Svipdagr

«Cosa c’è?»

«Sulla spiaggia, laggiù, oltre la foschia…»
«Che cos’è?»
«Non lo so, ma è enorme.»
«Si muove!»
«È un mostro, scappa!»
Suono dell’acqua e del vento, sempre uguali.

Mare, freddo, nebbia e silenzio. Una terra non frequentata dagli uomini.
Una donna che dal profilo emette luce e sotto i cui passi cresce l’erba, avanza sulla spiaggia come se dovesse conquistarla. Si ferma e guarda nei riflessi grigi del mare.
«Svipdagr! Vieni da me.»
Il mare resta in silenzio, e la donna chiama di nuovo, più forte. Allora il mare sospira, e la sua superficie si increspa, finché le acque sussultano e si schiudono su quello che ne sta emergendo, come una veste slacciata. Una groppa di colore scuro, ricoperta di pelliccia e coronata da una fila di punte d’avorio ricurve, retta da un paio di zampe da lupo con gli arti palmati, avanza fuori dal mare facendo dondolare a destra e sinistra la lunga testa, che dietro ha orecchie a punta e creste come pinne di pesce, e davanti le mascelle di un drago. Il lungo collo è chino sotto il peso di quella testa, come se dovesse sostenerne i pensieri. I suoi occhi sono socchiusi. Spinta da altre due zampe da grossa lucertola, la creatura trascina una lunga coda crestata, e si arresta al limitare tra mare e terra.
La donna gli viene vicino: «Svipdagr, soffri ancora?».
Il mostro apre gli occhi per un attimo: sono del colore delle pietre sul fondo del mare. Occhi umani.
Li chiude di nuovo, solleva la testa e la getta dietro di sé, spalancando le fauci: sussulti gli agitano la gola, e il mostro comincia a piangere.

«Perché vieni ancora da me, Freyja?» le domanda più tardi.
«Hai ancora bisogno di chiedermelo?» lei chiede, addolorata «Non riesci a credere che a me non importi?»
«Non può non importare a te, se a me invece importa così tanto» replica il mostro, che marca i “non” col ringhio della sua gola.
«Allora il tuo dolore non è il mio, Svipdagr. Io ti amo come ti ho amato sempre, da quando venisti, tanti anni fa, nella mia casa…»
«Non ricordarmelo!» ruggisce Svipdagr «C’era lui, davanti alla porta della tua casa. Lui che mi ha fatto questo!»
Freyja solleva il braccio verso il suo muso, e lo tiene levato in muta richiesta. Lui lo abbassa lentamente, e lei gli tocca la guancia. «Ma c’ero anch’io». Una lacrima le scivola sulla sua, mentre gli chiede «Non è un ricordo dolce il fatto che lì ci fossi io? Che tu abbia incontrato me e io te?»
Svipdagr smette di ringhiare. Tende la zampa verso Freyja, e Freyja la stringe contro il proprio viso, come quando quella era la mano che glielo accarezzava.
«Soffro troppo, Freyja. Quel che è accaduto è stato colpa mia, e qualunque cosa possa accadere nel mio futuro, è una colpa che resterà per sempre. Ma non sarebbe così grave per me, se non dovessi scontare questa pena anche tu. Tu che sei ancora una dea, figlia di Njörðr il grande, contesa da Aesir, Vanir e gli eroi più famosi, che sull’incedere dell’alba e il commiato del tramonto, quando il sole è più mite con la terra, scende in una spiaggia solitaria per portare conforto a una bestia ripugnante, che non allestirà mai più banchetti…»
«Svipdagr, non dire così…» gli stringe la zampa artigliata al petto, come se quegli artigli potesse smussarli.
«…non otterrà più gloria sul campo di battaglia…»
«Ma queste cose non mi importano…»
«…e non potrà mai più darti piacere. Perché ti attardi ancora con me? Abbandonami a un destino che mi peserà di meno, se non dovrà affiggere te, e torna con i tuoi cari presso la Valhöl, dove non c’è rischio che tu debba mai più udire il nome di Svipdagr.»
Freyja adesso sta piangendo, e persino in quel luogo silenzioso la natura reagisce a ogni suo gesto: le sue lacrime sono gocce d’oro, le onde del mare accordano la loro canzone ai suoi singhiozzi, per prendere parte alla sua mestizia, e la nebbia si addensa intorno a lei, come per abbracciarla.
«Tu non fai che mentire da quando ti trovi qui. Neghi così fortemente te stesso da negare anche tutto il resto. Sei talmente radicato nel tuo dolore da essere incapace di credere a me, che ti dico la verità, e cerchi di allontanarmi perché il fatto che venga da te ti dà la speranza che ciò in cui credi non sia vero.»
«Credi che speri di poter tornare come prima?»
«No, ma hai in cuore la speranza di poter continuare a vivere anche così, con me, e nonostante questo cerchi di convincerti che non è vero. Ma invece possiamo, Svipdagr. Sono qui per questo. Sono qui perché ti amo veramente e perché credo, altrettanto veramente, che possiamo continuare a vivere insieme anche così»
Lei ha ragione, il mostro non osa crederci. La speranza è gravosa, e il suo animo provato. Ha colpe terribili, ancora più pesanti delle sue membra sgraziate, ad ancorarlo alla sua disperazione. Non brama anche il fardello della sofferenza di colei che ha cara più della sua anima. Sente di aver perso entrambe.
«Tu sei una dea…» mormora, mentre socchiude gli occhi.
«Che cosa?»
«Tu sei una dea» riprende, e in fondo alla gola ha ripreso a ringhiare «sei una dea e hai tutto il tempo che si possa desiderare. Io sono ancora mortale, Freyja. Probabilmente, colui che mi ha fatto questo prenderà le sue precauzioni acciocché io viva molto a lungo, in modo da estendere il suo divertimento, ma alla fine morirò ugualmente. Ti basta aspettare che accada, e poi potrai volare via libera. Non ho ragione?»
Freyja impallidisce e trema, la natura trema con lei.
«Svipdagr, perché mi fai questo?» gli chiede, con la voce delle foglie coperte dalla prima brina.
Il mostro marino la guarda negli occhi, non cessa il ringhio, ma non parla.
«Forse che questa sia stata la tua vera trasformazione? Forse che l’uomo più saggio, coraggioso e compassionevole che io abbia conosciuto, in tutto il tempo che abbia desiderato, l’uomo che ha vinto il mio amore con i suoi meriti, laddove neanche gli dèi ci sono riusciti, sia davvero diventato meschino e crudele fino a perdere la ragione, come tutti dicono di lui e come tutti hanno creduto, tranne me, e che il suo corpo abbia semplicemente seguito la corruzione del suo spirito? Tu mi laceri il cuore con parole spregevoli, parole di cui nemmeno ti credevo capace, quando io darei via per te ogni cosa. È questo il vero significato del nostro amore?»
«Dunque adesso mi credi anche tu meschino, crudele e senza ragione. È questo che sono ai tuoi occhi? Devo anche credere che dopotutto la mia maledizione sia servita a questo? A un pretesto per abbandonarmi?»
«Svipdagr, non vedi che sei tu stesso a dire cattiverie e causare sofferenza a entrambi?» Freyja ha chiaro cosa egli stia cercando di fare. Ma è ugualmente troppo doloroso.
«E se fossi stata tu stessa a suggerire a Odino questa punizione?» dice il drago, con una luce sinistra negli occhi.
«Basta così!» grida Freyja, e il mare fa eco alla sua voce, e il cielo diviene minaccioso «Hai troppo odio perché possa parlare con te. Provo il peso del tuo dolore come lo provi tu, non posso reggere anche quello del tuo disprezzo. Stemperalo in mia assenza, ti darò tutto il tempo che vuoi. Stammi bene, Svipdagr».
Lui non risponde, perché il senso di colpa che aumentava ad ogni parola, forse ancora più agghiacciante di quello che provava già, adesso gli ha chiuso la gola. Guarda la dea allontanarsi come un fantasma e farsi sempre più piccola, correndo sul mare con ali di falco. Abbassa lo sguardo solo quando non la vede più.
Non dormirà neanche stanotte.

«Amico mio, devo lasciarti» disse Lyfir.
Per Hadding non fu una sorpresa. Sapeva che il suo compagno se ne sarebbe andato improvvisamente, come improvvisamente era arrivato. Pure, il commiato gli spiacque profondamente.
«Dove andrai?» gli domandò.
«A ovest, credo. Stanno accadendo molte cose strane, ma credo che lì il mio aiuto potrà significare qualcosa».
