Cavalcata in ascesa verso l’inverno

Il ritorno dell’Anima del Mostro avviene oggi, all’indomani del solstizio d’inverno. Questo segna l’inizio della mia stagione preferita, che porta con sé così tante suggestioni, immagini, sensazioni, e storie, più di ogni altra cosa, che è davvero difficile scegliere di cosa parlare. Dev’essere nella natura dell’inverno essere così fecondo, anche e forse proprio perché sembra così morto: l’inverno, stagione del freddo, porta gli uomini ad accendere il fuoco per riscaldarsi, provocando questo contrasto fra calore e gelo, fra interno ed esterno, protezione e minaccia, vita e morte, luce e tenebra, e potremmo continuare ancora, che sono quelle coppie di opposti alla base del cosmo e della vita (o almeno, di come li vediamo io e gli antichi). È così che tutto ha inizio secondo l’Edda, con il contatto tra le scintille del Müspellheimr e il vento freddo del Niflheimr nel vuoto cosmico di Ginnungagap (qualche dettaglio in più in uno dei post più vecchi) che danno origine a tutte le cose.

Il solstizio d’inverno è uno dei giorni con maggior rilevanza spirituale presso tutte le culture. Presso la religione dei Celti e quella germanica si chiama Yule, e è il momento in cui la ruota dell’anno, il corso del quale è scandito dal movimento di tale ruota, raggiunge il punto più basso e inizia la risalita (il nome potrebbe dunque derivare dal norreno Hjól, cioè ruota), visione metaforica del percorso per il quale, dopo che le ore di buio diventano sempre di più, iniziano a diminuire.
Ecco, questa della salita, dell’ascesa, è un’idea che mi rincuora ritrovare nelle credenze antiche, dato che è una scoperta che ho fatto quest’anno. L’autunno, che mi ha visto dedito a studiare prima i mostri (a ottobre, sul mio profilo di Facebook) e poi il mondo dei morti (a novembre, con i post sulla Danza), è stato come un percorso in discesa (un bel percorso, peraltro, questi sono stati mesi felici), e quando dicembre è arrivato, portando nella mia mente immagini di distese innevate e storie vicino al fuoco, insieme a visioni di leggende come quelle di cui parlerò tra poco, si è costituito come idea di salita, moto -obliquo, non verticale, quindi graduale e ripido- verso l’alto, una meta che, quale che sia, è nobile e rifulge di bellezza come il ghiaccio.

Ora, dalle saghe islandesi sappiamo che, in occasione di Yule, i popoli nordici sacrificavano un maiale a Freyr, dio della fertilità (e tuttora, nei paesi scandinavi, si mangia carne di maiale a Natale). Anche la capra è associata allo Yule nordico: la capra è l’animale sacro di Thorr, e alcune leggende descrivono la corsa in cielo di Þórr (Thor) sul suo carro trainato dalle sue capre Tanngnjóstr e Tanngrisnir. Il che non è che una variante della Caccia Selvaggia.

La Caccia Selvaggia (Wild Hunt in inglese, Wutende heer in tedesco), anche detta Caccia infernale, o Caccia morta in Lombardia, è il nome con cui ci si riferisce a numerose storie, che traggono origine dal mito e abbondano nelle leggende del Nord Europa, come della Francia, della Spagna e dell’Italia settentrionale, riguardanti processioni di esseri animati, animali e/o umani, di natura sovrannaturale, ultraterrena o demoniaca, che avvengono di notte e sono cariche di segni e di presagi. È uno dei tòpoi imitologici che preferisco, e che abbonda in letteratura, non solo nelle saghe o nell’Edda (Secondo carme di Helgi uccisore di Hundingr), ma anche in opere italiane, prime fra tutte la Commedia, il Decameron (Nastagio degli Onesti) e la Gerusalemme Liberata, fino a permanere, com’è dovuto, nel fantasy, assumendo particolare rilevanza nella saga di Andrzej Sapkowski e dando il titolo al terzo dei videogiochi tratti da essa, intitolato appunto “The Witcher 3: Wild Hunt”. Per chi non è pratico dell’ambiente è un nome come tanti, ma avere un minimo di cultura videoludica farà squillare un campanello.

“La caccia selvaggia” di Johann Wilhelm Cordes (1856, 1857)
È un tòpos che abbonda e che adoro, come dicevo, e uno degli argomenti cui intendo dedicare un post da prima di iniziare il blog: ma poiché esso merita uno spazio esclusivo, e devo ancora raccogliere più materiale di quello che ho a riguardo -nonché finire The Witcher 3!- questo post è preannunciato ma ancora da realizzarsi. In questa sede mi accontenterò di un paio di nozioni.
La prima è che il prototipo della Caccia Selvaggia va ricercato nella mitologia nordica, dove il suo protagonista è Odino. La leggenda vuole che il Padre di Tutto, durante le dodici notti che seguono il solstizio d’inverno, cavalchi sul suo destriero a otto zampe, Sleipnir, alla testa di un corteo di anime di guerrieri chiamati Einherjar, cioè “soldati in armatura”, tutti i morti in battaglia degni di accedere al Valhalla, che, divisi in vita sotto schieramenti diversi, sono ora uniti in un’unica armata che si prepara alla battaglia finale il giorno del Ragnarök. Il contatto fra popoli e la trasmissione delle storie ha causato molte varianti geografiche della Caccia, che di volta in volta è capeggiata dalla più illustre figura della cultura locale, fra Re Artù, Carlo Magno, Nuada (leggendario re dell’Irlanda); in alcune storie del folklore italiano, il capo della Caccia ha nome Beatrik ed è un alter ego del re Teodorico. E naturalmente, in molte altre versioni il capo della Caccia è il Diavolo, al quale gli dèi pagani sono frequentemente assimilati.

