Teratogonie: i miti dell’origine dei mostri

«Quando Tiamat lo ascoltò,
questo discorso le piacque:
«Poiché voi stessi l’avete deciso insieme,
creiamo tempeste!»
Enuma Elish, prima tavoletta

Benvenuti dove si ricorda il Caos, dove la distorsione è il sistema metrico della rettitudine.
Anno Zero di un nuovo eone del mostruoso. Buio e caligine.
Dalla caligine il Caos, e dal Caos la vita. Ex Caligine Chaos.
Abbiamo menzionato i mostri, e a grandi linee abbiamo detto che cosa sono; per essere più precisi, alcune delle cose che sono e che sono stati in alcune delle circostanze in cui sono stati qualcosa.
Il passo successivo è domandarci la domanda forse più elementare e più insolubile: questi mostri, questi stadi di una storia viziosa, come sono nati e da dove vengono?
Il che ci porta alla seconda parte del nuovo viaggio dell’Anima del Mostro, dedicata a quel complesso di miti che posso essere chiamati, sul calco della denominazione di quelli cosmogonici, teogonici e antropogonici, rispettivamente incentrati sull’origine dell’universo, degli dei e degli uomini, “teratogonici”: i miti sulla genesi dei mostri.

La Nebulosa Clessidra, il cui centro è chiamato anche “l’occhio di Dio”.

Percorreremo le connessioni sinaptiche che legano il ricordo dei demoni moderni al pensiero dei leviatani primordiali, la rete neurale in cui sono condivise tutte le esperienze di tutti i mostri mai vissuti e mai pensati, dal primo spasmo cellulare cosmico distorto alle teratogenesi nucleari, passando attraverso tutte le storie su come siano venuti all’esistenza gli esseri mostruosi.
Occorrerà specificare, in questa sede, quali tra i tanti significati possibili siano quelli che diamo al nome dei mostri, e di quali tra loro parleranno queste storie. In molte tradizioni mitologiche, esiste un complesso di creature, a volte uniche, a volte costituenti gruppi di simili che condividono un’adesione alla medesima natura, che vengono considerate altro rispetto alle classi degli esseri che dimorano nel mondo, creature che non sono né dèi, né uomini e neppure bestie, e che combinano tratti di tutte e tre le categorie. Questi li chiameremo Mostri. Inoltre, nel più dei casi, questi esseri mantengono un forte legame con l’elemento indistinto e incontrollabile dal quale nascono o alla cui essenza sono riconducibili in un modo o nell’altro; accanto a loro, dunque, troveranno posto in questa rassegna anche categorie ben definibili, come quelle delle molte razze di Giganti le cui storie abbondano nel mondo, poiché essi, pur non essendo affatto qualcosa di stridente rispetto al corso naturale della vita, e anzi costituendone spesso la manifestazione più pura, non possono essere ammessi entro le razionalizzazioni degli elementi da cui derivano le disposizioni divine e i criteri delle società degli uomini che se ne fanno specchio. Per questo, le storie sui Giganti, in qualità di figli del caos e testimoni della sua natura, saranno presenti insieme a quelle degli altri mostri.
Infine, soprattutto nelle ultime battute, ricorrerà spesso la parola “demoni”. Senza dissertare ulteriormente su cosa si possa e cosa si debba chiamare in questo modo, è il termine con cui le creature di cui parleremo sono nominate nelle narrazioni che le comprendono; non saranno inseriti qui tutti gli esseri che sono stati chiamati in questo modo nel corso della storia, ma poiché, in quelle narrazioni in particolare, questo termine si fa contenitore di aspetti chimerici e teratomorfi che in molti casi derivano dalle tradizioni precedenti, denominando entità il cui stato e il cui aspetto sono presenti altrove, posseduti da entità che vengono invece chiamate “mostri”, quei demoni li considereremo la categoria mostruosa del mondo in cui hanno luogo le narrazioni di cui fanno parte.
E ora, silenzio, poiché viene il tempo del sonno della ragione e della riesumazione delle ataviche memorie.

Gli undici figli di Tiamat

Vi sarete forse aspettati di partire dalla mitologia greca, e invece no. Cominciamo dall’inizio e ripercorriamo il mito teratogonico più antico di cui ci sia rimasta traccia, quello mesopotamico, narrato nell’Enuma Elish.
Il complesso dei miti sumeri, babilonesi e assiri, e di tutti quei popoli che vissero e scambiarono le loro culture nel Vicino Oriente tra il quarto e il primo millennio avanti Cristo, può considerarsi un corrispettivo della Mezzaluna Fertile per il mondo dei mostri. Presso queste culture appaiono per la prima volta -nel senso che ne possediamo le prove di più remota datazione- figure che sono ancora incredibilmente vitali nella fantasia e nel linguaggio del nostro tempo, dal drago occidentale al grifone e agli uomini-pesce, oltre che i remoti antenati di numerose altre.
Nella grande narrazione mitologico-religiosa dell’Enuma Elish (𒂊𒉡𒈠𒂊𒇺), poema in lingua accadica ritrovato su tavolette del VII secolo a.C. e generalmente ritenuto dagli studiosi non più antico del XII, numerosi esseri mostruosi vengono posti in relazione con la vicenda generativa degli dèi attraverso la vicenda di Tiamat.

Tiamat, descritta come drago nonostante non se ne trovi evidenza nei testi (fondamentalmente per via delle analogie con le numerose altre figure mitologiche protagoniste del motivo della Chaoskampf), è la madre generatrice dell’universo, una potenza oceanica. Presente da prima dell’inizio del cosmo insieme al suo pari e sposo, Apsû, entrambi increati, Tiamat, che oggi si associa al principio dell’acqua salata, con Apsû a significare invece l’acqua dolce, era più correttamente l’oceano superiore, mentre Apsû era l’oceano inferiore, l’insieme delle acque sotterranee. Dai due ebbe vita una prima generazione di dèi, fino al fatidico momento in cui Apsû, adirato per il rumore che provocavano, decise di ucciderli, e i figli, prevenendolo, lo uccisero per primi. La signoria sul cosmo, che prima era appartenuta ad Apsû, fu ricoperta da Ea, il sumero Enki, e quindi trasferita a Marduk, suo figlio. Un riflesso dell’ascesa di questi a dio principale del pantheon babilonese.
Quando Marduk, con i Quattro Venti che Anu, il dio del cielo, aveva creato per lui, iniziò a turbare gli dèi oceanici che dimoravano con Tiamat, essi si rivolsero alla loro madre, esortandola ad agire e rinfacciandole l’inattività durante l’uccisione di Apsû.
Tiamat non li deluse: avrebbe risposto ai venti di Marduk con le sue tempeste.

I figli di Midgardsormr in Final Fantasy XIV.

«Quando Tiamat lo ascoltò,
questo discorso le piacque:
«Poiché voi stessi l’avete deciso insieme,
creiamo tempeste!»
Ora, altri dèi
erano venuti là dentro
che avevano anch’essi concepito il male
contro gli dèi loro progenie!
In piedi in cerchio
accanto a Tiamat,
furibondi, complottavano senza sosta,
notte e giorno,
spingendosi al combattimento,
battendo i piedi, infuriati,
tennero un consiglio
per programmare la guerra.
La Madre-Abisso,
che aveva formato ogni cosa,
si preparò armi irresistibili:
mise al mondo Dragoni giganti,
dai denti aguzzi,
dalle zanne spietate,
a cui riempì il corpo
di veleno al posto del sangue;
e Leviatani feroci,
ai quali diede spaventoso aspetto,
e che circonfuse di splendore soprannaturale,
equiparandoli così agli dèi:
«Chi li veda,
perda i sensi!
E che una volta lanciati – disse
non indietreggino mai!»
Creò ancora Idre,
Dragoni Formidabili, Mostri Marini,
Leoni colossali,
Molossi rabbiosi, Uomini-scorpioni,
Mostri aggressivi,
Uomini-pesci, Bisonti giganteschi:
tutti brandivano armi spietate
senza tema del combattimento,
i loro poteri delegati, smisurati,
ed essi, irresistibili!
In verità quegli undici
erano proprio tali e quali li fece!»