«E la guerra? Che mi dici della guerra?» Hadding aggrottò le sopracciglia: era per la stessa ragione che i due uomini avevano viaggiato insieme, dopo essersi imbattuti l’uno nell’altro, sconosciuti ma sanguinanti e bisognosi di aiuto.
Lyfir lo guardò con curiosità: «La guerra è finita, Hadding. Tu hai perso. Mi dispiace per te, mi dispiace perché appoggiavo la tua causa, ma è inutile insistere contro il volere degli dèi; e pare che quel volere non sia più dalla tua parte, non almeno come lo era prima».
Hadding prese la sua spada e la puntò a terra, osservandone i fregi illuminati dal fuoco: il loro bagliore proiettava ombre sul suo volto.
«Ho perso tutto quel che avevo, caro amico. Mio padre è morto, i miei parenti, i miei amici sono morti nella guerra contro Svipdagr. E i suoi discendenti sono ancora lì, padroni della terra e di versare a proprio capriccio il sangue dei danesi. Davvero devo credere che sia finita?»
«Non occorre» disse Lyfir, e sorrise «perché so che non lo crederai. Ti auguro il meglio della fortuna in qualunque cosa sceglierai di fare. Addio allora, Hadding. Spero che ci rivedremo in questa vita».
«Ho un’ultima domanda, se non ti dispiace» disse Hadding, ancora guardando il fuoco.
«Falla pure».
«Tu sei Heimdallr, non è vero?» Hadding lo guardò in volto.
Lyfir rise «Fa’ buon viaggio, figlio di Halfdan. Non è difficile, anche per chi non è un dio, avvertire come tu sia destinato a compiere grandi cose, e molto più numerose di quante possa vantarne la maggior parte degli eroi. Ma sta’ bene attento, perché su di te incombono anche le tenebre, più fitte di quelle attraversate da quegli stessi eroi. Scegli le tue azioni con saggezza. Addio!».
«Grazie, padre degli uomini. Addio» Hadding osservò il suo compagno di viaggio uscire dal loro rifugio e svoltare a sinistra, dove non riuscì più a vederlo. Attese il trascorrere della notte, dopodiché si rimise in piedi e uscì alla ricerca di una nuova strada verso il suo destino.

Il mare oggi è come ieri, e la nebbia come quando è arrivato. Cambierà qualcosa?

Freyja non è venuta: è stata di parola. Per lei le parole hanno un valore. Anche per lui le parole sono così importanti, o almeno lo sono state; per superare le prove imposte da Fjölsvidhr non gli sono servite la forza o l’agilità, ma la saggezza e l’astuzia. Sembrano passati così tanti anni, come se nel frattempo fosse invecchiato e poi morto, e poi nato ancora e nuovamente morto, e nato una terza volta. L’uomo che è stato per secondo, prima del mostro di adesso, ma dopo il giovane spavaldo che si è avventurato nella terra dei giganti alla ricerca di una sposa, forse non è stato all’altezza del primo. E ciò che è adesso lo rispecchia. Curva il collo verso il mare, di solito non ama farlo, e si guarda: le labbra con cui baciava Freyja sono cesellate di squame e ad ogni , spostandosi, rivelano i denti lunghi e fitti che crescono nella bocca dove lei esalava il suo respiro; piccole punte di corno gli incorniciano gli occhi al posto delle sopracciglia, un vello incrostato di sangue rappreso sostituisce la rada barba che a lei tanto piaceva, e i capelli dorati sono strisce di pelle color sabbia tesa fra raggi ricurvi.

Si domanda perché, tra tutte le forme possibili, Odino gliene abbia imposta una del genere. Se fosse stato un lupo, o un orso, avrebbe almeno posseduto le dimensioni per abbracciare Freyja. Se fosse stato tramutato in un gatto, la dea l’avrebbe potuto tenere con sé, senza che dovesse nascondersi in quella caverna isolata da ogni cosa. Se gli fosse stato concesso di divenire un falco, una rondine o una civetta, l’avrebbe potuta seguire ovunque fosse andata, e forse, vivendo oltre la sommità delle nubi, senza né specchi né la vista dei mortali a intimorirlo, avrebbe potuto dimenticare di essere stato qualcos’altro un tempo, e godere la breve vita riservata alle bestie prima di abbandonare il mondo nel grigiore.
Ma è stato trasformato in un mostro. Un drago, e non una fiera volante avvolta dalle fiamme, al cui passaggio luminoso gli uomini si gettano in terra scongiurando o pregando per una sorte più favorevole; o un possente serpente dell’antichità, barone di un vasto appezzamento di morte dove nessuno si avventuri a sfidarne la volubilità d’animo, timoroso del suo veleno. Il suo corpo è troppo grande, troppo pesante, e quando cammina sulla terra è goffo, privo di ogni grazia. Scivola agilmente nel mare, ma non può immergersi troppo a lungo e troppo in profondità, nella tenebra vergine al tocco beffardo del sole, perché ha bisogno di respirare aria come i figli degli uomini. La costa è volta verso il nord, da dove non può venire nessuno che sia vivo, e dove i saggi dicono che sia possibile prendere la via che porta nella morte.
Ma Svipdagr non vuole ancora morire. Non per Freyja -per lei, sì, morirebbe, in modo da liberarla da ogni promessa; ma non è ancora giunto il momento per farlo-, né per gli uomini che una volta furono i suoi amici, la sua famiglia, e nemmeno la determinazione a non rendere alcuna soddisfazione a Odino ha incidenza sulla sua volontà.
Svipdagr vive perché ha bisogno di odiare. L’odio per quello che gli è accaduto, per il modo in cui è accaduto, e per coloro che sono stati gli agenti della sua condanna e la pena per colei che ne ha sofferto, è troppo grande per consumarsi in alcuni giorni, quanti ne ha già vissuti o la quantità che raggiungerebbe se ne vivesse altrettanti di nuovo. È convinto che neanche se vivesse una vita lunga quanto quella che ha già vissuto, anzi, un’intera vita di uomo, anche molte di seguito, riuscirebbe a estinguere quell’odio. Probabilmente, neanche se possedesse la vita di un dio riuscirebbe a liberarsene.
Giunta la notte, Hadding si fermò in una radura tra rocce e cespugli, accese un fuoco e arrostì il cervo che aveva abbattuto. Seduto davanti alle fiamme, ripensò a cosa lo avesse condotto lì.
Lui era il campione dei danesi e di tutto quello che il loro nome significava nelle lande del sole di mezzanotte. Avrebbe continuato il grande ciclo di vittorie di suo padre Halfdan, che ovunque andasse era ancora ricordato come l’eroe più forte che uomo o gigante avesse mai incontrato, se non fosse stato per il bastardo che aveva segnato il destino della sua famiglia, Svipdagr il maledetto.
Non sapeva come tutto fosse iniziato, non aveva mai chiesto a nessuno di quelli che ricordavano Svipdagr come un amico degli dèi e degli uomini, una creatura di luce, come fosse avvenuta la trasformazione, e perché a un essere così potente fosse stato concesso di occupare un trono a Miðgarðr e spadroneggiare degli uomini e delle loro sorti.
Creatura viziosa, aveva trasformato la corte norvegese in una roccaforte infernale, nella quale si era dedicato a ogni genere di nefandezza, esigendo tributi e conquistando senza pietà. Ma più ancora che la sevizia, o la lussuria, era l’odio a motivarlo. E quell’odio era specificamente diretto verso lui e la sua famiglia. Svipdagr aveva mosso guerra a tutti i sovrani confinanti, e aveva guidato i suoi eserciti combattendo in prima linea, ma non per adempiere al dovere di un capo o rafforzare la determinazione dei guerrieri. Combatteva solo per placare il desiderio di sangue. Mulinava la sua spada maledetta, su cui circolavano già centinaia di storie, dicevano fosse stata forgiata da Völundr in persona, e anelli, tessuti, carne e ossa cedevano come grasso fuso.
Quando aveva formato la sua flotta, per sconfiggere definitivamente l’esercito svedese, un nuovo vizio gli aveva conquistato l’animo: combattere sul mare, e conquistare fino ad arrivare al confine stesso del mondo. E una volta che tutta la Norvegia e tutta la Svezia erano cadute nelle sue mani, era sembrato che nulla potesse opporglisi.
Hadding sogghignò: anche a lui era sembrato così, ma si era opposto lo stesso.
