Senso unico verso l’inferno di metallo

Una riflessione di qualche settimana fa mi ha portato ad elaborare un pensiero. Nulla di rivoluzionario, giusto una nuova metafora per rappresentare qualcosa che conosciamo tutti.
Editato il 4 maggio 2017: quella riflessione non si è consumato nell’arco di poco tempo, superata da un pensiero differente. Mi è rimasta ed è divenuta parte della mia “visione poetica”. Nell’aggiornare il post, l’ho modificato pesantemente, facendolo diventare, da un piccolo spunto da raccontare a qualche amico al bar, una provocazione vissuta e sentita.
Inoltre, come si vedrà, o almeno mi auguro, questo è la premessa ad un post successivo.

Potrei introdurre l’oggetto di questo discorso come “il tempo”, anche se non è esattamente quello.
Il senso del tempo che possediamo noi è diverso rispetto alla concezione degli antichi, e all’idea di un ciclo si è sostituita, grazie a molteplici fattori, tra cui la rivoluzione culturale avvenuta col Cristianesimo, quella di un percorso lineare che procede da un punto ad un altro, con idealmente un inizio (la creazione) e una fine (Giudizio Universale, fine del mondo), o perlomeno un inizio netto e un procedere di cui non si conosce l’esito, ma che si sa che non tornerà indietro. È così che oggi percepiamo il tempo, o almeno, la maggior parte di noi.
Certamente, in millenni di storia umana, senza contare i milioni di anni prima dell’uomo, e lasciando stare gli eoni di Cthulhu e degli Dei Esterni, noi e il mondo abbiamo vissuto molti cambiamenti. La storia è un progressivo acquisto, un aumento, soggetto a volte a delle perdite che sono ugualmente elementi in più, valori negativi da non sottrarre, ma riportare tra parentesi accanto agli altri, in ordine.
Non che io intenda dire che la storia procede sempre verso il meglio. E veniamo al punto.
L’idea mi è venuta mentre riflettevo su quanto io disprezzi questa epoca. Che è una riflessione abbastanza ricorrente, e di certo il mio disprezzo non si placa quando non ci rifletto sopra, ma in tal frangente ho concepito la metafora che è l’oggetto di questo post.
Mi auguro che nessuno sia così ingenuo da proiettarmi addosso la propria ingenuità e rinfacciarmi le difficoltà di ogni epoca del mondo, per far risaltare i vantaggi che ha il secolo corrente rispetto a quelli già corsi. Perché grazie, fin lì ci ero già arrivato.
Quanto di buono possediamo non dovrebbe farci dimenticare l’altra faccia della medaglia: una società fredda e spersonalizzata, sistemi -non solo di produzione, ma anche sociali- enormi e senza un volto che schiacciano le persone cui dovrebbero garantire una vita felice con la consistenza umidiccia del loro tocco asettico e sintetico. Se metà di questi termini sanno di frase fatta, è proprio perché la stessa impressione ce l’abbiamo in tanti, masse insofferenti al terzo millennio -e al fatto stesso di dover costituire delle masse, anche quando involontariamente- così numerose da poter forse reagire alla macchina, ma troppo legati ad essa per farlo. Dulcis in fundo, il contemporaneo proliferare del fantastico nelle arti è dovuto proprio alla repulsione per questo mondo, alla volontà di evasione -quella che per Tolkien va intesa non come la diserzione del soldato, ma il bisogno di libertà del carcerato-, che dà voce a un sentimento di nostalgia per tempi puri, di bisogno di far parte per sé stessi e attuare il proprio eroismo cambiando ciò che non si vuole più, e anche un altro sentimento, meno nobile e più pericoloso: l’idea che il mondo sia ormai troppo marcio per sanarlo. Un processo di putrefazione allo stadio più avanzato, cui si assiste col senso di colpa di chi è stato accanto al cadavere senza intervenire. Del resto, come vedremo, probabilmente non sarebbe stato neanche possibile.
Tendenzialmente, queste storie di fantasia, frutto di certi processi culturali avvenuti nella storia che non è il caso di ripercorrere adesso, ruotano intorno all’idea che abbiamo del passato. Sempre il passato è parso migliore del presente a chi lo guardasse come passato; indipendentemente dal parere di chi lo guardasse come presente, sia chiaro. Andando a ritroso, fra romantici che rimpiangono il Medioevo e umanisti che rimpiangono l’Antichità, troviamo gli antichi che parlano e scrivono dell’Età dell’oro, quando il mondo non solo era migliore, ma perfetto, senza che servissero il lavoro o il dolore per ottenere anche i beni più immediati.
Le fantasie sul passato, in particolare, ruotano intorno all’idea che noi abbiamo della natura. Perché anche in un’epoca così industrializzata e “civilizzata” (“quella che si suole chiamare civiltà”, direbbe Tolkien), e forse ancora di più proprio per via dell’industria e della “civiltà”, sentiamo di non essere nati così, ma di provenire dalla stessa dimensione da cui provengono tutti gli altri animali, di seguire regole scritte nel nostro DNA, la legge dell’istinto, più forte di quelle regole che abbiamo dato a noi stessi a posteriori, quelle con cui vorremmo soffocare quella parte della nostra natura che non ci piace. Probabilmente, le civiltà più antiche sono nate da gruppi che concordavano di liberarsi di alcune delle loro usanze primitive; in merito a questo, comunque, non competo.

