Anime di Mostri: L’Ankou, tristo mietitore

Ankou dall’ossario del complesso parrocchiale di Ploudiry.

Ci troviamo ancora una volta in una sinistra strada solitaria, ma in Bretagna. Siamo nel cuore dell’autunno, è novembre, fa ancora più freddo dell’altra volta.
La visione che ci attende è di gran lunga peggiore.
Si inizia con un suono stridente in lontananza, lo scricchiolio di qualcosa di vecchio e dissestato. Un carro da morto. Poi si distingue un altro suono, lo scalpitio di zoccoli sulla strada. I rumori d’agonia della vecchia carretta sono sinistri, non promettono nulla di buono; dobbiamo decidere che cosa fare, e in fretta.
Si racconta di un ragazzo che si trovò in questa situazione, e che sapeva bene cosa si stesse avvicinando. Curioso di vedere, e sicuro di potersela cavare con un po’ d’astuzia, si nascose in un fossato sul bordo della strada, e attese. Presto riuscì a scorgere sulla strada un’ombra proiettata dalla luna, o da un lume non troppo lontano, un’ombra che si espandeva man mano che l’oggetto cui apparteneva si faceva più vicino. Poi lo vide: due grandi cavalli neri come la pece, legati a un carro di legno marcio con assi spezzate, sul quale stava seduto qualcuno. Un mantello logoro e un grande cappello a tesa larga, ancora più scuri dei cavalli. In una mano teneva le briglie. Nell’altra un lungo bastone che teneva con l’estremità inferiore poggiata sull’asse di legno sotto i suoi piedi, mentre all’altra estremità, superando l’altezza della sua testa, era saldata con dei chiodi una lunga lama che curvava minacciosamente verso il basso. Una falce.
Il ragazzo non riuscì a scorgere il volto del carrettiere, coperto dal cappello. Quando si trovò esattamente davanti a lui, il nuovo arrivato arrestò il carro. Rimase fermo lì per qualche secondo, e in quel lasso di tempo il ragazzo stette in silenzio col cuore in gola, temendo di essere stato scoperto. Poi il nuovo arrivato destò i cavalli e riprese ad avanzare, col rumore della carretta che poco alla volta si perse in lontananza.
Il ragazzo attese ancora per un po’, e poi uscì allo scoperto. Era molto spaventato, ma anche colmo d’emozione: era riuscito a vedere il famigerato carro, cui tutte le storie del suo paese accennavano con grande timore, e a sopravvivere all’incontro. Con passo spedito, quasi saltellando, riprese la sua via verso casa.
Il mattino seguente si svegliò con una misteriosa febbre. Non si capiva di che natura fosse, nessun rimedio sortiva effetto, e lui intanto era preda di terribili dolori.
Prima che il giorno finisse, lui era già morto. E per quanto nessuno lo dica, possiamo supporre che le sue ultime parole siano state frutto del delirio e della sua mente, sconvolta e incapace di controllare ciò che diceva, e che riguardassero l’incontro che aveva avuto quella notte: chi era lì con lui l’avrà sentito ripetere più volte un nome, e avrà pensato che lo dicesse perché era un’espressione proverbiale, da quelle parti, chiamare la morte col nome di quell’essere che la portava con sé nei racconti. Il nome era Ankou.

Ankour disegnato da Maurice de Becque,
da “Légendes Bretonnes”, 1921.

