Anime della Caccia Selvaggia – La caccia della luna e dell’inferno, di Diana e di Arlecchino

Questo è il quarto post dell’Anima del Mostro sulla leggenda della Caccia Selvaggia.
Una prima citazione è avvenuta nel post “Cavalcata in ascesa verso l’inverno“.
I post sulla Caccia selvaggia sono i seguenti.
Primo post: Anime di mostri: La caccia selvaggia, le origini, sulle origini della leggenda da ricercare nei miti di Odino, Ecate, Hel, e nello sciamanesimo, e della più famosa delle sue manifestazioni, la masnada di Harlequin, di cui parlano per primi Orderico Vitale e Walter Map con la celebre storia di Re Herla.
Secondo post: Anime di mostri: La caccia selvaggia, le storie, con alcuni racconti sulla Caccia Selvaggia da cronache e opere letterarie medievali, alcune manifestazioni regionali e la sua comparsa nella letteratura italiana in Dante e Boccaccio.
Terzo post: Anime di mostri: La caccia selvaggia vive ancora, con la comparsa della Caccia nella letteratura moderna, tra Shakespeare, Tasso, Bürger e altri, fino alla letteratura fantastica, Lovecraft e Tolkien, concludendo con i videogiochi e con la musica.

Benvenuto lettore, amico o nemico. L’ultima volta ci siamo lasciati con queste parole:
“Che tu sia un dio o un demone, che tu sia vivo o morto o in bilico tra i mondi, spero sia riuscito a trovarti, e di vedere anche te, il prossimo inverno o la prossima luna piena, seduto sul destriero della tua anima a solcare il cielo.”
Il nuovo inverno è alle porte e io sono pronto sul mio destriero. Ho atteso per tutti questi mesi di tornare a solcare il freddo cielo dicembrino insieme a tutti i cavalieri che l’hanno già solcato, e a quelli nuovi che speravo si sarebbero aggiunti. Se sei pronto, seguici. Abbiamo tanti cavalli senza nessuno che li monti, abbiamo corazze ed armi e vestimenti, e tutto ciò che può occorrere per cacciare. Non è per quello, però, che dovresti seguirci. La cosa più importante che portiamo con noi sono le storie, e alcuni ne hanno più di altri. Lì puoi vedere Teodorico, Herla, Carlo V, ma soprattutto il grande Artù, che è il re più grande che sia vissuto. Le loro storie hanno storie a loro volta. Da quest’altra parte ci sono nobili, conti, baronetti, con i loro segreti e le loro confessioni, e di là troverai gente umile, apparentemente senza importanza, ma anche loro con più storie di quante potresti desiderarne.
Davanti a noi è Odino, e a lui, ben più che a me, chiedi che cosa siamo e che cosa andiamo a fare, perché lui sa davvero ogni cosa. Quell’ombra più scura delle altre, invece, è meglio se la frequenti con molta attenzione. Ha avuto molti nomi diversi, tra l’est e l’ovest, nel corso dei millenni, ma alla fine ha scelto di trascorrere una tranquilla vecchiaia in Italia. Quando noi cavalchiamo, però, riprende il suo posto come capo della schiera. L’hanno chiamato Erlik, Hellekin, Harlequin, ma forse tu lo conosci meglio come Arlecchino. È il re dell’Inferno, consorte della Luna, ed oggi è di lui che ti parlerò.

“La caccia selvaggia” di Johann Wilhelm Cordes (1856, 1857)

Tornare a parlare della Caccia Selvaggia ha diversi motivi, non ultimo quello di dedicarmi ancora a uno dei temi che prediligo, uno dei più rappresentativi del mio percorso e uno dei più grandi tra quelli del vasto mare di miti e di storie che costituiscono la cultura occidentale, in particolare uno dei più frequenti in quel crogiolo di tradizioni diverse che è il Medioevo.
Significa poi aggiungere alcuni tasselli mancanti al percorso precedenti, comprensivo di solo alcune delle storie sulla Caccia. Inserirle tutte sarebbe un’impresa arrogante quanto impossibile, ma parlare senza troppe pretese di quello che ho scoperto nel frattempo integrerà sicuramente la raccolta costituita finora.
Infine, parlare della Caccia in relazione a certe sue valenze e ai miti da cui deriva, in maniera più approfondita di quanto fatto nel primo post, permetterà di allacciare questo discorso a quello tracciato più recentemente, relativo alla luna (Luna dei Mostri) e alla sua simbologia. E la felice circostanza per la quale quest’anno il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, sia un giorno di pubblicazione, non poteva che rendere obbligatorio che questo ritorno avvenisse oggi.