Si era conquistato -a differenza dell’usurpatore- una fama solida e onorevole grazie alle sue azioni e ai suoi sacrifici, sconfiggendo giganti e rovesciando aguzzini e tormentatori di uomini: questo gli aveva garantito un seguito. Poi aveva mosso battaglia a jarl e signorotti, e il seguito era diventato un piccolo esercito. Infine aveva sconfitto gli emissari di Svipdagr, e la sua era diventata un’armata. Anche allora, però, nessuno avrebbe creduto che una vittoria contro il re di tutto il nord fosse possibile.
Allora, Hadding si era rivolto a Odino, e aveva pregato per ottenere, se non la vittoria, la vendetta per il padre. E Odino gli aveva risposto.
Quando le forze di Hadding giunsero nelle acque di Gotland, trovarono l’esercito di Svipdagr già pronto. I due capi si erano sfidati.
«Bentornato a casa, figlio di Halfdan!» lo salutò Svipdagr dal ponte della sua nave «In Danimarca non c’è legno o sasso che non abbia gustato il sangue della tua famiglia. E il piacere di assaggiarlo di nuovo farà splendere questa terra come mai prima.»
«Allora farò in modo di spargere il tuo sangue tanto quanto hai fatto tu con quello dei miei. Prega di averne abbastanza in corpo, Svipdagr figlio di nessuno, perché, se il tuo non basterà, troverò il modo di farti tornare in vita e ucciderti ancora, fino a quando il debito non sarà stato saldato.»
«Io non prego, Hadding. Un dio non ha bisogno di pregare. Ho il potere per farti tutto il male che potrebbero farti tutti gli Æsir se sedessero allo stesso banco del torturatore. E neanche un briciolo della loro misericordia.»
«Sarà questa la causa della tua fine, Svipdagr» disse un marinaio eretto sul ponte accanto ad Hadding, il quale si girò, come se neanche lui ne avesse registrato la presenza. E neppure lo riconobbe in quel frangente, l’alto uomo, d’aspetto vecchio ma forte, avvolto in un mantello grigio, con un ampio cappuccio calato sul volto e una lunga barba.
«Ah! Hai grandi speranze, se nemmeno conosci l’equipaggio della tua nave» sogghignò Svipdagr, ignorando le minacce del vecchio: era di una nullità troppo profonda, perché lo registrasse.
«Dovresti aver viaggiato abbastanza per riconoscermi anche così, Svipdagr figlio di Aurvandill» disse l’uomo «presta attenzione alle mie parole, o la rovina intorno alla quale hai camminato finora sarà totale.»
Il volto di Svipdagr si accigliò, una smorfia di orrore e di sgomento ne incrinarono gli splendidi lineamenti. «Tu…»
Il vecchio sollevò il cappuccio, rivelando i lunghi capelli grigi e l’occhio mancante. Dal suo mantello trasse una lunga lancia dorata e la spiegò verso le nubi. Due corvi volteggiarono sopra le navi. Il cielo fu celato da una tempesta, il tuono decretò il ritmo delle ondate e un vento furioso iniziò a vorticare al largo di Gotland.
«Io, Odino, re di Ásgarðr e di tutti i nove mondi, vengo a te oggi per ordinarti di fermarti. Ti ho lasciato agire ignominiosamente sulla terra dei mortali, sperando che realizzassi la portata del tuo male, ma davanti ai tuoi spergiuri è ormai chiaro che hai dimenticato chi tu fossi, e a chi tu debba chi tu sia. Poche volte, prima di oggi, ho rivelato me stesso nelle battaglie cui ho preso parte, ma mai con una collera così grande e di fronte a un uomo che mi avesse deluso così tanto, uno che consideravo un figlio. Ti rendo manifesta la mia volontà: il mio favore è con Hadding figlio di Halfdan, che tu hai perseguitato. Tu oggi non vincerai. Ritirati immediatamente e abdica in suo nome, o tutta la tua gloria svanirà tra le onde come spuma, senza che nessuno la ricordi mai.»
Gli uomini della nave di Hadding si inginocchiarono davanti al Padre di Tutti. E anche molti di quelli della nave di Svipdagr. Ma non lui. Hadding l’aveva visto tremare, e per un momento aveva creduto che un barlume di timore sacro, e di ragione, si fosse riacceso nella sua brutale furia. Invece era rabbia. In qualche modo, il suo odio era cresciuto ancora. Tacque solo alcuni istanti, prima di rispondere, sputando le parole come se potessero colpire il volto del dio.
«Odino, davvero quello dell’eternità è un peso terribile per il pensiero e la memoria, se adesso ti spinge a parlare come un vecchio demente. Saresti più saggio se tenessi Húginn e Múginn vicino a te, anziché mandarli in giro per il mondo fino a rimanerne sprovvisto. Se fossi venuto ospite della mia sala, ne avremmo discusso davanti al fuoco bevendo idromele, e anche se fossimo entrati in disaccordo ti avrei congedato da amico, da figlio riconoscente. Non avresti mai dovuto schierarti contro di me, con l’oggetto del mio disprezzo. Perché tutto quello che ho fatto in questi anni è stato fatto per lenire l’odio che ho provato, a causa sua, per tutta la mia vita, e non avrà avuto senso fino al momento in cui spargerò le viscere del piccolo bastardo che adesso proteggi, tra la terra e il mare. E se oggi, nel giorno del mio trionfo, anche tu hai deciso di ergerti contro di me dalla parte del mio nemico, e di condividere con lui l’ora del morso della notte e del disprezzo, allora tutti e nove i mondi lo ricorderanno come il giorno nel quale anche Odino è crollato davanti al potere universale di Svipdagr, il re della luce che abbaglia e dell’ira inestinguibile».
Quel giorno, l’unico occhio dell’Allföðr non sprizzò le scintille dell’eccitazione guerresca. Ne sgorgò invece una lacrima, che scivolò silenziosa sulle sue guance rugose e precipitò nella folta barba, dove non venne più vista. Ma Hadding l’aveva scorta, e quel pensiero lasciò un segno nel suo cuore per sempre.
Il Padre degli Dei sollevò la lancia e decretò, parlando con la sua voce, con la voce del tuono e con quella delle onde «Per la tua sfida e la tua empietà verso me e verso gli Æsir di Ásgarðr, sia tu maledetto sopra tutti i miei figli e al di sotto di tutti i miei nemici. Oggi sarà il giorno in cui la luce di Aurvandill verrà offuscata per la sua stessa tracotanza, poiché ha creduto di essere più grande del sole».
Dopodiché, Odino aveva voltato le spalle, aveva camminato verso la poppa della nave, mentre i marinai si scostavano da ambo i lati, e scavalcando lo scafo fu visto continuare a camminare sulle onde del mare di Gotland, fino a sparire per la distanza.
Hadding aveva colto una soddisfazione viscerale, un sentimento animalesco, nei denti serrati e nelle labbra sollevate di Svipdagr; ma nei suoi occhi aveva colto anche qualcos’altro, qualcosa che sul volto di un uomo sarebbe sembrato smarrimento, dubbio, sconforto, un inquieto tentativo di comprendere perché fosse stato appena abbandonato. “Ma lui è una bestia senza padre” aveva pensato allora “e il suo animo è ancora quello di un bambino, cui nessuno ha insegnato niente”.
La stessa sera, nel tacito assenso delle stelle, gli Æsir e i Vanir di Ásgarðr si radunavano nelle loro sale dorate, sotto le volte profonde sulle quali essi stessi avevano disposto le costellazioni, fissato l’asse del tempo e la misura delle sue rotazioni. Alcuni di loro erano lieti, poiché ritenevano che nulla di meno della letizia dovesse ispirare il pensiero di un dio. Ma molti erano tormentati da presagi gravosi, giacché gli dèi fanno parte dello stesso mondo dei mortali, e la legge della morte incombe anche su di loro.
Il più tormentato, quella sera, era il luminoso Freyr figlio di Njörðr, poiché il suo amico soffriva e aveva bisogno di lui. Anche sua sorella, colei che gli era cara più di ogni altro, covava una pena indicibile e mancava da casa da più tempo di quanto egli potesse ricordare. E nulla poteva lenire nel cuore di Freyr la consapevolezza di non poter fare nulla per nessuno dei suoi cari.
Un improvviso bussare contro le sue porte d’avorio lo distrasse. Invitò distrattamente il visitatore a farsi avanti.
Le porte si aprirono e si richiusero, rivelando la figura eretta, i lunghi capelli ribelli e la pelliccia grigia che avvolgeva le forti membra di Skaði, figlia di Þjazi.
Freyr si alzò dallo scranno su cui sedeva stravaccato ormai da giorni, tolse i capelli spettinati dalla fronte e le andò incontro, versandole una coppa di idromele e invitandola a sedere.