I mostri generati da Tiamat sono dunque undici. Sono creature estremamente affascinanti, anche perché quattro di loro sono draghi. Desidero esplorare tutto quello che c’è da esplorare su di loro in un’altra sede, ma nel frattempo ve li presento in questa con i loro veri nomi. Bašmu è un drago connotato dal veleno, sempre provvisto di corna, e a seconda delle raffigurazioni anche di zampe e di ali; Ušumgallu è affine; Mušmaḫḫū è un drago provvisto di molte teste, attributo cui sono associati anche i due precedenti, ma che possiamo osservare più frequentemente nei suoi confronti; Mušḫuššu è indubbiamente il più noto, il drago-leone che orna le porte di Ishtar, un compagno di dèi dalla ricca tradizione; Laḫmu è un mostro antropomorfo connotato dal suo carattere peloso; Ugallu, demone della tempesta, è un altro mostro antropomorfo con la testa di leone e i piedi di aquila; Uridimmu è speculare al precedente, un essere teriomorfo con la testa di uomo, il cui corpo non si è certi se sia di canide o di felino; Girtablullû è l’uomo scorpione, la cui razza compare anche nell’epopea di Gilgamesh, ma non va immaginato come The Rock ne “Il ritorno della mummia” (Universal, 2001), poiché è rappresentato con testa umana, corpo di scorpione, due arti di non chiara identificazione, ali, e naturalmente coda armata di pungiglione; Umū dabrūtu, altro demone della tempesta, rappresentato come una sorta di leone-centauro; Kulullû, l’uomo-pesce, torso umano e coda ittiforme, un portatore di saggezza e di esperienza per gli uomini; Kusarikku, l’uomo-toro, con corna e zampe posteriori, uno spirito delle montagne. Nominati al singolare e come unicum, ognuno dei loro nomi designa una categoria, attestata come numerosa in altre fonti, come gli uomini scorpione che nel Gilgamesh sono due o gli uomini pesce raffigurati come ancor più numerosi nelle statuette che rappresentano il motivo dei sette saggi.
La loro iconografia, attenzione, in molti casi è supposta, ovvero essi vengono ricondotte ad alcune delle molto più numerose figure teratomorfe presenti nelle tavolette, nelle epigrafi, nei templi e negli amuleti delle civiltà mesopotamiche antiche. Sono mostri che, a un certo punto della loro storia culturale, sono stati temuti, ma di cui questi reperti mostrano una riqualificazione: qui sono guardiani, simboli degli dèi, forze che vengono evocate e controllate dagli oggetti magici per ottenere un determinato effetto. Come del resto accade sempre nel Gilgamesh, in cui l’eroe si appella a numerosi spiriti per affrontare la lotta contro Humbaba, il mostro che monta la guardia alla foresta dei cedri. E anche Humbaba è diffuso negli amuleti, attraverso simulacri che rappresentano il suo volto deforme e servono a spaventare gli spiriti maligni, in modo simile al gorgoneion greco.

L’Enuma Elish procede con il racconto della preparazione alla grande battaglia tra l’esercito di Marduk e quello di Tiamat. Il campione divino, circondato da attributi e divinizzazioni delle armi e degli elementi della guerra, vince scagliando i venti contro Tiamat, in particolare un “vento cattivo”, Imullu, che le gonfia il ventre e strazia le viscere, costringendola a tenere la bocca aperta in modo che Marduk possa scagliare la sua freccia dentro di lei e lacerarle il corpo in due parti. Gli dèi che la accompagnano vengono circondati e neutralizzati, le loro armi bruciate. Il poema, a questo punto, menziona i nostri undici amici:

«In quanto a quelle undici creature,quelle circondate di spavento,corte diabolica che l’avevano accompagnata, mise loro il guinzaglio e incatenò le braccia:a spregio della loro bellicosità le calpestò.»

Marduk rende inoffensivi i mostri, in modo che non possano più arrecare danno. Ma non ha ancora finito.
La sequenza successiva contiene il racconto del mito demiurgico, in cui Marduk dispone delle parti del corpo di Tiamat per fare il cielo, la terra e le acque, e intanto ordina il tempo, le stelle, le stagioni e le dimore degli dèi.

«Condusse davanti ai suoi padrigli dèi della cricca di Tiamat,non meno che le undici creature create da lei e che egli […]:legò ai suoi piedi,dopo averne spezzato le armi, e ne fece immagini che pose sulle Porte dell’Apsû:«Affinché -disse- questo resti come ricordo per non dimenticare mai in seguito!»

Le porte dell’Apsû, cioè del mondo sotterraneo, sono così affrescate con le immagini dei mostri.
Ed è quello che queste creature saranno per la civiltà babilonese: immagini.
Il racconto del poema, così, ci fornisce un’informazione di carattere, potremmo dire, di storia culturale, ovvero l’origine dell’uso delle rappresentazioni di esseri mostruosi nelle pratiche magiche, istituito da Marduk in persona, colui che ha trasformato le potenze feroci e indomite del Caos in forze, sebbene temibili, controllabili, e ridotte a un mondo ordinato e sottoposto a misura in cui il loro potere è compreso entro degli argini.

Il mostro Anzû e l’eroe divino Ninurta. Illustrazione che riproduce l’incisione del tempio di Ninurta (883-859 a.C.), la stessa che attualmente fa da sfondo all’Anima del Mostro. È spesso riproposta anche per illustrare il combattimento tra Marduk e Tiamat.

