L’epopea di Svipdagr

Il lavoro che trovate qui, di cui mi concedo una piccola parentesi di orgoglio, trattandosi di una ricerca filologica leggermente più complessa di quelle precedenti, è soprattutto inteso ad accompagnarne un altro, che auspicabilmente troverete la settimana prossima, il giorno del quinto anniversario dell’Anima del Mostro e della fine della sua prima fase.
Entrambi ruotano intorno a un personaggio misterioso della mitologia nordica, o forse soltanto a un nome, un nome che tiene insieme cose che, forse, non hanno mai avuto nulla in comune: Svipdagr.

La fine della Ricerca

A monte del mio progetto su Svipdagr, quale che sia la forma che assumerà alla fine, c’è una ricerca ben precisa, che mi ha animato per diversi anni: scoprire l’origine dell’illustrazione di John Bauer, Svipdag transformed in a dragon, che tutti conoscerete bene, dato che è l’immagine rappresentativa dell’Anima del Mostro da quasi cinque anni.
L’illustrazione mi è cara perché, nel momento in cui scrivo e da più di una decina d’anni, apre la pagina di Wikipedia “Fantasy”. Le prime volte, quando la vedevo da bambino, l’immagine mi inquietava sottilmente, non saprei spiegare perché -sarà forse stata l’intensità espressiva della creatura, con le fauci spalancate in un urlo disperato-, e, come dico sempre e ho anche scritto altrove, mantengo sempre un certo grado di affetto verso tutte le cose che mi hanno suscitato paura, in qualunque grado.
Una volta addentratomi nello studio metodico della mitologia nordica, al cui complesso fu presto chiaro ai miei occhi che Svipdagr appartenesse, ebbi naturalmente il desiderio di conoscere questo mito a me ignoto in cui, a quanto potevo desumere dal titolo dell’illustrazione, un personaggio veniva trasformato in un drago. Ho un particolare interesse per le storie in cui gli uomini si trasformano in draghi, e soprattutto, considerando anche il numero esiguo di storie sui draghi nella mitologia nordica -che aumenta se prendiamo in considerazione le saghe, ma si limita a Fáfnir e ai serpenti cosmici per quanto attiene all’Edda-, una sola in più avrebbe allargato notevolmente il conto. Rintracciai lo Svipdagsmál, l’insieme dei due carmi della cosiddetta Edda minore che raccontavano il suo viaggio e la sua impresa, ma non c’era nulla su questa misteriosa metamorfosi.

“Svegliati Gróa, svegliati madre”. Illustrazione di John Bauer
per Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Per anni non ho trovato niente. Dopo aver dato risposta a diverse mie curiosità grazie al lavoro dell’Anima del Mostro, e aver scoperto risorse e metodi grazie ai quali essere più efficiente, credevo di poter risolvere enigmi di questo calibro, eppure a lungo nulla riuscì a rispondere alla mia curiosità. Rintracciai il legame tra la vicenda che cercavo e i Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, dove Svipdagr era protagonista di storie assenti nell’Edda, e l’episodio di Hadingus e del mostro marino sembrava coincidere con l’oggetto della mia ricerca, ma senza nessun esplicito legame tra questa creatura e Svipdagr. A volte, su alcuni blog, trovavo l’opera di Bauer accompagnata da note che facevano riferimento a una storia più ampia, parlavano di Odino che puniva Svipdagr per aver veleggiato con una flotta contro di lui -o almeno è quello che mi rimase in mente, e che naturalmente ispirava alla mia immaginazione scenari decisamente interessanti, configurando Svipdagr come un personaggio superbo che sfida dèi che nessun mortale ha sfidato nello stesso modo-, confermandomi che esisteva una fonte attendibile per l’illustrazione di Bauer, da qualche parte, senza però che la trovassi.