Lucas Cranach – Paradiso

La forma che si è radicata meglio e di più nell’immaginario collettivo è quella dell’Eden. La descrizione che il Genesi ci fornisce del giardino dell’Eden non fa menzione di dettagli fiabeschi come alberi che offrono spontaneamente i loro frutti e cibo che sbuca dal terreno, e per questo ci risulta più credibile: sappiamo semplicemente di un mondo primordiale immerso nel verde in cui gli esseri viventi convivono pacificamente e nulla turba l’ordine naturale. In effetti, a meno di eventuali invasioni aliene e saltando qualche estinzione di massa, è così che doveva essere la Terra fino a due milioni di anni fa. Lo stato degli esseri viventi nella natura, certamente, è lontano da quella e da altre immagini di armonia, ed è molto più crudele di quanto si tenda a pensare.
Almeno, non ha mai avuto la pretesa di fingersi qualcosa di diverso da quello che è veramente.
Veniamo a noi, a quella specie animale che nel Genesi spicca rispetto alle altre già al momento della creazione, pur senza essere a conoscenza di tutte le sue potenzialità: fino a quando Adamo ed Eva compiono il loro atto di disobbedienza, si trovano in un rapporto privilegiato con Dio, e possono interloquire con lui in maniera più “diretta” rispetto agli uomini delle epoche successive; poiché nel suo stato naturale l’Uomo era vicino a Dio/Assoluto/Infinito/Totalmente altro, fisseremo, senza per questo sfociare nel panteismo, il punto di inizio del percorso lineare del tempo in questo Dio-natura.
Poi vi è stata una lunga serie di eventi che Tolkien, nelle analogie del suo legendarium con la storia del “nostro mondo”, chiama “cadute”(la stessa immagine, che compare in tutti i miti del mondo, avrei potuto trarla da altre fonti, ma probabilmente l’accezione della caduta che ha Tolkien è la più vicina alla mia): l’Uomo, mela o non mela, s’è distinto in modo assoluto dalle altre specie, ed ha cominciato a scoprire, inventare, costruire, raccogliere la sua esperienza per andare sempre meglio. Basti considerare l’apocrifo Libro di Enoch, con la storia degli angeli caduti che insegnano agli uomini la tecnologia e le conoscenze “magiche” e vengono puniti, senza volersi appellare al più celebre Prometeo. per rendersi conto del fatto che, comunque la si ponga, dal punto di vista della natura, del divino, di Dio con i suoi angeli, di Zeus, di tutti quelli che esistevano prima dell’Uomo, queste innovazioni sono più negative che positive. Il motivo più evidente è che tutto questo allontana la specie umana dalle altre, la pone in una posizione di vantaggio e di dominio assoluto, un dominio tale da potersi evolvere ancora, culminare nella possibilità di modificare lo stesso pianeta in cui vive. Magari c’è anche un motivo meno evidente, Dio e Zeus avranno saputo anche che giunti a quello stadio gli uomini li avrebbero abbandonati, e avranno cercato di fermarlo per non restare da soli, cosa che fanno diversi genitori.
La cosa, comunque la si metta, è accaduta.
A questo punto, procedendo nel nostro percorso partito dal punto appena esaminato, saremo probabilmente curiosi di sapere se ci sia un punto d’arrivo. Il senso del mio discorso è aver speculato sulla sua esistenza e avergli trovato un aspetto e un nome.
Mentre ci pensavo, avevo in mente i quadri di H.R. Giger (1940 – 2014) pittore e scultore svizzero. Visionario, geniale, spaventoso nel suo stile caratteristico che fonde il naturale, il meccanico e l’erotico, Giger è uno dei miei artisti preferiti, e riunendo i suoi quadri si potrebbe formare un mosaico, forse metaforico, forse iperrealistico, di quello verso cui stiamo andando.

