Viaggi nell’Erebo: cinque album Metal del 2015

Il 2015 mi ha visto leggermente più attento, rispetto al passato, alle nuove uscite in ambito musicale. Soprattutto, anche un poco più attento alle nuove uscite Underground, poiché l’esperienza mi insegna che, spesso, quello che cerco e non trovo nei lavori di band o artisti famosi, lo trovo in formazioni meno affermate ma ugualmente valide, e a volte di più.
È bene precisare che il campo è circoscritto esclusivamente al Metal, e ad alcuni sottogeneri più che ad altri.
Ciò detto, non ho per nulla ascoltato una buona parte degli album pubblicati lo scorso anno, ce ne sono molti che devo ancora recuperare e altri che necessitano di essere riascoltati.
Ho comunque selezionato cinque album tra quelli che mi sono piaciuti di più, per condividere il mio parere e gli stati d’animo che mi hanno trasmesso. Ci sono state tante altre uscite meritevoli, basti pensare a quante delle maggiori band Funeral Doom hanno pubblicato un nuovo full-lenght; forse dedicherò uno spazio anche a quei lavori, ma intanto cominciamo con questi.
Per ogni album linkerò una canzone, in modo da poter seguire meglio.

Lychgate – An Antidote for the Glass Pill

I Lychgate sono i più sconosciuti fra questi nomi, anche perché sono la band più recente. Non si tratta però di esordienti: la Black Metal band inglese è composta da musicisti anche di una certa esperienza, a cominciare dal cantante Greg Chandler, voce degli Esoteric, una delle band Funeral Doom Metal più originali del panorama mondiale e attiva dal 1993. La mente del gruppo però è il pluristrumentista Vortigern (non è accattivante l’idea di un metaller inglese che scelga come nome d’arte Vortigern?), che si occupa delle chitarre, delle tastiere e, soprattutto, dell’organo. L’organo è probabilmente lo strumento dominante nelle composizioni dei Lychgate, una presenza maestosa ma sinistra, un nucleo che emana tenebra intorno al quale si intessono le composizioni degli altri strumenti; ne deriva un Black Metal funerario e solenne, veloce, perché il Black dev’essere veloce, ma con qualcosa del Funeral Doom..diciamo, non certo Doom, ma molto Funeral. Oltre a una ricchezza di sperimentazioni e idee per le quali andrebbe classificato come Avantgarde.
An Antidote for the Glass Pill ruota intorno a un tema molto interessante, perché davvero inquietante: il panopticon, un modello di carcere immaginario progettato nel 1791 dal filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham, strutturato in maniera tale da disporre le celle in modo che un unico osservatore  possa controllare tuttu i detenuti, senza che essi abbiano la possibilità di sapere in quale momento li stia guardando. Ciò dovrebbe indurli a comportarsi in maniera corretta e responsabile…ma come si vive sapendo che, qualunque cosa facciamo, qualcuno ci osserva?
In An Antidote for the Glass Pill il mondo intero è una prigione, nel quale il singolo è controllato e ogni sua iniziativa annullata. Letter XIX, uno dei momenti più alti dell’album, prima con la sua sinistra e fatalistica introduzione affidata all’organo e poi con una sfuriata Black Metal opprimente e malata, condensa tale metafora nei versi “Through the eyes of insanity, you’ll see the world for what it is: A prison! An invisible net, a wolf’s trap set long ago“. L’altra canzone che preferisco, Deus Te Videt, equipara lo sguardo di questo carceriere invisibile allo sguardo di Dio, uno sguardo che coglie tutto e instaura un senso di impotenza e persecuzione nel carcerato, sul quale grava il senso di colpa, e che intanto inizia a sentire voci provenire da fuori, all’incombere della follia. Questo insano “diario” si conclude con le amare riflessioni di The Pinnacle Known To Sysyphus, un riferimento ad un mito greco, quello di Sisifo costretto a spingere un masso fino alla sommità di un colle per poi vederlo tornare indietro, che a me può solo fare tanto piacere: “We are trapped at the summit/ We cannot fly/ We can only fall“.
Il viaggio di quest’album è un viaggio psicologico, in senso discendente, e più si scende più le turbe mentali divengono gravi, la follia aumenta, cresce l’ossessione, il ticchettio dell’orologio, la chiave che non gira più. Tre degli album di cui parlo sono una discesa nell’abisso, e questo è l’abisso della follia. Il più spaventoso.
Ascolto consigliato: Deus Te Videt

