Tolkien: il signore della mitopoiesi I

Sono mancato alcune settimane, per via di impegni, problemi e cose del genere.
Ma quando, la settimana scorsa, ho avuto l’occasione per scrivere, non l’ho fatto perché non avevo idea di che argomento scegliere. Dopo una parentesi così lunga servirebbe qualcosa di adatto a riprendere il ritmo, e a riprenderlo in maniera tosta.
Per questo ho deciso di scrivere il primo post dell’Anima del Mostro incentrato su Tolkien.

Mi rendo conto che la mia venerazione nei suoi
confronti è esagerata quando mi commuovo davanti
alle sue foto.

È strano che ci siano voluti quattro mesi prima di dedicare un post al mio scrittore preferito, e più in generale, maestro e modello, riferimento in ambito di ideologia, concezione del mondo, fascino per la letteratura germanica, e, non ultimo, malcontento nei confronti della contemporaneità. Ma, d’altra parte, l’ho citato in più post di quanti siano quelli in cui non l’ho fatto.
Cosa potrei scrivere, dunque, che la maggior parte dei lettori non sappia già del Professore di Oxford? Perché pensare che qualcuno non abbia un minimo di cognizione della storia di Frodo dalle nove dita, della Guerra dell’Anello, e di come sia iniziata la Quarta Era della Terra di Mezzo, sarebbe disturbante; qualcosa che non saprei come spiegare ai miei figli, insomma.
E già sento voci esterrefatte sbottare “Ma che, per una favoletta?” o “Penso sia più importante conoscere la storia vera” o ancora “Ho visto i film, una palla, mi è bastato”.
Ebbene, pur legittimando la soggettività dei gusti e degli interessi verso qualunque cosa, c’è un punto fermo dal quale, io credo, non si dovrebbe prescindere quando si parla di Tolkien, e cioè, che egli ha ha realizzato un’opera innovativa, creato qualcosa che prima di lui nessuno aveva fatto; un punto di non ritorno per il percorso dell’arte, oserei dire.
Tutti parlano di “padre del fantasy”, ma il fantasy non è nato con lui. In primis per un discorso molto semplice, scrivere storie fantastiche è qualcosa che è nato insieme all’uomo: le opere letterarie più antiche, i poemi epici, sono storie mitologiche di eroi che si confrontano con situazioni sovrumane ed archetipiche, tramandate attraverso l’alone della leggenda. Come sono fantastici i poemi omerici, come lo è la Commedia, come lo sono il ciclo arturiano, quello carolingio, e tutte le opere in cui qualcuno ha narrato qualcosa di mistico e sovrannaturale con la consapevolezza di averla inventata, quali che fossero i modi e i motivi. Secondariamente, Tolkien non è il padre del fantasy perché quello che noi chiamiamo fantasy nasce alla fine dell’Ottocento ed è già diffuso agli inizi del Novecento: sono certo che molti di voi abbiano sentito parlare di Conan, l’eroe nato dalla penna dello statunitense Robert Ervin Howard e popolare intorno agli anni Trenta.
Quello che nasce con Tolkien, che viene distinto da altri sottogeneri con nomi quali “high” o “epic” fantasy, è quel tipo di storia ambientata in un’epoca remota dai connotati medievali (diversamente dai fantasy urbani) che ruota intorno a più personaggi (in ciò si distingue dal fantasy eroico, come appunto quello di Howard), e che crea un clima epico, solenne e “alto”, diverso da quello sporco e “basso” di Martin o di Abercrombie.
Molti, in ogni caso, sono contrari alla classificazione delle opere di Tolkien come fantasy, un po’ perché questo termine è carico di accezioni negative, nell’ottica di chi lo riduce a narrativa “di genere” e lo distingue dalla letteratura vera e propria (e se esiste una letteratura vera e propra queste opere NON possono esserne escluse), e un po’ perché esso presenta caratteristiche e obiettivi diversi. Quando oggi un romanziere inizia un libro -o, molto più spesso, una saga- ha in mente di creare un mondo, e di caratterizzarlo con una sua storia, delle religioni, un quadro politico, una fauna e una flora caratteristiche, per renderlo credibile. Si tratta comunque di una creazione, che esiste ai fini dell’opera letteraria, o filmica, fumettistica o videoludica che sia (da tempo considero le creazioni di mondi nei videogiochi tendenzialmente più felici di quelle di molti libri).