Nell’estate del 2017 scoprii, liberamente leggibile in rete grazie al sito Sacred Texts, il libro Teutonic Myth and Legend – An Introduction to the Eddas & Sagas, Beowulf, The Nibelungenlied, etc., di Donald A. Mackenzie, del 1912. Si trattava di una narrazione che armonizzava, legandoli tra loro, non solo gli eventi dell’Edda e di saghe autenticamente norrene, ma anche del Beowulf e di altre opere germaniche, tutti disposti secondo un ordine cronologico. Un’opera curiosa, originale, benché, anche dalla modestia della mia competenza di allora, mi paresse improbabile ottenere un risultato scientifico senza inserire elementi assenti negli originali e interpretazioni quantomeno fortemente soggettive. Pure, si poteva leggere come affascinante tentativo, valido poeticamente anche quando non lo fosse stato filologicamente.
Esaminando il testo notai, non senza meraviglia, che Svipdagr, così marginale nell’Edda, aveva invece uno spazio cospicuo all’interno di questo testo, che non solo conteneva il racconto dei Gesta Danorum, ma lo vedeva anche impegnato in imprese epiche che riguardavano gli dèi. E c’era, finalmente, anche la storia della sua trasformazione in drago.
Avevo trovato la storia, insomma. Certo. Ma non era sufficiente: che motivo aveva, questo autore, per raccontare la storia in modo così difforme dalle fonti? Era solo fantasia? L’illustrazione di John Bauer era unicamente frutto della fantasia di un rielaboratore di miti?
In ogni caso, avevo scoperto che la trasformazione di Svipdagr in drago era il culmine di una storia più vasta, una storia che non conoscevo e che richiedeva una mia lettura, se non nel libro intero, quantomeno dei capitolo a lui dedicati. Poiché, nel periodo in cui ero pervenuto a questo risultato, avevo deciso di scrivere, e pubblicare qui sull’Anima, un racconto artistico della vicenda di Svipdagr trasformato, era necessario, anche qualora fosse stata una creazione arbitraria, conoscere tutta la vicenda che aveva portato a quel passaggio. Del resto, ciò che apprendevo aveva già insinuato nel mio pensiero poetico la visione di Svipdagr come di una sorta di Lucifero norreno, un personaggio luminoso (tale il significato del suo nome) che aveva peccato di superbia ed era stato trasformato in drago, come in Satana in Milton o nell’iconografia medievale ispirata all’Apocalisse.
Per diverse ragioni, rimandai questo lavoro a quando avessi avuto il tempo di riprendere quella ricerca. Tempo dopo, decisi che “Svipdagr” sarebbe stato il centesimo post dell’Anima del Mostro.

“Svipdagr trasformato”, illustrazione di John Bauer
per Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Arriviamo al presente, quando il turno di Svipdagr è finalmente giunto.
Ho ripreso la bozza che avevo iniziato a scrivere, il libro di Mackenzie, quello che occorreva per terminare il lavoro.
Poi, forte di una nuova attenzione ai dettagli, ho consultato nuovamente Wikipedia, che contiene i dettagli di tutte le immagini inserite nella piattaforma Commons.
Lo so, una persona più presente alla realtà l’avrebbe fatta come prima cosa.
Quello che ho scoperto, che è ciò che la prima volta mi aveva condotto da Mackenzie, ma cui questa volta ho prestato attenzione, è che Svipdagr transformed in a dragon illustra un libro ben specifico, Our Fathers’ Godsaga di Viktor Rydberg (titolo originale Fädernas gudasaga, 1887).
Viktor Rydberg è esattamente quello che stavo cercando.
Fädernas gudasaga è il racconto in forma organica dei miti nordici da cui, presumibilmente, deriva anche il libro di Mackenzie. È qui che si trova la storia di Svipdagr con tutti gli attributi “extra-eddici” che avevo scoperto. Bauer ha illustrato ciò che ha scritto Rydberg, e Mackenzie lo ha riscritto.
Solo che Rydberg, insieme alla narrazione, pubblicò anche un libro intitolato Undersökningar i germanisk mythologi, costituito da un volume del 1886 e uno del 1889, tradotti in inglese come Teutonic Mythology, dove ha esposto e argomentato le sue congetture sui testi antichi, a partire dai risultati delle quali aveva scritto la sua narrazione mitologica unitaria. Teutonic Mythology è il processo, Our Fathers’ Godsaga è il risultato. Si tratta di lavori criticatissimi, stroncati dalla maggior parte dei filologi e degli esperti, e di cui oggi non si parla neanche più. Ma è da lì che è nata la storia, o forse la variante della storia; o il mito, o più opportunamente il sub-mito, che ho cercato per tanti anni.

Così, eccomi a voi. Questo è il resoconto della vicenda della mia biografia che ha portato alla storia. 
Qui di seguito troverete la storia, quello che hanno raccontato le fonti e quello che potrebbero aver voluto significare, che indagheremo con i pareri degli studiosi che se ne sono occupati.
E soprattutto ci sarà anche lo studio, mio, sulla ricostruzione che Rydberg ha fatto della storia di Svipdagr, sulle sue fonti, le sue intuizioni, le evidenze filologiche su cui si basano o che più probabilmente ignorano, in modo che, anche se fossi l’unico al mondo ad essersi tanto interrogato dopo aver visto quell’immagine, il processo dal quale è nata resti conoscibile e ricostruibile, a disposizione di chiunque possa un giorno porsi queste domande.
Specialmente perché, devo ripeterlo, quell’immagine rappresenta L’Anima del Mostro da quasi cinque anni.

