Dragonheart e il 2 novembre

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Post originariamente pubblicato sulla pagina Facebook “L’Anima del Mostro” in data 2 novembre 2020.

Questo non è un post per commemorare Sean Connery e Gigi Proietti. Il mio pensiero è rivolto a loro, a tutti gli spettacoli e le performance artistiche di cui ho fatto esperienza e per le quali il loro ricordo mi è caro; e penso a quelle che ancora non ho visto e che forse vedrò, pensando a loro con gratitudine, ammirazione e malinconia. È un post che in parte, sì, li commemora, e che è dedicato alla loro memoria.
Ma vista la specificità del tema, non vorrei che questo fosse preso come un post di tributo. Qui parlo soprattutto di me stesso, come fa chiunque scriva ogni volta che scrive, anche quando non lo ammette.

Quando l’altro giorno ho letto la notizia della morte di Sean Connery, le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle dei film in cui ha recitato mettendoci la faccia: il volto maturo e affascinante che ho visto ne “Il nome della rosa”, “Indiana Jones e l’Ultima Crociata”, e il primo film che abbia visto con lui, nonché il suo ultimo, “La leggenda degli uomini straordinari”.
Poi però mi è sovvenuto il pensiero di Dragonheart, e tutto il resto l’ho praticamente messo da parte. Nel 1996, l’anno in cui sono nato, Sean Connery prestò non solo la voce, ma anche la sua mimica facciale da grande attore, alla realizzazione di uno dei più belli e indimenticabili protagonisti mostruosi della storia del cinema, il drago dal nome impronunciabile che Sir Bowen chiamò Draco dopo aver strappato l’ispirazione dalle stelle.
Il resto della giornata, quando ho pensato alla perdita di Sean Connery, ho pensato al fatto che se ne fosse andato l’interprete di Draco. O meglio, uno dei due interpreti di Draco.
Perché per me, come per voi, quel personaggio è legato al suo doppiaggio italiano, uno di quei casi in cui il doppiaggio esula da tutte quelle sterili diatribe su quale sia il modo giusto per fruire dell’esperienza di un film. Quel doppiaggio era una superba prestazione attoriale. Il lavoro di Massimo Venturiello sul Bowen di Dannis Quaid ha creato uno dei miei eroi cinematografici preferiti, impensabile senza quella tonalità.
Gigi Proietti, in quell’occasione, aveva doppiato Draco. Lo aveva reso profondo, ma estremamente espressivo. Un essere antico, testimone di ricordi perduti nelle profondità del tempo, ma non un relitto dimenticato: un vero protagonista della storia dei suoi tempi, dalla voce piena, intelligente, ricca di espressività.
Non si parla mai di Draco senza menzionare tutti e due gli attori che gli hanno dato vita. Lo dicono tutti, “interpretato da Sean Connery e doppiato da noi da un meraviglioso, immenso, indimenticabile, Gigi Proietti”.

Quindi, stamattina, la notizia della morte di Gigi Proietti mi ha fatto pensare più a una battuta, che a un fatto vero. «Ah, ma sai che è morto anche Proietti?» «Guarda che non fa ridere» «Eh, lo so che non fa ridere, ma intanto è successo davvero».
Studiare e scrivere di religioni di ogni tempo e spiritualità diverse tocca profondamente le corde dell’animo, le credenze personali e la disposizione a prestar fede a una visione della vita piuttosto che a un’altra; ma di certo, se non ho mai creduto nel caso, questi anni di approfondimento sempre maggiore mi hanno portato a escluderlo del tutto dalla mia cassetta degli strumenti interpretativi.

Non so cosa voglia dire, il fatto che le due voci di Draco (le due che hanno più importanza per la maggior parte di noi spettatori italiani, senza nulla togliere agli interpreti di altre lingue) abbiano varcato la soglia del silenzio a distanza di pochi giorni, una durante Halloween e l’altra nel giorno dei morti -che, come se non bastasse, è anche il suo compleanno, uscita di scena appropriata per un maestro dell’arte dell’ironia- e non so se lo scoprirò in questa vita. Ho visto, però, che questa coincidenza ha risvegliato il ricordo della storia di Draco in tante, tantissime persone. Nella morte, accade sempre qualcosa di vitale, si rievocano memorie, si raccontano storie, si vivifica quello che i morti sono stati. Spesso, da tutto questo nascono altre storie.
Questi tre giorni non hanno causato solo una fioritura di ricordi e di pensieri su Sir Sean Connery e su Gigi Proietti: hanno ravvivato il ricordo di Dragonheart. È un non luogo meraviglioso, dove ritroveremo quello che ci sembra di aver perduto, ma che sarà sempre con noi. Per altri, per i cari, è un discorso completamente diverso. Per noi, che proviamo nostalgia per dei volti e delle voci, delle immagini e delle narrazioni, è come se non se ne fosse andato nessuno.