L’Ankou è il Tristo Mietitore bretone, ed è probabilmente l’origine dell’immagine stessa della morte come scheletro armato di falce, poiché questa è la sua raffigurazione originaria, incredibilmente diffusa nel Medioevo. Nelle sue orbite brillano due piccoli lumi, come candele in una caverna vuota, e porta con sé un osso umano con cui affilare la falce. Il suo carretto viene chiamato in bretone “Karrig an Ankou”, e in alcune storie è accompagnato da due aiutanti, uno che guida il cavallo, tenendolo per le briglie, e uno che bussa alle case dove il suo padrone dovrà fermarsi a prendere i morituri.
È molto interessante come l’Ankou, che nelle leggende può apparire ovunque, sia collegato a un luogo in particolare: i Monts d’Arrée, che in bretone sono detti Menez Are, una catena montuosa della Bretagna. Sembra che da qualche parte su quelle montagne si trovi una porta, che viene chiamata Youdig, aperta direttamente sugl’inferi e che collega il nostro mondo con l’altro. L’Ankou è colui che conduce attraverso quella porta, verso l’aldilà.
Le raffigurazioni dell’Ankou sono molto frequenti nelle chiese e nei monasteri di queste regioni, e sono spesso accompagnate, come del resto le danze macabre, da massime severe che ammoniscono l’uomo e gli ricordano l’inesorabilità della sua sorte. Si racconta così che il mietitore sul carro, prima di portar via con sé le persone che incontra, dica loro frasi come quelle delle epigrafi delle chiese, il classico “Memento mori”, oppure “Polvere eri e polvere tornerai”. Ve n’è poi una tipicamente bretone:

Maro han barn ifern ien, Pa ho soign den e tle crena.

Che si traduce:

La morte, il giudizio, il gelido inferno: quando l’uomo ci pensa, deve tremare.

Oltre a guidare il carro, l’Ankou è descritto come un barcaiolo, ricordando molto da vicino Caronte ma risultandoci ben più inquietante, poiché naviga nel mondo dei vivi. Per questo in Bretagna si sconsigliava di aggirarsi vicino alle coste o ai fiumi dopo il tramonto: ci si sarebbe potuti imbattere nel macabro rematore.
Sul significato del suo nome ci sono due ipotesi: seconda la prima, deriva dal bretone ankounac’h, che significa “dimenticanza”, in quanto composto dalla negazione an- e da koun, “memoria”; l’altra lo riallaccia alla radice ank, che si trova nell’inglese anguish, “angoscia”, nel tedesco Angst, paura, nel latino angustia, nel francese angoisse, angoscia, e via dicendo.
La falce come immagine della morte è molto antica, ma se pensiamo alla falce come simbolo di transizione e mutamento, probabilmente è un concetto che è sempre esistito. Studiare le fiabe lunari e il modo in cui il ciclo della luna è riflesso nella maggior parte delle storie antiche -concetto visto in La Luna dei Mostri), mi ha insegnato a leggere la falce di luna crescente come la luna nuova che uccide quella vecchia, portandola a nascondersi nel mondo sotterraneo fino alla sua rinascita. Kronos, il titano che rappresenta il tempo, è tradizionalmente raffigurato col falcetto con cui evirò Ouranos, il cielo, sostituendolo in questo modo come signore dell’universo. Il tempo cancella e distrugge inesorabilmente.
Sempre nel mondo greco la morte è Thanatos, un genio alato che pare dimori appena fuori dall’Ade, caratteristica che tra poco troveremo anche per l’Ankou.
Questi è infatti parto della religione celtica, diversa da quella greca da molti punti di vista. Presso i Celti, tutte le cose sono complementari e indispensabili le une per le altre, e così come la notte segue il giorno e l’inverno segue l’estate, anche la morte fa parte de
lla vita. Probabilmente Ankou è quanto rimane di un’antica divinità legata al ciclo delle cose, forse alla stessa morte, che in origine aveva una valenza positiva o perlomeno neutra, ma che, con l’influenza del cristianesimo, e la sua operazione di integrazione degli elementi pagani più forti nel suo sistema di categorizzazione dell’esistenza, è divenuto un’idea sempre più sgradevole e sempre più oscura.
Sarebbe una mancanza da parte mia non ricordarvi che, in tempi lontani, a viaggiare per la terra con un cappello a tesa larga era anche Odino.