Mappa della Terra di Mezzo con annotazioni di Tolkien

Tolkien si distingue -ed è insuperato- perché lui concepisce la complessa struttura della Terra di Mezzo, delle sue lingue, storie e popolazioni, ma indipendentemente dai fini letterari. In vita, di tutto questo, pubblicò soltanto “Lo Hobbit” (1937), “Il Signore degli Anelli” (1954-1955) e una raccolta di poesie, peraltro non tutte relative allo stesso contesto, intitolata “Le avventure di Tom Bombadil” (1962). Le opere che ci permettono di ricostruire la storia, molto più vasta, che comprende questi episodi, sono state pubblicate postume da Christopher Tolkien, uno dei quattro figli dell’autore, a partire dal 1977, anno di pubblicazione del Silmarillion, cui sono seguiti, fra gli altri, i dodici volumi di “The History of the Middle-earth” (solo i primi due tradotti in italiano). Una mole gigantesca di storie, scritte in forma non romanzata, ma come narrazione mitologico-storica, che mostrano come il fine ultimo fosse la creazione in sé e per sé, secondo una concezione esposta e spiegata nel saggio “Albero e foglia” (1964) che ha una valenza molto più che letteraria: Tolkien, cattolico, vede nell’Uomo l’immagine e la somiglianza di Dio, il primo Creatura e il secondo Creatore, e ritiene che l’Uomo debba a sua volta creare qualcosa al di fuori di sé perché manifesti la sua somiglianza con Dio. Naturalmente, in quanto Creatura, l’Uomo non può creare un’altra realtà come quella in cui vive, la realtà primaria, ma può proiettare quello che vede e che sente di quella primaria in una realtà secondaria, una “subcreazione”. La Terra di Mezzo è un mondo secondario, come secondarie sono tutte le altre dimensioni in cui l’uomo, nei secoli, ha proiettato la sua sensibilità, la sua creatività poetica, la sua fantasia.
Vaglielo a spiegare agli accademici e ai benpensanti che queste favolette sono il fine più alto della natura dell’uomo. Sembra blasfemo dire che non siamo nel mondo per produrre ricchezza, costruire spazi sicuri completamente asettici, strappare risorse alla terra. Solo una persona religiosa, usa ad un’ideologia scandalosa come quella cristiana, poteva inventare una sciocchezza del genere.

Il corpus della subcreazione tolkieniana, detto legendarium, non è solo narrativa, ma è linguistica, rielaborazione della cultura occidentale -un’integrazione del pensiero germanico con quello cristiano, in cui sono insiti numerosi rimandi al mondo classico-, filosofia, indagine storica e riflessione esistenziale.
In quanto subcreazione, la Terra di Mezzo non si trova né su un altro pianeta, né in un altro universo; molto più semplicemente, essa è la terra, la nostra, molte migliaia di anni fa. Certo, oggi è un po’ abbruttita, gli Elfi  se ne sono andati, si viaggia dentro scatole di metallo e non si costruiscono più città come Minas Tirith; ma, idealmente, la Terra di Mezzo, Middle-earth, è sempre la stessa, la Miðgardr del mondo norreno. Ed in effetti, è a questo concetto che si lega l’origine del legendarium del Professore: una delle prime ispirazioni deriva dai versi del poemetto religioso anglosassone Christ I (VIII-IX secolo), un tempo attribuito insieme ad altri due poemetti cristologici al grande poeta Cynewulf, in realtà autore solo di Christ II:
«éala éarendel engla beorhtast
ofer middangeard monnum sended»
(ti saluto, Earendel, il più brillante degli angeli
sopra la terra di mezzo inviato agli uomini).
È anche da questi versi che deriva il personaggio, splendido, di Eärendil, ma di lui parleremo un’altra volta.