Tutto parte da una constatazione che dobbiamo tenere sempre a mente quando parliamo di mitologia comparata, e cioè che il modo in cui intendiamo la mitologia e le divinità antiche, molto schematizzato, è monodimensionale e ci impedisce di cogliere come i miti contengano insieme storie nate in periodi di tempo molto lunghi, per nulla contemporaneamente. Oltre a ciò, dobbiamo ricordare che divinità che percepiamo come distinte possono anche essere aspetti diversi di un unico oggetto. Questo è il caso delle dee lunari greche, cui la storia e il percorso culturale hanno dato diversi attributi. Ora, dobbiamo considerare, per comprendere questo discorso, come Diana, Artemide ed Ecate possano sia intendersi come dee diverse che come la stessa.
Sappiamo che Ecate, “lieta dei cervi e dei cani signora”, usasse scorrazzare per le vie notturne, accompagnata da animali da caccia, magari su un carro trainato da dei cervi, lanciando spaventosi latrati. La stessa Ecate, una e trina, tricipite, forma delle tre fasi lunari, dea dei crocicchi e della magia, potenza del mondo ctonio, degli inferi, è signora di esseri demoniaci afferenti al mondo degli incubi, come le lamie e le empuse. Non è per imprecisione che il nome delle lamie veniva usato come sinonimo di “streghe” nel Medioevo, poiché esse derivano dalla stessa immagine di donna-uccello notturno usa ad intrufolarsi durante la notte nelle case per rapire o divorare i bambini (per i quali venivano anche usate come spauracchio dagli antichi), affine anche alle succubi e agli incubi, gli spiriti notturni che provocano disturbi al sonno degli esseri umani giacendo con loro. Le empuse, tipicamente appartenenti ai cortei di Ecate, possono assumere molte forme, incluse quelle degli animali notturni che accompagnano la dea, o di vacche, anch’esse bestie legate alla simbologia lunare, e sono intimamente connesse al fuoco.
Scrive il cosiddetto Scoliasta ad Apollonio Rodio, nel III secolo a.C., a proposito di Ecate:
“…e manda anche dei fantasmi, i cosiddetti Hekataia, e spesso muta d’aspetto, ragion per cui vien pure detta Empousa.”
Vi sono poi molte storie che dicono esplicitamente che Ecate porti con sé le anime dei morti.
L’Inno orfico (III-IV secolo):
“A ECATE
[Ecate io chiamo]…
menade con le anime dei morti,
figlia di Perse, notturna, desertica,
lieta dei cervi e dei cani signora.”

Ancor più interessante è quello che ci dice Ippocrate (V-IV secolo), a proposito proprio degli incubi:
“Le visioni notturne che si presentano di notte e gli stati di pànico e i deliri e i balzi sul letto e gli spauracchi e gli impulsi di fuga al di fuori, li definiscono assalti di Ecate e attacchi degli eroi, usano purificazioni e formule magiche, rendendo la divinità una cosa quanto mai impura e non divina.”

Il corteo di Ecate, così, pullula di anime di morti tra i quali si distinguono quelle degli eroi, guerrieri che non hanno ricevuto sepoltura e che non possono pertanto accedere all’Ade. Possiamo dire che la Caccia Selvaggia esiste già in questo momento, e che la sua guida più antica sia la dea dai tre volti.
Nell’Inno orfico, pure, troviamo la parola “menade”, in traduzione di un verbo greco che significa “baccheggiare”. Il nostro discorso comprende dunque un altro importantissimo dio greco, Dioniso, sul quale torneremo tra poco.