L’attività dell’Ankou si lega sovente alle feste, e spesso in maniera punitiva: personaggi che agiscono in modo errato, esemplificando una divergenza dal costume vigente, sono protagonisti di un incontro sovrannaturale che serve da monito alla loro comunità: occorre vivere rettamente e seguendo le usanze. A parte questo si dice che, durante la messa di mezzanotte a Natale, il mietitore sia solito sfiorare col suo mantello tutti quelli che non supereranno l’anno in arrivo.
La più nota storia sull’Ankou è quella di Fanch ar Floch, un fabbro che non onorò debitamente il Natale. Molte leggende raccontano delle gravi sciagure che si abbattono su chi commetta una mancanza verso il Natale. Ecco cosa accadde al disgraziato artigiano.
Fanch ar Floch era un uomo abile nel suo mestiere, mestiere che svolgeva con grande dedizione, e così capitò che un anno non partecipasse alla messa di Natale perché doveva terminare un lavoro. Occorre che teniate presente che un tempo la messa di Natale aveva luogo di notte, anche più tardi dell’ora cui si svolgono le veglie oggigiorno. La moglie, non riuscendo a farlo desistere, gli chiese almeno di raggiungere lei e i figli entro il momento dell’Elevazione (cioè della Consacrazione), e il fabbro promise.
A questo punto, la storia prende due direzioni: secondo una, al momento dell’Elevazione il fabbro stava ancora lavorando, mentre secondo l’altra aveva finito in tempo. Fanch ar Floch non raggiunse mai la sua famiglia a messa, poiché quella notte l’Ankou, sul suo carro scricchiolante, col volto nascosto dal grande cappello, si presentò alla sua bottega e gli chiese di riparare la sua falce. Il fabbro cercò di desistere, poiché sapeva di essere atteso, ma possiamo anche ritenere, nella lettura a lui più sfavorevole, che non ponendosi il problema abbia accettato di svolgere quel piccolo lavoro, che gli richiese poco tempo.

Ankou da un ossario di
La Roche-Maurice.

L’Ankou gli disse, una volta ripresa la falce, di mandare a dire a sua moglie di chiamare un prete per il giorno dopo, poiché lui aveva lavorato a Natale e per questo sarebbe morto col nuovo giorno; poi se ne andò com’era venuto. La morte qui è una punizione per la mancata osservanza di un importante precetto religioso (“Ricordati di santificare le feste” è, non per nulla, uno dei Dieci Comandamenti), una punizione che, badate bene, non viene stabilita dall’Ankou, poiché egli è un semplice agente di decisioni prese dall’alto; possiamo però credere all’altra versione, per la quale l’Ankou interviene per dare una possibilità di redenzione a Fanch ar Floch, che grazie all’avvertimento può far accorrere un prete in tempo e morire in grazia di Dio.

Ben diversa è la storia di Yann Postik, che proviene dal libro “Légendes Bretonnes” (1921), illustrato da Maurice de Becque.
Il racconto si svolge proprio nella notte di Ognissanti, e riprende il motivo celtico di Samhain e dei morti che in quel particolare periodo tornano a camminare sulla terra; esso ha inizio con queste parole:

Preghiamo, fedeli, preghiamo per i defunti, poiché i Bretoni amano i loro morti. E sulla terra, sotto la quale riposano i loro poveri corpi, preghiamo per le anime dei trapassati. È durante la notte di Ognissanti, soprattutto, l’Ognissanti messaggera d’inverno, che ciascuno pensa a quelli che non sono più. Poiché è in quella notte, fedeli, in quella notte lì soltanto, che Dio permette ai morti di tornare ai luoghi in cui sono amati, ai paesi in cui hanno vissuto, ai posti in cui hanno sofferto.

