La Storia dei Mostri

Benvenuti a tutti i lettori, e ben ritrovati presso queste latitudini remote, al crocevia tra la discesa che porta all’Acheronte, i confini di Prete Gianni e il non frequentemente citato Regno che Fu.
L’attività dell’Anima del Mostro, negli ultimi mesi, anzi, per la maggior parte dell’ultimo anno, si è concentrata sulle pagine social di Facebook e Instagram, e dato che i miei impegni e le mie attività esterne all’Anima, per i quali mi è risultato più semplice proseguire questo percorso attraverso piccoli post che lunghi articoli, si sono fatti via via maggiori, ho tratto quanti più vantaggi possibili da questa situazione per portare avanti, in questo formato, alcune di quelle ricerche più impegnative che in precedenza svolgevo attraverso il blog.
E dato che la situazione rimarrà tale ancora per diverso tempo, non c’è motivo per lasciare indietro “l’anima” del progetto, questo stesso blog.
Ecco perché ho deciso di pubblicare qui il frutto degli ultimi mesi di lavoro dell’Anima del Mostro, in modo da recuperare anche il blog, da una parte, e di dare forma migliore a queste ricerche, dall’altra.
Sarà anche un modo per portare a compimento quanto avevo detto tempo fa, e arrivare a cento post sul blog prima di dare nuova forma e nuovo assetto a tutto il progetto.

Storia umana di ciò che umano (forse) non è
Il primo post di questo 2020 che apre un nuovo decennio farà una cosa che nel blog, in effetti, non avevo paradossalmente mai fatto: introdurre i mostri.Vi riporto infatti le cinque parti della rubrica “MOSTRO”, che ho scritto quest’estate dopo aver creato la nuova pagina Instagram in modo da presentare la materia e il modo in cui consideriamo qui il concetto di mostro, alla luce soprattutto della sua evoluzione nel corso del tempo.In realtà, i mostri non sono sempre stati l’argomento centrale dell’Anima, al di là del suo nome. Anche dopo il primo grande cambiamento, da spazio di scrittura personale a sito di ricerca, gli argomenti erano più generici e non c’erano vere e proprie specifiche. È stato più tardi ancora che ho realizzato che era proprio dei mostri che avevo bisogno di parlare di più, ed è stato un passaggio vissuto, dunque graduale.Con questo post colloco anche sul blog questa grande presentazione, e la apro introducendo tutto con quello che posso dirvi sui mostri ora, dopo averli approfonditi per un po’ di tempo.

Mostro.
Mostro, in francese monstremonstruo in spagnolo, monster in inglese e in tedesco, sono tutti esiti del latino monstrum. È quel che ripeto fin dall’inizio: monstrum può essere tutto. Una creatura, una persona, ma anche un evento, una sensazione, un pensiero. La parola monstrum si forma a partire dal verbo moneo, il nostro “ammonire”, e dal suffisso -trum, con cui si costruiscono nomi strumentali a partire dai verbi. Un monstrum è una cosa che serve a monere, ad avvisare, mettere in guardia, o prestare attenzione a qualcosa che la richiede. A sua volta, moneo è uno dei derivati di una radice indoeuropea molto importante, *men-, che designa le attività del pensiero. “Mente”, da mentis, viene dalla stessa origine. Il mostro è un fatto del pensiero. Un procedimento della nostra intelligenza. Frutto di una mediazione tra una struttura mentale e una realtà fisica esterna, che crea una categoria in cui disporre alcuni oggetti, quelli che richiedono attenzione.