Giger ha affermato che, benché i suoi quadri possano anche essere interpretati come futuristici, lui dipingeva ciò che vedeva intorno a sé, nel presente, quindi usarli per parlare del futuro significherebbe voler dare alla sua arte un significato a posteriori. Ma se le basi del futuro sono nel presente, lo specchio datogli da quest’arte si presterà anche per parlare del futuro. Magari aveva una vista solo un po’ più acuta.
Questo è quello che vedeva, in ogni caso: dimensioni oniriche ma iperdettagliate, fatte di cavi, placche, percorsi articolati, dove tutto è metallico, sofisticato tanto da non sembrare nemmeno umano, e spaventoso. Non solo per i volti enigmatici, le forme innaturali, i corpi ibridi dei biomeccanoidi, gli esseri che ha inventato Giger, biologici e meccanici contemporaneamente (uno dei quali, attraverso un lavoro ulteriore, è divenuto quello che noi chiamiamo Alien), ma proprio perché l’idea di un mondo così inquieta profondamente. O almeno, inquieta alcuni di noi: non ho certo la pretesa di dire che nessuno possa trovarli affascinanti, funzionali, belli, migliori del bello convenzionale.
Non posso fare a meno di chiedermi se non siamo anche noi, in parte, dei biomeccanoidi.
Abbiamo sviluppato tecniche che ci permettono di essere più efficienti in quello che facciamo, ne abbiamo sviluppate per non dover più svolgere alcune di queste cose, in modo da poterci dedicare ad altre cui poi in realtà non ci dedichiamo, abbiamo trasformato l’ambiente in cui vivevamo (disinteressandoci di quello che accadeva all’ambiente stesso e a tutti gli esseri che ci vivevano) perché fosse più adatto alle nostre esigenze. Ma se è stato per meglio, perché a me sembra che stiamo così male? Forse perché siamo stati trasformati dalle cose che abbiamo creato, fino a divenire cose a nostra volta? Forse perché dopo esserci allontanati dal mondo da cui provenivamo abbiamo avuto il coraggio di voltarci e strappargli le viscere per nutrircene, professando il credo che nulla valga quanto la vita umana? Perché, siamo onesti almeno intellettualmente e ammettiamolo una buona volta, quando si sente dire in giro che la tecnologia non è più mezzo ma fine, e fine principale, non è retorica o passatismo, ma disgustosa verità. Prima c’erano solo ricchezza, successo, potere, cose da fumetto, ma davanti all’aiuto della Macchina, che aumenta vertiginosamente le potenzialità umane, anche queste ambizioni sono divenute accessorie.
L’ultimo stadio un mondo dove qualsiasi aspetto della nostra esistenza sarà stato meccanizzato, industrializzato, prodotto in serie, conformandosi alla costituzione di qualcosa di opposto a Dio-natura, un anti-Dio, è quasi arrivato. Presto o tardi assumeremo le sue sembianze.
Il nome di questo stato è Diavolo-macchina. Il punto d’arrivo del mio discorso sul tempo è un inferno di metallo.

