Preghiera della notte #5 – La paura

Le preghiere della notte si legano alle origini dell’Anima del Mostro. È una storia che ho già raccontato, ma è passato del tempo.
Quando stavo pensando al nome da dare al sito, cercavo qualcosa che suggerisse diverse sensazioni in una maniera che trovassi adatta a me e ai miei argomenti, e tra le tante venne fuori questo nome, “Preghiera della notte”. Suggeriva argomenti cupi, maestosi e intimi, e anche l’intimità, l’immedesimazione in quei discorsi, la pregnanza e l’importanza che avrebbero avuto. Inoltre suggeriva l’idea di una ripetizione, un appuntamento immancabile -che poi in realtà non lo è stato, ma diciamo che ci ho provato-: ogni sera del giorno che avrei scelto per le pubblicazioni, sarebbe arrivato un nuovo post, un appuntamento fisso, come una preghiera.
Il nome però non bastava, trasmetteva solo parte delle cose che volevo comunicare, e l’ho scartato, senza però abbandonarlo, perché mi piaceva e pensavo di usarlo comunque: dopo qualche tempo ho avuto l’idea di usarlo per i post di introspezione, probabilmente lo stesso giorno che ne ho scritto uno, la prima Preghiera della notte. L’ho usato altre due volte per parlare di questioni attuali -cosa che generalmente non mi attira e che poi non ho più fatto-, e poi una quarta, per un post lirico di cui sono ancora soddisfatto, nel settembre dell’anno scorso, poco prima che il blog prendesse la svolta “saggistica”. Non ho più sentito il bisogno di scrivere post come quelli, che anzi talvolta pensavo come post per tappare buchi e avere qualcosa di pronto, da scrivere velocemente per mantenere la regolarità (funzione che col tono successivo, un po’ più serio, avrebbe guastato), e non escludevo la possibilità di archiviarle come cosa del passato.
La settimana scorsa, invece, ho avuto un’idea nuova, l’idea di mettere insieme degli elementi in maniera così libera da spingermi anche oltre quanto fatto finora con i post seri. Non dirò altro, il resto lo vedrete leggendo.
Ecco com’è che ci troviamo qui insieme, a pregare nuovamente la notte, per contemplare una delle sue congiunte, la paura.

La prima motivazione per cui ho voluto scrivere questa preghiera è quella di raccontarvi un mio incubo. Ci ripenso ogni tanto, da un po’ di tempo anche più spesso, e mentre scrivevo il post sulla bocca dell’Inferno ho realizzato che era arrivato il momento di parlarne.
Quest’incubo l’ho sognato quando avevo tredici anni.

Ero andato al cinema in cui vado di solito, per vedere un film dell’orrore, Boogeyman. Stavo all’ingresso davanti alla biglietteria, in mezzo a tante altre persone. Non so se poi mi sia spostato altrove o se quanto sto per raccontare sia successo mentre stavo in mezzo a quelle persone e semplicemente sia capitato solo a me, ma mentre tutto sembrava normale, di colpo, la terra sotto di me si è spalancata e mi ha fatto precipitare. Nella caduta, lunga, molto lunga, non vedevo altro che nero intorno e sopra di me, un nero fumoso, anzi sfumato, come se fossi in una litografia di Dorè, pareva di essere in un luogo di mare durante una tempesta in un’illustrazione romantica. Quello che vedevo di sotto, però, non era il mare.
Un teschio titanico, tale da riempire tutto il mio campo visivo, che tremolava come se fosse acqua agitata dalla corrente, si stagliava chiaro sul nero di ogni altra cosa, e aveva la bocca aperta per inghiottire tutto ciò che fosse caduto. Avrete presente che nei sogni capita spesso di conoscere i dettagli di ciò che sta accadendo, anche senza che nel sogno l’informazione ci sia pervenuta in alcun modo; in questo sogno, io sapevo che quel teschio era l’Inferno, che gli stavo finendo dentro, che lì avrei sofferto la dannazione per tutta l’eternità, senza mai fine, e che la causa di ciò era il fatto che avevo dimostrato interesse per le materie oscure, o per dirlo più banalmente, ma precisamente, perché mi piacevano gli horror. E il panico per quella sorte eterna, l’ingiustizia, l’impossibilità di fare nulla, la paura, il male che non sarebbe mai finito, furono un pensiero così soverchiante da farmi svegliare di soprassalto.