Perché ho introdotto il discorso con quelle premesse sulle dee lunari? Perché se consideriamo Ecate come un aspetto di Diana, nel cui nome risiede una radice che troveremo presente nel folklore di quasi tutti i popoli di discendenza indeuropea, potremo ritrovare la stessa dea presso la maggior parte di essi. Presso i Celti troviamo Dana, più anticamente Danu, dea genitrice dei Tuatha Dé Danann che abbiamo incontrato proprio all’inizio del discorso sulla Caccia, gli dèi migratori che si erano stabiliti in Irlanda, venuti dal cielo, salvo poi, una volta soppiantati dalle religioni successive, rifugiarsi sottoterra configurandosi come Piccolo Popolo, cioè folletti e fate. Le fate (dal latino fatum, “detto” e naturalmente Fato, destino) sono da rintracciare nelle Parche o Moire, tre a loro volta come Ecate, e le fate sono menzionate tra le categorie di esseri che partecipano ai misteriosi cortei notturni che ci interessano. Il discorso sulle dee lunari già avviato in precedenza ci porta fin qui.
Dana ha un corrispondente gallese in Dôn, generalmente considerata dea anche se senza evidenze testuali, che a sua volta è genitrice di dèi tra i quali Gwydion, mago che si scontra con Arawn, signore dell’oltretomba, nel poema Cad Goddeu, “La battaglia degli alberi”. Arawn lo abbiamo già conosciuto come capo della caccia selvaggia gallese.
Il nome della dea deriva da dies, la luce del giorno, dalla quale risaliamo fino alla radice indoeuropea *dyew, luce. Dalla medesima derivano anche i nomi di Zeus e Iuppiter, cioè Giove. Teniamo presente che il periodo invernale è l’arco di tempo che vede la luce a poco a poco rinascere dalle tenebre a cominciare dal solstizio. Il nome di Dioniso, che contiene la stessa radice in quanto il suo nome significherebbe (tra le altre ipotesi) “giovane figlio di Zeus”, ci richiama un dio oscuro profondamente legato all’umanità, in quanto nato da donna mortale che, dopo essere stato smembrato e divorato dai Titani, a loro volta fulminati e bruciati da Zeus, rinasce come essere divino. La sua vicenda è una storia di morte e di resurrezione, modello di molti culti misterici. Anche Dioniso, è noto, viaggia accompagnato da un corteo di adepti caotici e in preda all’ebbrezza, al furore, furore mistico che porta, attraverso l’ebbrezza, a vedere “oltre”.

“Wotan” di Arthur Rackham.

Furore che, nel mondo nordico, è prerogativa e nome di Odino, che prende nome da una radice indoeuropea, *Wat, la stessa da cui deriva, in latino,”vates”, fino al nostro “vate”. Odino, che è risaputo possedere una grande infinità di nomi, parla in alcune strofe dell’Hávamál dell’uso delle rune, e dei nomi di quanti le hanno incise per primi tra le varie razze, dato che lui le ha incise per gli Æsir, Dvalinn per i Nani, Asvid per i Giganti, mentre per gli Elfi le ha incise Dáin, nome che richiama ancora una volta la luce, ancor più in considerazione del fatto che gli Elfi sono esseri luminosi per definizione. E non sembra del tutto fuori luogo immaginare che Odino stesso abbia insegnato le rune alle altre razze, assumendone di volta in volta le sembianza.
La cavalcata guidata da Odino è caratterizzata da questo attributo della furia sacra, mistica, che si esprime nel frastuono che ne accompagna il passaggio -sostituito, a volte, da un profondo silenzio, in ambo i casi per esprimere una sostanziale alterità del fenomeno rispetto all’esperienza comune- e che ci rinvia all’ambito sciamanico.
La parola sciamano, che deriva dal tunguso šamān, dalla radice ša, “conoscere”, indica una particolare concezione magico-religiosa propria delle regioni siberiane e dell’Asia centrale, anche se elementi affini si possono individuare in culti estatici di altre parti del mondo. L’idea dello sciamanesimo è la possibilità di poter entrare in contatto con gli spiriti, e di far sì che l’anima dello sciamano abbandoni temporaneamente il proprio corpo per viaggiare in altre dimensioni spirituali, in varie forme. Si riteneva che le persone che sarebbero divenute sciamani, durante la giovinezza, vivessero un percorso durante il quale gli spiriti smembravano le loro anime all’interno di un calderone, per poi riforgiarle in una nuova foggia, proprio come nel mito di Dioniso.
Dalla stessa area dello sciamanesimo proviene un antico e potente dio, già citato brevemente, poiché poco veniva detto sul suo conto nel materiale di cui disponevo lo scorso inverno, ma che adesso potremo conoscere meglio.
Ärlik Qan, tale il suo nome presso i Turchi nord-siberiani, Erlik per gli Altaici, Yerlïq per gli Uiguri gialli, è il progenitore dell’umanità, il padre invocato e venerato dagli sciamani, ed è anche il signore del mondo dei morti. Al suo cospetto lo sciamano recita:

Illustrazione di Ärlik di Nuray.