Viveva una volta in Bretagna un giovane uomo di nome Yann Postik, che non si curava né di Dio, né del culto, né dei morti; sua madre, sua figlia e le sue sorelle erano tutte morte, e lui le aveva lasciate lì, sotto la terra e la dimenticanza, senza pregare per loro, né richiedere indulgenza alcuna, né piangerle. Trascorreva i suoi giorni nel divertimento, cantando e ballando, e non si curava di nulla che fosse serio. Trascorse così anche il giorno di Ognissanti, quando tutti nel villaggio avevano preparato le case per la visita dei morti, accendendo fuochi e apparecchiando la tavola perché gli spiriti potessero rifocillarsi; tutti tranne lui, che non se ne curò.
E così, la notte, dopo aver fatto le ore piccole in una locanda, si avviò per la strada verso casa, senza smettere di cantare. Non smise di cantare nemmeno quando passò davanti al cimitero, né si tolse il cappello, né mostrò segno di riverenza alcuna.
Mentre procedeva, passò davanti a una villa dove una banderuola prese voce e gli disse: «Torna indietro Yann, torna indietro». Ma lo ignorò.
Poi giunse davanti a un ruscello, che parlò e gli disse «Non passare Yann, non passare». Ma lui passò.
E dopo ancora il vento che soffiava fra i rami degli alberi prese parola e gli disse «Resta qui Yann, resta qui». E Yann non ascoltò neanche lui.
Giunto alla fine della valle, il giovane stava canticchiando una canzone intitolata Mariannik, quando udì una nuova musica sovrapporsi alla sua: lo scricchiolare di un vecchio carro da morto, trainato da due cavalli neri.
A guidarlo era l’Ankou.
Quando gli fu vicinò, l’uomo in nero disse: «Vattene, o ti farò tornare indietro, vattene».
Yann non ne fu per nulla intimidito, e con sicurezza gli chiese «Cosa fai tu, che vai in giro a quest’ora così tarda?».
«Prendo e sorprendo» fu la risposta.
«E dove vai, Ankou, dove vai così di fretta?»
«Vado in cerca del morto che parla e cammina ancora, vado in cerca di Yann Postik»
A sentire quella risposta Yann scoppiò a ridere, prese congedo dal carrettiere e continuò per la sua via. Poco dopo vide due giovani donne, dal colorito molto chiaro, che stavano lavando dei panni. Anche a loro chiese cosa facessero.
«Noi laviamo, asciughiamo e cuciamo» rispose la prima, e poi parlò la seconda e disse la stessa cosa.
«E che cos’è che lavate, asciugate e cucite?» chiese Yann.
«Laviamo, asciughiamo e cuciamo il sudario del morto che parla e cammina ancora, il sudario di Yann Postik»
Anche allora Yann rise, e si allontanò. Più tardi udì i colpi delle lavandaie, che mentre asciugavano il sudario cantavano:

Ken na zeui kristen salver,
Red eo gwalch’hi hol linser
Dindan an erc’h hag au ear!

Ogni volta che viene un cristiano salvatore,
dobbiamo lavare il nostro sudario,
sotto la pioggia, la neve e il vento.

Le stava ancora ascoltando cantare quando le vide correre verso di lui e farglisi intorno, porgendogli il lembo del sudario e chiedendogli di tenerlo in modo da far scorrere giù l’acqua. Mentre faceva così, vide farsi innanzi una folla di donne dallo stesso aspetto spettrale, e in mezzo a queste scorse sua madre, sua figlia e le sue sorelle, che gridavano e ripetevano:

“Maledetto colui che ha dimenticato i morti! Maledetto colui che lascia i suoi familiari senza preghiere, maledetto colui che lascia gemere i suoi nelle fiamme dell’Inferno!”

Il giorno dopo, una ragazza che doveva passare da quelle parti per portare il latte, trovò il corpo di Yann steso per terra senza vita. Chiamò la gente del paese, che accorse e lo portò a casa sua per predisporre la sua sepoltura. Ma mentre ciò avveniva, le candele che avevano disposto intorno alla sua salma si spensero d’un colpo: fu chiaro a tutti che l’anima di quell’uomo era dannata per l’eternità. Così lo portarono al cimitero e lo seppellirono sotto la scala di pietra, fuori dalla terra consacrata.