Teratologia.
La disciplina che studia i mostri. Essa riflette un lato del cambiamento di percezione del mostruoso, che solitamente qui non trattiamo: la deformità degli esseri viventi. Molti episodi della storia del mostruoso si legano a fenomeni di natura biologica. E se la teratologia originaria cercava motivazioni sacre o ragioni astronomiche nella nascita di animali o di esseri umani affetti da deformità, oggi è una disciplina scientifica legata alla genetica. Ma, nella più ampia definizione, che ho già usato, di “studio dei mostri”, è quanto di più vicino a quel che facciamo qui. E quindi userò questa parola.
Monstrum è usato in latino nei luoghi in cui il greco adopera τέρας, téras. Le due parole sono legate.
Anche τέρας ha la stessa ampiezza di significato di monstrum, ma un legame più presente con il divino, giacché la mostruosità nella tradizione greca viene sempre avvertita come suo segnale. La sua origine non si richiama alla mente, bensì all’azione: τέρας deriva dalla radice indeuropea  *kʷer-, la cui sfera è quella del fare in tutte le sue accezioni, agire o creare. In tal senso, il mostro è fin dall’assenza un’azione divina, l’atto creativo stesso è assimilabile al mostro.

Mostro può significare tante cose, sia buone che cattive che al di fuori di qualunque morale. Oltre a connotare qualunque cosa ci susciti orrore, può anche evidenziare la particolare efficacia di qualcuno in qualcosa, un particolare talento. In tutti i casi, il denominatore comune è che il mostro è in qualche modo un’eccezione o un caso unico. Non rientra nel canone, nella misura. Il più delle volte, la eccede.

Un proto-grifone dal palazzo persiano di Susa, conservato al Louvre.

I – L’antichità
Il concetto che più ci interessa -ma nel tempo cercheremo di affrontarli tutti- è quello originario, la sfumatura di più ampio respiro implicata dalla mostruosità.
Il monstrum, e prima ancora il τέρας greco, sono connotati come prodigi, fenomeni meravigliosi. L’idea soggiacente è che fenomeni come questi abbiano un significato divino. Il divino è per necessità non umano, o almeno tale necessità è quella avvertita dagli antichi, per i quali, a partire dalla civiltà di cui possediamo le attestazioni più remote, quella sumera, i mostri sono ipostasi degli dèi. Del loro aspetto distruttivo, legato ad aspetti naturali e quindi rappresentazioni teriomorfe; soprattutto, incomprensibile.

Alla base della parabola dei mostri si trova la constatazione che l’Uomo non può comprendere Dio, qualunque sia il modo in cui lo concepisce. Ai suoi occhi sarà sempre “altro”, costituito su cardini esistenziali assolutamente diversi.
Così, il Mostro diviene la lingua con cui l’Uomo parla di Dio. Un tramite, un messaggero. Un angelo, che infatti nella letteratura ebraica antica si manifesta con sembianze mostruose, accompagnando le manifestazioni di un Dio che si pone come la mostruosità prima, ultima e definitiva.

In un certo senso, la quest dell’Anima del Mostro può intendersi, oltre che come comprensione, indagine, e naturalmente esaltazione e manifestazione di ammirazione, verso i mostri, come una ricerca di Dio attraverso di loro.

II – Il medioevo
Il campo del mostruoso è particolarmente interessante e ricco di implicazioni complesse quando si tratta di Medioevo. A dispetto di quanto ci aspetteremmo da un’epoca culturale cui associamo polarizzazioni concettuali rigide, e in cui dunque il brutto e il deforme non possono essere che sinonimi di male, in realtà la mostruosità ha un ruolo importante e culturalmente fecondo, perché prosegue l’espressione del linguaggio divino come nel mondo antico.

Miniatura di una manticora proveniente dal Bestiario di Ashmole,
del XII-XIII secolo, Bodleian Library, MS. Ashmole 1511, Folio 22v.

Per comprendere come dobbiamo passare attraverso le opere dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita, teorico della cosiddetta teologia negativa. È un concetto nato già in Grecia con Plotino, principale modello di quel Neoplatonismo che è base fondamentale del pensiero medievale, e si fonda sul riconoscimento dell’impossibilità di definire Dio secondo quello che è, essendo le sue caratteristiche del tutto oltre la portata del pensiero dell’Uomo, e la scelta di una “via negationis” mediante la quale definire Dio secondo quello che non è. Accettando la propria imperfezione e la limitatezza dei propri mezzi, l’Uomo tenta così di trascendere sé stesso mediante l’errore, facendo di questo il proprio percorso verso Dio.