Swallow the Sun – Songs from the North

Gli Swallow the Sun occupano un posto particolare fra le mie preferenze, perché suonano una combinazione che contiene quasi tutto quello che desidero ascoltare: comunemente detti maestri del Death-Doom finlandese, essi creano melodie che alternano momenti di riflessione a sfuriate Melodeath, ora in brani lirici e intimi, ora in pièces lunghe ed epiche.
Sfidando la logica di mercato, sfida ancora più solenne e rischiosa, dato che parliamo di una band Metal, gli Swallow hanno pubblicato in una volta tre album in uno, un’opera organica che si evolve attraverso tre macrosequenze di generi diversi fra loro. Era molto rischioso, date anche le aspettative create da una sfida del genere, eppure gli Swallow sono riusciti anche in questo, condensando in più di due ore di musica quel “Gloom, Beauty and Despair” che dà il titolo a una loro canzone.
Songs from the North I è un classico album in stile Swallow, Death-Doom che propende più per il secondo genere, lirico e visionario. Il legame che unisce le tracce, come nella maggior parte degli album, è l’amore sofferto e il male che esso genera nel cuore del sofferente, che lo corrompe e lo trasforma sempre di più in un essere oscuro che prova vergogna per se stesso, e un sentimento, nei confronti dell’amata, ai limiti dell’odi et amo. Uno dei motivi per cui amo questa band è il cantante, Mikko Kotamaki, in grado di ottenere il massimo sia cantando in growl, sia in scream, che con la sua voce pulita carica di emotività; ora, combinando nel modo migliore i tre stili, dà la giusta enfasi a tutte le parti dei testi , rendendoli personali e permettendo all’ascoltatore di essere quanto più vicino possibile ai sentimenti messi in musica.
Il secondo atto è una novità, poiché è un album quasi interamente acustico e privo di distorsioni vocali. Songs from the North II è realmente dedicato al nord, alla fredda terra finnica nella quale ritrovare la pace e un senso di appartenenza. È un momento di ristoro dopo la sofferenza e la rabbia provate nella prima parte, e se vogliamo una pausa prima del terzo atto. La voce di Mikko qui diviene rilassante e calda, ma parte della sua buona riuscita l’album la deve alla strumentale “66°55’N,28°40’E”, che ci permette di sentire davvero il freddo e la sua poesia. È meraviglioso il modo in cui si assiste al climax dell’inverno, che diviene sempre più intenso e poi declina verso la bella stagione, con la musica che diviene più calda.
Infine arriva Songs from the North III, e mette subito in chiaro di che genere si tratta: gli Swallow si sono messi alla prova col Funeral Doom; hanno estremizzato la componente oscura e malata che giaceva sul fondo, che si percepiva in alcune canzoni, e hanno scavato una strada che procede inesorabile verso il basso, senza speranza. Certo è che non è un Funeral da confrontare con le numerose uscite dello stesso genere nel 2015; è piuttosto una sperimentazione tendente a tale genere, in cui alle parti più pesanti si alternano stacchi acustici che accentuano la dimensione sofferta e personale, enfatizzando le strofe. Fino all’atto conclusivo, The Clouds Prepare For Battle, l’ultima tessera di una storia unitaria con numerosi collegamenti interni.
Gli album possono essere ascoltati separatamente, ma ascoltarli di seguito è un’esperienza che va fatta, perché è un viaggio ricco e congegnato in maniera artisticamente felicissima. Un’idea di quelle che comportano uno sforzo e un rischio per essere messe in atto, ma che funzionano. Compierla è un viaggio dalle tenebre alla luce all’abisso ancora più oscuro, ma per capirla davvero non si può fare altro se non compierla.
Ascolti consigliati: uno ad album: 10 Silver Bullets, Heart Of A Cold White Land, The Gathering Of Black Moths