Quella dell’Ankou è una carica che si trasmette, e cambia di anno in anno: la tradizione vuole che l’ultimo morto dell’anno dia il cambio al tetro carrettiere, che probabilmente potrà accedere all’aldilà, mentre il nuovo Ankou opererà per l’anno seguente in attesa nel prossimo cambio. Pare che questo “computo dei morti” venisse fatto per parrocchia, e cioè che ogni parrocchia ritenesse che il suo ultimo defunto divenisse Ankou, il che ci porta a domandarci se in realtà non ne viaggiassero molti contemporaneamente.

Proprio sulla versione della storia che vuole che l’individuo alla guida del carro cambi ogni anno si costruisce la trama di un importante e bellissimo film svedese del 1921, “Il carretto fantasma” di Victor Sjöström (titolo originale “Körkarlen”, cioè Carrettiere), tratto da un romanzo del 1912, con lo stesso titolo, dell’autrice Premio Nobel Selma Lagerlöf.
Potete vederlo tranquillamente nella sua pagina della Wikipedia svedese, dove troverete un video che ha le frasi in svedese (si tratta in un film muto), con sottotitoli in inglese e anche in italiano: https://sv.wikipedia.org/wiki/K%C3%B6rkarlen_(film,_1921)
Il film racconta, come le varie leggende su Ankou, di un furfante privo di moralità, David Holm (interpretato dallo stesso regista), che riesce a trovare redenzione in maniera insperata, proprio grazie all’incontro con il carro dei morti. Non viene fatto il nome Ankou, e il carrettiere mantiene sembianze assolutamente umane, ma attraverso l’aspetto spettrale del carro, realizzato con un effetto di trasparenza che non mi sarei aspettato in un film così vecchio, l’abito nero e la falce del carrettiere, possiamo davvero sentire il peso di un’antica leggenda raccontata ancora una volta grazie ad un nuovo mezzo, il cinema.Tutto comincia la notte del 31 dicembre sul capezzale di Edit (Astrid Holm), una suora laica che sta morendo di tubercolosi. In un momento così drammatico il suo pensiero si rivolge a David, e il suo massimo desiderio è poterlo vedere un’ultima volta: come apprendiamo nel corso del film, Edit ha cercato per tanto tempo di redimerlo e indirizzarlo verso la buona strada, ma lui ha risposto negativamente a ogni suo tentativo. La persona inviata a chiamarlo lo trova al cimitero, intento a bere acquavite con due compagni per festeggiare Capodanno. A loro David racconta una storia, che anni prima gli è stata raccontata da un vecchio amico, Georges (Tore Svennberg), sul quale si apre una serie di flashback, su un vecchio incontro di lui e David prima e sull’occasione in cui, il Capodanno di due anni prima, questi ha raccontato a lui e a un altro amico la storia del carretto fantasma, che viene mostrato in un flashback nel flashback: il film opera qui un sorprendente gioco di racconti dentro i racconti, aprendo parentesi dentro parentesi e riuscendo a dirigerle senza che si perda il filo. Altra cosa che non mi sarei aspettato, in un film di quegli anni.
La storia del carro, in questo film, vuole che le anime dei morti vengano raccolte dal cocchiere del misterioso carro, che si dice non essere un uomo vivo e guidare all’ordine di un padrone, “che si chiama Morte”. Questo cocchiere viene sostituito ogni anno dall’ultima persona morta entro la mezzanotte del 31 dicembre, che assume l’incarico e un temibile peso: stando a quanto viene detto, per il carrettiere ogni giorno è lungo come infiniti anni, probabilmente perché deve raggiungere i luoghi di tutte le persone che muoiono (non è dato sapere se della sola regione in cui vive o di tutto il mondo, ma discutere questi dettagli ucciderebbe la poesia). In due scene davvero ben riuscite il carro fantasma raccoglie prima l’anima di una persona morta in casa, e poi quella di un morto in mare, col cavallo e le ruote che avanzano sulle onde e calpestano l’acqua come terraferma (il che ricorda l’idea dell’Ankou come barcaiolo).