È così che la deformità, l’asimmetria, il grottesco, il connubio di sembianze diverse, vengono concepiti come strumenti per indagare il campo del divino e dell’assoluto.
Nel mondo medievale, in cui ogni cosa fa parte di un’unica realtà concepita sulla base di un piano ben preciso, e ogni elemento fisico è vincolato a un elemento spirituale, un significato e un’allegoria, anche le forme mostruose non fanno eccezione, e come le creature deformi che popolano i recessi sconosciuti del mondo vengono considerate creature di Dio come tutte le altre, le chimere e gli esseri fantastici hanno una funzione ancora più alta di immagini direttamente afferenti a Dio. Anche qui il Mostro è la lingua con cui l’Uomo parla di Dio.

III – L’età moderna
Il pensiero moderno ha certamente reinventato i mostri in molti modi, e possiamo dire che oggi ne coesistono più declinazioni diverse, sia quelle che abbiamo già osservato che le numerose altre originatesi in seguito.
Alla fine del Medioevo, l’arte gotica concepisce le possibilità del grottesco, e il mostruoso come caricatura anche licenziosa della realtà, che permane fino a noi. Il Rinascimento è ricco di combinazioni ornamentali a un tempo orripilanti e divertenti.

Con il romanzo gotico, il mostro incorpora il senso di minaccia di un’età di grandi incertezze in cui il mondo che era cade definitivamente al sorgere del nuovo mondo. I mostri più famosi della letteratura ottocentesca sono relitti del passato, dell’aristocrazia decadente e di pratiche abbandonate, sono incarnazioni di paure latenti verso le nuove possibilità delle tecniche o le nuove scoperte che cambiano la percezione della realtà.

Un’illustrazione di Wilfried “Sätty” Podriech
per “Annotated Dracula”, 1975.

È soprattutto l’Inconscio il nuovo palcoscenico, la nuova incubatrice dei mostri. Mentre gli spazi sconosciuti del mondo fisico, le regioni la cui conoscenza è interdetta dalla scritta “Hic Sunt Dracones”, vengono svelati e riempiti dalle scienze esatte, si scopre che il pensiero umano è una regione ancora inesplorata, sul fondo della quale si spalanca un abisso ancora pieno di misteri. Paranoie, smarrimento, paure sconosciute, e un groviglio di impulsi violenti e ferali che minano le fondamenta di una civiltà organizzata e professatamente razionale, che li soffoca fino al punto di provocarne le sconcertanti esplosioni.

Possiamo dire che un assioma fondamentale non è mutato: il mostro è il caos che irrompe nella dimensione ordinata del cosmo. Nel pensiero antico tutto dimorava sullo stesso piano, e quel caos risiedeva sul fondo del mare, nel fitto delle foreste o sotto la terra. Oggi, oltre a provenire da nuove dimensioni, come lo spazio o la rete, viene dalla nostra interiorità stessa, dalle paure e dalle forze incontrollate della nostra Psiche.

Illustrazione per Frankenstein
del maestro Bernie Wrightson.

IV – L’età contemporanea
Siamo ormai giunti al mondo contemporaneo.
Il significato primario che oggi associamo alla parola mostro è quello spiccatamente negativo che considera tale qualsiasi essere possegga un aspetto ripugnante e/o un’indole crudele, che spregi quella morale e quell’empatia che costituiscono ciò che consideriamo ‘umanità’. Idealmente sono soprattutto esseri antropomorfi, capaci di provare ed eventualmente aborrire sentimenti simili ai nostri, e inseriti nei nostri stessi ambienti.