Proprio oggi, 2 novembre giorno dei morti, questo pensiero mi porta a pensare alla vita.
Perché la mia vita è cominciata proprio con Dragonheart. Se non l’avessi visto per la prima volta a quattro anni, probabilmente l’avrei recuperato in seguito, e forse anche senza di esso sarei sulla strada che percorro adesso. Non che creda che alcuno dei passaggi che compiamo sia possibile senza il suo antefatto: ogni istante che viviamo contiene in sé tutti quelli che l’hanno preceduto, perché tutti l’hanno determinato e nessuno è isolabile dagli altri. Quello che è importante è la precisa funzione che ha avuto, nel trasmettermi il suo contenuto nel modo esatto in cui l’ha fatto. Gli ho sempre imputato due meriti importanti, nella mia formazione, uno riguardo ai draghi, l’altro riguardo alla cavalleria, e in particolare l’ideale arturiano della cavalleria. Non ho scoperto che esistono i draghi con Dragonheart, ma essi, all’epoca, erano un dato nuovo, su cui sapevo poco, e conseguentemente ero facilmente influenzabile. Qualunque cosa mi avessero detto sui draghi, l’avrei presa per buona.

Dragonheart è stato importante perché è stato la mia prima storia sui draghi. Se fossero venuti prima San Giorgio, Beowulf, o Sigfrido, avrei imparato che i draghi erano quegli infamoni che disturbano la quiete dei villici e cui è meglio tagliare la gola il prima che si può; poi avrei visto le storie sui draghi buoni, e quella sarebbe stata la variante. Che probabilmente avrei preferito comunque…
Ma il fatto è che Dragonheart è stato il primo, e quello che mi ha mostrato è che i draghi stanno lì, pazienti, nel fondo della grotta finché c’è ancora tempo, e poi lì nel cielo, lungo l’Asse che regge le costellazione, quando il tempo è finito. A guardare con il loro sguardo che non si chiude mai, e a rispondere. Perché gli eroi non andavano mai a interrogare i draghi, partivano solo col presupposto di ucciderli; ma quando Sigurðr interrogò Fáfnir, egli, anche con tutta la sua malvagità, non rifiutò di rispondergli.
Dragonheart, in termini filologici, è stato il mio archetipo, e nel mio cuore è come se tutte le altre storie fossero dei testimoni mendaci, delle copie che hanno perso di vista l’originale.
Non so se, mentre citate le ultime battute del film, ricordate nel dettaglio cosa c’è in gioco: le stelle verso le quali l’anima di Draco si libra, la costellazione del Dragone, sono a tutti gli effetti il paradiso della sua stirpe. È una testimonianza invidiabile, quella di Draco: sa dove si trovano le anime dei suoi simili, dei suoi cari; ogni notte può vederle e rivolgersi a loro; sa quanto difficile possa essere arrivare lì, sa che potrebbe costare caro, ma quella luce stellare lo conforta, è una promessa cui non è possibile venire meno. Nel corso della civiltà, anche gli uomini hanno collocato il paradiso nel cielo. Xibalba, l’Oltretomba Maya, secondo alcune tradizioni si trova nella Via Lattea. Il mio professore di filologia germanica una volta ha detto che la Valhöll, probabilmente, si trova nelle Pleiadi (non sono sicuro abbia detto Pleiadi, ma ha espresso l’idea che, almeno a un certo punto della storia, i popoli nordici abbiano creduto che le sale degli eroi fossero nel cielo).
Siamo così abituati all’idea che i morti vadano sottoterra che ci sorprende che il loro mondo possa trovarsi nel cielo. Magari perché siamo abituati alla bipartizione tra le anime dei buoni e quelle di coloro che non lo sono, per cui il cielo è dei giusti. E l’Oltretomba per gli antichi era tristissimo, un posto così angusto da dover somigliare per forza a una caverna. Non tutti i popoli avevano la stessa idea, però. Il film di Dragonheart menziona i Celti, e implica che i draghi antichi vivessero in ottimi rapporti con questi ultimi: i Celti avevano l’idea che l’aldilà fosse un luogo splendido, un luogo di beatitudine.
Per i draghi, poi, c’è una specifica: non esiste l’inferno.
I draghi che abbiano realizzato qualcosa di importante, loro avranno garantita l’eternità celeste del paradiso; tutti gli altri, svaniscono come se non fossero mai esistiti. Un pensiero, quello dell’oblio, che a molti di noi, che siamo umani, suscita una gran paura, e che presumibilmente la provoca anche ai draghi; ma che è molto meno crudele dell’inferno. E forse, volendolo trovare, c’è un senso ulteriore: la vera immortalità è proprio lì, nella memoria.
Dragonheart parla di immortalità anche in termini più concreti, mediante la figura del tirannico Einon che ottiene facoltà vitali prodigiose grazie alla divisioni del cuore di Draco; ma proprio quella si rivela un’immortalità insignificante, perché Einon è un uomo crudele, vizioso fin quasi all’inverosimile, dominato esclusivamente dall’odio.