Fuor di metafora, non penso che ci sarà veramente uno stadio terminale.
L’umanità continuerà sulla sua strada, sperimentando nuove soluzioni. C’è sempre la stessa volontà, che c’era anche per gli antichi: non morire. Le risposte delle religioni hanno dissetato quel bisogno per un po’, ma sono troppo astratte, richiedono troppo sforzo e non danno prova che quella fede sia ben riposta, un motivo per impegnarsi. La scienza, invece, prima o poi troverà un modo.
L’uomo troverà il modo per non morire, e non morendo non avrà limiti. Nulla per cui si possa effettivamente parlare di uomo. A quel punto, quell’intelligenza artificiale, solo in parte sempre minore legata a una componente biologica, si potrà chiamare demone. Ai demoni però non piace pensare che ci sia qualcosa al di sopra di loro: ed essi chiameranno sé stessi dèi.
Ottimisticamente (poiché il progresso è anche ottimismo) estenderanno le loro attività all’intero universo. E a quel punto snatureranno anche lui. Forse lo pervertiranno per rendere il loro gioco eterno, ma preferirei che l’universo morisse con dignità, trascinandoli, se possibile, via con sé.
Ma la cosa peggiore è che mi sembra quasi che fossimo destinati a questo. Che questo processo sia iniziato il primo giorno del primo uomo sulla Terra, in misura quasi insignificante, e che nel corso dei millenni sia divenuto sempre più intenso. E che non possiamo farci niente: non possiamo interrompere qualcosa che è avanzata così tanto, qualcosa di così importante, soprattutto, qualcosa che non poteva non accadere. Se penso alla storia della mela e del serpente, la vedo come una prova non superata, che significa che abbiamo avuto una possibilità di evitare questo destino, e l’abbiamo persa. Ma sono più propenso a credere che sia stato solo un pretesto: eravamo fatti in modo da compiere quella scelta sin dall’inizio. La strada verso l’inferno di metallo è a senso unico. Quindi possiamo solo sperare che il mondo abbia presto fine e la degenerazione non prosegua, o che un evento cosmico assurdo, o magico, o magari un’invasione aliena, dia una svolta inattesa al processo.
Oppure, è questa la cosa più difficile, che l’umanità intera, giunta in possesso di una forza di volontà e di una solidarietà cui ha sempre aspirato, ma che finora non ha mai posseduto, maturi la responsabilità che serve per fermare la deriva, per imporsi sulle proprie creazioni, per riprendere consapevolezza di sé e di un fine più alto, e impari ad adoperare le proprie risorse nel modo giusto.
Confido nell’evento cosmico.

Necronom IV.
Il demone di Giger.

 Questo post è stato scritto grazie all’atmosfera creata, oltre che dalle illustrazioni, dall’album Melana Chasmata dei Triptykon -scelto principalmente per il legame fra questa band e Giger, che è autore delle copertine degli album- di cui è molto consigliato l’ascolto.
Triptykon – Melana Chasmata

Una risposta a "Senso unico verso l’inferno di metallo"

  1. Le tue riflessioni mmi stupiscono perché fatte da un ragazzo che dovrebbe proiettarsi con fiducia nel futuro.Sicuramente la legge del profitto,e quindi del più forte, ha sempre operato e sempre lo farà a dispetto di quanti credono nella condivisione e uguaglianza fra i popoli o,in ambito più stretto,fra le persone.Io mi auguro che le tue previsioni si rivelino troppo pessimistiche e che la fantasia e lo stupore per la bellezza restino inalterate.Io non sono una fanatica del progresso,mi servo moderatamente delie nuove tecniche ,e adoro tutto ciò che di bello hanno lasciato coloro che ci hanno preceduto.So che ho cercato di trasmettere il mio amore per la fantasia e il bello attraverso le fiabe che sono un formidabile esempio di resistenza all' aridità dei giochi moderni.Temo molto per bambini di oggi troppo computerizzati.Sono loro il nostro futuro più immediato.Detto questo,ti auguro di mantenere il tuo distacco dai valori della nostra società dando per scontato che, comunque,il compromesso è necessario e vitale.

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