«Stai peggio di come ti abbia mai visto» disse Skaði, accettando la bevanda ma rifiutando con un cenno del capo la sedia.
«Tu invece stai bene come sempre» rispose Freyr, sorridendo tristemente.
«Tuo padre non si affligge meno di te» continuò la gigantessa, ignorando il complimento «non solo perché il suo genero è maledetto e sua figlia è scomparsa, ma perché anche il figlio che è rimasto a casa è lontano da lui come lo sono loro.»
«Lui non ha a cuore Svipdagr come lo abbiamo noi. Per rivedere Freyja seduta nella Sessrúmnir, bella e indifferente come è sempre stata, le estirperebbe la sua memoria dal cuore con le sue stesse mani. Per sé stesso non avrebbe neanche da faticare.»
Skaði sogghignò: in quelle sale dorate era raro sentire un’affermazione così schietta.
«Immagino tu creda di essere l’unico qui cui egli manchi.»
«Odino ha sofferto, lo sappiamo tutti. Ma è stato lui stesso a maledirlo. Non lo biasimo, Svipdagr ha completamente perduto il senno. Ed è proprio questo che mi strazia così tanto: che non posso odiare nessuno. Non posso ritrasformare Svipdagr in ciò che era prima, né riportarlo qui, né costringere Odino a riammetterlo ad Ásgarðr, e anche se potessi fare anche solo una di queste cose, la farei contro tutti gli  Æsir, Vanir e Disir che dimorano in questo grande palazzo infelice. Non che questo mi tratterrebbe.»
«Non tutti. Non sei il solo a provare pena per lui. Tutti, in questo grande palazzo infelice, come lo chiami tu, gli dobbiamo qualcosa. Lui ha vendicato mio padre, ricordatelo. È riuscito a riunire in accordo me con gli Æsir senza che dovessimo combattere, solo per merito suo.»
«Mi ha salvato. Me e Freyja» disse Freyr guardandola profondamente con i suoi occhi dorati «Non solo dalla prigionia a Jötunheimr, o dagli incantesimi che ci piegavano, ma dalla vergogna. Se non fosse stato per lui, non sarei mai tornato qui. Né sarebbe tornata Freyja.»
«Ha conquistato tesori a Niflheimr, tesori a Jötunheimr, ha reso più gloria ad Ásgarðr di quanto abbiano fatto molti degli dèi che ne occupano gli scranni.»
«Nessuno era stato come lui, fino al giorno in cui è entrato come la prima luce dell’alba.»
«Si è addossato tutti i doveri della stirpe di Aurvandill, dei giganti come me.»
«E ci ha quasi distrutti in guerra» le ricordò Freyr con amarezza.
«Ma poi è venuto qui, da solo, pronto a tutto per conquistare l’amore di Freyja» continuò Skaði.
«E ha messo a nostra disposizione la spada di Völundr, l’arma capace di spezzare persino il Mjöllnir».
«Ora si trova da solo, trasformato in un mostro, a rivivere all’infinito i suoi ultimi anni maledetti. Non è giusto. Cosa può aver spinto uno come lui a diventare un tiranno, un persecutore di uomini?»
Freyr socchiuse gli occhi -il mondo si oscurò- e rispose «Sempre per lo stesso motivo. La vendetta. L’odio contro Hadding. E l’odio di Hadding stesso. Svipdagr aveva creduto che il capitolo doloroso delle sofferenze vissute durante la sua giovinezza si fosse concluso dopo aver ucciso Halfdan, il padre di Hadding, vendicando in questo modo suo padre Aurvandill, che Halfdan aveva ucciso con la sua clava. Quando Hadding ha rifiutato le proposte di pace di Svipdagr, egli ha visto rinnovati i giorni elle faide. Ha compreso che, fino al momento in cui non avesse distrutto definitivamente Hadding, e con lui la stirpe degli Skjöldungar, i danesi con lo scudo, la sua pace non sarebbe mai stata completa.
Purtroppo, Svipdagr non è nato dio. Ha conosciuto da bambino com’è la vita di tutti gli altri. Ha visto quanto è difficile costruirsi la fortuna, e quanto è facile perderla. E perdere una vita da dio è un pensiero che farebbe impazzire chiunque.»
Skaði rimase pensierosa: anche lei aveva conosciuto le asperità di una vita in fuga, di odio e di vendetta. Provava sinceramente compassione per Svipdagr, ma credeva che ci fosse anche qualcos’altro, dietro la sua caduta.
«Se ricevesse la tua comprensione, forse soffrirebbe meno il suo esilio» disse la dea della caccia.
Freyr sospirò «Lui non ha bisogno di comprensione. Probabilmente è certo di non riceverne, e se anche gliela offrissi lui non l’accetterebbe.»
«Con Freyja vicino, forse sarebbe più ragionevole.»
«L’ho osservato, e diverse volte, dal trono di Hliðskjálf, quando Odino non c’era. Da lì è possibile vedere ciò che accade in tutti i mondi. Mi ha spezzato il cuore, ma l’ho osservato. Freyja è andata da lui, più volte, ma è da giorni che non va più. Credo non dipenda più neanche da lei.»
«E da cosa dipende, allora?»
Lo splendore del corpo di Freyr si ridusse.
«È come quando ero io prigioniero a Jötunheimr. È la vergogna. Lui sa che quello che ha fatto è irreparabile. E sa che non ha vie d’uscita: il suo aspetto gli impedisce di andare a dimorare con gli uomini, o con i nani, o gli elfi, e neppure potrebbe stare con i giganti. Persino tra le bestie è condannato alla solitudine: non esiste, adesso, altra creatura come lui. La sua unica speranza di fuggire a quel fato sarebbe implorare gli dèi… gli stessi con i quali ha spezzato ogni legame rifiutando Odino.
Non ha da fare altro che restare lì, ripercorrendo all’infinito gli eventi che l’hanno condotto in quell’isola, sperando che la morte sopraggiunga presto.»
Skaði lo guardò incrociando le braccia «Come fai a sapere tutto questo e rimanertene qui fermo a rimuginare, proprio come lui? Se davvero hai capito così tanto, va’ a dirglielo!»
«Non ha ascoltato Freyja, non ascolterà neanche me.»
Skaði gli afferrò le spalle, e questa volta fu lei a scrutare nei suoi occhi con il gelo invernale dei propri.
«Hai ragione. Hai ragione su tutto quello che hai detto. Il tuo uso della ragione è così affinato che sempri un Ás anche tu, acuto, analitico e infallibile. Ma non lo sei, sei un Vanr. E sai meglio di me che tutti i ragionamenti del mondo non impediranno all’erba di crescere ovunque ci siano terra, acqua e sole. Se sei suoi amico, Freyr, devi andare e destare la vita che può ancora essere destata. E se non ne trovi, è tuo dovere liberarlo dalla morte in cui è già avvinto. Non abbandonarlo sotto il peso dei suoi sensi di colpa, pensando di aiutarlo sobbarcandoti parte di quella colpa ponderando in silenzio in questa sala disperata.»
Freyr fece per replicare, una nuova collera che come sangue dorato scorreva nuovamente nelle sue viscere divine. Ma si accorse che quella collera non era verso Skaði: era verso sé stesso, per non aver saputo reagire alla tragedia che si era abbattuta sulla sua famiglia. Come non aveva saputo reagire quando, tanto tempo prima, aveva scorto Gerðr, colei di cui si era innamorato, e non l’avrebbe mai incontrata se non fosse stato Svipdagr ad agire per lui.
Sì, Svipdagr aveva realizzato sia la gloria di Ásgarðr che la sua felicità. Ma il fatto che adesso fosse sprofondato nella disgrazia che si era procurato da solo, non dispensava lui, suo fratello di anima, dall’agire personalmente per la sua, di felicità.
«Grazie, Skaði» disse il dio della luce, splendendo nella notte. «Ero preda di uno strano sonno, ma adesso è finito.»
È un altro giorno che sembra ancora il primo giorno.
Un giorno che potrebbe essere durato cento anni.
Inizia a piovere. Il mare risponde come il boccheggiare di un’infinità di neonati al generoso nutrimento del cielo, le sue onde si gonfiano come spire di lucide squame.
Svipdagr è ricoperto, e il suo dorso gli sembra più pesante. Il vento non lo agita come farebbe se avesse ancora il corpo di un essere umano, ma nel cuore avverte che quella pioggia lo sta schernendo, come ogni cosa gli sembra fare da quando è cominciata.