Il sogno era strano perché abbastanza sbagliato, anche se col senno di adesso farei meglio a dire “prematuro”.
Film dell’orrore, all’epoca, non usavo vederne né ne avevo mai visti. Boogeyman lo conoscevo perché avevo visto il trailer del suo sequel quando ero andato al cinema a vedere “L’incredibile Hulk”, e difatti mi aveva spaventato anche se mi ero coperto gli occhi tutto il tempo. Solo dopo diversi anni mi sono approcciato al genere, e Boogeyman l’ho visto nell’Halloween del 2012, per interesse verso la figura da cui il titolo, più che perché avessi in mente l’incubo.
L’unico contatto che potevo avere con il mondo dell’orrore, quando ho fatto quel sogno, erano le trame dei film che spulciavo di tanto in tanto su Wikipedia, e le rarissime ricerche su Google Immagini che finivano con l’impressionarmi e indurmi a ripulire la cronologia, neanche si trattasse di video porno.
Perché, dunque, avevo fatto quell’incubo? Un eccessivo avvicinamento al mondo dei mostri e dei fantasmi può portare alla dannazione? Varrà così anche con me?
Fate una preghierina per me, se pensate di sì, ma per quanto il pensiero di quel grande teschio con le fauci spalancate non mi attiri per nessuna ragione, non sarebbe abbastanza da indurmi a mollare il percorso che ho intrapreso in questi anni, perché è arrivato realmente a portare un briciolo di Paradiso alla mia vita mortale.
D’altra parte, i miei sentimenti per quel mondo potrebbero essere esagerati.

Da bambino avevo spesso gli incubi, né più né meno della maggior parte dei bambini. Molti si assomigliavano, o contenevano figure che si ripetevano in altri sogni, come i kaiju nei film Toho o i mostri Universal. Poi mi facevano paura le scene di diversi cartoni animati, di qualche film in live action, illustrazioni dei libri e varie altre cose. Potrei anche elencarvele tutte; non lo faccio per economia di spazio e di tempo, per bene dell’interesse vostro e della riservatezza mia, ma potrei, e potrei perché ricordo tutto abbastanza bene. In primis perché le cose che ci fanno paura ci restano molto più impresse di altre. In secundis perché le cose che hanno fatto paura a me -e quelle che ancora ci riescono, di tanto in tanto- sono cose alle quali sono estremamente legato e per le quali provo una forte gamma di sentimenti misti tra l’affetto, la gratitudine, l’appartenenza e un pochino di risentimento.
Un modo per raccogliere esempi senza fare elenchi troppo lunghi è quello di sistemare alcuni di questi incubi in categorie. Quella più ricorrente era che in casa, sia che fossi solo o, più spesso, che ci fossero numerose altre persone, entrasse un mostro e lo facesse dalla porta principale: significava che nessuno poteva trattenerlo, che lui aveva tutto il diritto di farlo, e anzi la versione che mi è rimasta più impressa è quella in cui a casa mia c’è un ricevimento e all’improvviso tutto si ferma, spariscono i colori e vedo le immagini in una specie di via di mezzo tra il bianco e nero e una scala di gialli, le persone in casa si nascondo e io faccio la stessa cosa, e l’alta, grossa presenza completamente nera entra, si aggira pesante nel corridoio e naturalmente non punta se non a me, riuscendo anche a trovarmi.
Pensare che nella mia infanzia stessi sognando di vivere la vicenda dei Danesi di Heorot, e che dalla porta stesse entrando Grendel, è un pensiero troppo emozionante per scartarlo. In effetti, il buon vecchio Grendel ha un’infinità di caratteristiche comuni all’Uomo Nero -perché era proprio lui quello che sognavo-, dato che si muove di notte, è alto e forte e porta con sé un sacco in cui ficcare le persone. Questo confronto spero di approfondirlo in un post apposito.