Svipdagr: chi era costui?

Svipdagr è composto dalle parole svipa, verbo che denota un movimento immediato, e dagr, un sostantivo, che significa “giorno”. È un nome problematico, dato che il prefisso svip non ricorre in nessun altro nome norreno -anche se di Svipdagr ne esistono più di uno. Ipotizzando un costrutto formato da due nomi, dei quali il primo funge da aggettivo qualificativo del secondo, si è ipotizzato che svip significhi il momento in cui la luce scompare, oppure, dato che nello Svipdasmál vengono insegnate all’eroe alcune formule magiche, con cui liberarsi dei nemici e degli ostacoli, che il suo nome designi “il giorno che fa sparire”, e quindi “il giorno magico” (Sturtevant 1958). Gianna Chiesa Isnardi lo associa all’irrompere improvviso della luce mattutina, un’alba pregna di potenzialità e dinamismo, e lo definisce “l’eroe solare per eccellenza” (Isnardi 1991).
Il nome designa più di un personaggio della letteratura mitologica norrena tradizionale, e la lista aumenta considerando anche quella storica. Con un’unica eccezione, però, si tratta di personaggi minori, nominati una volta sola in elenchi di guerrieri. L’eccezione è quella che ci interessa.
Si tratta del protagonista di due carmi di genere eddico, che non sono contenuti nel Codex Regius, la raccolta di manoscritti che annovera il GKS 2365 4 (redatto nel XIII secolo), la raccolta di ventinove testi che costituiscono quella che chiamiamo comunemente Edda o Edda poetica, ma in tre codici del XVII secolo, insieme ad altri carmi, anch’essi assenti nel Codex Regius, che costituiscono la cosiddetta “Edda minore”, che nelle edizioni moderne a volte accompagnano quelli dell’Edda maggiore e altre volte sono omessi. I due carmi, la cui composizione è collocata tra il XIII e il XIV, cosa che li rende ben più tardi degli altri testi eddici, sono il Grógaldr e il Fjölsvinnsmál, e poiché in entrambi il protagonista è Svipdagr vengono comunemente indicati col nome complessivo di Svipdagsmál, “carme di Svipdagr”, che esamineremo attraverso il testo, la traduzione e l’interpretazione di Bifrost.it.
Nel primo, il Grógaldr (galdr, incantesimo), cioè “L’incantesimo di Gróa”, troviamo un motivo fiabesco: Svipdagr si reca sul tumulo della madre defunta, Gróa, poiché prima di morire ella gli aveva detto di rivolgersi a lei laddove avesse avuto bisogno di aiuto, e la chiama. La voce della madre si leva dalle profondità oltremondane per domandargli che cosa gli occorra, e Svipdagr risponde che la sua matrigna, la donna che ha sposato suo padre dopo la sua morte, gli ha ordinato di andare a cercare Menglöð, che dimora in una terra dove chiunque si avventuri trova la morte; pertanto, Svipdagr chiede alla madre di cantare incantesimi che lo proteggano durante il cammino. Il resto del carme è occupato dai nove incantesimi, nove formule composte secondo una struttura ricorrente, che Gróa canta al figlio: sono formule che ella gli raccomanda di ricordare, ma i cui effetti vengono anche provocati da lei stessa mentre li canta. Formule per proteggere il viandante dalle ostilità della natura, per placare gli animi dei nemici e per neutralizzare i poteri di avversari che superino la natura stessa. Le formule della Grógaldr , la cui struttura ricorda anche gli incantesimi dell’Hávamál, sono estremamente interessanti per la comprensione della magia nordica, ma non è questo il nostro interesse presente. Ci basti tenere a mente che Gróa, evocata dal mondo dei morti, presenta attributi simili a quelli della völva evocata da Odino nella Völuspá e nei Baldrs Draumar, creatura non del tutto umane, imparentate con la stirpe dei giganti e simili alle Norne.
Trovate una versione musicata degli incantesimi della Grógaldr nella splendida “Traust” degli Heilung, a partire dal minuto 3:30.

Il Fjölsvinnsmál, “Carme di Fjölsviðr”, prende il nome dal nuovo interlocutore di Svipdagr, la cui identità è incerta, ma presenta Odino come candidato più probabile. Nella strofa 47 Svipdagr afferma di essere figlio di Sólbjart, che significa “splendore del sole” ed è un nome misterioso e privo di altre attestazioni, su cui torneremo più avanti.