Anche lui, adesso, pensa a come è stato. All’inizio. A quando qualcosa dentro di lui si è accorta di aver fatto uno sbaglio grande, così grande da non sapere neanche come reagire, e a quando qualcos’altro, ciò che lo aveva dominato nei suoi ultimi giorni prima della maledizione, ha concluso che non ci fosse più da fare che affrontarne le conseguenze. La sua superbia.
La battaglia era cominciata con ferocia. Le navi degli svedesi avevano attaccato per prime, un impatto schiacciante. Svipdagr aveva impugnato la spada di Völundr, così affilata da poter abbattere gli alberi delle altre navi. Ne aveva abbordata una, era balzato sul ponte e aveva ordinato al suo equipaggio di non interferire: si era divertito a sterminare i marinai danesi tutto da solo, inseguendo quelli che cercavano di fuggire e squartandoli come maiali. Il suo volto era rosso mentre guardava verso il cielo oscurato e rideva, e in cuor suo continuava a sfidare Odino, ripetendo con le labbra distorte dalla ferocia e la gola riarsa “Guardami, guardami, guardami”.
Ora sa che Odino lo aveva guardato allora, come continua a guardarlo adesso.
Poi si era trovato di nuovo davanti alla nave di Hadding. Il vecchio non c’era più, e lui aveva creduto che il suo allontanamento avrebbe spezzato la fiducia del giovane Skjöldungr.
«Vengo a prenderti, figlio di Halfdan!» aveva tuonato. Aveva preso la rincorsa, compiuto un balzo con la spada in pugno, afferrato una cima volante con la mano libera ed era atterrato sulla nave di Hadding, e ruotando la spada da un lato e dall’altro aveva falciato il braccio o la testa di tutti i guerrieri che gli erano corsi incontro. Hadding aveva urlato in risposta la fedeltà al protettore della sua famiglia «Per Odino!» e si era scagliato contro Svipdagr. Aveva schivato ogni colpo dell’arma micidiale, nel cui filo scorreva il veleno degli Élivágar, ma neanche aveva potuto colpirlo, perché sapeva che l’arma del nemico avrebbe spezzato la sua con un solo colpo. Mentre loro danzavano, il mare si agitava, onde furiose minacciavano di ribaltare la nave da un momento all’altro; e se Hadding faticava ogni istante a restare in piedi, la natura divina di Svipdagr, figlio di Aurvandill, lo rendeva ancora più fermo dell’albero della sua dreki. Una risata folle si era sparsa sul volto feroce come una fiammata, e le sue fattezze erano parse quelle di uno jötunn.
«Figlio di Halfdan, tu, la tua gente e il regno di Odino finite oggi, a cominciare da questo colpo.»
Ma Hadding non credeva nella vittoria come lui, lontana com’era. E mentre parlava, gli aveva sferrato un calcio al ventre che gli aveva fatto abbassare la guardia.
«Brutto…» aveva iniziato a ruggire Svipdagr, e proprio in quell’istante, mentre Hadding era distante da lui, e il calcio lo aveva avvicinato al bordo della nave, una folgore bianca come la neve del primo inverno di Miðgarðr era saettata giù dal cielo e l’aveva colpito in pieno.
Vomitando dalle fauci, deformate dall’incredulità e da un’ira blasfema, un urlo in cui la maledizione contro Hadding, che non aveva finito di pronunciare, si mescolava con quella verso Odino che iniziava appena a emergere dal suo pensiero, Svipdagr era caduto oltre il parapetto della nave.
Era sprofondato in mare, e l’incubo era cominciato.
Inarca il dorso, solleva la testa verso il cielo, spalanca le fauci: ne esce un suono simile a quello dei tuoni in lontananza, ma penetrante come una coltre di denti affilati.
«Maledetto!» ringhia contro il Padre degli Dei, sfidando con la sua voce la tempesta.
«Hai vinto contro di me unicamente perché tu sei un dio e io no! Se fossimo stati pari ti avrei schiacciato!»
Si solleva sulle zampe posteriori. È alto come le mura della sala di un re, sfonderebbe quelle di Odino se solo potesse raggiungerle.
«La mia guerra era una guerra onorevole, e tu hai vinto soltanto perché non conosci l’onore. Veleggiavo con cento navi contro il tuo regno, come nessuno aveva mai osato prima di me. Re di ogni sorta sono caduti in questo mondo perché altri re li hanno vinti con la spada, affrontandoli sul campo di battaglia. Se tu mi avessi abbattuto con la tua rinomata lancia, sarei caduto come loro.»
Torve nuvole si addensano sopra il mare mugghiante e sembrano incombere sull’isolotto, come se le sopracciglia del signore del cosmo si fossero aggrottate contro lo sgraziato gigante e le sue palpebre fossero pronte a schiudersi sulle folgori delle sue pupille incollerite.
«Ma se avessi vinto io, sarebbe stata la tua fine! La fine della tua Asgarðr, della tua signoria. Tu saresti caduto al ginocchio di Svipdagr, e sarei stato io il re, non tu!»
Un tuono più forte di ogni altro si infranse contro il muro del suono, un tuono che sarebbe stato ricordato a lungo, se ci fossero stati abbastanza uditori per raccontarlo e se nulla di più potente l’avesse seguito.
Ma in risposta a quel tuono, il drago gonfiò il ventre ed eruttò in un ruggito di collera come in Midgarðr non se n’erano uditi fin da quando la sua memoria si era accesa, e di cui gli dèi stessi non sentivano pari dai giorni dell’incatenamento di Fenrir; un boato così profondo che la terra tremò, le onde del mare si smorzarono, e persino le pesanti nuvole temporalesche parvero ritrarsi.
«Vile vigliacco senza fegato! Hai fatto questo perché avevi paura! Perché in tutti i tuoi millenni sulla terra ti eri convinto di essere al di sopra di ogni sfida! Non potevi accettare che anche a te toccasse il destino di tutti gli altri! Non hai vinto perché sei il più forte, e nemmeno il più saggio, hai vinto grazie a un insulso trucchetto!»
La tempesta finì, e la spiaggia tornò com’era sempre: grigia, vuota e silenziosa.
“Padre…perché dovevo essere così spregevole?” sussurra il mostro.
«Svipdagr, hai davvero ucciso tutti quei danesi per divertimento?»
Freyr splende come se il sole fosse sceso sulla spiaggia per sedere accanto al drago. Quando entrambi vivevano ad Ásgarðr, nessuno splendeva più di loro e di Freyja. Lei e Gerðr, la moglie di Freyr, sedevano a conversare dei gioielli della terra, mentre loro, come fossero stati fratelli, si sfidavano ogni giorno nel proporre la sfida più avventata che riuscissero a pensare. “Solo uno sciocco come te, Freyr, avrebbe potuto pensare una cosa come questa” concludeva Svipdagr “ma dato che, sciocco come sei, non saresti capace di portare a termine quello che hai proposto, dovrò venire ad aiutarti”.
«Sono venuto ad aiutarti» gli dice adesso Freyr, come se avesse indovinato a cosa sta pensando «ma voglio sapere la verità. Me la devi. Sei davvero colpevole di tutto quello che a Miðgarðr si dice di te?»
Svipdagr allunga il collo e lo guarda da dietro le spalle. Le sue orecchie e le sue creste sono piegate.
«Non sono mai stato veramente come voi. Neanche prima di questo.»
Tace e si volta, guardando il mare. Dopo un po’, riprende.
«Lei ha sempre detto che a guidarmi verso di lei era l’amore. Prima lo credevo. All’inizio avevo inseguito la vendetta per mia madre, poi quella per mio padre, e quando ho incontrato Freyja ho davvero pensato che per me il destino avesse in serbo qualcosa di meglio che la giustizia dei morti. Ho pensato che la mia felicità fosse nella vita. Ma ora so che a muovermi, prima di allora come dopo, e più di ogni altra cosa, è sempre stato l’odio. Se sono riuscito a trovare Freyja quando non c’era, è stato perché l’odio mi ha fatto allontanare da tutto quello che non era lei. E avvicinare verso quello che…forse mi faceva paura.»
«Perché tutta questa faida? Tutto quello che avevi non valeva di più? Ti sei sempre sentito in credito, come se avessi solo ricevuto regali da parte nostra e non li avessi meritati, e hai sempre sbagliato, Svipdagr, perché tutto quello che avevi l’hai conquistato, legittimamente. L’unica eccezione è l’amore di mia sorella, perché esso ti è sempre appartenuto.»
Il drago socchiude gli occhi, abbassa la testa, stringe le palpebre. Le riapre.