Chiusa questa serie di flashback, apprendiamo ancora da David che Georges è morto proprio l’anno prima a Capodanno, dopodiché vediamo l’arrivo Gustafsson (Tor Weijden), che dovrebbe portare David da Edith, il suo rifiuto, e la lite che ne scaturisce tra questi e i due compagni di bevute, che termine col suo assassinio poco prima della mezzanotte. I due fanno appena in tempo a fuggire prima della comparsa del carro fantasma, guidato proprio da Georges che, davanti all’amico, esclama «Proprio tu, David, mi sostituirai?». Attraverso le sue caratteristiche si delinea una raffigurazione del tristo mietitore, delle sue capacità e della sua attitudine verso gli altri, che certamente diede numerosi spunti a Ingmar Bergman per la sua Morte ne “Il settimo sigillo“; lo stesso Bergman disse di amare il film di Sjöström, che vide per la prima volta a quindici anni e da allora continuò a rivedere in media una volta ogni anno, oltre a dirigere un film televisivo intitolato “Bildmakarna” (Image Makers nei paesi anglofoni), nel 2000, in cui raccontava una storia riguardante il suo maestro, l’autrice Selma Lagerlöf e altre persone legate al film. Questo mietitore può obbligare le anime attraverso la frase “Prigioniero, esci dalla tua prigione”, ed è duro e inflessibile nel suo seguire le leggi che regolano lo spirito, ma anche mite e pacato nel rivolgersi agli altri.
Egli dà inizio ad una nuova e più lunga serie di flashback, i ricordi delle tappe che hanno segnato la degenerazione morale di David, l’allontanamento dalla famiglia, cui è seguito il “crollo” del fratello macchiatosi di omicidio, e soprattutto le sofferenze causate alla moglie e ai suoi bambini, fino al punto in cui lei (Hilda Borgström) è fuggita di casa portandole con sé. A segnare di più la vita di David è stato proprio questo abbandono, cui è seguita la decisione di cercarla per tutta la Svezia; proprio in questa ricerca si è imbattuto nel centro di accoglienza di Edit, che fin dal suo arrivo si è fortemente affezionata a lui, trattandolo con ogni riguardo nonostante le sue frasi sprezzanti, le urla e le risate crudeli; fortemente e fatalmente, dato che è stato proprio rammendando la sua giacca scucita che Edit ha preso la malattia che adesso la sta uccidendo. In un’occasione, Edit incontra la moglie di David e riesce a convincerla a tornare dal marito, solo per provocare una nuova serie di episodi di crudeltà che raggiunge l’apice in una scena in cui la donna blocca David chiudendo una porta a chiave e lui si apre il passaggio a colpi d’ascia; se ve lo state chiedendo, è proprio da qui che deriva la scena analoga di Shining.
Ora dunque Edit sta morendo, e il carro della morte deve andare a prenderla: salito insieme a Georges, che per un giorno deve mostrare al suo successore come svolgere il compito di psicopompo, David ascolta il dialogo tra il fantasma e la suora, che non vuole andarsene prima di aver potuto vedere David, che ha -lo ammette infine- amato teneramente per tutto quel tempo. Questo incontro smuove il suo pentimento, come le visioni dei fantasmi del Natale passato e presente riuscivano a smuovere quello di Scrooge nel racconto di Dickens, ma sarà una situazione ancora più drammatica a compierlo: il carro della morte giunge a casa di David, dove sua moglie sta per prendere del veleno e darlo anche ai bambini. Quel momento, e il disperato desiderio di impedire la morte dei suoi cari, provocano un’agitazione in David che convince il carrettiere a ricorrere a un’inaspettata capacità: riporre l’anima nel corpo, resuscitandolo. David riesce ad arrivare a casa in tempo (il suo corpo era ancora al cimitero), e davanti alla moglie che aveva quasi visto morire, con su di sé il peso del suo nuovo senso di responsabilità verso le persone che hanno sofferto per lui, piange disperatamente, lavando con quelle lacrime la sua cattiveria. Così redento, David prende l’impegno di vivere in modo più giusto, e prega pronunciando, come desiderio, una frase che aveva detto il fantasma di Georges: «Signore, lascia che la mia anima maturi prima che venga raccolta».
Una storia di redenzione avvenuta grazie agli spettri e al modo in cui essi hanno mostrato al protagonista il suo passato, facendogli aprire gli occhi, proprio come in tante storie del Medioevo, raccontata attraverso un film che usa effetti visivi e sistemi narrativi complessi e audaci, combina il fiabesco con un duro realismo -ambienti poveri, immoralità, malattia- e ci permette di vedere in un altro modo lo stesso Ankou: anche le forze della morte sono lì per guidarci verso un unico e comune obiettivo, che è vivere la nostra vita in modo felice e buono.
Del film esistono anche un remake francese del 1939, diretto da Julien Duvivier, e uno svedese del 1958, di Arne Mattsson.