Svipdagr è giunto davanti a una fortezza abitata da giganti, e Fjölsviðr, presumibilmente un custode -di sé dice solo di essere molto saggio, che è il significato del suo nome, e parco del suo cibo- gli chiede chi sia, gli nega l’accesso e inizia con lui un certamen di sapienza, simile a quelli che Odino ingaggia con Þrymr o Vafþrúðnir: Svipdagr, presentatosi come Vindkaldr (“vento freddo”), pone domande sulle caratteristiche della fortezza e dei suoi abitanti, e Fjölsviðr risponde puntualmente a ciascun quesito, secondo una struttura classica di questo genere, ma facendo riferimento a nomi e miti completamente estranei a quelli della tradizione eddica principale. La fortezza è difesa da un muro di fuoco e da cani da guardia, superare la loro sorveglianza è impossibile, sconfiggere i guerrieri che vi dimorano impensabile. L’eroe si trova davanti a un accesso impossibile, fino al momento in cui domanda se esista qualcuno che possa dormire tra le braccia di Menglöð senza temere pericoli. Alla risposta “Solo Svipdagr, al quale è promessa in sposa”, Svipdagr rivela apertamente la sua identità, risolvendo l’enigma (similmente, oserei dire, al modo in cui ne Le Conte du Graal di Chrétien de Troyes è necessario porre la giusta domanda alla processione mistica che trasporta il graal, per poter compiere il miracolo al quale è vincolato e salvare il moribondo Re Pescatore). Fjöslviðr manda allora a chiamare Menglöð, che interroga a sua volta il giovane sulla propria identità, temendo si tratti di un inganno, e quando finalmente Menglöð realizza di avere davanti l’uomo che ha lungamente aspettato, lo accoglie per vivere insieme a lui «ævi ok aldr saman», “fino al nostro ultimo giorno”.
La maggior parte degli studi su Svipdagr si svolge dunque intorno a questa coppia di testi, che per la ricchezza di allusioni, nomi parlanti intercambiabili, e per altre ragioni ancora, sono interpretati soprattutto come simbolici, atti a illustrare una ricerca iniziatica che può essere tanto quella di un giovane appena maturato della donna da sposare, quanto quella di altri scopi allegoricamente rappresentati da lei, come la conoscenza.

“Freyja e Svipdagr”, illustrazione di John Bauer per 
Fädernas gudasaga (1911), di Viktor Rydberg.

Un percorso di indagine molto battuto è quello che considera i nomi di tutti i personaggi dello Svipdagsmál degli epiteti di più tradizionali e meglio attestate figure della mitologia nordica, e in particolare Menglöð, già da Jacob Grimm nel 1835, è stata spesso identificata con la dea Freyja: il suo nome, che significa “lieta della collana”, farebbe riferimento a un attributo tradizionale della dea, la collana Brísingamen (“gioiello dei Brísingar”, dal nome della stirpe cui si lega, probabilmente i nani che l’hanno forgiata).

