Jack Lanterna e i Teratartari

“La notte di Halloween è una notte diversa da tutte le altre, e sapete perché?

Perché ogni anno, durante quella notte, passa nel cielo una cometa, una cometa molto speciale, che può essere vista sia dal mondo dei vivi che dal nostro.
In quel momento, solo per quella notte, viviamo tutti nello stesso mondo. Noi siamo un po’ più simili a loro, e loro un po’ più simili a noi.”
Oltre il corso del fiume Stige, sotto le cascate del Flegetonte, nel profondo di un vasto burrone sulla fiancata del monte Qaf, rischiarato dalla luna sotterranea e circondato dai fumi mefitici delle sorgenti del Cocito, si trova il paese Teratartara, i cui abitanti attendono ogni anno Halloween con grande trepidazione.
C’è un legame stretto come la morsa degli uncini della vergine di Norimberga, tra il modo in cui si dedicano alla festa gli abitanti di Pianodisopra, come loro usano chiamare noi vivi, e la brava gente di Teratartara. Tanto per cominciare, anche loro si travestono. Con la differenza che, nel loro mondo, la paura è il modo più raffinato di comunicare e di creare aggregazione. Per cui, come tra noi qui sulla terra fanno quelli che ancora festeggiano Halloween alla maniera di una volta, e tentano di sprigionare il massimo dell’orrore e del raccapriccio permessi dalle arti dei mortali, i teratartari si agghindano in modo da ispirare simpatia e affabilità nei loro simili.
Si potrebbe osservare che hanno una concezione di simpatia che potremmo trovare quantomeno discutibile: nello storico Halloween del 1966, il famoso Empusio Salassetto vinse il premio Zucca Scarnificata per aver fatto passare, attraverso l’ampia cavità che gli attraversava il petto all’altezza del cuore, un palo di legno cui aveva appeso scheletri di bambini, alternati a scheletri di gattini, facendoli scricchiolare mentre avanzava sulle sue gambe sbilenche. L’apice della festa fu raggiunto quando uno degli scheletri dei bambini riprese a parlare.
Cionondimeno, non è con meno che la più grande cortesia e il massimo rispetto verso l’un l’altro, che i teratartari mettono in atto i loro scherzetti, e sono soliti dispiacersi molto se questi inducono sensazioni spiacevoli nel loro prossimo. Perché, se anche la percentuali annuali di incidenti fatali dovuti a ghigliottine o cannibalismo sono sensibilmente più alte a Teratartara che da noi a Pianodisopra, vale la pena di osservare anche che per i teratartari la morte in sé e per sé non è un incidente molto più grave di quanto una macchia di sangue su una cravatta, o un escremento di scimmia nella ciotola del gatto, possano esserlo per noi, e se anche talvolta uno di loro si trova per errore a uccidere un suo concittadino, o anche una ventina, la cosa più educata da fare e rimettere in fretta insieme i propri mezzi e affermare di aver comunque gradito l’idea.
I teratartari, va inteso, hanno la fortuna di essere tutti d’aspetto abbastanza affine allo spirito di Halloween -sicché se girassero per Pianodisopra non avrebbero chiaramente il bisogno di camuffarsi- e anche l’uno diverso dall’altro. Sono tutti estremizzati in qualcosa, tozzi o ridotti all’osso, nani o spilungoni; alcuni hanno criniere, corna e becchi adunchi, altri invece tre teste e un occhio solo, mentre un numero discreto della loro gente somiglia, più che altro, a sacchi imbottiti con una faccia e capelli di setole di scopa, a ceppi d’albero che camminavano sulle radici, o a vecchi mobili abbandonati e dissestati cui erano cresciuti i piedi e almeno una lingua, che nel caso di persone come la signora Comodino, che a onor del vero era una poltrona scucita e ricoperta di muffa, è anche di troppo.
Per cui è qualcosa di strano, e forse di incomprensibile a meno di essere uno di loro, quello strano equilibrio tra l’abnorme e il lezioso che cercano di ottenere quando si dedicano ad Halloween. Una sorta di accrescimento di quella cosa che noi chiamiamo “grottesco”, e che loro definiscono, invece, “moda autunno-inverno tardo-barocca”.

Teratartara, si capirà, è piena di zucche. Campi di zucche, estesi fin dove occhio può vedere -anche se l’occhio è quello di un lumacocchio, che può spostarsi grazie ai piccoli tentacoli verminosi che reggono l’occhio il quale costituisce l’interezza del suo corpo, ma che di rado approfitta di questa possibilità di movimento per per percorrere i campi di zucche-, zucche sui davanzali delle finestre e lungo le balconate, zucche all’angolo delle porte. Zucche di Halloween, si intende.