La cosa più interessante dell’Uomo Nero è che in qualche modo era lui, o sue versioni, a comparire più spesso nei miei incubi, quando in realtà a casa mia nessuno lo usava mai come spauracchio, e le ninnananne del tipo “Ninnananna ninnaoh/ questo bimbo a chi lo do/ glielo do all’Uomo Nero/se lo tiene un anno intero” erano sporadiche e non le ricordo se non più tardi dell’età in cui avevo già fatto molti di questi sogni.
Ecco perché lo considero una sorta di quintessenza della paura, una figura che la rappresenta perfettamente, e benché la forma in cui lo si intende più comunemente sia concepita esclusivamente come spauracchio per i bambini e si sia affermata in maniera più decisa nell’era moderna, e il suo nome tragga le proprie origini dal periodo della colonizzazione, rifacendosi a una sorta di paura per il diverso il cui oggetto concreto erano le persone di etnia non caucasica dell’America e dell’Africa, dunque una matrice di tipo razzista non ne sia del tutto estranea, il nucleo essenziale di ciò che l’Uomo Nero è appartiene a una dimensione collettiva dell’immaginario e dell’inconscio, che si manifesta fin dall’antichità con i vari orchi, giganti e demoni di numerose tradizioni, e che incarna qualcosa di molto più presente e minaccioso di un rapitore di bambini -che di per sé non è una barzelletta-, un nemico e un minaccioso predatore dell’umanità, nero in quanto fatto della stessa sostanza di cui è fatto il buio dove non abbiamo mai fatto altro che vedere mostri minacciosi.
Mostri che spesso hanno caratteristiche comuni, sono scuri o al contrario estremamente pallidi, hanno artigli e talvolta dita estremamente lunghe, occhi piccoli e luminosi oppure grandi e sporgenti e denti aguzzi. Ci sono diversi studi che indagano la possibilità che queste particolari paure, che provengono da una parte estremamente antica del nostro cervello, derivino da qualcosa che i nostri più remoti antenati hanno vissuto: che essi fossero braccati da predatori naturali con caratteristiche del genere, caratteristiche che fanno pensare ad esseri notturni o abituati al buio, magari abitatori delle caverne, oppure subacquei. O forse si trattava solo di orsi, dato che ancora nel XVII secolo i teschi dell’Ursus spelaeus, il tipico orso delle caverne, erano ritenuti appartenere a misteriosi mostri.
È una possibilità molto affascinante, benché molto discutibile, e sicuramente si presta alla tessitura di tante storie. Anche su questa mi piacerebbe ritornare.