La vicenda di Svipdagr si arricchisce in un’altra fonte “attendibile”, i Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (XII-XIII secolo). Si tratta di una voluminosa opera storiografica scritta in latino e divisa in sedici libri, dove le origini delle vicende storicamente documentabili si uniscono a miti noti e a frammenti di miti perduti; è anche nota per la presenza della storia di Amloði, l’Amleto di Shakespeare.
Qui Suibdagerus è il re di Norvegia che compare nel primo libro, il tirannico sovrano che ha conquistato la Danimarca e la Svezia e che sarà antagonista di Hadingus, il primo eroe di cui Saxo racconti le gesta. Occorrerà dunque soffermarci anche sulla storia di Hadingus, visto il modo in cui si lega a quella di Suibdagerus (il racconto che segue proviene da Koch-Cipolla 1993).
In merito a quest’ultimo, è quantomeno problematico il confronto con l’eroe dello Svipdagsmál, lì un giovane che supera brillantemente una prova iniziatica magica gareggiando con un personaggio “molto saggio”, la cui grandezza deriva da qualità interiori e dal favore di poteri sovrannaturali, qui, invece, un uomo potente per una regalità terrena, connotato in modo ostile. Ludovica Koch, nell’edizione italiana dei Gesta Danorum, ipotizza che Saxo abbia semplicemente derivato il nome dalla tradizione leggendaria, dato che Svipdagr, come si accennava, si chiamavano anche guerrieri in altri testi; più nel dettaglio, un personaggio nel prologo dell’Edda di Snorri, un compagno di Hrólf Kraki, un personaggio dell’Heimskringla, e anche un antenato di re Aella nella Cronaca Anglosassone, Swæbdæg, su cui forse dovremo tornare.
La prima menzione di Suibdagerus in Saxo lo mostra già re di Norvegia e reo di due gravi crimini, avere stuprato la sorella di Gram, re di Danimarca e di Svezia, e avere insidiato sua figlia. Grazie all’aiuto di truppe sassoni, giunte per vendicare la morte di Enrico, re di Sassonia, ucciso da Gram, Suibdagerus lo sconfigge e diviene anche re di Danimarca e di Svezia. È allora che nascono i due figli di Gram, Guthormus e Hadingus, uno da Gro, l’altro da Signe, coloro su cui ricade l’onere di vendicare il padre. I due neonati vengono affidati alle cure dei giganti Vagnhofthus e Haphlius, che li proteggono per alcuni anni. Suibdagerus, adesso re di un regno vastissimo, ha nel frattempo sposato la figlia di Gram che aveva insidiato, sorella di Guthormus e Hadingus (e fino a questo punto la storia ricorda quella di Sigmundr nella Völsunga saga), che intercede per loro presso Suibdagerus affinché li richiami dall’esilio, ma solo il primo accetta di recarsi a corte: Hadingus giura solennemente di vendicare la morte di suo padre. Raggiunta la maggiore età, Hadingus parte e vive numerose imprese, fino a radunare la forza per tornare in Svezia e sfidare il re Suibdagerus, riuscendo a vincere la battaglia e a ucciderlo, e ottenendone sia la vendetta che la regalità. Le imprese di Hadingus, a questo punto, procedono per molte altre direzioni, incluso lo scontro con i figli del suo avversario.
Il passaggio che ci interessa di più è quello che avviene alcuni anni più avanti: dopo aver perso una battaglia contro gli Svedesi, Hadingus si ritira nello Hälsingland, una regione della Svezia centro orientale, dove ha un incontro prodigioso, per quanto poco dettagliatamente narrato:

«Hadingo, sconfitto, si ritirò nello Hälsingland; e lì, mentre, arroventato dal calore del sole, si bagnava nella fresca acqua del mare, attaccò un mostro marino di razza sconosciuta, lo uccise mettendo a segno un gran numero di colpi, e ordinò di portarlo all’interno dell’accampamento. Mentre esultava per quest’impresa, gli si avvicinò una donna e si rivolse a lui dicendo:

Sia che cammini per campi, sia che stenda la vela sul mare,
vedrai levartisi contro gli dèi, e ostacolarti i progetti
gli elementi, dovunque tu vada. Ti vedrai costretto a scappare
per terra, a ballare sul mare, a trovarti a compagno costante
dei tuoi viaggi un ciclone, né a mai vederti allentate le vele.
Non ci saranno a proteggerti case: se cerchi di entrarci,
le abbatterà la tempesta; dal gelo tremendo le bestie
ti morranno; le cose, ammalate, piangeranno la tua maledetta
presenza. Ti fuggiranno come un flagello di scabbia:
sarai la peste più nera che si sia mai vista. È la pena
che ti assegna il potere celeste. Con mano sacrilega
hai ucciso, nascosta in un corpo non suo, una natura divina:
ti sei fatto assassino di un dio benefico. Parti per mare
e patirai la furia dei venti, liberati dal carcere di Eolo;
irromperanno a schiacciarti Austro e Zefiro e Borea,
gareggeranno in congiura a chi soffia più forte, finché
con intenzioni più pure placherai la durezza divina,
saprai addolcirla patendo il castigo che meriti.
»

Hadingus vede allora abbattersi su di sé la maledizione degli dèi, fino al momento in cui riesce a placarne la collera istituendo un sacrificio particolare.

«Così, per placare gli dèi, sacrificò a Frö degli animali di colore nero. Ripeté il sacrificio propiziatorio in una festività annuale, e ne lasciò la consuetudine ai posteri perché l’imitassero. Gli Svedesi lo chiamarono Fröblot.»

Qui, per lo meno, è dove arriva Saxo. È quello che la tradizione antica ci ha consegnato su Svipdagr, e forse su due Svipdagr completamente diversi.
Finché non si aggiunge all’equazione Viktor Rydberg.