E’ da talmente tanto tempo che gli abitanti di Teratartara incidono le zucche del loro mondo che queste hanno cominciato a mettere su facce da sole, sicché i teratartari devono solo raccoglierle e inserire loro i lumi dentro.
Le usano per tutto, come vasi, portaombrelli, fermaporta, teste di ricambio, quando perdono la propria o quando i loro bambini la smarriscono giocando alla loro peculiare versione del nascondino, e naturalmente le cucinano in numerosi modi e le mangiano. Anche le zucche mangiano loro, di tanto in tanto.

Il conte di Teratartara è una tartaruga. Dal suo carapace escono sbuffi verdastri, e sul volto ha sempre un sorriso larghissimo, rugoso e privo di denti. E’ ormai anziano, ma a suo dire non è che a metà della vita media di una tartaruga delle sue parti.
I paesi vicini sono pieni zeppi di tartarughe, originarie della regione del Tartaro, ma così numerose da aver colonizzato quasi ogni stato infero.
Solitamente, i teratartari non usano interferire con gli affari degli abitanti di altre regioni del mondo dei mostri, né di alcuno degli aldilà. Sanno però essere ospitali con i visitatori, anche se ultimamente è sempre più raro che se ne presenti qualcuno.

Un anno capitò un fatto bizzarro. Si avvicinava la notte di Halloween, e i preparativi fervevano come non mai.
Alcuni bambini, tre piccoli sacchetti di iuta e carne tritata ricuciti insieme, con degli adorabili tagli frontali da cui ogni tanto colava un po’ di moccio, che si chiamavano Ematonio, Baretta e Tombino, erano particolarmente emozionati, più delle civette che facevano in continuazione”Uh! Uh!”, persino più delle Efemere Trepidanti, che nascevano durante la festa, gridavano per l’emozione e morivano di crepacuore poco dopo.
Ecco, i tre piccoli teratartari erano più emozionati ancora: mostri di cioccolato che deponevano uova, scheletri di marmotta che li confezionavano, zombie che dipingevano le pareti con la propria bile e raccoglievano i resti di quelli pitturate il secolo prima, che alla fine si erano sciolte; vampiri che svolazzavano da una parte all’altra per consegnare gli inviti, salici fantasma che si strappavano i rami di dosso, per intrecciare i cestini di vimini che la gente usava per raccogliere i dolcetti, mummie che incartavano come regalo cagnolini e gattini imbalsamati, cui asportavano il cervello per confezionare i pasticcini da servire alle nonne teratartare che non avevano più i denti -i quali cadevano molto abbondanti, da quelle parti, visto l’alto consumo di zuccheri; ma dato che le scope le usavano per volare, e non molto per ramazzare la sporcizia, quei denti abbandonati erano diventati così tanti da fondare una propria repubblica indipendente nei sotterranei di Teratartara, dove tentavano, con scarsi risultati, di parlamentare con quelle maledette fatine che rapivano i dentini da latte e ci costruivano case abusive.
Baretta tirò la gonna di quella vecchia, brutta e bimaledetta strega che era la sua mamma, e chiese «Mammina, mammina, ma perché si festeggia Halloween? Mammina, mammina, ma perché si festeggia Halloween? Mammina, mammina, ma perché si feste…»
«Ora te lo dico, la peste ti colga!» rispose la mamma «Halloween è quando nel cielo passa la grande cometa, che ci guida verso le sponde di Pianodisopra»
«Ma perché passa la cometa, signora Bacucca?» chiese Tombino.
«Passa e basta, piccolo Tombino» rispose la strega «Possibile che voi bambini vogliate sapere tutto? Non vi hanno detto che i morti hanno la testa vuota?»
Ma i bambini non stavano più a sentirla: avevano deciso di andare a vedere quella cometa, e stavano correndo a vederla. Si chiedevano cosa fosse, poi, una cometa, e ognuno aveva la propria idea in proposito.
«Per me è la scorreggia di un angelo del paradiso» disse Ematonio, che era molto sensibile.
«Per me è un fantasma assassino che ogni anno ad Halloween uccide tutti i teratartari e poi li ricrea il giorno dopo all’infinito» disse Tombino, che aveva molta fantasia.
«Per me è morta» disse Baretta «e non passa più»
I bambini corsero per tutta la giornata, fino a quando non si resero conto che non sapevano mica dove andare, e allora decisero di tornare indietro e chiedere a qualche adulto, magari defunto, dove andare a cercare questa cometa.