«Se anche avessi avuto tutto quello che fosse stato possibile avere, non sarebbe stato davvero tutto. Se avessi posseduto tutto quello che esiste entro le mura di Miðgarðr, se tutti quelli che donano anelli avessero ricevuto e distribuito i miei anelli, e tutti quelli che raccolgono il grano sotto tutte le ore del sole avessero riposto il loro raccolto nel mio granaio, e se persino gli uccelli mi avessero consegnato i rami dei loro nidi, e gli alberi la rugiada delle loro foglie, e la luce di tutte le stelle del cielo fosse stata racchiusa in un’ampolla per la mia mera brama di ricchezza, la mia vittoria sarebbe stata incompleta. Io sono stato sfregiato da bambino, Freyr. Tutta la gioia che potevo avere l’ho persa quando Halfdan ha rapito mia madre e quando ha ucciso mio padre. Io ho conosciuto lì le tenebre, fratello mio, e quello in cui vivo adesso è il fondo dell’abisso in cui sono caduto allora, che continua a sprofondare. La crudeltà mi apparteneva già allora. Mi è sempre appartenuta. Voi non la vedevate, e io avevo smesso di vederla quando Freyja sembrava aver preso il posto dell’afflizione nel mio cuore. Credevo che lei mi avesse sottratto al mio destino. Invece non si è mosso di un passo. Non si vince contro il destino, fratello.»
Freyr è affranto. Non riesce a credere che quell’odio potesse essere così grande.
«Mi è stato conferito qualcosa che non mi apparteneva.» continua Svipdagr. «Non sono nato mostro, ma non sono nato neanche dio. Mi spettava l’odio con il quale nascono gli umani.»
Il dio della luce avanza verso di lui, si ferma al suo fianco, si siede e vi poggia sopra una mano.
«Se davvero non ti fosse mai appartenuto, non l’avresti ricevuto. Nessun altro ha mai vissuto una vita come la tua, Svipdagr. Credi che se fossi stato solo quello che pensi di essere avresti vissuto per così tanti anni ad Ásgarðr?»
«Mi hanno accolto perché ho portato loro una spada magica» commenta sarcasticamente il drago. «È per quella spada, che non mi hanno ucciso come hanno fatto con Völundr.»
«Se fossi stato solo un portatore di spade, non saresti rimasto così a lungo. Ásgarðr non è per tutti. I mortali devono guadagnarsela con la morte. Tu sei stato accolto come uno di noi perché eri più nobile di tutti noi. Non riesco a credere che uno come te parli così. Sai perché adesso sei un drago, Svipdagr? Un drago è un mostro di avidità, un accumulatore di tesori spinto dal bisogno ossessivo di possedere, indifferente all’uso o al valore di ogni singolo oggetto. A renderlo così mostruoso è il non essere disposto, per nessuna ragione, a cedere ciò che ha. Insensibile alla vita di tutti gli altri, mentre pone la sua soddisfazione al di sopra dei loro bisogni, considera sé stesso l’unica cosa che esista realmente, e impedisce che quei tesori viaggino. Non intende dare e non può ricevere. Tu, Svipdagr, devi imparare a lasciare andare.»
«Lasciare andare cosa?» Le creste si sollevano, un barlume di curiosità in un nero mare di indifferenza.
«Lasciare andare tutto. Lasciare andare i torti che ti hanno fatto. Lasciare andare la cupidigia che ti ha legato ai doni che hai ricevuto dagli dèi, infondendoti il terrore di perderli. Lasciare andare l’odio, dopo aver visto a cosa ti ha condotto e cosa ti ha lasciato in cambio. E lasciare andare Freyja: sei ossessionato dal pensiero che la sua vita dipenda dalle tue decisioni, e anche quando affermi di volerla liberare dal peso del legame con te, la consideri sempre come una cosa su cui devi decidere tu. Non è così: non è l’accordo del vostro passato a tenerla insieme a te. È lei che sceglie continuamente, inesorabilmente te, ogni momento della sua vita immortale. Hai sempre pensato di essere stato incredibilmente fortunato a ricevere il suo amore, e hai creduto fosse un dono anche quello, un possedimento da affiancare agli altri. E invece l’amore non è un tesoro, è un’azione. Freyja ti ama ogni secondo che vive, ed è in ciascuno di quei secondi che lei è una cosa con te. Tu l’hai allontanata, e le hai causato dolore. Anche se speravi che dopo quel dolore avrebbe potuto ritrovare la gioia. Ma così, hai solo negato le sue scelte. L’odio ti ha accecato al punto di non credere più di poter ricevere amore. Di credere che l’amore non fosse più forte dell’odio.»
«Freyja…» sussurra Svipdagr, gettando la testa sotto una zampa, mentre i singhiozzi agitano lui insieme alla spiaggia. Piange con il torace di una bestia e il cuore di un uomo. Piange come un mostro.
Freyr non ha più la sua spada da molti anni. Ma tiene con sé un legnetto. Lo punta verso il cielo con la mano destra, l’altra la tiene sul suo amico.
«Non posso ritrasformarti, come tu ben sai. Ma posso farti un piccolo dono.»
La nebbia si dirada. Il male sembra distendersi, come se Njörðr si fosse accordato col figlio. Le nubi svaniscono. Il sole di mezzogiorno, che non se n’era mai andato, torna a splendere su di loro.
«Freyja tornerà presto. Non ci sarà bisogno che l’avverta io. Vedrà da lontano che su questa spiaggia, avvolta dalla nebbia da tempo immemore, adesso risplende il sole. Lo vedrà perché non l’ha mai persa di vista. E tu avrai due alternative: continuerai a odiare, a fingere di odiare anche lei, e odiare più di ogni altro te stesso. Oppure le permetterai di perdonarti. E apprenderai da lei il potere del perdono.»
Svipdagr inarca il collo verso di lui «Il suo perdono la vincolerà al mio odio. Tutto verrà consumato dal mio odio, se nessuno lo distruggerà.»
Freyr si solleva in piedi «Aspetta di metterlo alla prova.»
Svipdagr aveva dimenticato il tocco del sole. E forse era un bene. Nella nebbia, poteva godere del flebile conforto che le sue sembianze non fossero ben distinguibili. Quando lei veniva, lui cercava di confondersi con la sabbia, l’acqua e i sassi. Non capiva perché lei insistesse nello scrostargli le squame, lavargli la pelliccia con acqua dolce, o perché facesse scivolare le dita così morbide sulle membrane dei suoi artigli, che erano così dure.
“Non ho creduto in lei” si dice. “E neanche ho colto il suo dolore, se non come un riflesso del mio.” E teme, il drago marino, teme di non essere stato all’altezza del suo amore neanche prima. Lei ha messo tutta sé stessa in quello che loro sono stati. Cosa ci ha messo lui?
Poi sente qualcosa. Si volta verso oriente.
È tornata.
E adesso lui prova vergogna. La vergogna di non avere creduto in lei.
L’erba cresce nuovamente sotto i suoi passi, la brezza è lieve, sembra far parte dei lembi della sua veste, e il sotto il sole il mare splende come Svipdagr non l’aveva visto splendere per tanti anni.
«Svipdagr, sarei tornata comunque entro poco. Non ti avrei mai lasciato. Com’è possibile che la nebbia sia sparita?»
«Quanti giorni sono passati?» le chiede lui.
«Appena due».
«Mi è sembrata un’altra eternità» sussurra il drago.
Freyja addolcisce lo sguardo per un momento, ma solo per un momento.
«Tu mi hai ferito. Non l’avevi mai fatto. Me ne sono andata perché ho avuto il timore di averti perso. Tu sei libero in me, come io sono libera in te. Né maledetto, né un mostro. Sei sempre e solo Svipdagr. Nulla mi ha costretta a rimanere con te in questo stato, se non tutto l’amore che ho per te. Davvero non riesci a crederlo?»
La grande bestia marina si china sulle zampe e abbassa la testa fino a portarla all’altezza del suo sguardo. Prova vergogna, ma per alcuni istanti riesce a sostenerlo.
«Freyja…perdonami. Non ci credevo. Non ho creduto più in nulla, da quando è cominciato tutto questo.»
Freyja, che lo aveva già perdonato, vede quanto arrossati dal pianto siano i suoi occhi. E questa diviene la sua sofferenza. Mentre Svipdagr parla, piange anche lei.
«Ho negato ogni cosa. Ho riplasmato il mondo attraverso il mio diniego. Ho negato gli dèi, perché non riuscivo ad ammettere di averli traditi. Ho negato gli uomini, perché non potevo sopportare quello che avevo fatto loro. Ho negato me stesso, perché ero troppo mostruoso e troppo infelice per tollerare di esistere ancora. E nel farlo ho negato te, perché non avresti potuto amare questo mostro. Tuttora rimane un mistero per me. Freyja, come fai ad amare un mostro?»