È nell’ambito idiomatico, oltre che presso i colti e gli addetti ai lavori, che la parola mantiene la sua valenza più antica e neutra di “cosa eccezionale”. Chiamiamo mostri la chimera e le arpie perché troviamo spaventose le loro sembianze, e le includiamo in una categoria ideale di altre figure che troviamo simili per lo stesso motivo, ma chiaramente non vediamo granché di divino in loro. Come in molte altre cose, in effetti.
La parte più interessante però è il modo in cui gli strumenti e le conoscenze della nostra epoca ci permettono di rileggere i mostri e la mostruosità in molte altre chiavi. Non parlo solo delle discipline scientifiche, o delle cosiddette scienze umane, ma di tutte le differenze e le caratteristiche proprie dell’Uomo del ventesimo e ventunesimo secolo.
Un orientamento assunto da autori, artisti e pensatori moderni guarda a un superamento della dicotomia tra uomo e mostro, che ne aveva ricondotto il rapporto a un’opposizione, e si propone invece una comprensione del Mostro. Il discorso sui Mostri attuale deve molto al Frankenstein di Mary Shelley, un’opera che ci ha fatto entrare nella sofferenza di un essere mostruoso. Raccontiamo storie sui mostri dal punto di vista dei mostri, arrivando a dar loro ragione quando ce l’hanno. Un processo verso una saggezza e un’accettazione delle possibilità dell’esistenza che sono ancora molto lontane, ma verso le quali continuiamo a viaggiare.

V – L’oltre
Ultima parte di questa miniserie, nata per essere introduttiva e che invece è divenuta quasi programmatica di un modo di comprendere i mostri attraverso le loro funzioni, osservandole nel loro sviluppo diacronico.

L’orrore cosmico, il perno della filosofia di Lovecraft, concepisce un’assoluta insignificanza dell’esistenza dell’Uomo rispetto a un universo troppo vasto e indifferente. Questa alienante grandezza è raccontata attraverso le figure di entità smisurate e inconcepibili che incarnano l’indifferenza del cosmo.

L’universo si configura allora come un luogo in cui l’orrore è costitutivo più degli elementi della materia, celato dalla maschera dell’oblio e dal sottile specchio della civiltà. Un orrore che può facilmente entrare nella vita di tutti i giorni nelle molteplici forme di esseri che vivono a contatto con noi e attendono solo che il velo tra le dimensioni della Morte, del Caos o del Sogno si faccia più sottile.

Shoggoth in un’illustrazione di Nottsuo.
https://www.deviantart.com/nottsuo/art/Shoggoth-594261203

Quando ciò accade, diviene impossibile descrivere la forma e le sensazioni suscitate da quei mostri che portano con sé la Verità sul cosmo. È possibile provare a combinare insieme le parti della realtà sensibile che le loro forme ci ricordano, descrivendoli come ibridi, creature abortite, ammassi di materia amorfa che rigurgita costantemente le proprie sembianze, tentacoli, bocche, e occhi, gli occhi che sembrano mancarci perché riusciamo a vedere quella verità.

Dai miti di Lovecraft nasce così il genere dell’orrore cosmico, dalla prolifica influenza, e un nuovo prototipo di mostro: l’abominio senza forma, l’eldritch horror, “orrore bizzarro”, lo shoggoth, che occupa varie nicchie del suo mondo, la più alta delle quali è quella del Grande Antico, del Dio Esterno, l’ammasso necrotico grande come una galassia.
In questo stato, che domina un’era in cui l’orrore domina le nostre vite ad ogni livello, il Mostro continua a svolgere le sue numerose funzioni, e ritorna ad essere l’immagine più accurata dell’elemento incontrollabile, del Caos, del divino.

Bibliografia

Cohen, Jeffrey Jerome, Monster Theory: Reading Culture, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1996.
Wiggermann, F.A.M., Inventory of Monsters. Brief discussions in Mesopotamian Protective Spirits: The Ritual Texts, STYX Publications, Groningen, 1992.
Williams, David, Deformed Discourse. The Function of the Monster in Mediaeval Thought and Literature, Liverpool University Press, 1996.

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