Tornando a parlare di Odino, è davvero straordinario come questo grande dio riesca ancora a farsi sentire, laddove altri non ne sono in grado. Già nel post sull’elegia anglosassone consideravo come nella voce di Gandalf riecheggi ancora la sua grande saggezza, ma in questo caso si va oltre la letteratura e la narrazione, si parla di qualcosa che si avverte più concretamente. Perché un vecchio con la barba che solca il cielo invernale insieme ad animali volanti è qualcosa di molto, molto familiare.

Con questo non voglio sostenere che Babbo Natale si possa identificare col Padre dei Caduti, perché intercorre una differenza di epoca, di valore, di credenza e tanto altro. Ma proprio questa impalpabilità, questo margine di inesattezza che non si può mai correggere, questo profilo sfocato che non si stabilizza, è ciò che caratterizza le idee. E Babbo Natale, sempre attorniato da folletti, o magari “elfi” (vale la pena ricordare che elfo deriva proprio dal norreno alf, e che gli alfar nella mitologia sono esseri superiori, in uno stato d’esistenza a metà fra quello umano e quello divino, che, come i Nani, sono in parte collegati al mondo dei morti), che solca il cielo su una slitta trainata da renne volanti e che sa sempre come si sono comportati i bambini durante l’anno, quasi avesse, come Odino, due corvi che volano per il mondo e gli riferiscono ogni giorno tutto ciò che hanno scoperto, non può non avere, all’origine della sua storia, accanto a storie cristiane come quella di San Nicola, un’idea antica e archetipica come quella di Odino, che, scavando ancora, ci porterebbe a parlare dei più antichi dèi legati al cielo, alla saggezza e all’eternità.

Chi conosce, poi, la leggenda di San Nicola? Abbondano i riferimenti nei libri di scuola e nei post sui social ricondivisi ogni volta durante le feste, e forse è per questo che non la prendevo abbastanza in considerazione. E invece, anche qui, si tratta di qualcosa di molto interessante.
Tanto per cominciare, il vescovo San Nicola di Myra vive nel IV secolo, le sue reliquie vengono traslate e sono oggetto di culto nel Medioevo. È protettore di molte categorie di persone, come i marinai, i mercanti, anche le prostitute e gli usurai, a seconda di dove si va; in ogni caso, è il santo patrono di Bari, e lo è dei bambini. La storia di come salvò alcuni bambini dalla miseria colmandoli di doni è un altro dei motivi originari del Natale. Oltre a questo, San Nicola è legato a un’altra leggenda legata al Natale, una leggenda cui ho visto acquisire maggiore notorietà quest’ultimo anno, probabilmente grazie anche a un paio di film usciti nel 2015, e che è molto adatta alle pagine di questo blog: la leggenda del Krampus.

Il Krampus è una via di mezzo fra il diavolo, l’uomo nero e Babbo Natale. Nelle sue numerose raffigurazioni mantiene sempre una folta pelliccia, due lunghe corna caprine e un volto crudele, e si occupa di punire i bambini che si comportano male, in maniera decisamente più severa rispetto alla sua più nota controparte, che in queste storie ha la sola valenza positiva: può portare loro il carbone, colpirli, o condurli via con sé. La storia che lo lega al santo parla di un gruppo di giovani, camuffati con corna e pellicce per spaventare i vicini, che si rendono conto che uno di loro è il diavolo in persona, indistinguibile se non per gli zoccoli al posto dei piedi, e vengono salvati da Nicola di Myra che scaccia  il maligno; altre storie, appartenenti al folklore germanico, raccontano invece di un mostro che si intrufolava nelle case per uccidere e mangiare i bambini, finché gli abitanti del villaggio non riescono a chiamare un religioso o un santo, che riesce a imprigionare la creatura usando dei ferri benedetti, costringendola, da allora, a usare la sua abilità di passare attraverso i camini per portare doni a coloro che abitano nella casa.

Ci sarebbero molte altre storie, tra i vari miti, le leggende e le credenze d’Europa, poi evolutesi anche attraverso la loro importazione in America, in cui ritrovare le basi della moderna iconografia di Babbo Natale, nonché del Krampus, della Befana, di storie legate al Natale e all’inverno. Questa è solo una base da cui partire, tanto io quanto chi leggerà, per apprendere e ricercare quanto si può scoprire sui mondi e le storie messe a punto dall’uomo, e sul potere della sua intelligenza creativa, della sua fantasia, della sua parola e della sua arte.
Ora che il solstizio è passato, una di queste notti potrebbe capitare di vedere i cavalieri ultraterreni avanzare furenti attraverso il cielo notturno; oppure, la notte del 24, di scorgere Babbo Natale sulla sua slitta; in casi meno fortunati -a seconda dei punti di vista- di ritrovarsi faccia a faccia con un Krampus mentre si sgranocchia del torrone su una sedia a dondolo accanto al camino. Comunque vada, questo è l’inverno. È il tempo dell’anima, dell’estasi poetica -tale è il significato del nome di Odino- il palco dello spirito dionisiaco che si agita in ogni uomo, la fredda notte in cui non si può uscire di casa, pena l’essere rapiti nel mondo infernale da cavalieri spettrali, e si attende, accanto al focolare, che passi, raccontando storie durante l’attesa e rendendosi conto, perché forse lo si era dimenticato, che oltre l’ingannevole danza di luci c’è una bocca tenebrosa che chiede di essere riempita, un’anima che ha bisogno dei mostri.
Un buon inverno, un buon Yule, e un gioioso e santo Natale, tutti e tre insieme, a chi legge l’Anima del Mostro.

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