Freyja tende la mano, come l’altra volta. Svipdagr le avvicina delicatamente la testa, e di nuovo lei gli accarezza il muso, sotto le froge, lungo le mascelle, intorno agli occhi.
«Perché io amo l’anima del mostro. Che è la stessa di quando il mostro era un ragazzo, di quando è stato un dio, e che splende identica anche attraverso il mostro. Ed è un’anima buona, avvelenata dalla paura e dal dolore. Non avresti dovuto celarli a me e a tutti coloro che ti amavano. Soffro tantissimo al pensiero di non averti fermato. Quello che hai fatto ormai è successo, ma io sono con te per proteggere quello che puoi ancora fare. Devi solo credere di poter essere amato.»
Le sue lacrime scintillano e si trasformano in oro. Un tesoro di amore, di tenerezza e di tristezza si forma intorno ai due amanti, al gigantesco drago e alla piccola dea.
«Freyja…» prova a dire Svipdagr, ma non riesce più a parlare. Non desidera altro che accettare quell’amore, credere nella possibilità di quel perdono.
E rovescia il capo all’indietro, e piange anche lui, mentre la dea si stringe al suo petto. E il mare, l’erba, l’oro e i gabbiani si fermano a osservare quella visione, e la imprimono nella loro mente, perché sanno che non ne vedranno così facilmente l’eguale, del mostro e della donna che ha amato il mostro.
Era un giorno luminoso, della luce che si addice alle imprese memorabili.
Hadding non credeva di compierne, lì, in quel luogo desolato in cui il suo cammino l’aveva condotto, né lo desiderava: doveva solo riorganizzarsi, e in cuor suo sperava che gli dèi gli inviassero un segno.
Il mare scintillante sotto il sole non era troppo dissimile da ciò che cercava. Decise che si sarebbe bagnato.
Si tolse l’elmo, smise la cotta di maglia, slacciò il cinturone e sfilò gli stivali. Si tuffò in acqua come se fosse ancora un ragazzo e non avesse gli affanni di una nazione, né il peso dei morti, quello dei vivi, e quello del fatto che tutti i suoi cari fossero tra i primi. Nuotò verso il largo per alcuni minuti.
Fu quando tornò verso riva che colse, grazie al riflesso del sole, che la spiaggia era disseminata d’oro. Oro grezzo in quantità mai viste, come una seconda sabbia sulla spiaggia. Come poteva esserci arrivato?
Improvvisamente avvertì un dolore lancinante e l’agghiacciante sensazione di essere tirato verso il fondale. Negli spruzzi e nel bruciore dell’acqua che gli riempiva gli occhi e le narici scorse la forma di una bestia gigantesca, che lo aveva azzannato alla vita e cercava di trascinarlo in profondità.
Ma lui era Hadding, figlio di Halfdan, campione dei danesi e di tutto ciò che il loro nome significasse. Piegò il torso a sua volta intorno alle mascelle della creatura, e tendendo i muscoli afferrò l’una e l’altra con le mani e iniziò a spingerle via. Forse fu per la sorpresa, forse fu perché Hadding possedeva davvero la forza degli eroi di un tempo -del resto, suo padre Halfdan non era considerato figlio di Thor?- il mostro marino diede uno strattone e lanciò Hadding lontano. L’eroe riuscì in fretta a riguadagnarsi il terreno, e mentre l’animale, una specie di drago marino come lo Skjöldungr non ne aveva mai visti, emergeva dall’acqua sollevando alte ondate e avanzava verso di lui ruggendo fin quasi a sbriciolare i pendii delle colline, lui rotolò verso la spada, balzò in piedi e corse verso di lui. Una lesta zampata lo sollevò in aria insieme a polvere e oro, e quando atterrò il tonfo fu rumoroso, ma Hadding si rialzò ancora. Una seconda zampata lasciò un solco profondo dove poco prima si era trovato disteso, ma non fu abbastanza rapida a risollevarsi prima che la spada di Hadding le lasciasse un morso profondo tra le squame. Il drago ruggì, gonfiò il petto e sollevò la coda, e diede una violenta spazzata con la testa, scagliando il nemico contro le rocce e tramortendolo.
Ruggì di nuovo, trionfante, e si sollevò sulle zampe posteriori, sedendo per gustarsi la scena.
«Benvenuto nella mia casa, figlio di Halfdan» dice con una voce sibilante, cavernosa, e dotata di un timbro che alle orecchie di Hadding è ancora più sgradevole delle altre due caratteristiche.
«Svipdagr?» esclama il guerriero, senza voce, mentre riprende fiato.
«Non sei felice? Siamo riuniti, nonostante tutto, come tanti anni fa. Il mio aspetto ti sorprende?»
«Affatto» risponde Hadding, rialzandosi. «Eri una bestia anche allora.»
Il drago ringhia, ma non si scompone.
«Sarebbe stato meglio se avessimo finito quel giorno. Io ti ho sconfitto, ma non ho mai avuto la soddisfazione di vederti morire per merito della mia mano.»
«Tu non mi hai sconfitto. Odino ti ha aiutato a vincere una battaglia disperata» gli ricorda Svipdagr.
«E a conti fatti non abbiamo ottenuto altro che rimandare la vendetta.»
«Tu hai ucciso mio padre, bastardo squamoso» gli ricorda Hadding.
«Lui aveva ucciso il mio» replica il drago.
«Non ha più senso cercare l’origine» dice Hadding «l’unico modo in cui farla finita è che uno uccida finalmente l’altro, senza trucchi e senza intromissioni degli dèi.»
«Come puoi vedere, gli dèi si sono già intromessi» risponde Svipdagr, sollevando la coda crestata «e ti renderai conto di essere, come sei sempre stato, in netto svantaggio rispetto a me».
«Il tuo vantaggio è repellente, Svipdagr. Sei la fiera più orrenda che abbia mai visto. Sarei quasi tentato di lasciarti in vita per protrarre la tua sofferenza, se non avessi atteso la mia vendetta per tutti questi anni. Il pensiero di renderti un privilegio sia uccidendoti che non facendolo mi ripugna quasi quanto il tuo aspetto» Hadding è  di nuovo in piedi, e perfettamente in grado di combattere.
«Ho ancora una ragione per cui vivere» risponde Svipdagr, ferito, ma animato da una remota convinzione «e non vale così poco da lasciarti soppesare la mia vita e la mia morte con questa noncuranza. No, figlio di Halfdan, ho desiderato morire, ma ora non lo desidero più».
«Va’ agli inferi, Svipdagr» risponde Hadding, scattando verso di lui. Balza di lato per evitare lo schiocco delle fauci del drago, scivola al di sotto della sua zampata, e di nuovo in piedi sotto il suo ventre allunga il braccio e affonda la lama della spada nel suo ventre, estraendola l’istante successivo, poi lo infilza ancora, di nuovo, di nuovo e di nuovo, come se la spada fosse un coltello. Hadding ignora il fiotto di sangue bollente che gli ricopre il braccio, e l’acuto ruggito che si leva al di sopra della sua testa. È solo quando si accorge che il corpo si è accasciato a terra, mentre lui è ancora sopra di esso con la spada, che si ferma.
Svipdagr urlò per il dolore e la sorpresa, quando il primo affondo gli penetrò nel ventre, e anche dopo il secondo e il terzo. Ma a quel punto gli fu chiaro che sarebbe morto, e con lo stupore che aveva avuto quando era solo un ragazzo e aveva viaggiato in mezzo alle meraviglie dei mondi incantati di dèi e giganti si chiese cosa significasse che stesse morendo. Era confuso come quando si era trasformato in mostro tanto tempo prima. Tutto gli vorticava intorno, tutte le domande che si era posto e che erano rimaste senza risposta, persino le più sciocche, e lui le ricordava e si chiedeva perché dovessero rimanere tutte ancora domande.