Ma, forse perché era tardi e avevano iniziato a stancarsi, forse perché i loro piedi erano gli angoli del sacco che costituiva il loro corpo e quindi avevano i passi un po’ brevi, e forse anche perché quando provavano a correre le cuciture saltavano, rotolini di carne gli cadevano intorno, e loro, golosi com’erano, si fermavano a raccoglierli per rimangiarseli, sicché poi erano ancora più affaticati, non riuscirono a fare molta strada prima di fermarsi, stanchi.
«Abbiamo combinato un pasticcio» disse Ematonio, pulendosi gli occhiali: lo faceva sempre, quand’era preoccupato.
«Io vorrei un pasticcio di occhi di ragno» brontolò Tombino, che era di buon appetito.
«È tutta colpa tua» gli disse Baretta, che era la più spaventata, perché temeva sempre che l’infame megera che diceva di averla messa al mondo la gettasse in un pentolone e ci facesse un pasticcio per davvero, o magari un polpettone «eri tu che volevi vedere quella stupida cometa»
«Che magari è solo una puzzetta…» disse Ematonio.
Atterriti, impauriti e con la pancia che brontolava, i tre teratartarini non sapevano che fare, e di conseguenza non fecero nulla, rimanendo lì a fissare le ombre della notte, che ogni tanto si innervosivano e sibilavano «Beh, che c’è da guardare?»
D’un tratto, quando si era ormai fatta ora di cena, udirono dei suoni morbidi e striscianti provenire dai dintorni: dal fitto del bosco dello Squartamento Ottuplice (vanto della scuola di tortura teratartarese, che consisteva nel legare il corpo da squartare a otto cavalli, anziché quattro) emersero delle basse sagome tonde, alcune piccole e alte grandi, alcune saltellanti e altre che strisciavano su lunghe radici verdi e tentacolari. Erano una banda di zucche.
«Oh no!» sussultarono i teratartarini.
La zucca più grossa esclamò «Guarda guarda, che bocconcini prelibati che abbiamo trovato!»
«Per favore, signora zucca, non ci mangi» supplicò Baretta.
«Stai scherzando?» si accigliò la zucca «Ogni anno, tutti voi cosiddetti “cittadini” coltivate, rapite e affettate migliaia di noi zucche, per mangiarci e per fare le vostre stupide lanterne decorate. Io dico: basta!»
«Ma, signora zucca» balbettò Tombino «io pensavo che a voi, ecco…piacesse, essere mangiate, o intagliate per fare le lanterne»
Tutte le zucche tacquero.
«Che cos’hai detto?» chiese la grande zucca, guardandolo torvo.
«Io…pensavo che vi piacesse, essere il nostro cibo e i nostri giocattoli ad Halloween»
«Ah! Hai ragione, è vero!» esclamò la zucca, scoppiando a ridere. Risero anche le altre zucche. «È proprio vero! Ah, e io che stavo per mangiarvi! Voi tre mi piacete, ragazzi. Ehi, venite con noi, vi facciamo conoscere il nostro capo e poi vi riaccompagniamo a casa, che ne pensate?»
«Urrà!» esclamarono i teratartarini.
Seduti sulla cima di tre grosse zucche, i bambini, reggendosi forte mentre queste saltellavano su e giù, percorsero insieme a loro un irto sentiero che passava intorno alle montagne, dove nessuno dei loro genitori era mai stato. Al centro del monte più grande di Teratartara si trovava una grotta, un’ampia cavità illuminata da alcune zucche di pietra, molto antiche. Fu proprio là che la banda portò i bambini.
Guardandosi intorno impressionati, perché non avevano mai visto niente di così grande, i sacchetti di carne si accorsero che c’era qualcun altro, in quella caverna, che non era una zucca.
«Scusi, signore» lo chiamò Ematonio «lei chi è?»
Videro alzarsi un personaggio alto, smilzo, con un lungo mantello stracciato e una grossa zucca al posto della testa. Nella zucca si accese una fiamma.
«Io? Ho il piacere di essere il vecchio Jack Lanterna, per servirvi, ragazzi miei!»
«Jack Lanterna?» chiesero all’unisono i fagottini «Mai sentito!»
L’uomo zucca sospirò «Non mi stupisce, cerco di far bene la mia parte senza prendermi troppi meriti. Ma dovete sapere, amici miei, che ho fondato io Teratartara, tanti anni fa»
Ora Ematonio, Baretta e Tombino lo fissavano con i fori facciali a “O”.