Rydberg ritiene Svipdagr, che in questa rassegna risulterebbe un personaggio secondario, marginale, del complesso di storie del grande nord, un eroe centrale, soprattutto perché, mediante alcuni legami, finisce con identificare Svipdagr, o forse, più precisamente, far confluire in Svidpagr, diversi altri personaggi partecipi di miti anche più noti, che tutti insieme compongono una grande trama, partendo dall’idea che Svipdagr sia un epiteto, una designazione per solo alcune delle caratteristiche di questo personaggio, e che mediante questo epiteto egli possa essere identificato, in particolare, con Óðr, Skírnir e Hermóðr.
Le tesi di Rydberg, come già chiarito in apertura, sono state negate in tutti i modi possibili, i suoi azzardi sono notevoli, il suo metodo non è scientifico; ci interessa però perché ne viene fuori una bella storia, le cui fondamenta filologiche, che non la rendono attendibile da nessun punto di vista, le conferiscono maggiori dignità e fascino della semplice invenzione e della rivisitazione di qualunque rimaneggiatore contemporaneo.

Il primo elemento con cui legare Svipdagr alla mitologia eddica classica è il suo legame con Freyja, che presume, naturalmente, che quest’ultima sia Menglöd.
Nell’Edda di Snorri, lo sposo di Freyja è Óðr, un dio di cui sappiamo poco, se non le sue abitudini di viaggiatore: si assentava spesso da casa per lunghi periodi, e Freyja, soffrendone la lontananza, piangeva lacrime che si trasformavano in oro.
Alla ricostruzione di Svipdagr, Rydberg aggiunge lo Skírnsimál, un carme dell’Edda del X secolo circa, su un episodio che ha per protagonista Skírnir, un servo del dio Freyr, incaricato di scoprire la causa della malinconia del suo signore e da questi incaricato di fare da suo messaggero d’amore per Gerðr, una gigantessa che dimora in un paese lontano. Freyr affida a Skírnir la sua spada e il suo cavallo, grazie al quale supera la parete di fuoco e gli ostacoli che lo separano dalla dimora di Gerðr, davanti alla quale monta la guardia anche un pastore che gli sconsiglia di proseguire. Le analogie con il viaggio di Svipdagr al palazzo di Menglöd sono numerose, ma a permettere a Skírnir la riuscita dell’impresa sono gravi minacce di miseria e solitudine. Il significato del nome di Skírnir è “il luminoso”.
Hermóðr, figlio di Odino, è conosciuto soprattutto per il mito della morte di Baldr: è lui, prendendo Sleipnir, il cavallo di suo padre, a scendere nel regno di Hel per liberare Baldr, ottenendo la risposta della dea della morte e risalendo sulla terra per riferirla agli dèi. In qualità di messaggero, Rydberg lo considera allora estremamente simile a Skírnir, anche perché in entrambe le imprese si ritrova un viaggio in regioni sovrannaturali e il prestito di un destriero divino. Hermóðr sembra essere un dio minore, non menzionato tra i più importanti nella lista che Snorri fa nel Gylfaginning, ma in una poesia scaldica, l’Hákonarmál (carme di Hákon), dove si descrive l’assunzione tra gli dèi della Valhöll del re norvegese Hákon il Buono (920–961 circa), Hermóðr viene chiamato insieme a Bragi per accogliere il sovrano. Nel Beowulf, in ben due passaggi, incontriamo un Heremōd, un eroe del passato ricordato per una storia di decadimento morale, che però ci interesserà di più tra poco.

Gróa, la madre di Svipdagr, non compare solo nel Grógaldr. Oltre alla presenza di una Gro moglie di Gram nei Gesta Danorum, che Saxo però non riconduce in alcun modo a Suibdagerus, la sua storia più conosciuta si trova nell’Edda di Snorri, e più precisamente nello Skáldskaparmál, dove è la moglie del gigante Aurvandill, un personaggio che è già stato interessante per noi (a proposito del tolkieniano Eärendil) e che fa parte di uno degli snodi di filologia e mitologia comparata più enigmatici. Il mito, che ripercorro brevemente, vede Þórr recarsi da Gróa dopo aver ucciso il gigante Hrungnir, del quale gli è rimasto un frammento della cote che Hrungnir usava come arma incastrato nel cranio, perché glielo rimuova adoperando le sue arti magiche: Gróa si dedica prontamente al lavoro, ma durante la conversazione Þórr le rivela di aver incontrato Aurvandill, che manca da casa da molto tempo, e che questi sta tornando a casa, e la gigantessa, colma di gioia, corre fuori per accoglierlo dimenticandosi di terminare il lavoro sulla cote, che da allora è rimasta nella fronte di Þórr.
Sarebbe allora Aurvandill, colui il cui alluce congelato era stato scagliato da Þórr nel cielo diventando la stella del mattino, l’Earendel del Christ II anglosassone che ha ispirato Eärendil, il marinaio del Silmarillion, Aurvandill padre di Amloði-Amleto, il padre di Svipdagr?
È quello che sostiene Rydberg nel suo studio sulla mitologia teutonica.
Nel Fjölsvinnsmál , come già detto, Svipdagr afferma di essere figlio di Sólbjart, “splendore del sole”, mentre non rivela il nome del padre che si è risposato con la donna che l’ha inviato da Menglöd nel Grógaldr, che potrebbe e non potrebbe essere Sólbjart. Se i due poemi compongono davvero la stessa storia, manca qualcosa nel mezzo. Rifacendosi proprio al Christ II, ai versi «éala éarendel engla beorhtast/ ofer middangeard monnum sended» (“salute Earendel, più luminoso degli angeli/ mandato agli uomini della terra di mezzo”), Rydberg interpreta Sólbjart come un epiteto riconducibile ad Aurvandill, nel suo ruolo di stella del mattino, ritenendo che anche alla cultura scandinava fosse familiare questo attributo di stella “luminosa come il sole”.