Quale che fosse la creatura, entrava molto spesso dalla porta.
La porta di casa mia, vista al buio, in fondo a un corridoio ad angolo retto rispetto a quello che si affaccia sulle stanze tra le quali c’è la mia camera da letto, mi ha messo per lungo tempo una certa inquietudine, perché grande e alta, e perché lo spioncino al centro, che quando tutto è buio appare come un puntino bianco a causa della scala che è illuminata, sembrava un occhio sempre aperto a scrutare. Da una porta così grande immaginavo entrare cose altrettanto grandi, specie agli occhi di un bambino.
Altre volte, invece, la cosa da temere era piccola, simile a un nano. Uno dei cartoni animati che ho visto più intensivamente in tenera età è stato “L’apprendista stregone” di Walt Disney, e lo stregone Yen Sid, sguardo severo, grandi occhi, con il suo colorito che nella mia mente era divenuto un marrone non umano, mi metteva un’inconscia paura che si rifletteva in frequenti sogni e nella paura, da sveglio, che il suo volto arcano apparisse dietro le finestre del bagno, di notte, e soprattutto in una più grande che riguardava il mio soppalco (aye, sto descrivendo tutti gli ambienti di casa mia): questo ospita, tra le altre cose, un ripostiglio posto più in basso del soffitto, un ambiente piccolo dove non ci si può muovere senza chinarsi. La porta che dà su questo ambiente, conseguentemente, è piccola: e probabilmente è sempre per via della porta, che da bambino avevo paura che da quella stanza corresse improvvisamente fuori un nano, goblin o creatura affine, con la faccia di Yen Sid, e avevo sempre fretta di scendere le scale che portavano giù dal soppalco e chiudere bene il cancello che le separa dal resto della stanza.
La presenza di una porta, dunque, è da sola in grado di suggerirci intere situazioni. La paura di lasciare le porte aperte è molto diffusa e si può spiegare sia in maniera immediata, come derivante da un desiderio di controllo sull’ambiente in cui ci troviamo e dal disagio all’idea che uno straniero vi entri, sia in maniera più complessa, per la quale servirebbe il supporto della scienza che al momento non ho a mia disposizione.

Molto probabilmente è per questo sentimento verso le porte che sono potentemente attratto da questo quadro e mi fa pensare ai timori che avevo da piccolo.

Il simbolo che ho postato in apertura è Aegishjàlmr, che significa “elmo del terrore”. Si tratta di una sorta di sigillo magico, che viene tracciato per due motivi, spaventare i nemici, per estensione anche le forze avverse di tipo spirituale, e per indurre sé stessi all’autocontrollo, a non abusare del proprio potere. Dubbio è il significato del simbolo, che mostra otto linne partire da un unico centro, attraversate da tre trattini e terminanti in una forma a tridente. Vi è chi pensa che sia data dall’unione di singole rune, e i segni al termine potrebbero corrispondere ad Algiz, che ha una funzione protettiva quando rivolta verso l’alto, mentre capovolta significa malizia. Trovate altro sull’Aegishjàlmr qui: http://mythologian.net/aegishjalmr-aegishjalmur-viking-helm-awe-symbol-meaning/
L’ho scoperto in questo periodo in seguito alla lettura della Saga dei Volsunghi, in quanto è menzionato da Fáfnir (peraltro anche nell’Edda poetica, semplicemente, quando ho letto questa, tra le tante cose che non sapevo e dovevo ricercare, non ho badato ad approfondirla), Fáfnir che, come saprete, è il drago ucciso da Sigurðr, e prima di ciò è stato un uomo dotato di facoltà sovrannaturali. Sembra sia per questo, piuttosto che per un aspetto connaturato nei draghi, che nella versione scandinava della storia Sigur­ðr acquisisce facoltà particolari dopo aver assaggiato il suo sangue.
Fáfnir dice:

«L’elmo del terrore portavo fra i figli dei viventi
mentre guardavo i miei gioielli.
Mi credevo, io solo, più forte di ogni altro:
non avevo ancora incontrato molti giovani!»

E a sua volta Sigurðr gli replica:

«L’elmo del terrore non dà riparo a nessuno
dovunque furiosi si venga a battaglia.
Perché questo troverà, chi sia fra molti,
che nessuno è, da solo, il più forte.»

E più avanti:

«Drago balenante hai emesso gran sibili
e mostrato coraggio.
Odio ancor più violento sorge fra il genere umano
dall’avere quell’elmo.»