Skepticism – Ordeal

Questo è stato un anno Funeral Doom. Lo è stato perché davvero tanti dei principali esponenti di questo genere hanno prodotto qualcosa, ma soprattutto perché ha visto il risveglio degli Skepticism.
Il genere delle canzoni opprimenti lunghe dai dieci minuti ai venti, della voce abissale, della sofferenza e della fatalità è nato in Finlandia con i Thergothon nel 1991 e questo non si discute, ma è grazie ai primi lavori dei connazionali Skepticism due anni dopo, che il genere ha assunto la sua forma più comune e apprezzata, o che apprezzo io, con l’aggiunta delle tastiere e una vena di malinconia in più, rispetto a quello che con i Thergothon era “semplicemente” il maglio possente del buio cosmico.
Gli Skepticism hanno innalzato dei monumenti, ma non li sentivamo più dal 2008. Hanno deciso di rimettersi in gioco, e sapevano quanti rischi e quante responsabilità ciò comportasse, per un complesso del loro calibro. Per questo si sono affidati all’Ordalia, la prova che avrebbe decretato il loro successo o il loro fallimento, sancito dal giudizio divino (tale era infatti l’ordalia nel Medieovo). L’ordalia è stata suonare un album di un’ora e diciassette minuti, con brani inediti, in sede live a Turku, in Finlandia.
Ordeal è una marcia; sembra ripetitivo, dato che due canzoni di quest’album contengono questa parola, ma è proprio l’idea che trasmette: una marcia solenne, nobile, che avanza su cadenze pesanti mentre le tastiere sono i suoi vessilli svolazzanti. Una delle cose che più amo di questo genere è la sua fedeltà al nome di Doom, “destino”: la musica trasmette un senso di ineluttabilità, il peso del fato contro il quale è inutile lottare. Anche nei suoi momenti più trionfali, Ordeal è malinconico, ascoltarlo è come vivere una sconfitta avvenuta ancora prima che avesse inizio la battaglia. You, la prima traccia, è un pensiero rivolto a qualcuno, come un ricordo lontano, visto attraverso la nebbia dell’amarezza; Momentary, la canzone più bella, un’estasi musicale come ne ricordo poche, ruota intorno al ripetersi di una frase musicale in cui le tastiere creano un tessuto inafferrabile, un senso di tensione tragica e fatale, un levarsi intervallato da una discesa; The Departure esprime rancore; The March Incomplete procede il cammino inesorabile; The Road è un brano intimo, sentito, struggente, forse il secondo brano più bello; fino a The Closing Music, l’atto che intende mettere fine all’agonia.
Come si conclude l’ordalia? Con due brani storici di un gruppo storico: Pouring dall’album di debutto Stormcrowfleet, e The March and the Stream da Lead & Aether: con il drammatico, amaro ripetersi del motivo portante, gli Skepticism procedono verso la fine della loro marcia (è opportuno ricordare che la canzone venne composta per la perdita di una persona cara).
Alla fine dell’album è come se calasse un grande sipario, e per quanto triste e senza conforto, quel mondo così trionfale ci manca, perché ci riempiva di grandezza, senza la quale ci sentiamo piccoli. In quel momento capiamo che l’ordalia è riuscita, il giudizio divino è favorevole, acclamato a furor di popolo: gli Skepticism sono ancora i re del Funeral.
Ascolto consigliato: Momentary