Ecco quindi la vita di Svipdagr secondo Rydberg: suo padre era Aurvandill, sua madre Gróa. ottenne di poter vivere tra gli dèi, e sposò Freyja. Quando questa venne rapita dai giganti, Svipdagr viaggiò nelle terre di Jotunheimr e di Niflheimr, e la salvò, secondo un’altra trama ricostruita dai Gesta Danorum, quella di Otharus (cioè Óðr) che salva una principessa di nome Syritha.

Veniamo alla parte che ci interessa di più: Svipdagr che viene trasformato in un drago.
Saxo parla di belua inauditi generis, “una belva di un tipo mai visto”, che significa che non si tratta di un animale chiaramente identificabile e pone la creatura uccisa da Hadingus in un piano sovrannaturale, un animale dal possibile aspetto chimerico; il fatto che sia sacro agli dèi al punto di portarli a esigere un grave risarcimento per la sua uccisione è probabilmente ciò che completa quella sua straordinarietà: è una creatura che non appartiene alle categorie mortali dell’esperienza.
Mentre i draghi, che neppure appartengono alla sfera dell’ordinario, sono decisamente inconfondibili, visto che la letteratura nordica ce ne parla molto; oltre al fatto che nessuno di essi è mai stato vicino al favore degli dèi, da Fáfnir che appartiene a una stirpe maledetta a Jörmunganðr che è l’acerrimo nemico di Þórr.
Ora, Rydberg osserva che Hadingus, quando gli viene annunciata la maledizione degli dèi, non ripara subito al torto che ha commesso, ma è solo dopo aver sperimentato la persecuzione dei venti e di tutte le forze della natura che accetta di compiere il sacrificio per Freyr; secondo lo studioso, Hadingus aveva ucciso qualcuno che si sentiva legittimato a uccidere, e per il quale non avrebbe mai provato pietà, né avrebbe accettato di chiedere perdono, se non davanti a una manifestazione così violenta della collera divina. E la ragione è che aveva riconosciuto il suo nemico nella creatura.
La prova, per Rydberg, è che il dio cui dedica il sacrificio è Freyr, fratello di Freyja, particolarmente vicino a Svipdagr come mostra la storia di Skírnir.
L’idea che la forma della creatura sacra fosse quella di un drago, Rydberg la trova in una fonte anglosassone, che lega inaspettatamente questa vicenda a un’altra famosa storia di eroi e di mostri: il Beowulf, dove la storia di Heremōd (l’Hermóðr anglosassone menzionato precedentemente) è intrecciata con quella di Sigemund (Sigmundr), l’uccisore del drago.
Dopo la vittoria di Beowulf su Grendel, si tiene un grande banchetto celebrativo durante il quale lo scop loda il guerriero geata, e al contempo lo ammonisce, attraverso i paradigmi di due eroi del passato, Sigemund, esempio positivo, e Heremōd, esempio negativo (vv. 874b-915). Il primo è ricordato per aver ucciso un drago (impresa generalmente attribuita a suo figlio Sigfrido), mentre del secondo apprendiamo che fu inizialmente un grande uomo a sua volta, ma che in seguito si spensero in lui “eafoð ond ellen” (v. 902a), “forza e valore”, poiché fu tradito mentre si trovava “mid eotenum“, “con i giganti” (v. 902b), e che venne paralizzato dai “getti dell’angoscia” al punto di diventare “un travaglio mortale” per tutto il suo popolo. Generalmente questo viene interpretato con un temperamento malinconico. Quando Beowulf torna dalla laguna, dove ha ucciso la madre di Grendel, è Hrōðgār stesso a menzionare nuovamente Heremōd (vv. 1709b-1724a). Egli fu chiaramente un sovrano degli Scyldingas, i Danesi, che però riuscì a causare loro solo rovina e morte, uccidendo “i suoi compagni di mensa” e condannandosi così all’esilio (descritto in termini simili a quelli usati per Grendel), durante il quale divenne “feroce di sangue”.
A questo punto, Rydberg, tracciando la vicenda biografica di Heremōd sulla base delle informazioni fornite dal Beowulf (Rydberg 1886, p.825-826), sostiene che, dopo questa crisi, Heremōd sia stato trasformato in un wyrm o draca, senza però menzionare un passaggio effettivo nel Beowulf, e suggerendo l’identificazione del drago ucciso da Sigemund proprio con Heremōd (i versi su questa impresa sono 884b- 897b). Che a questo punto dovrebbe significare identificare Heremōd-Svipdagr con lo stesso Fáfnir, se non fosse che la menzione di una cosa del genere manca totalmente, e che forse Rydberg stava ritenendo lo stesso Sigemund qualcosa di diverso dalla saga dei Volsunghi.
Per completezza, ricordo che le parole wyrm e draca sono i due termini che designano i draghi nella lingua inglese antica, e in generale nella letteratura germanica antica, considerandoli insieme alle loro forme norrene ormr, che individua il serpente e il verme ed è termine più antico, e dreki, un derivato del draco latino, diffuso nel nord dalla letteratura romanza, più tardo e generalmente usato per i draghi volanti della letteratura medievale più tarda. 