L’atto finale, che permette a Draco di scogliere lo sviluppo tragico degli eventi, oltre che di raggiungere il paradiso dei draghi, è, in fin dei conti, un atto d’amore. Dare la vita per i propri amici.
Con un po’ di fantasia, potremmo immaginare che anche le altre stelle di quel luogo beato fossero anime di draghi che hanno compiuto un gesto d’amore.
E alla fine, riscopriamo una cosa che dovremmo sapere, ma che le fiabe sono lì per ricordarci: è proprio l’amore a garantirci l’eternità. È chi ama e viene amato che sopravvive per sempre, anche senza stelle a testimoniarlo. Chi non ama, invece, viene semplicemente dimenticato, e non c’è motivo di soffrire ulteriormente in ctonie dimensioni di castigo.
Lessi una volta su Facebook che Dragonheart è una storia che a Tolkien sarebbe piaciuta, e lo credo anch’io. Cristianamente, dato che la mia formazione è quella, è una di quelle storie che fanno da testimonianze delle virtù più alte, che culminano nel sacrificio evangelico. “Il mio tempo è finito”, dice Draco prima di snudare il proprio cuore all’ascia di Bowen: ha finito di insegnare quello che doveva insegnare, quello che i draghi volevano che gli uomini sapessero. Ora resta solo l’ultima lezione, la più difficile.

Ci porta ad assistere a una rappresentazione splendida, e che sarebbe scorretto definire mendace, delle sorti che ci aspettiamo per le nostre stesse anime. In tal senso, Draco è stato la prima persona che abbia mai visto andare in paradiso, ed è difficile non crederci per nulla, dopo una visione così bella.
Ma Dragonheart sarebbe piaciuto a Tolkien proprio perché il suo finale è assolutamente eucatastrofico, come le vere fiabe, come la narrazione più alta di tutte, dove fiaba e realtà storica cessano di essere due cose distinte, che è, per l’appunto, quella del Vangelo. La morte del drago di cui ci siamo innamorati ci stringe il cuore in una morsa di dolore, ancora più profondo per la sua inevitabilità, per la sua tragicità, per la profonda ingiustizia, quella di un giusto che deve morire a causa di un empio. Sono sentimenti che calano una cortina di fumo sul nostro cuore. E poi, inattesa e irrefrenabile, la gioia, quella vera gioia che proviene da oltre le mura del mondo: è accaduto il miracolo in cui non speravamo. Draco si è sacrificato e ha raggiunto la gloria, la vera gloria, quella che speravamo per lui in quanto nostro amico, la stessa in cui speriamo per noi stessi.

Ma non è solo questo. Non è alla lente di una religione sola, che quelle stelle offrono il loro mistero.
Perché l’idea che i draghi siano lì a guardarci è qualcosa di troppo prezioso per rimanere lì dentro. Merita spazi molto più grandi.
La vastità del cielo del nostro mondo, unita a quella dei cieli figurati da tutte le nostre fantasie, le si confà molto di più.
La locandina originale di Dragonheart presenta una delle mie tagline preferite: “You will believe”. Tu crederai.
Non so voi, ma per me è stato vero. Io ci ho creduto.
Non ho mai smesso di crederci. Anzi, ho imparato a farlo sempre di più.

L’idea dei draghi come una collettività di spiriti, di anime, l’ho ritrovata anni dopo nel ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini, nella parte degli Eldunarí in Brisingr e Inheritance, su cui non desidero soffermarmi, e in una scena del secondo romanzo, Eldest: Eragon, il protagonista, partecipa a una festa rituale degli Elfi, durante la quale entra in una sorta di stato di trance mistico, risvegliatosi dal quale scoprirà di essere stato trasformato fisicamente e mentalmente, risultando un essere umano molto più simile agli Elfi di quanto non fosse prima. Negli ultimi istanti prima di perdere conoscenza, Eragon sente una voce nella testa, che gli dice “Questo è il nostro ultimo dono, Argetlam, il nostro ultimo dono per te”.
Ero un ragazzino quando lessi il libro, ma quella cosa mi emozionò tantissimo: i draghi, anche se erano scomparsi, sterminati fino all’estinzione anni prima della nascita di quel ragazzo di cui stavo seguendo la storia, esistevano ancora, e lo osservavano, vegliando su di lui, con il potere di dargli un aiuto in virtù dell’urgenza della sua causa, il cui esito riguardava anche loro.
Dragonheart ha veicolato in me questa idea, legandola a qualcosa che posso vedere, la costellazione di Draco.
I draghi sono davvero nelle stelle.
È da tutte queste cose che deriva la mia storia personale.
Dragonheart ha posto sul mio cammino quella che tanto tempo dopo avrei riconosciuto come la mia quest principale: raccontare una storia di draghi come quella che mi aveva raccontato lui.
In questi giorni, in cui mi sono dedicato a diverse cose, incluse altre storie, stavo lentamente rivolgendo il pensiero al desiderio di quella storia. E stamattina, essa è tornata nel presente: i draghi se ne stanno andando. Hanno fatto ciò che dovevano fare, ci hanno insegnato tantissimo, ma hanno finito il loro tempo.
A noi che restiamo, tocca continuare a parlare di loro, e raccontare le storie, e ricordarli nel nostro piccolo e imperfetto paradiso di uomini che riescono ancora a sognare sogni di squame e di ali, con una piccola ma intensa speranza di diventare draghi a loro volta.

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