Accanto agli undici figli di Tiamat, queste culture possiedono numerosi demoni teriomorfi che possono essere controllati o scacciati da chi pratica la magia, il più famoso dei quali è certamente Pazuzu, con il suo tronco alato sormontato da una testa di cane e terminante in coda di scorpione e piedi di aquila, come poi Humbaba, enorme e villoso e con un serpente al posto del fallo, la demonessa Lamashtu e l’uccello-leone Anzû. Questi, e i molti altri che non nomino, sono spesso imparentati con gli dèi, loro figli, come Pazuzu che è figlio del dio Hanbi, il quale secondo alcuni sarebbe padre anche di Humbaba, o Lamashtu, figlia di Anu; e queste creature, quando non devastano il mondo dei mortali, sono, con gli dèi, in buoni rapporti: Humbaba è stato cresciuto da Utu, il dio del sole, che l’ha posto di guardia alla foresta dei cedri. Il Toro celeste, secondo mostro affrontato da Gilgamesh, dimora in cielo ed è il consenso di Anu che scende sulla terra per devastarla, secondo i comandi della dèa Inanna. Uno stato che ricorda quello che i mostri hanno nella mitologia greca, dove, come vedremo, sono spesso gli dèi a inviare i mostri, e, a volte, a generarli.
Del resto, come si diceva, molti mostri spesso rappresentano gli dèi. Un caso che abbiamo esplorato in passato è quello del mostro marino Sassu Urinnu, un incrocio tra un drago e un pesce luna definito uno, e uno tra molti, degli aspetti di Ea, o Enki (Thompson 1904). L’aspetto teratomorfo del dio può essere un modo per rappresentarlo in termini descrivibili e raffigurabili, ma anche per denotare la sua natura e per provare a comprenderlo. Il mostro, come abbiamo detto molte volte, è un modo per parlare di Dio.
Il caso di Anzû ci aiuterà a capire meglio queste dinamiche: secondo la teoria di Thorkild Jacobsen (1989), le sembianze chimeriche di questo mostro sono dovute a una stratificazione di immagini con un significato, volte in origine a rappresentare un dio associato alle tempeste, Abu. Per raffigurare questo dio, sarebbe stata scelta l’immagine di una grande nuvola temporalesca a forma di aquila, e, in una seconda fase, la testa di leone sarebbe stata aggiunta per rimandare alla natura del tuono, descritto come un forte ruggito -e si ricordi che ben tre dei figli di Tiamat sono demoni della tempesta con attributi leonini. Si dibatte ancora, in merito alle raffigurazioni di Anzû affiancato da un personaggio antropomorfo, su se quest’ultimo vada letto come un adoratore umano del dio, o come l’aspetto divino di quest’ultimo, rispetto al quale il mostro alato sarebbe invece una forma simbolica, o un’incarnazione, ma quel che è certo è che la creatura lo rappresenta, e come lei, molti altri mostri sono dèi.
Su questo complesso di storie possiamo osservare che i mostri nascono in contrapposizione a qualcosa, sono forze oscure e aggressive la cui stessa fisiologia è volta alla violenza, e non sarebbero stati concepiti, o perlomeno non lo sarebbero stati nei termini bellicosi in cui lo sono stati, se non fosse stato per un atto di violenza precedente. Sono gli dèi i figli naturali, per usare una terminologia vicina a noi, dei creatori dell’universo. Eppure, traboccano elementi che rimandano a un altro quadro, spie di miti precedenti alla razionalizzazione: gli dèi primordiali Apsû e Tiamat sono essi stessi entità caotiche e smisurate, di cui la seconda è concepita con termini teriomorfi (nel poema è menzionata una coda, e il suo nome è imparentato con termini che in altre lingue designano draghi) e non c’è ragione per non immaginare altrettanto del primo; inoltre, anche ad altezze storiche successive, i mostri vengono impiegati per descrivere gli dèi, e anche le creature che non lo sono possono avere una valenza positiva nella magia e nella letteratura epica.
Nel mondo mesopotamico, il mostro è un tassello culturale importante che agisce su più livelli, e con i giusti presupposti è possibile integrarlo in un ordine armonico, senza che questo significhi per il mostro la perdita della sua essenza, che sarà sempre caotica.


Mostri dalla Bibbia

Spostiamoci verso occidente con la storia sulle origini del mondo più conosciuta nel mondo odierno, quella del Genesi.
Nella Bibbia, non serve girarci attorno, tutto quello che esiste è una creazione di Dio. Dunque, se ci sono dei mostri, a crearli è stato Dio.
Fortunatamente, non se li è risparmiati, e troviamo così, nel Vecchio Testamento, alcune delle creature di più duratura influenza sulla cultura occidentale e orientale.
Il primo passo che suscita il nostro interesse si trova proprio nel racconto della Creazione.

«Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». E fu sera e fu mattina: quinto giorno.» (Genesi 1:20-23)

William Blake, Leviathan e Behemoth in una
delle illustrazioni del Libro di Giobbe, 1825.

“Mostri marini” è traduzione di tannin, תנין, che designa una natura rumorosa, un verso penetrante e agghiacciante, e ricorre nella Bibbia a proposito di numerosi animali del deserto. Ma nella maggior parte dei casi questo verso è il sibilo, un suono naturale da cui la memoria atavica dell’uomo spinge a tenersi alla larga, e tannin, nell’ebraico antico, significa “drago”. Oltre a designare il concetto di mostro marino in senso più generico.
Troverete queste e molte altre notizie interessanti in “Dal Leviatano al Drago” di Anna Angelini (il Mulino 2018). Oggi possiamo leggere quella frase e pensare ai grandi animali marini di cui conosciamo l’esistenza, come le balene e le orche, o anche i delfini; con la loro consapevolezza del mondo, gli antichi annoveravano, nell’ambito della fauna marina, anche draghi, serpenti giganti ed esseri mostruosi che con la loro singola forma significavano la violenza e la pericolosità del mare, immagine di quel concetto di Caos con cui avevano familiarità anche gli antichi Ebrei, che lo chiamavano tehom.
Il più universalmente famoso di questi esseri è colui che essi chiamavano Leviathan.

Ma quello che ci dice il Genesi attiene solo a uno tra i molti strati che il pensiero ebraico elabora nel corso dei secoli. Ben diversa risulta la visione della natura descritta nel Libro di Giobbe, che atterrisce e riduce a nullità la potestà dell’uomo in modo ben diverso dalla condizione di servizio presentata nel primo testo della Torah.
L’immagine di Dio trasmessa da questo libro è più simile a quella di un potente che ha sì ordinato il caos, ma che deve costantemente tenerlo a bada, e in ogni caso il suo è un mondo selvaggio e indomato, con una terribile bellezza che riduce sempre l’uomo a una posizione di piccolezza.

«Puoi tu tirar fuori il Leviathan con l’amo o tener ferma la sua lingua con una corda?» (Giobbe 41:15)

Accanto al Leviathan si trova il Behemoth.

«Guarda behemoth che ho fatto al pari di te; esso mangia l’erba come il bue.»(Giobbe 40:15)

Elementi di logica mostruosa egizia

Il corpus letterario e archeologico dell’Antico Egitto ci ha lasciati in possesso di menzioni di centinaia di nomi e di descrizioni di creature ed entità mostruose, quasi tutte poco conosciute, ma non di informazioni precise sulla loro origine. Quando ci approcciamo alla religione egizia, d’altra parte, occorre che teniamo presente alcuni accorgimenti: non esiste una tradizione, ancor meno di quanto si possa dire per le altre mitologie, ma molte tradizioni contemporanee, sviluppate in numerose regioni diverse dell’Egitto, ruotanti intorno alle città più forti. Se altri corpora mitologici sono soggetti a una varietà di forme e di manifestazioni in senso diacronico, quello egizio è plurimo anche in senso sincronico.

Sarà interessante, solo come accenno, indagare il concetto dell’Ogdoade (hemeneyu nella scrittura ieratica, la forma grafica dell’uso comune sviluppatasi accanto a quella epigrafica dei geroglifici), sviluppato intorno all’area di Ermopoli nel III millennio a.C., ma comune anche ad altre aree. L’Ogdoade, che è calco della traduzione greca ὀγδοάς dello ieratico, è un gruppo di otto dèi, questo il significato del termine, distinti in quattro coppie costituite da un dio e una dea, emersi dal Caos per primi e responsabili di tutta la creazione. Gli dèi dell’Ogdoade sono rappresentati con la testa di rana, mentre le dee  con la testa di serpente, ma non è certo per il teriocefalismo, tratto comunissimo presso gli dèi egizi e di valenza, per quel che sappiamo, più rappresentativa e simbolica che altro, che menziono l’Ogdoade. Questi dèi rappresentano aspetti primordiali del cosmo, come l’acqua generatrice e l’oscurità, e anche dopo aver generato i numi successivi restano nel Caos a mantenere una continuità tra l’Eone teogonico e il tempo dei mortali.

