, altri il caldo focolare che raduna intorno a sé i membri di un gruppo e rinforza il loro vincolo. La vita è fatta di un tempo per riposare e un tempo per agire, di azioni pacifiche e azioni intensive, e molti alternano l’un fuoco all’altro; l’animo che desidera l’ardore non può essere forzato alla pace e alla quiete, e così, l’animo mite non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere costretto alla forza.
Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli sono così, raccontano tempi di pace e tempi di guerra e fanno respirare l’aria dell’uno e l’aria dell’altro. Per quelli che, insofferenti come Tolkien ai ritmi di un mondo che non sentono più come il loro, laddove, nelle pagine dei suoi romanzi, con altri nomi e altre lingue, scorgono quello stesso mondo risplendere di gloria e di bellezza, i due romanzi sono una campana che chiama i guerrieri alle armi per riprenderselo.

Giunge così alla fine l’ultimo post dell’anno, iniziato pensando a una canzone di Bilbo, che ricorda il passato e si proietta sul futuro “seduto accanto al fuoco”. Anche se la mia presente contingenza non mi permette di stare seduto accanto al fuoco, a meno di uscire di casa e cercare un posto dove ci sia un camino, l’atmosfera invernale, o l’idea che ne ho, mi ispira un momento del genere. Così, pensando a quanto fatto quest’anno, a quanto ancora da fare, e soprattutto alla storia di Bilbo e di Frodo, chiudiamo il discorso con i versi della poesia e la sua splendida versione musicale a opera degli italianissimi Lingalad. Namárië!

“Seduto accanto al fuoco, rifletto 
Su tutto quel che ho visto 
Sulle farfalle ed i fiori dei campi 
In estati ormai da me distanti
Penso a foglie gialle e a tele di ragno 
In autunni che più non torneranno 
Alle nebbiose mattine, e al sole d’argento, 
E ai miei capelli agitati dal vento.
Seduto accanto al fuoco, rifletto 
Al mondo che sarà, 
Quando l’inverno un giorno giungerà, 
Ma della primavera io non vedrò l’aspetto.
Vi sono infatti tante e tante cose 
Che io purtroppo ancora non conosco: 
Diversi in ogni prato ed in ogni bosco 
Il verde ed il profumo delle rose.
Seduto accanto al fuoco, rifletto 
Ai popoli vissuti tanto tempo fa, 
Ed a coloro che vedranno un mondo 
Che a me per sempre ignoto resterà
Ma mentre lì seduto rifletto 
Sui tempi che fuggiron veloci 
Ascolto in ansia ed aspetto 
Il ritorno di passi e di voci.”
Bilbo a Gran Burrone
Fonte: http://cg-warrior.deviantart.com/art/Bilbo-in-Rivendell-333595026

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