Probabilmente Fáfnir aveva tracciato l’Aegishjàlmr sulla propria fronte, grazie alla sua conoscenza della magia, e da questo gli derivava una capacità preternaturale di provocare il panico in chiunque lo scorgesse. Questo si accorderebbe bene alle caratteristiche dell’eroe che lo uccide.
Due delle caratteristiche più importanti di Sigurðr sono il suo sguardo penetrante, in grado di intimidire chiunque lo incroci (come quello dei draghi, d’altra parte), e la mancanza di paura. Quando si reca a Hindarfjäll, dove giace assopita la valchiria Brunilde, Sigurðr riesce a svegliarla perché lei, prima di essere vinta dal sonno magico con cui Odino l’aveva castigata, aveva sancito che solo un uomo che non conoscesse la paura l’avrebbe risvegliata: l’eroe è senza paura per costituzione, è un aspetto di lui che deriva dalla sua natura.
È molto interessante, comunque, che il simbolo che ispira terrore abbia otto raggi, come le zampe dei ragni.
Se avete presente le custodie dei videogiochi, avrete notato che in basso a sinistra, o sul retro, si trovano alcune indicazioni, sigle del codice PEGI (Pan European Game Information), il sistema che classifica i contenuti dei giochi per salvaguardare i più piccoli. Oltre al numero che indica l’età minima consigliata ve n’è spesso un altro, che indica contenuti come violenza, volgarità, sesso e varie altre, tra cui il rischio che il gioco faccia paura. Quest’ultima categoria è indicata con l’immagine stilizzata di un ragno, e con la parola “terrore”.

Una delle cose di cui ho avuto paura per più tempo è stata la canzone, con annessa videoclip, “Lullaby” dei The Cure, dall’album “Disintegration” del 1989.
La sentii allo stereo da ragazzino, quando ero quasi privo di interessi musicali, e non mi dispiaceva prestare un orecchio quando mio padre ascoltava gli album dei The Cure; la canzone era piena di sibili, aveva un ritmo ossessivo e minaccioso, per quanto al contempo bello e sensuale, e mentre procedeva, mio padre mi raccontava cosa accadeva. Poi me lo mostrò con il video.
Lullaby apre uno scorcio su un io narrante che sta nel suo letto al calare della notte, e che non riesce a dormire perché sa, che gli sia stato raccontato o per qualche altro motivo, che dalla sua finestra entrerà il mostro chiamato “Spiderman” (niente supereroi qui), con lunghe e sottili zampette e cattiveria umana, e lo mangerà. Lo descrive mentre entra e descrive la sua paura, e poco dopo riporta le parole del mostro che gli si rivolge con toni suadenti, dicendo “non agitarti, o ti amerò ancora di più”, quasi fosse l’Alfkönig della ballata di Goethe. Tra parentesi, quando ho letto per la prima volta l’Alfkönig, alcuni mesi fa, un dito gelido mi ha sfiorato la schiena, perché il modo in cui il misterioso personaggio si rivolge al bambino condivide qualcosa della radice da cui deriva l’Uomo Nero.
Il video mostra il cantante, Robert Smith, nel suo letto, che si guarda intorno in una stanza che si fa sempre più fitta di ragnatele, tra le quali sbucano marionette -con le fattezze degli altri membri della band- che continuano a ripetere gli stessi movimenti meccanicamente, e in quella posizione è facile pensare che siano state vittime precedenti dell’Uomo Ragno. E quando la canzone finisce il verso “The Spiderman is having me for dinner tonight”, il video inquadra sul soffitto un Robert Smith -sempre in pigiama- col volto truccato (un po’ più del solito) e un mucchio di ragnatele tutte intorno, che guarda verso il basso e sibila verso il personaggio a letto.

“On candy stripe legs the Spiderman comes
Softly through the shadow of the evening sun
Stealing past the windows of the blissfully dead
Looking for the victim shivering in bed
Searching out fear in the gathering gloom and
Suddenly
A movement in the corner of the room
And there is nothing I can do
When I realize with fright
That the Spiderman is having me for dinner tonight!