Apopi.

Il mostro più noto della mitologia egizia è indubbiamente Apopi, o Apep, il serpente oscuro che dimora nel Duat, cioè gli inferi, e vanta tra i suoi titoli quello di “signore del Caos”.
Conoscerete la storia: ogni notte Ra, il dio-sole, naviga sulla sua barca attraverso le regioni oscure del cosmo e ingaggia un feroce combattimento contro Apopi, coadiuvato da un gran numero di dèi, forze magiche e contributi spirituali da parte dei sacerdoti della terra, fino a vincere la battaglia e tornare in cielo il giorno dopo, mentre il corpo dilaniato di Apopi si rigenera in attesa dello scontro successivo, che avverrà al nuovo calare del sole. Se i testi egizi chiariscono i rapporti genealogici tra la maggior parte delle divinità -quando non li complicano proponendo versioni contrastanti-, poco ci dicono su Apopi. Tre sole storie ipotizzano la sua origine. Secondo la prima, egli è figlio di Neith, o Nit, anch’ella dea che incarna la potenza generativa dell’oceano primordiale, insieme a numerosi aspetti in qualche modo riconducibili a una natura “caotica”, dalla maternità alla guerra. Neith è la madre di Ra, e in quanto dea acquatica è stata anche associata al dio coccodrillo Sobek, signore delle acque e incarnazione della natura a un tempo fertile e devastante del Nilo. Il modo in cui potrebbe aver generato Apopi ce lo suggerisce l’altra storia, che potrebbe anzi essere un completamento della prima: Apopi sarebbe nato dal cordone ombelicale che univa Neith e Ra, ed essere dunque venuto all’esistenza insieme a lui, che viene quasi da associare all’immagine del cordone ombelicale avvolto intorno al neonato con il rischio di strozzarlo, e perché no, al motivo arcaico del serpente avvolto intorno all’uovo primordiale, o al fanciullo divino che nasce, come nel mito di Phanes.
Vi è infine una terza versione, secondo la quale Apopi nacque dallo sputo di Neith nelle acque di Nun, uno degli dèi dell’Ogdoade, per l’appunto colui che, insieme alla controparte femminile Nunet, incarna l’acqua primordiale.
In qualunque caso, Apopi, che non figura tra le entità delle prime generazioni di dèi, nasce dall’acqua che rappresenta il Caos, da dèi che incarnano questi elementi, e non si allontana troppo dal motivo mesopotamico.

Come dicevo, i mostri della mitologia egizia sono numerosissimi. Possiamo ricondurli a due categorie principali, quella dei mostri degli inferi, in cui rientra anche Apopi -con qualche valenza in più, dato che non si limita a dimorare nel Duat, ma minaccia con la sua sola esistenza la Maat, l’ordine del cosmo-, e quella delle creature che simboleggiano gli dèi.
Di nessuno di questi, però, conosciamo le origini.
Il mostro infero più famoso dopo Apopi è Ammit, o Ammut, la divoratrice di cuori dalla testa di coccodrillo che presenzia al rito della pesatura e si scaglia contro le anime dei reprobi, ma essa non è sola: i testi le affiancano Am-eh, una feroce creatura simile a un uomo con la testa di cane da caccia che dimora in un lago di fuoco, e Babi, personificazione della violenza dei babbuini. Entrambi si nutrono dei morti e proiettano in una dimensione escatologica aspetti reali di animali la cui ferocia era letta come propria dell’altro mondo, un mondo, quello infero, dove il caos continuava a prosperare, anche al di là delle complesse strutture organizzate dagli dèi.
Tolte queste tre creature provviste di nome, i Libri dei Morti, quei testi magico-religiosi contenenti i precetti con cui orientare le pratiche ultraterrene, descrivono uno straordinario numero di creature ibride e grottesche poste a guardia dei cancelli e delle caverne degli inferi.

Τερατογονία – La generazione dei mostri greci

Eccoci dunque all’anima della nostra storia, nel complesso di storie in cui risiedono le basi della stessa percezione mitologica dell’Occidente moderno. Per me, su un piano personale, è quasi una restaurazione di qualcosa: dopo essere cresciuto imbevuto di questa mitologia, e averla imparata su testi divulgativi, con la maturità ho iniziato a guardare altrove e a rapportarmi al concetto di fonte e di autore. Il corpus mitico greco l’ho appreso come una materia organica, disseminata di voci discordanti qua e là. Nel cammino che seguiremo adesso, invece, procederemo attraverso mitografi precisi. Inoltre, se nell’errare attraverso le storie di altre parti del mondo esisteva una radice di insofferenza all’assolutezza con cui certa cultura eleva quella greca, in un certo senso, a unica mitologia degna di considerazione alta, che si rifletteva in un’insofferenza indiretta verso la stessa, è soprattutto grazie alle storie di mostri che ho ripreso possesso dell’adorazione per questa tradizione, e di tutte quelle parti della mia identità che ho vincolato ad essa e le sono legate per l’eternità.

Detto ciò, gettiamoci nella mischia.
La fonte mitografica più antica è la Teogonia di Esiodo, il grande poema composto intorno al 700 a.C. La sua è una tra numerose versioni differenti della stessa storia, ma è la più seguita e ad essa ci atterremo.
L’elemento primevo, anche qui, è il Caos, concepibile in qualche modo come una divinità, o un qualcosa di meno definibile e di più ancestrale connotazione. Dal Caos deriva Gea, la Terra, che sarà la madre della creazione e avrà un ruolo non del tutto dissimile da quello di Tiamat, benché quest’ultima fosse l’oceano. È significativo che a Gea seguano Tartaro ed Eros, l’uno il luogo più oscuro, il baratro senza fondo della malvagità, e l’altro il dio più bello, il fondamento della vita stessa; dopo ancora verranno Erebo, l’oscurità, e Nyx, la notte.
La prima generazione di esseri mostruosi è quella dei figli di Gea, che prima generò Urano, il cielo, e poi si unì a lui in un amplesso, cielo e terra che si tendevano l’uno verso l’altro suscitando l’innalzamento delle montagne e la formazione del mare: da quell’amplesso nacquero le prime tre razze di esseri divini. I primi sono i dodici Titani, e rappresenteranno le forze primordiali nella loro contesa con i loro discendenti, gli dèi olimpici; ma alcuni di essi saranno parte del culto religioso, sposi e spose degli dèi, e per quello che ci risulta hanno tutti sembianze antropomorfe.
(Il testo della Teogonia proviene dalla traduzione di Ettore Romagnoli del 1929, reperibile su Wikisource.)

«Ed i Ciclopi poi generava dal cuore superbo, Stèrope, Bronte, ed Arge dal cuore fierissimo: il tuono diedero questi a Giove, foggiarono il folgore. In tutto erano simili essi agli altri Celesti Immortali, ma solamente un occhio avevano in mezzo alla fronte: ebbero quindi il nome: Ciclòpi; perché solo un occhio si apriva a lor, di forma rotonda, nel mezzo alla fronte. Aveano forze immani, nell’opere grande scaltrezza.» (vv. 136-143)

La terza stirpe, la più mostruosa, la più terrificante, così tanto da comparire molto più raramente dei Ciclopi nei racconti mitologici, è quella degli Ecantochiri, o Centimani.