“Ärlik che cavalchi un argamak nero,
che hai un giaciglio di nere pelli di castoro,
che nessuna cintura può costringere le tue anche;
che nessun umano può serrare il tuo collo onnipotente;
le cui sopracciglia sono lunghe un quarto d’auna.
Tu che hai neri baffi e barba nera,
che macchie di sangue ha il tuo viso tremendo.
O ricco Ärlik Qan, che hai cavalli lucenti,
O potente Ärlik Qan, che hai cavalli lucenti,
che sprizzi scintille dai capelli,
che hai una coppa di cranio umano,
che hai un secchio fatto di un torace umano,
che hai una spada di ferro verde,
che di ferro sono le tue spalline,
il cui viso nero manda scintille
ed i cui capelli fluiscono in onde,
che hai sette troni davanti alle tue porte,
che hai un focolare in terra,
la cui scala è simile al castello della yurt
la cui copertura è di ghisa.”
(Fonte: https://bifrost.it/ALTAICI/1.Altai/07-Inferi.html)

Per ottenere il suo favore occorre sacrificargli dei cavalli, e il percorso per giungere al suo cospetto prevede che lo sciamano passi attraverso numerose prove in luoghi spaventosi.
Abbiamo già visto come sia da Ärlik che si giunge al nostro Arlecchino, passando attraverso il nome di origine germanica Erlekönig, “re degli elfi”, e il nome di Hel, l’inferno e la sua dea, che guida a sua volta la sua schiera di anime inquiete, costituita soprattutto da donne morte di parto, neonati e vecchi che non hanno trovato una fine eroica. Arlecchino, sappiamo, è il re dell’inferno. E questa informazione sembrerebbe causare confusione, nella nostra comprensione delle gerarchie infernali, poiché sappiamo bene che il re dell’inferno ha un altro nome.
Ma ecco, il nome del pianeta Venere presso i turchi è erlik, che significa “virile” e che fa riferimento a un cacciatore celeste che ogni mattina mette in fuga le tenebre e ogni notte mette in fuga la luce. La Stella del Mattino, che è anche Espero, Stella della Sera. Il moto del divino attraverso il cielo si lega qui al passaggio tra giorno e notte, accanto a quello tra l’estate e l’inverno.

Il motivo per cui tutti questi personaggi sono legati tra loro è la caccia, e ora vedremo come.
La caccia, per un lungo periodo di tempo, precedente alla scoperta dell’agricoltura, è stata la principale fonte di sostentamento per l’uomo, e anche dopo, in luoghi dove non fosse possibile nessun genere di coltivazione, è rimasta l’unica. I segni delle stagioni, ancor prima di avere un significato per la crescita delle piante o la fruttificazione, l’hanno avuto per la comprensione delle migrazioni, delle abitudini degli animali. E tra tutti gli animali, i cervidi sono quelli con maggiore rilevanza sia in quanto prede che in quanto aiuto per i cacciatori. Popolazioni della Lapponia e di altri luoghi rigidi hanno basato la propria sopravvivenza sulle renne, vivendo grazie alla loro carne e al loro latte: la loro presenza significava vita, i loro percorsi erano i percorsi della salvezza. Era così che le renne venivano divinizzate. Pure, poiché le corna dei cervidi si rinnovano di anno in anno, essi davano cognizione del ciclo delle stagioni; per questo sono tra gli animali più frequentemente intesi, insieme ai serpenti, come simbolo di rinascita. I cervi sono l’attributo più ricorrente degli sciamani.
I cervi sono sempre raffigurati insieme ad Artemide-Diana, e anche Ecate ne è signora, come abbiamo ricordato. Il mito di Atteone, il cacciatore che vede Diana nuda durante un bagno e che viene per questo punito, trasformandosi in cervo e venendo sbranato dai suoi stessi cani da caccia, appare adesso ricchissimo di valenze in più, poiché sembra afferire a quello stesso linguaggio sciamanico appena visto, per il quale la trasformazione di Atteone e la sua morte significavano forse un’esperienza estatica che portava ad uno stato più alto.
I nordici chiamavano una costellazione a forma di cervo col nome di Dain, l’elfo che abbiamo visto in precedenza, vicino al quale stava Dvalin, a sua volta in forma di cervo. Entrambi esseri dormienti.

Bibliografia

Chiavarelli, Emanuela, “Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti – Dallo sciamanismo alla ‘caccia selvaggia’”, Bulzoni Editore, Roma 2007.
Meisen, Karl, “La leggenda del cacciatore furioso e della caccia selvaggia”, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2001.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...