Una replica del Libro Rosso dei Confini Occidentali

Tolkien idea un passato leggendario del mondo, nel quale sono nati gli Elfi, gli Uomini, i Nani e gli Hobbit, e insieme a loro il ricco panorama di esseri viventi e non che caratterizzano le sue storie; nel corso delle ere, le altre razze scompaiono gradualmente, la superficie della terra cambia attraverso vari sconvolgimenti, fino ad assumere la forma che conosciamo. La civiltà dimentica quegli avvenimenti, avviando il corso che studiamo normalmente nei libri di storia; pure, rimane traccia di quel passato nel “Libro Rosso dei Confini Occidentali”, uno pseudobiblium inventato da Tolkien in cui sono conservate le storie “Andata e ritorno”, la narrazione del viaggio di Bilbo Baggins, e “Il Signore degli Anelli”, di Frodo Baggins, integrati da numerose mani con un ricco apparato etnografico, linguistico, genealogico, tramandato attraverso i secoli fino a pervenire a Tolkien.
Naturalmente, l’autore ha trovato questo libro in un linguaggio ormai estinto, l’Ovestron, e l’ha pertanto dovuto tradurre in inglese, mantenendo però invariate le espressioni provenienti dalle lingue diverse dall’Ovestron, come il Quenya e il Sindarin.
Un espediente letterario che gli permette di dedicarsi a ciò che è veramente il suo obiettivo, la creazione di linguaggi. Se avesse potuto, Tolkien avrebbe scritto Il Signore degli Anelli interamente in Ovestron, o più probabilmente in Quenya. E anche avendolo scritto in inglese (un inglese molto bello, per quanto poco possa contare il mio apprezzamento), soleva definirlo, come scrive in una lettera, “un esteso saggo di estetica linguistica”, poiché, dei numerosi testi poetici qui contenuti, molti sono nelle sue lingue artificiali. Egli credeva nello stretto rapporto tra linguaggio e mitologia, i suoi due grandi interessi di sempre, della giovinezza e della maturità, che inizialmente riteneva distinti, ma di cui comprese la reciproca compenetrazione.

Per rispondere a delle domande non poste ne ho motivate altre. Qualcosa di più su queste lingue, sul rapporto fra la Terra di Mezzo e il mondo odierno, su quello fra mondo primario e mondo secondario, su Eärendil. Tanti saranno i post dedicati a Tolkien e alla sua mitopoiesi, uno degli obiettivi di questo blog fin dall’inizio. Ma non mi sarebbe piaciuto tirare fuori una questione dal nulla senza aver prima introdotto debitamente la materia. Dopodiché,

«La Via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa.»

3 risposte a "Tolkien: il signore della mitopoiesi I"

  1. Bellissima introduzione,bravo.Però nel mondo servono sia gli amanti del bello,come te,sia coloro che devono occuparsi di cose pratiche,e ti assicuro che cercare di intercettare nuove risorse su una terra che l'uomo ha violentato non è cosa meno nobile dell'arte.Inoltre,io ammetto di appartenere alla categoria di coloro che non hanno letto Tolkien,ai miei tempi la formazione passava dai classici e il tuo autore non rientrava fra questi.La tua passione è commovente,io mi commuovevo e mi commuovo tuttora ascoltando Bach.La bellezza arriva al cuore di chi sa vederla attraverso forme diverse,ciò che importa è cosa lascia dentro.A me un'enorme gratitudine a chi ha saputo creare tanta meraviglia e a Dio per avermi dato la capacità di apprezzarla.

    "Mi piace"

  2. Grazie, ma mentre occuparsi di cose pratiche è necessario -come diceva il professor Keating ne L'attimo fuggente \”nobili professioni necessarie al nostro sostentamento\”-, quello di cui parlo io non è sostentamento, è lo stupro di un mondo e delle sue leggi naturali a beneficio di una sola specie. È proprio il fatto che l'uomo abbia violentato la terra il problema, ancora di più perché molti uomini sono convinti che sia la cosa giusta da fare.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...