«Ed altri nacquero anche figliuoli alla Terra e ad Urano,Cotto, Gía, Briarèo, figliuoli di somma arroganza.Ad essi cento mani spuntavan dagli òmeri fuori,indomabili, immani, cinquanta crescevano testefuor dalle spalle a ciascuno, sovresse le membra massicce;e senza fine gagliarda la forza su l’orrido aspetto.» (vv. 144-149)

Ecantochiro.

I Titani, i Ciclopi e gli Ecantochiri sono, insieme alle montagne e al mare, i figli primogeniti, i neonati della Terra e del Cielo, ed è in essi che il potere generativo degli albori del mondo si trova più denso, come nel fuoco delle stelle si ravvisa una scintilla dell’energia che ha dato inizio al nostro universo.
Eppure, per il loro solo aspetto, queste creature conobbero presto la sorte che avrebbe accompagnato la maggior parte dei mostri nel corso della loro storia, al cui ricordo tutta la rete neurale lungo la quale viaggiavamo tremola ed è scossa dalla sofferenza e dal rancore: la prigionia.
Urano ebbe paura dei suoi figli, come ogni padre della sua discendenza avrebbe avuto dopo di lui, e decise di imprigionarli nei profondi baratri dell’esistenza, nel Tartaro.

«E quanti erano nati terribili figli d’Urano
e della Terra, tanti fatti erano segno, nascendo,
del padre loro all’odio: ché, come nascevano, tutti
li nascondeva giú nei bàratri bui della Terra,

non li lasciava a luce venire.» (vv. 150-154)

The Fallen Angels Entering Pandemonium, dal ‘Paradise Lost’, 1841, di John Martin. Purchased 1943 http://www.tate.org.uk/art/work/N05435

Esiodo non ne fa menzione, ma nel racconto mitico di un’altra delle fonti più importanti della mitologia greca, la Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (II secolo d.C.) si nomina anche un guardiano del Tartaro, posto a sorvegliare i Ciclopi e gli Ecantochiri. Una creatura mezza donna e mezza serpente di nome Campe.
Nella Biblioteca, in effetti, non figura nessuna descrizione del mostro, e non si dice altro che la sua funzione. È Nonno di Panopoli a descrivere Campe con ricchezza di attributi nelle sue Dionysiaca (V secolo d.C.), dove ne dà un’impressione raccapricciante: gigantesca, velenosa, cinquanta colli serpentini si agitano nelle parte inferiore del suo corpo, e culminano nelle bocche rabbiose di altrettanti diversi tipi di belva; non una coda, ma un groviglio di spire la sua, e nel punto mediano, dove si incontrano la donna e il drago, un ribollire caotico di materia che prende forme sempre cangianti di bestie ulteriori. Non sappiamo l’origine di questa creatura, ma è possibile identificarla con un’altra, che incontreremo tra poco.
Gea non poteva tollerare che i suoi figli rimanessero imprigionati inutilmente, né che Urano continuasse a unirsi a lei per generare prole che avrebbe poi distrutto: prima che potesse bandire anche i Titani, Gea armò con una falce di ferro il figlio Crono, il più animoso e il più arguto dei dodici, perché colpisse il padre e ne prendesse il posto, e Crono, condividendone il pensiero, accettò e colpì Urano ai genitali, evirandolo.
Urano non avrebbe mai più avuto figli. Ma la potenza del suo seme e del suo sangue era tale che le copiose quantità che ne ricaddero sulla Terra diedero origine a numerosi esseri.

«Né fu che senza effetto gli uscissero quelle di mano;
però che quante lí ne sprizzarono stille di sangue,
le accolse tutte quante la Terra; e col volger degli anni.
l’Erinni generò tremende, e gl’immani Giganti,
lucidi in armi, strette nel pugno le lunghe zagaglie,
e quelle Ninfe che Mèlie son dette sovressa la terra.» (vv. 182-187)

È a questo punto che Esiodo interrompe la narrazione della vicenda generazionale di Titani e Dei per narrare delle stirpi e delle entità che nacquero in quelle ore primordiali, o nelle ere che seguirono, dalle forze primigene e dai loro discendenti.
Le Erinni, le dee che personificano la vendetta, sono senza numero negli autori antichi e saranno tre a partire da Virgilio; mentre Esiodo le inserisce nella progenie di Urano e Gea, accanto ai Giganti, altri autori le collocano tra le figlie della Notte, le ore buie che conducono al rimpianto.
I Giganti, dal canto loro, saranno sempre considerati prima di tutto i figli della terra, e dalla terra trarranno la loro forza, come apprenderà Eracle che potrà vincere Anteo solo dopo essere riuscito a sollevarlo, privandolo del suo legame con la madre.
E sia le Erinni che i Giganti verranno rappresentati come mostri in parte umani e in parte rettili, con serpenti nei capelli le prime e al posto delle gambe i secondi. I serpenti, nella mitologia greca, sono prima di tutto un simbolo ctonio, e in alcuni luoghi e anche acquatico. La natura degli esseri nati dalla terra è oscura, e nel più dei casi spiccatamente pericolosa. Le Melie sono ninfe degli alberi, in particolare del frassino, e non posseggono la natura violenta o crudele dei loro fratelli.
Eppure, dalla stessa fonte che diede vita alle creature immani e terrificanti della prima età che fu, nacque anche il principio stesso dell’armonia e della bellezza, poiché la parte del sangue e del seme di Urano che cadde nel mare divenne la dea Afrodite.
Perché forse, dopotutto, c’è un legame invisibile ma saldo tra l’orrore e la bellezza, tanto più concreto quanto più essi sono intensi.

Segue la menzione dei figli della Notte, dèi tenebrosi e potenze infere come il Fato, la Morte, il Sonno, le tre Moire Atropo, Cloto e Lachesi, Nemesi, la vendetta, e gli altri elementi più odiati della vita degli uomini, dall’inganno alla contesa.
Ponto, cioè il mare, è progenitore di molti dèi, ma anche di una grande stirpe di mostri, poiché insieme a Gea dà vita a Forco, a Ceto, a Taumante e a Euribìa, ciascuno dei quali è un aspetto del mare e del rapporto tra questo e l’uomo. Mentre Euribìa è la forza del mare, sulla quale al navigante occorre saper esercitare un controllo, e Taumante è la meraviglia che esso suscita, spesso parente del terrore per ciò che contiene e della paura della morte, Forco rappresenta quel pericolo misterioso che attende vicino al fondale, e Ceto, benché Esiodo ne parli in termini di bellezza, possiede il nome che in greco designa i mostri marini. Forco e Ceto sono coloro che generano la vasta stirpe di cui Esiodo parla così:

«E Ceto partorí le Graie bellissime a Forci,
che dalla nascita sono canute, e le chiamano Graie
gli uomini che sulla terra si muovono, e i Numi del cielo:
Penfredo dal bel peplo, con Enio dal peplo di croco;
e le Gorgóni che stanno di là dal famoso Oceàno,
verso la Notte, agli estremi confini, ove, garrule voci,
sono I’Espèridi: Stenno, Euríale e Medusa funesta.
Era mortale questa, immuni da morte o vecchiezza
le prime due: con quella, sui fiori d’un morbido prato
a Primavera, il Nume s’uní dalla chioma azzurrina.
E quando a lei Persèo dal collo recise la testa,
il grande ne balzò Crisàore, e Pègaso. A quello
ben si convenne il nome, quand’egli d’intorno alle fonti
giunse d’Ocèano, e d’oro stringeva nel pugno una spada.
Quindi volò, lasciando la terra nutrice di greggi,
fra gl’Immortali giunse, di Giove nei tetti or dimora,
e il tuono a Giove, mente sagace, ed il fulmine reca.» (vv. 270-286)