Midnight Odyssey – Shards Of Silver Fade

La sera del 31 dicembre stavo scrivendo le mie considerazioni sull’anno che volgeva al termine, e volevo ascoltare qualcosa del 2015 che non avessi ancora ascoltato. Possibilmente, qualcosa di Atmospheric Black Metal, che è da un po’ di tempo -più che altro nelle sue accezioni epiche o medievaleggianti- il mio genere preferito. E mi è venuto in mente che più o meno in estate era uscito un nuovo lavoro di Midnight Odyssey, progetto dell’australiano Dis Pater, vero nome Tony Parker, di cui avevo già apprezzato molto i lavori precedenti.
È stato un ascolto casuale, ma potrebbe essere l’album più bello che ho ascoltato quest’anno: si tratta di un viaggio astrale di quasi due ore e mezza, con brani che oscillano fra i 14 e i 22 minuti di lunghezza, e che sull’album sono divisi in due dischi da quattro canzoni l’uno. Ognuna delle canzoni è un’opera sbalorditiva, e certamente ascoltare mezzo album è un’esperienza astrale, ma ascoltarlo tutto permette realmente di “transumanare”. Ci si ritrova nell’infinito vuoto dello spazio, folgorati da visioni stellari di pianeti e nebulose, mentre la voce maestosa dell’artista canta di leggende cosmiche, di apparizioni spettrali e di creature mitologiche, come un vento gelido in una distesa polare. Il tutto arricchito da cori dal sentore onirico e versi in latino.
Si può dire che la divisioni in due parti non sia casuale: fra la prima e l’altra lo stile cambia, come cambiano i temi, se le prime quattro canzoni sono racconti con una dimensione in qualche modo più umana e indipendenti fra loro, le ultime quattro hanno come protagonisti lo spazio e le stelle, che muoiono in esplosioni e fasci infuocati rendendo l’universo sempre più freddo.
Il primo brano, From a Frozen Wasteland, fa capire che non abbiamo a che fare con niente di convenzionale: inizialmente il nulla, solo la voce di Dis Pater:
In darkness I stand
A world extinct
An ocean of nothingness
And slowly I sink


Man mano che la narrazione procede e mette a fuoco più particolari, la melodia si arricchisce e diviene sempre più evocativa, fino all’apparizione degli antichi esseri che esclamano “You can’t escape the true lord of death” (forse questo aumenterà la curiosità del lettore). Di lì a poco ha inizio la sezione Black Metal, mescolandosi alle composizioni atmosferiche e ambient. Seguono Hunter of the Celestial See, col viaggio astrale del cacciatore cosmico che affronta un mostro emerso dalle profondità della terra; Son of Phoebus che meriterebbe un ricco approfondimento: Dis Pater apre una finestra sul mito di Fetonte, che chiese al padre Elio (poi Febo Apollo) di poter guidare il carro solare e morì tragicamente poiché incapace di controllarlo: la musica di Midnight Odyssey lo segue dall’incontro col padre al “folle volo” in mezzo alle costellazioni; A Ghost in Gleaming Stars, contente una citazione niente meno che di Virgilio.
Asleep is the fire parte dal ricordo della luce e delle fiamme e termina osservando l’oscurità e il ghiaccio, e credo sia la canzone più bella: non vi è mai un momento in cui le tastiere e i sintetizzatori che intessono il cosmo intorno alle chitarre e alla batteria tacciano, e di tanto in tanto si odono eterei cori che nel finale, più che epico, si combinano con una sequenza marziale di batteria, e la voce pulita di Dis, in un climax che sale, si interrompe per una breve parentesi Black e poi ripende a salire fino al suo apice e poi spegnersi. Starlight Oblivion descrive la morte delle stelle con aggettivi epici, mentre la loro luce ormai fievole si proietta sull’oscurità e sul caos e l’universo diviene più freddo; temi simili ha Darker Skies Once Radiant. Con Shards Of Silver Fade le stelle sono ormai spente, ma non è la fine, perché si apre una nuova parte, e c’è un nuovo mondo beato e meraviglioso nel quale vivere in pace. Anche se, dopo averlo ascoltato tutto questo, sarà dura vivere in pace senza riascoltarlo.
Ascolto consigliato: Asleep Is The Fire