Quietly he laughs and shaking his head
Creeps closer now
Closer to the foot of the bed
And softer than shadow and quicker than flies
His arms are all around me and his tongue in my eyes
“Be still be calm be quiet now my precious boy
Don’t struggle like that or I will only love you more
For it’s much too late to get away or turn on the light
The Spiderman is having you for dinner tonight”

And I feel like I’m being eaten
By a thousand million shivering furry holes
And I know that in the morning I will wake up
In the shivering cold
And the Spiderman is always hungry”

La mia traduzione:
“Su gambe di bastoncini canditi entra l’Uomo Ragno
Dolcemente, attraverso le ombre del sole serale
Introducendosi come un ladro dalle finestre di chi è morto serenamente
Cercando la sua vittima che rabbrividisce nel letto
Che tenta di dissipare la paura nell’oscurità che si addensa e
Improvvisamente
Un movimento nell’angolo della stanza
E non c’è niente che io possa fare
Quando realizzo, con atterrimento,
Che l’Uomo Ragno mi avrà per cena questa notte!

Ride silenziosamente e agitando la testa
Striscia più vicino adesso
Più vicino ai piedi del letto
E più lieve dell’ombra e più veloce delle mosche
Le sue braccia sono tutte attorno a me e la sua lingua nei miei occhi
“Sta’ fermo, sta’ calmo ora, mio prezioso ragazzo
Non agitarti in quel modo o non farò altro che amarti di più
Perché è davvero troppo tardi per scappare o accendere la luce
L’Uomo Ragno ti mangerà per cena stanotte”

E mi sento come se venissi mangiato
Da migliaia di milioni di tremolanti buchi pelosi
E so che al mattino mi sveglierò
Tremante di freddo
E che l’Uomo Ragno è sempre affamato”

Ora, neanche allora potevo spaventarmi di una persona con un po’ di trucco, specie sapendo come funzionava tutta la messinscena. Ma capivo bene anche un’altra cosa, che quella scena rappresentava qualcos’altro che mi sarebbe altrimenti apparso in modo diverso, un mostro con un aspetto molto meno umano. Per trasporlo la scena doveva avvalersi di un codice che procedesse su entrambi i binari, portando sull’immagine alcuni elementi di ciò che essa rappresentava perché li si comprendesse, dunque le ragnatele e i sibili, ma soprattutto l’idea di un qualcuno sul soffitto di una stanza che guardi verso il letto di chi dorme in quella stanza con cattiveria, e che lo voglia mangiare.
E il pensiero non è dei più rassicuranti.
Abbastanza poco rassicurante da far sì che io abbia passato un po’ di anni, di tanto in tanto, scrutando il soffitto della mia stanza prima di coricarmi.
L’idea di questa canzone, che deriva dalle paure di Robert Smith, tra cui l’aracnofobia, dai ricordi delle raccapriccianti ninne nanne che gli cantava il padre per farlo addormentare («ne tirava fuori sempre una. Avevano tutte un finale orribile. Erano cose del tipo “dormi adesso, bel bambino o non ti sveglierai mai più… “»), e da possibili spunti sulla tossicodipendenza, relazioni pericolose o ossessioni varie, è ottima perché fonde due dei più intensi, immediati e immortali significanti della paura, l’Uomo Nero e il Ragno.
Sapete come funziona, la paura?
Di base, la paura è un impulso con cui il nostro cervello, che ha scorto un possibile pericolo, ci predispone il più velocemente possibile ad agire in funzione di quel pericolo, o attaccandone la fonte per eliminarlo, o allontanandoci da essa. La parte del cervello che si occupa di queste funzioni si chiama “amigdala”, poiché di forma simile a una mandorla, che in greco è appunto amygdala, ed è un gruppo di strutture interconnesse, che fanno parte del sistema limbico e sono responsabili di molte altre emozioni. Amigdala, poi, è una pietra, una concrezione minerale di elementi diversi che assume una forma tale da procurarsi quel nome.