Le Graie, “bellissime” in Esiodo, sono tra le figure più sinistre che questi miti ci abbiano consegnato: grigie, come dice il loro nome, prive di denti e di occhi, ne possiedono uno solo per tipo e se lo scambiano a seconda delle necessità.
E fanno pur sempre meno paura di quelle che vengono dopo: le Gorgoni.
Seppur presenti attivamente in un solo mito, l’impresa di Perseo che uccise Medusa, le Gorgoni sono forse le creature più emblematiche del concetto di mostruosità nell’iconografia greca. Il già menzionato gorgoneion era un volto raffigurato su pendenti, amuleti, maschere e numerosi altri oggetti, sempre con finalità apotropaiche. Tutte le sue caratteristiche erano demoniache, dalle zanne di cinghiale sporgenti dal grottesco ghigno, alla lunga lingua beffarda, fino alla chioma di serpenti.
Dal collo reciso di Medusa, come è noto, nacque Pegaso, lo splendido cavallo alato, fusione di due nature diverse e mostro come tutti gli altri, ma anche mezzo eccellente per affrontare altri mostri, dato che permetterà a Bellerofonte di uccidere la Chimera.
E nacque anche Crisaore, il cui nome significa spada d’oro, che invece era un gigante.
Esiodo procede nominando i figli di quest’ultimo.

«Crisàore s’uní con Callíroe, d’Ocèano figlia,
e Gerïóne nacque da loro ch’à triplice capo.
Ercole tolse a questo la vita, il gagliardo campione,
nell’Eritèa circonfusa dall’acque, vicino ai giovenchi
dal lento pie’ quand’egli, d’Ocèano traverso al cammino,
spingeva i buoi dall’ampia cervice a Tirinto la sacra.
Ed Orto uccise, ed Euritióne, dei bovi custode,
nella nebbiosa stalla, di là dal famoso Oceàno.
E un altro orrido mostro generò Calliroe, per nulla
simile agli uomini, o ai Numi d’Olimpo che vivono eterni,
in una cava spelonca la diva scaltrissima Echidna,
che Diva è per metà, bella guancia con occhi fulgenti,
e per metà serpente terribile, orribile, immane,
versicolore, vivace, nei bàratri immensi di Gèa.
Una spelonca ha qui, sottessa una concava roccia,
lungi dai Numi immortali, dagli uomini nati a morire:
l’inclita casa a lei qui prescrissero i Numi immortali.
Ma ella riparò sotterra, fra gli Arimi, Echidna,
la luttuosa, Ninfa che mai non invecchia né muore.» (vv. 287-305)

Fa qui la sua comparsa Eracle, la cui ubiquità nei miti dove ci sono mostri da combattere lo qualifica come una faccia della mostruosità egli stesso. Ignorando, per il momento, il riferimento al cane Orto, che stiamo per incontrare, sono due i mostri generati da Crisaore con Calliroe, una ninfa figlia di Oceano e di Teti, ed entrambi alterano la figura umana. Gerione, il padrone delle famose mandrie, è un gigante con il corpo triplice, con tre busti completi di braccia e teste, completamente indipendenti, poggiati su un unico paio di gambe, come tre immensi gemelli siamesi, mentre Echidna, che aderisce a una delle più universali strutture, quelle della donna-serpente, è umana fino alla vita e ofide sotto di essa.
Echidna è, insieme a Tiamat, la principale madre di mostri di tutte le mitologie.

I Figli di Echidna e Tifone

La progenie di Echidna, artwork di Dave Wolf.

«D’amor con lei si strinse, fanciulla dai fulgidi sguardi
l’ingiurïoso Tifone, che spezza ogni legge, tremendo.
Ed essa incinse, e a luce die’ figli dall’animo invitto
per Gerïone prima die’ a luce Orto, il cane: secondo
un mostro partorí terribile piú d’ogni dire,
Cèrbero, il cane dell’Orco, che voce ha di bronzo, gagliardo,
senza pietà, che di vivi si nutre, che capi ha cinquanta:
l’Idra di Lerna terza die’ a luce, d’aspetto funesto,
cui nutricò Giunone, la Diva dal candido braccio,
che, d’ira insazïata contro Ercole valido ardeva.
Ma lei trafsse il figlio di Giove col ferro spietato,
d’Anfitrióne il figlio, col suo prediletto Iolào,
Ercole per volere d’Atena, la Diva predace.
Idra, poi partorí Chimera, che fuoco spirava,
che immane era, tremenda, veloce nei piedi, gagliarda.
Essa tre teste aveva: la prima di fiero leone,
l’altra di capra, la terza di serpe, d’orribile drago.
Bellerofonte prode con Pègaso morte le diede.
Essa con Orto s’uni, die’ a luce la Sfinge funesta
che sterminava le genti di Cadmo, e il leone di Neme,
cui nutricò Giunone, di Giove la celebre sposa,
e lo mandò nei campi Nemèi, gran cordoglio ai mortali.
Quivi abitava, e a rovina mandava le molte famiglie,
che aveva Treto in suo dominio, e Apesanto e Nemèa.
Ma Ercole gagliardo poté con la Forza domarlo.

Ed in amore Ceto con Fòrcide unita, un serpente
orrido generò, che nei bàratri bui della terra
sta, con le spire immani, degli aurei pomi custode.
Questo serpente, dunque, da Ceto e da Fòrcide nacque.» (vv.306-334)

La Culla del Caos

La cosiddetta “narrazione silenziosa” di Dark Souls, la sua antonomastica lore segreta, costituisce, come molti hanno notato (si vedano ad esempio i video del canale YouTube “SolePorpoise”, oltre naturalmente alle classiche interpretazioni di Vaatividya e Sabaku no Maiku), una condensazione di archetipi mitologici, inseriti in un contesto narrativo ed estetico che, ai miei occhi, ne esalta il valore motivico e ce li consegna in una forma in linea con la millenaria storia di questi archetipi e, al tempo stesso, con la nostra cultura.

L’era degli antichi mostrata nel video prologo di Dark Souls (From Software, 2011).
Si notino i grandi alberi di pietra e il drago con le sue quattro ali in basso a destra.

Una peculiarità che crea una lettura originale è il fatto che, nel mondo di Dark Souls, esistono esseri mostruosi prima del momento della creazione vera e propria, cioè l’accensione della Prima Fiamma.

«Nell’era degli antichi…il mondo era amorfo e avvolto dalla nebbia. Un regno di rupi grigie, alberi giganti e draghi eterni. Poi venne il Fuoco…e con il Fuoco venne la Diversità.» (Prologo di Dark Souls)

I draghi, le creature caotiche per antonomasia, non solo esistono indipendentemente dal Caos -che è un concetto che in questo mondo nasce in un secondo momento e che vedremo più tardi- ma anche prima della nascita della diversità e della vita stessa, dunque si trovano in uno stato di esistenza che non è quello della vita animale, più simili a pietra semovente (della quale sono fatti, come lo sono gli alberi giganti), e come se non bastasse sono tutti identici tra loro, sempre perché la diversità non esiste. Accanto a loro esistono i cosiddetti “Serpenti primordiali”, assolutamente imparentati con il mitema di Apopi e di Leviathan, ma presentati come una forma inferiore e non sviluppata dei draghi, e i giganti, da cui discendono coloro che coglieranno le anime nate dalla Fiamma per diventare dèi, e da cui deriverà anche l’umanità.
In quest’ottica possiamo addirittura osservare che, paradossalmente, i draghi, i serpenti primordiali e i giganti non sono mostri, giacché, per un tempo non specificato, sono gli unici abitanti del mondo e ne rappresentano una sostanziale normalità.