«Una volta vivevo a Pianodisopra. Ero un pianodisoprese, o umano, come dicono lassù. E quando morii, non potei andare in nessuno dei luoghi dove vanno gli umani quando muoiono loro. Avevo in mano soltanto una zucca lanterna. Dopo aver girato a lungo senza concludere niente, ebbi un’idea: dato che non mi facevano entrare in nessuna casa, né quella dei buoni né quella dei cattivi, decisi di costruirmene una io»
«E come fece, signore?»
«Trovai un posto nell’aldilà dove nessuno sarebbe venuto a disturbare, un posto che nessun altro avrebbe voluto per sé. C’era questa grande vallata ai piedi della montagna, abitata da nessun altro che alcune zucche molto gentili: quando videro la mia lanterna, trovarono l’idea interessante, e decisero di farmi il loro capo. Insieme abbiamo reso abitabile questo posto, e costruito tutto quello che conoscete»
«E quindi tutti gli abitanti erano zucche?» chiese Tombino, al quale non sembrava di somigliare a una zucca.
«Oh, no. Ma hai ragione: avevo bisogno di abitanti. Così, dato che potevo ancora tornare sulla Terra, decisi di prendere un po’ di gente di lì. Sapete, ogni anno c’è una notte in cui la soglia tra la Terra e l’aldilà si apre, e noi spiriti possiamo passare qualche ora lì. Decisi di approfittarne: iniziai a tornare ogni anno a Pianodisopra, durante la notte di Halloween, e a dire alla gente che c’era questo bel posticino nell’aldilà, dove si possono fare cose spaventose tutto l’anno e fare dolcetto o scherzetto tutti i giorni»
«E poi?» chiese Baretta, ammaliata dalla storia.
«E poi, con mia grande sorpresa, scoprii che c’era tantissima gente che desiderava proprio vivere in un posto come questo. Così mi misi in testa, facendo luce con la mia lanterna, e li guidai fin qui. Nessuno era costretto a rimanere qui per sempre, ma sempre più pianodisopresi si trasferivano senza tornare più indietro. Man mano la voce iniziò a girare, e ricevemmo visite da diavoli infernali, fate dell’Isola dei Beati, polipi volanti dello spazio e persino qualche angelo un po’ annoiato. Oh, e i gatti, non bisogna dimenticare i gatti.
Alla fine, Teratartara si è riempita di persone. Ogni anno risalgo in superficie, portando con me i fantasmi che desiderano fare una visita ai loro vecchi mondi, sempre guidandoli con la mia lanterna. A quanto si sente dire, è il luogo più in di tutto l’aldilà. Alla fine, è stato il vecchio Jack a fare uno scherzetto a quelli del paradiso e dell’inferno, che non l’hanno voluto far entrare!»
«Signor Jack, ma allora, la cometa di Halloween, che passa ogni anno attraverso il nostro cielo…» disse Tombino.
«…è la mia lanterna, hai indovinato» concluse Jack, sorridendo, cioè sollevando una delle zucche stese ai suoi piedi, su cui era inciso un volto sorridente.
«Ora dovete tornare a casa. Manca ancora qualche giorno ad Halloween. Mi raccomando: festeggiatelo sempre, festeggiatelo con allegria, con spirito festoso e con il cuore leggero, perché è la festa della libertà, la festa delle scelte che durano oltre la morte. Buon Halloween a tutti voi! Dolcetto o scherzetto? Cosa vi toccherà? Io non ne ho idea, ma so per certo che vi divertirete moltissimo!»
Quella notte, le zucche riaccompagnarono i bambini al limitare della città, augurarono loro buona notte, dissero che avrebbero comunque considerato l’eventualità di mangiarli, se li avessero rivisti, e se ne tornarono sulle colline.
I genitori dei bambini li punirono in modo esemplare. L’infinitamente disgraziata strega impiccò Baretta a testa giù, mentre i genitori di Tombino distrussero effettivamente il bambino, e lo ricucirono soltanto la mattina di Halloween, ma solo perché era una festa importante, altrimenti avrebbero aspettato anche per mesi. In ogni caso, i bambini si considerarono più che felici, perché avevano scoperto un segreto importantissimo, e sapevano perché si festeggiava Halloween.
Quando la notte del 31 sopraggiunse, in lontananza, nel cielo nebbioso, si accese un lumino, che lentamente arse attraverso il cielo e lo percorse fino a sparire.
«Ciao Jack» gridarono in coro i bambini «buon Halloween!». Si guardarono l’un l’altro mentre ridevano: i loro volti sembravano quasi umani. Quasi vivi.
E come disse loro il buon vecchio Jack Lanterna, buon Halloween a tutti noi. Dolcetto o scherzetto?

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