Shape of Despair – Monotony Fields

Il primo posto è degli Shape. Il 2015 è stato l’anno del Funeral Doom anche a causa loro, che erano in silenzio da anni. Ho atteso il loro nuovo album con trepidazione.
Loro sono il primo gruppo Funeral che ho ascoltato, e uno dei primi della grande famiglia del Doom. È stato con loro che, anni fa, ho sperimentato per la prima volta il fatalismo di questo genere musicale, come un enorme sudario gettato da una mano divina che cali su di noi, oscurandoci con la sua ombra, senza che i tentativi di fuga ci permettano di sfuggirgli.
Questa volta, però, il loro non è il solito Funeral. Il tempo, l’esperienza, forse il senso dell’avere già dato, li ha spinti ad evolversi e a provare qualcosa di diverso. Hanno composto un album molto più atmosferico, che insiste di più sulle tastiere e il pianoforte (forse anche io insisto un po’ troppo, dato che ho sottolineato questo elemento per tutti gli album precedenti), e che non punta tanto alla pesantezza quanto all’emotività. Questo album è la malinconia eretta a monumento. Se dovessi descrivere le visioni che mi ispira, sarebbero quelle di una grande distesa deserta, nella quale megalitiche costruzioni di pietra svettino verso l’alto, emergendo da un luogo così profondo che non se ne riesce a vedere la base. Vi è stanchezza, desolazione, il sentore autunnale espresso anche dai colori della cover art; è qualcosa di grande come Ordeal, ma ha qualità diverse. Non è una marcia. È, piuttosto, statico, e poi in discesa, un uomo richiuso su se stesso a pensare al proprio dolore, e al contempo, un gigante stretto dalle pareti di una stanza troppo piccola: e, quando arriva Discending Inner Night, la traccia più straziante e più bella, il colpo più delicato e violento ai sentimenti, diviene una discesa nel profondo dell’io. Lo stesso growl, qui più che mai, è adoperato nella sua funzione di voce dell’abisso che emerge dalla nostra interiorità per dire quanta sofferenza ci sia, parlando in un modo così vero da sembrarci strano, proprio perché tanto spesso ignoriamo la sua voce. The Distant Dream Of Life, la canzone più breve composta finora, mi ispira una visione ancora più struggente, quella del non vivere, “sepolto” in profondità, impedito da qualcosa, limiti propri oppure limiti che impongono gli altri, e l’accorgersi, all’apice della tristezza, del fatto di stare sognando di vivere. Sognare di vivere deriva da un bisogno, e vivere sapendo di non vivere è doloroso. Il senso di dramma esistenziale è poi accentuato dalla voce della cantante Natalie Koskinen, membro storico degli Shape, che accompagna i ruggiti cavernosi del nuovo arrivato Henri Koivula (il quale dà prova di bravuta anche con la voce pulita) e domina nel brano In Longing.
Dopo The Blank Journey, e la nuova versione di Written in My Scars, la desolazione ha raggiunto il massimo. Eppure è una desolazione che purifica, catartica. Va a toccare le parti più intime della nostra anima perché la tristezza della musica la ispiri con la sua bellezza.
Ascolto consigliato: Descending Inner Night

Certo ci sono stati molti altri album Metal strepitosi quest’anno, e so bene che la mia selezione è abbastanza precisa, basata su generi oscuri e album che, tranne il primo, sono molto lunghi anche nel loro settore. Si è trattato di scegliere consapevolmente di cosa parlare, anziché proporre una scelta più varia ma che non rispecchiasse veramente i miei gusti.
Dalla discesa nella follia dei Lychgate alla ben più lunga sequenza di “Oscurità, Bellezza e Disperazione” degli Swallow the Sun, oltre la marcia degli Skepticism e il viaggio astrale di Midnight Odyssey fino ai campi desolati degli Shape Of Despair, scrivere questo post mi ha permesso di confrontarmi meglio con queste tenebre e queste emozioni così intense, fino a sentirmi come l’ospite della “Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge, “un uomo sbigottito, fuor dei sensi caduto […] più triste ma più saggio divenuto”.

3 risposte a "Viaggi nell’Erebo: cinque album Metal del 2015"

  1. Mu hai fatto venire il desiderio di ascoltare questi pezzi.Complimenti,scrivi molto bene!E pensare che l'organo è lo strumento\”ufficiale\”per le celebrazioni della Chiesa cattolica…

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