La Prima Fiamma nel video prologo di Dark Souls.

Il concetto di diversità, si diceva, nasce con la Fiamma, ed è alla diversità che è connessa anche la mostruosità. Non può essere se non dopo la Fiamma la nascita di draghi unici e diversi da quelli antichi, come Seath il Senzascaglie, albino e dalla conformazione del corpo singolare, o Kalameet, con un occhio solo e due ali invece che quattro come gli altri. Del pari, è dopo l’avvento della Fiamma che possiamo collocare lo sviluppo delle numerose specie animali che popolano il mondo di Dark Souls, incluse creature che chiameremmo mostruose, come la chimera “Guardiano del Santuario” o le viverne, rettili che si sono evoluti in modo simile ai draghi.

Il racconto teratogonico di Dark Souls, elevabile anzi a mito teratogonico moderno, quello che pone in un rapporto quasi antinomico la creazione degli esseri “non caotici” e quella degli esseri “caotici”, è la storia della Strega di Izalith e della Fiamma del Caos.
La Strega di Izalith era una dei quattro Lord, coloro che trovarono le Anime dei Lord e divennero gli dèi del loro mondo. Dopo aver vinto la guerra contro i draghi per il dominio sulla superficie -giacché i giganti dimoravano nelle profondità della terra, e fu lì che trovarono la Fiamma- Gwyn, il re supremo, diede inizio all’Era del Fuoco, un tempo di pace e prosperità che durò finché la Fiamma continuò ad ardere. Il rapporto tra la Fiamma, Gwyn, e la possibilità di ravvivarla è al centro della storia di Dark Souls.
Dal canto suo, la Strega di Izalith tentò di ricorrere a un’altra soluzione per prolungare l’Era del Fuoco: creare una nuova fiamma.
Le descrizioni degli oggetti ci narrano a cosa questo portò.

«Art of the Flame of Chaos, which engulfed the Witch of Izalith and her daughters. Erects localized chaos fire pillars.The Witch of Izalith, in an ambitious attempt to copy the First Flame, created instead the Flame of Chaos, a twisted bed of life.»
(Descrizione della Chaos Storm)

I miti contengono numerosi esempi in cui creare in modo indebito produce una creazione imperfetta, come quello di Era che genera un figlio da sola, dando così vita al dio Efesto (in Esiodo), deforme e orrendo, oppure allo stesso Tifone (Inno omerico ad Apollo), il mostro dei mostri.
Ma il racconto della Strega di Izalith potrebbe anche darci spunti di riflessione sul tema della bioetica e della creazione della vita artificiale.
Quella generata dalla Strega fu la Fiamma del Caos, una magia estremamente potente, ma che non produsse il risultato sperato.

«Catalyst of the Witch of Izalith of long ago, when her daughters were still flame witches, before they were engulfed by the Chaos Flame. Before the birth of pyromancy, their wands were mediums for sorcery, but knowledge of this flame sorcery has long since vanished.»
(Descrizione dell’Izalith Catalyst)

Essa si tramutò nella Culla del Caos, il luogo esecrabile dal quale furono generati tutti i demoni.

La Culla del Caos, fotogramma da Dark Souls.

«Soul of the Bed of Chaos and the mother of all demons. This Lord Soul was found at the dawn of the Age of Fire. The Witch of Izalith attempted to duplicate the First Flame from a soul, but instead created a distorted being of chaos and fire. Its power formed a bed of life which would become the source of all demons, and is more than enough to satiate the Lordvessel.»
(Descrizione dell’Anima del Lord della Culla del Caos)

Sono i demoni, secondo la nostra lettura, la razza mostruosa di Dark Souls, l’equivalente delle schiere dei mostri nelle altre mitologie. Non sono nati né insieme alla “prima generazione” delle creature del mondo di Lordran, né insieme alla Fiamma, ma da un tentativo fallito e forse arrogante, benché dettato dalla necessità, di creare artificialmente la fonte stessa della vita. Il loro aspetto grottesco riflette bene il loro stato, i demoni di Dark Souls hanno gli attributi cui la nostra cultura visiva è abituata, dalle corna alla coda e alle piccole ali, ma i loro corpi sono gonfi e sproporzionati, la loro postura storta e i loro errare per il mondo insensato. Vi sono poi creature associate ai demoni ma diverse, come il Demone-Toro e il Demone-Capra, che in realtà costituiscono due categorie rappresentate da numerosi esemplari, che hanno forma diversa e potrebbero possedere origini diverse. Il Demone-Capra, in particolare, possiede statura umana ed è un combattente agile ed elegante.

Inoltre, il fuoco del Caos consumò in una violenta vampata tutti gli esseri viventi con cui entrò in contatto, le figlie e il figlio della Strega di Izalith, trasformandoli in creature a metà tra l’umano e il demoniaco, esseri che dalla vita in su mantenevano le fattezze precedente e che al posto delle gambe avevano parti che riflettevano la natura del Caos, proprio come i numerosi giganti e le numerose creature femminili che nella mitologia greca posseggono busto umano terminante in code e grovigli serpentini. In Dark Souls, le figlie del Caos contagiate dalla fiamma maledetta sono divenute imponenti ragni dal corpo grottesco e attraversato dal fuoco, come è accaduto a Queelag e alla sua infelice sorella. 

Queelag, la Strega del Caos, fotogramma da Dark Souls.

La Congiunzione delle Sfere

La Congiunzione delle Sfere, con i due mondi intersecati e un licantropo a mostrare il risultato del loro contatto, in un fotogramma proveniente dal video introduttivo di “The Witcher 3” (CD Projekt Red, 2015).

È estremamente affascinante il modo in cui i mostri hanno fatto la loro comparsa nel mondo di The Witcher.
Per molto tempo, fino a circa 1500 anni prima della storia narrata nel ciclo di romanzi di Andrzej Sapkowski, del suo proseguimento ideale nei videogiochi di CD Projekt Red e dei suoi adattamenti fumettistici e televisivi, gli inquietanti esseri che ne riempiono i bestiari e la stessa magia, elemento chiave della vicenda, non erano mai esistiti. O almeno, non nel Continente. Esso era abitato dai suoi abitanti più remoti, quali i nani, gli gnomi e gli elfi, e solo da poco razze come gli umani si erano affacciate alla storia.
Fino a quando, per circostanze incomprensibili, uno spaventoso cataclisma investì il tessuto spazio-temporale del mondo, un contatto con un’altra dimensione, fatta di energia arcana, di caos, nel modo in cui quella del Continente era fatta di materia. Quel cataclisma è ricordato come “la Congiunzione delle Sfere”. È così che le creature mostruose hanno viaggiato da quella realtà a quella del mondo dei mortali. È anzi possibile che alcune derivino da mutazioni operate dalla magia sulla natura, e che creature ibride, con parti che rimandano inequivocabilmente alla natura di animali comuni nel mondo materiale, non siano giunte già fatte dall’altro mondo, ma siano il prodotto del contatto tra le due sfere. In quanto organismi alieni agli ecosistemi del nuovo mondo, i mostri sono specie distruttive, che non possiedono una nicchia ecologica e mettono in pericolo qualunque sistema; essi hanno provocato una lunga età oscura, un tempo di morte e incertezza, fino a quando gli uomini hanno trovato il modo di rispondere al fuoco creando a loro volta degli esseri mutanti, gli strighi, potenziati allo scopo preciso di uccidere i mostri e permettere la fioritura della civiltà.
In questa storia, i mostri possono considerarsi extraterrestri, ma sarebbe più corretto parlare di una realtà altra, complementare a quella materiale, di cui essi manifestano le sembianze. Anche qui, come altrove, i mostri sono non un altro mondo, ma “l’altra parte” del nostro.