Hadding continuava a trafiggerlo, sì che Svipdagr comprese che il fiato non gli sarebbe bastato per rivolgersi a lui. Forse, in fondo, non era il fatto che lui fosse lì la cosa più importante cui pensare, o che gli fosse successa. Quelle domande lo erano di più, per esempio. Avrebbe voluto avere più tempo per pensare ad ognuna di esse, a ciò che non aveva ancora capito degli alberi, delle stelle, dell’amicizia che aveva provato, ma ora temeva anche di non averne. Ed era un peccato, si rendeva conto, perché aveva smesso di pensare a queste cose quando era diventato re di Miðgarðr e aveva dedicato ogni sua energia a perseguitare Hadding. Ed ecco che tutto quello che aveva perso si rivelò ai suoi occhi, e la nebbia che ancora li offuscava finalmente si diradò: e si accorse di essere stato davvero quello che Freyr aveva detto di lui, tanto tempo prima, e anche quello che di lui credeva Hadding, che finalmente aveva smesso di affondargli la spada nel costato. Di essere stato non per forza un eroe, ma un ragazzo che aveva avuto tanta paura e tanta speranza, e aveva fatto quello di cui avevano avuto bisogno i suoi cari superando sia la paura che la speranza; e che poi, un triste giorno, la sua paura aveva prevalso, ed era diventato crudele. Che era stato un mostro anche prima che Odino lo trasformasse in un mostro. Che, sommerso dall’odio e dal diniego, il suo spirito era rimasto uguale a quando era un uomo anche quando era diventato un mostro. E che a rivelarglielo era stata Freyja.
Pensò a tutte le volte che aveva sentito dire che l’ultima parola di un guerriero che muore è il nome della donna che ama, e di quanti ne avesse visti morire con la gola tagliata e la testa spaccata senza che neanche si rendessero conto di star morendo. Eppure, mentre moriva dissanguato sulla spiaggia che era stata il suo carcere, Svipdagr aveva forse ancora degli istanti per rivolgere il suo pensiero a Freyja, e perché almeno un momento, almeno il suo ultimo, non fosse dominato dall’odio.
Hadding udì la voce di Svipdagr mormorare una parola, e poi non lo sentì più. Il ventre smise di sollevarsi.
Si rialzò, si rivestì, pulì la lama contro la coscia e iniziò a camminare intorno al cadavere, sbalordito dalle dimensioni della bestia. Udì dei passi alle sue spalle, si voltò: una donna in lontananza stava venendo verso la spiaggia.
Mare, freddo, nebbia e urla.
«Che tu vada attraverso campi dorati, o sul dorso celeste del mare, che tu ascenda tra le montagne o ti nasconda negli abissi nascosti, ti avverseranno gli dèi, e tutte le potenze del mondo. Ti solleverà il mare, ti perseguiteranno i cicloni, e la tempesta schiaccerà ogni dimora in cui metterai piede. Gli uomini ti odieranno, le bestie ti aggrediranno, e ogni cosa che toccherai si corroderà sotto le tue mani.
Hai ucciso il compagno degli Æsir, l’amico dei Vanir. Molto di più, hai ucciso colui che amavo sopra ogni cosa.»
Mare, freddo, mare.
«Ho viaggiato e ho combattuto col favore degli dèi, e non ho mai creduto diversamente da ciò che essi mi hanno promesso. Ma quello che ho ucciso è stato odioso a essi stessi. A lungo signoreggiò sugli uomini e la loro gioia, fu un tiranno e un distruttore di patti.  Io lo vidi sfidare il Padre di Tutti, e ci fui il giorno in cui il Padre spezzò la sua nave. La sua ombra piagherà la terra per molte altre generazioni ancora.
Davvero, bene ho fatto a ucciderlo, a compiere la mia vendetta.»
«Hai sentito i mali che ti prometto. Dici di aver caro il favore degli dèi. Presta attenzione, straniero: gli dèi ti hanno maledetto.»
«Farò tutto il possibile per ricomporre questa inimicizia, e se il fato vorrà riuscirò a estinguerla. Ma se vivrò abbastanza da raccontare la storia, ecco che presso gli uomini della Terra tutti conosceranno la verità, e malediranno il suo nome finché lo ricorderanno.»
Mare, caldo.
«Va’ via, vane siano le tue parole. Io lo ricorderò anche oltre la loro memoria, e lo benedirò per ognuna delle maledizioni che riceverà, per quello che lui è stato per me.»
Luce, calore.
Apre gli occhi: un fulgore accecante gli riempie gli occhi, come se non avesse mai visto veramente la luce prima. Sente un calore che gli sembrava di aver dimenticato, un calore che non è solo esterno, ma attraversa l’interezza del suo essere.
Intorno a sé vede altre forme luminose che si muovono. Sono Disir, spiriti di ogni genere.
È disteso, ma ora si sente forte abbastanza da sollevarsi in piedi.
Davanti a sé vede ciò che ha più desiderato vedere in tutta la vita: Freyja è avvolta da veli dorati e nastri d’argento, raggiante come il sole non è mai stato e non potrebbe mai essere.
È davanti a lui come quando l’ha incontrata ad Ásgarðr per la prima volta, in un’altra vita. Adesso un’ombra le incornicia gli occhi, il segno di una sofferenza che non potrà essere dimenticata. Ma non è altro che il ricordo di un giorno di nebbia in un secolo di luce abbagliante, mentre quegli occhi incontrano i suoi e gli sorride come se avesse compreso uno scherzo che lui non riesce a cogliere.
Lei avvicina le mani alle sue, unisce le sue dita alle sue come ha fatto tante volte, anche su quella spiaggia. E solo allora lui capisce: le sue mani sono le mani di un ragazzo. E si guardano viso a viso, dalla stessa altezza, senza che lui debba piegare un corpo gigantesco per fissarla negli occhi. E quando lei scioglie il nodo delle loro mani e gli tocca le guance, non solleva più le braccia, e la pelle che tocca è quella morbida di un giovane quasi imberbe.
E allora fa anche lui qualcosa che non faceva da tanti anni: ride, e ride insieme a lei.
Poi, da qualche parte, fa il suo ingresso Freyr, luminoso quasi quanto la sorella, minore per nulla nella gioia e solo in parte nell’amore. Abbraccia entrambi, la sorella che era fuggita e il fratello che aveva smarrito. E ride anche lui, con le lacrime agli occhi, lacrime che né la gioia né la sofferenza passata possono rivendicare del tutto.
Arrivano Skaði e Njörðr, e mentre il vecchio padre avanza commosso verso i figli, la dea invernale abbraccia fraternamente il giovane per il cui ritorno ha tanto sperato. Entrano nella sala Thor, Sif, Bragi, I­ðunn, Viðarr, e anche Heimdallr.
E oltre il loro raduno, e quello dei Vanir e delle Valchirie, e degli Einherjar, il giovane vede l’alta sagoma del Padre di Tutti, di spalle, che si volta verso di lui.
«Bentornato, Svipdagr. Bentornato, figliolo.»
«Io non capisco» dice il giovane «com’è possibile?»
«È possibile, o infinitamente fortunato, bagliore che torna a splendere persino oltre le nostre speranze. E il merito è soprattutto di colei che ti ama. Quando ti ha trovato, Freyja ha pianto per te lacrime che sono diventate tesori, così grandi da riempire il mare e farlo scintillare. E noi abbiamo deciso di accettare quell’oro come pegno di riconciliazione.»
«Riconciliazione? Come potreste? Ho dannato me, Miðgar­­ðr e voi con la mia follia. Non sono degno di trovarmi qui insieme a voi.»
«È vero, hai compiuto alcuni degli atti più gravi che mortale abbia compiuto. Ma hai anche sofferto una pena non meno tremenda. E alla fine è dipeso da te, come per ogni uomo nella sua vita. Hai scontato la tua sofferenza, punito dal tuo stesso odio che ti aveva persino privato dell’amore dei tuoi cari. E sei stato salvato da quell’amore, perché grazie ad esso ti sei pentito, hai riscoperto il perdono, l’hai ricevuto dai tuoi amici, e sei riuscito anche a perdonare te stesso. E spero che adesso tu possa capire anche perché ho fatto quello che ho fatto, Svipdagr: se ti avessi ucciso lì dov’eri, non avremmo visto altro che la tua fine. Saresti morto nell’odio e nella paura. Tu avevi bisogno di essere un mostro, e di realizzare quello che eri diventato, per poter tentare di cambiare ancora e diventare quello che eri destinato a essere, un dio di Ásgarðr, lo sposo di Freyja per tutte le ere del mondo, come eri stato tanti anni fa, ma privo dell’ombra celata nel cuore che ti aveva allontanato da noi. Ora sei stato purificato da tutte le tue colpe, e puoi godere del suo amore senza timore e senza vergogna. Vieni a prendere parte alla letizia della tua signora.»
Svipdagr, ricolmo della gioia che è possibile solo oltre la morte, riabbracciò infine Odino, si rappacificò con tutti gli dei di Ásgarðr, e sedette accanto a Freyja nella grande sala dorata, per non andarsene mai più.
«Ricordi quando mi dicesti “per sempre”?»
«Ti dissi “fino al nostro ultimo giorno”.»
«Ora è per sempre.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...