Ora, questo nostro viaggio finirà parlando di Bloodborne, che è un gioco classificato dal sistema PEGI proprio con il simbolo del terrore. Nel mondo di Bloodborne, dove in un’ambientazione vittoriana vessata da una crisi che ha trasformato le persone in lupi mannari hanno luogo fenomeni di grande portata e di matrice lovecraftiana, sono visibili, a partire da un certo punto del gioco o dal momento in cui si hanno sufficienti punti intuizione (cioè si ha acquisito la facoltà di vedere oltre, una facoltà propria dei folli), delle grandi creature piene di arti attaccati agli edifici, con teste pelose e piene di strane sfere che solo in seguito comprenderemo essere occhi, e i tentacoli immancabili quando si parla di orrore cosmico. Inizialmente non sappiamo il loro nome, ma troviamo in compenso che siano notevolmente disturbanti, anche perché il gioco, saggiamente, non le mette come nemici, inseriti lì per essere sconfitti, ma come semplice presenza che ha un significato, che può talvolta costituire un ostacolo, e che procuratisi i giusti strumenti, tra cui una pietra a forma di mandorla molto simile al minerale amigdala, trasportano il protagonista nella dimensione dell’Incubo.

In uno di questi luoghi, se ne trova un esemplare con alcune differenze, che si affronta come boss, e il suo nome è pronunciato quando, nella sequenza in cui veniamo teletrasportati, udiamo una voce spietata dire “Oh, Amygdala, abbi pietà del povero bastardo”. Queste creature si chiamano Amygdale, quella incontrata come boss è uno dei Grandi Esseri, concettualmente simili ai Grandi Antichi di Lovecraft, e la loro testa ha forma simile alla pietra, mentre il loro corpo, con sei arti superiori e due inferiori, ricorda quello di un ragno.

Di chi è la voce che si sente? Appartiene a Patches, un ricorrente personaggio della serie Dark Souls che compare anche qui, nelle sembianze di uno degli Apostoli dell’Incubo, esseri aracniformi tra cui lui, e alcuni altri, si distinguono per avere un volto umano. 
Anche Patches è un uomo ragno. Anche le Amygdale stanno appese in alto e guardano, si limitano a osservare. È l’essere osservati a fare paura, a mettere in allarme quel sistema mentale che ci segnala un pericolo, anche se in quel momento non riesce a capire quale sia.
In più, le Amygdale hanno una funzione che in Bloodborne ha anche un altro tipo di mostro, che rapisce il personaggio e lo conduce nel villaggio invisibile di Yahar’gul: i Rapitori, alti, magri, mani enormi, nascosti da un cappuccio, sacco sulle spalle, inquietanti. Uomini Neri. Quando ne trovo uno nel gioco provo una gran tensione.

Non intendevo spiegare qui cosa sia la paura, ma solo raccontare storie su di lei. Come procede adesso la storia? Con me che tutte quelle cose che ho elencato, e tante altre che non ho messo per non eccedere, cose che mi spaventavano a morte, adesso le adoro. Le cerco se le ho perse. Hanno un grande significato per me, per avermi accompagnato e definito. E alla fine, abbracciando la Notte, i suoi figli, Mostri, e i suoi colori, sono diventato quello da cui l’incubo mi aveva messo in guardia. Sinceramente, penso di essere diventato molto ma molto peggio di quello di cui parlava, e ancora neanche mi basta, perché so di poter scendere in tenebre sempre più profonde, non per illuminarle, ma perché le loro storie sono quelle in cui mi ritrovo di più, e non so se questo stato sia frutto di qualcosa che è successo dopo o si leghi a qualcosa che avevo fin dall’inizio, ma se la sto percorrendo è anche per una sorta di sfida, per lo più inconscia, al mio incubo, per rivendicare la mia libertà di azione e dimostrare, a chiunque nel mondo del mio sogno volesse sancire che chi intraprende la via delle tenebre sia dannato all’inferno, che quella via ha la nobiltà, la bellezza e anche il bene di tante altre vie. Se quell’inferno fosse il posto da cui vengono i mostri, andarli a trovare sarebbe il minimo, dopo quanto hanno fatto per me, venendomi a trovare loro. E forse, il percorrere quella via, ricordando quell’incubo e pensando a quanto poco ne sappia davvero di tenebre, vie, inferni e giudizi, è una delle cose che riescono ancora a farmi paura.

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