Conclusione: l’Alba dopo la Notte dei Tempi


Le storie teratogoniche sono infinite, e mentre l’umanità continua a prosperare, a volte in senso buono e altre in senso meno buono, tutte le sue vicende si ripercuotono nei recessi della realtà in cui dimorano i mostri, creandone di nuovi, articolando e reiterando le forme strutturali del mito in storie nuove che parlino al presente delle sue paure e delle sue speranze, ed è da questo che si originano mondi e sistemi in cui si manifestano non già singoli mostri, ma intere classi e funzioni mostruose tutte dotate di senso.I miti che abbiamo osservato si possono ricondurre ad alcune categorie. I mostri sono una vera e propria categoria a sé stante nella mitologia mesopotamica e in quella greca, e si originano in un preciso momento della gestazione dell’universo. Sono un passaggio organico, in alcune narrazioni, e nella nascita dei Ciclopi o dei mostri marini della Bibbia non vi è nulla di estraneo al processo generativo di cui fanno parte, o al piano cosciente che lo guida, nel caso del racconto veterotestamentario; altre volte, invece, sono una deviazione di percorso, una reazione a una mancanza o a una stortura, e vengono generati per risolverla o come semplice conseguenza: Tiamat mette al mondo i suoi undici “secondogeniti” per fare guerra ai discendenti di quei “primogeniti” che avevano commesso torto contro di lei, come Gea evoca Tifone per vendicare la disfatta dei Titani. Entrambi i miti sono, non solo ma anche, reazioni di un ordine vecchio e conservativo a un ordine nuovo che lo ha debellato, sacche di resistenza al mutamento che alimenta la storia.I demoni di Dark Souls derivano, analogamente, dalla creazione della Fiamma del Caos conseguente allo spegnimento della Prima Fiamma, ma non sono né desiderati né in qualche modo funzionali alla crisi, essi semplicemente succedono, e restano nel mondo come esseri mostruosi e vaganti, avversati da dèi e umani.Poi vi sono i racconti -li vedremo in futuro- in cui i mostri sono una parte della realtà che deriva da un atto creativo secondo e contrario a quello principale, una contro-creazione o una corruzione di parte della creazione. È ciò che si manifesta nello Zoroastrismo, dove il mondo è scenario dell’antagonismo tra bene e male, e passa attraverso il Cristianesimo fino a lasciare un solco nella tradizione contemporanea, dove l’entità malvagia che deturpa gli esseri viventi in creature maligne, affermatosi nella mitologia tolkieniana del Silmarillion, è molto ricorrente nei fantasy.

“A Wanderer”, di Hannah Comstock.

Al termine del viaggio, recuperiamo il contatto con il nostro oggi e il nostro qui, e ci interroghiamo su cosa quella storia significhi per noi ancora oggi.Che pensare i mostri era necessario agli uomini di seimila anni fa, e lo è stato in tutte le epoche successive, e che non ha smesso di esserlo neanche ora. Più che necessario, inevitabile. È una struttura della mente dell’uomo radicata come tutte le sue categorie, la cui origine è nelle stesse percezioni sensoriali.E che i mostri hanno una loro storia. Miti che dicono da dove sono venuti. Escatologie sul loro destino. Sono storie fatte dagli uomini così come loro stessi sono stati proiettati dagli uomini fuori da se stessi, e quel che ne emerge è che la loro storia e la loro autonomia dipendono da ciò che gli uomini decidono di loro.
Poi però arriva un tempo in cui i mostri, come gli dei, vengono lasciati da parte, accantonati come giocattoli il cui valore era vincolato ad un’entità di tempo specifica e determinata, e che non possono spingersi oltre il suo termine se non nella rievocazione di un ricordo che li altera e li tradisce. Come articoli di antiquariato con cui servire qualcosa che viene avvertito come più importante, ecco che la loro carica sovversiva e anarchica viene stemperata fino ad estinguersi.
Da parte mia, credo che i mostri abbiano maturato nel tempo un loro ideale status di ideale autonomia. Che la loro lunga esistenza astratta abbia lasciato una traccia nell’astrazione, e che in questa traccia essi possano dimorare e prosperare per conto proprio. E se non è così, intendo sostenere con l’Anima del Mostro un sistema in cui le cose vanno proprio in questo modo, in cui tutti gli elementi del mostruoso sono in grado di riconoscersi e di individuare come proprio principio ontologico non la loro “non umanità”, al grado negativo, ma la loro, passatemi il grecismo, “teratìa” -giacché “mostruosità” è sovraccarico di significati- al grado positivo.
E il primo passo per fondare questo principio è la memoria, il mito delle origini. Carichi di un ricordo comune, coloro che vivono nell’altra metà del mondo possono da ora procedere a ricostruire quell’identità e a mettere insieme la loro storia come gli uomini hanno disposto della loro, e nessuna delle due sarà senza significato per l’altra parte, poiché i mostri, in questa come in tutte le altre manifestazioni, sono un infinito rispecchiare ciò che gli uomini sono stati, sono, potrebbero essere e, qualche volta, dovrebbero essere.

Bibliografia

Angelini 2018 – Dal Leviatano al drago. Mostri marini e zoologia antica tra Grecia e Levante, Il Mulino, Bologna, 2018.
Jacobsen 1989 – T. Jacobsen, God or Worshipper in T.H. Holland, a cura di, “Studies In Ancient Oriental Civilization” 47, The Oriental Institute of the University of Chicago, pp. 125-130.
Romagnoli 1929 – Esiodo, I poemi, traduzione di E. Romagnoli, Zanichelli, Bologna, 1929.Thompson 1904 – R. Campbell Thompson, The devils and evil spirits of Babylonia, 2 voll., Lunzac, Londra, 1903-1904.
Wiggermann 1992 – F..A.M. Wiggermann, Inventory of Monsters. Brief discussions in Mesopotamian Protective Spirits: The Ritual Texts, STYX Publications, Groningen, 1992.
Wiggermann 1994 – F.A.M. Wiggermann, Transtigridian Snake God in I.L. Finkel, M.J. Geller, Sumerian Gods and Their Representations, STYX Publications, Groningen, 1994, pp. 33-55.

Dark Souls, From Software, 2011.
The Witcher, CD Projekt Red, 2015.

Postille

I – L’immagine di copertina dell’articolo proviene dalla Spore Wiki e fa parte di un filone narrativo sviluppato dai fan del gioco. Nell’immagine è rappresentato un Chaos Monster, appartenente alla categoria Hierophant e nominato come Nenenlthast.
Fonte: https://spore.fandom.com/wiki/Fiction%3AChaos/Monsters

II – La maggior parte di questo testo è stata scritta tenendo come sottofondo la musica della Black Metal band greca Rotting Christ. In particolare, il loro album “Theogonia” (2007), le cui tracce evocano scenari mitologici greci, e nel caso del brano “Enuma Elish” anche mesopotamici. Accanto ad esso, il successivo “Aealo” (2010). La suggestione mitologica della loro musica è stata determinante durante la stesura del post, e non posso non suggerirne l’ascolto durante la lettura.

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