Attraverso altri epiteti ed etimologie, Rydberg ricostruisce quindi l’altro elemento confluito nell’illustrazione di Bauer: quello di Freyja, che dopo aver perso Svipdagr lo cerca attraverso numerosi regni, lo trova, come provato da un suo epiteto, Mardöll, traducibile come “colei che fa luccicare il mare” (marr, “mare”, döll, “scintillio”), e nonostante il suo aspetto mostruoso rimane fedelmente insieme a lui -lei che è la dea della bellezza e dell’amore- e fa del suo meglio per consolarlo della sorte che si è abbattuta su di lui, almeno fino al giorno in cui arriva Hadingus.

Come ho messo in chiaro fin dall’inizio, questa non è la vera storia di Svipdagr. È la possibilità che la storia di Svipdagr fosse qualcosa di più di quello che siamo sicuri che fosse, la storia di un giovane e una giovane che avevano bisogno di incontrarsi e che riescono a farlo, promettendosi di non separarsi mai più. Sono belle le operazioni come quelle di Rydberg, ma la filologia esiste proprio perché non tutto quello che si può dire su un testo è automaticamente vero, come ogni scienza dimostra che non tutto quello che ci viene in mente, su qualsiasi fenomeno della nostra esperienza, è necessariamente corretto.
Una volta imparato questo, naturalmente, resta la possibilità della fantasia. Qui è possibile che accadano molte cose che nella realtà non è possibile che accadano. Neanche qui, però, può accadere tutto: accade soltanto quello che ha un significato, che ha un motivo per poter accadere. È il luogo dove Svipdagr, dopo aver ottenuto il riconoscimento degli dèi, può cadere per aver commesso una grave colpa; è il luogo dove è possibile cambiare forma e diventare un mostro perché gli altri vedano la nostra oscurità e la nostra parte di colpa e di errore, ma dove a nostra volta possiamo vedere chi è disposto ad amarci lo stesso; e forse è anche il luogo dove possiamo trovare la redenzione che ci sarebbe impossibile altrimenti.
Ci vediamo al centesimo post.

Bibliografia

Bifrost.it: SVIPDAGSMÁL – Il discorso di Svipdagr  || Bifröst | Biblioteca || – https://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Eddapoetica-38.Svipdagsmal.html

Isnardi 1991 – Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi, Milano, 1991.
Koch-Cipolla 1993 – Ludovica Koch, Adele Cipolla, a cura di, Sassone Grammatico. Gesta dei re e degli eroi danesi, Einaudi, Torino, 1993.
Mackenzie 1912 – Donald A. Mackenzie, Teutonic Myth and Legend – An Introduction to the Eddas & Sagas, Beowulf, The Nibelungenlied, etc., 1912.
Rydberg 1886 – Viktor Rydberg, Teutonic Mythology. Gods and Goddesses of the Northland (Undersökningar i germanisk mythologi, första delen), traduzione dallo svedese di Rasmus B. Anderson, 1886.
Sturtevant 1958 – Albert Morey Sturtevant, THE OLD NORSE PROPER NAME “SVIPDAGR”. “Scandinavian Studies”, vol. 30, n.1, University of Illinois Press, 1958, pp. 30-34.

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