Oltre a questo film, la modernità sembra non aver dimenticato del tutto l’Ankou, poiché l’immagine del carro dei morti e di uno spettrale conducente sono ancora presenti, se le cerchiamo.

Concept art del Carro del Boia di Dark Souls.

Il primo esempio che mi viene in mente, per la potenza dell’immagine, proviene da Dark Souls II e dal boss “Carro del Boia” (Executioner’s Chariot): in questo caso parliamo di un non morto, ciò che resta di un crudele esecutore estremamente zelante nel suo lavoro, che per il suo desiderio di continuare a svolgerlo in eterno è andato oltre la morte, ridotto a scheletro su un carro trainato da un cavallo a due teste. Il fatto che lo scheletro impugni una falce e la singolare caratteristica del cavallo sembrano indizi abbastanza sicuri del fatto che il carro derivi dall’Ankou. Qui però è il cavallo a condurre davvero il carro, e in lui si è impressa con più forza la volontà del boia, che è un semplice fantoccio. Questo boss, per le ruote armate di punte, che costringono a fare molta attenzione e cercare di evitare i suoi passaggi, per le fiamme nella sala in cui lo si affronta, e per come lo si debba far cadere a terra per ingaggiare un combattimento diretto, non può non ricordarmi il caro vecchio Gerione di Devil May Cry 3.
Ben prima di entrambi i giochi, l’Ankou figurava in Final Fantasy: in Final Fantasy VIII è il nome di un incantesimo che infligge lo status KO -in altri termini, che uccide; nel IX è un oggetto con cui nutrire il Chocobo, l’uccello giallo che ricorre in tutti i capitoli; nell’XI è un nemico scheletrico armato di falce.
Ma pensiamo a qualcosa di più noto: abbiamo ancora uno psicopompo scheletrico, nella nuova mitologia popolare del fumetto e del cinema: è Ghost Rider, che percorre le strade sulla sua moto alla ricerca di peccatori da spedire all’Inferno. Ghost guida una moto, veste da biker ed è avvolto dal fuoco, è insomma un prodotto del nostro tempo, ma non è difficile vedere il mondo di tradizioni che lo precedono, dalla Caccia selvaggia ai cavalieri senza testa, fino ai solitari predatori di anime come il nostro Ankou.

La band di blackster americani Black Funeral, nel suo ultimo full lenght uscito l’anno scorso, si è interessata di leggende oscure del mondo celtico, e intitolando l’album “Ankou and the Death Fire” ha dedicato ciascuna delle nove tracce a una creatura diversa, come i vampiri Dearg-Due, lo spettro senza testa Dullahan e i nostri amici canini Cwn Annwn. La title track è la seconda dell’album, e si apre con suoni ambientali e una voce dell’oltretomba che sembra preannunciare eterno tormento, dopodiché prosegue con riff lenti, tenebrosi e maestosi, l’incedere del carro dell’Ankou che porterà via chi deve portare, senza possibilità di scampo. La band non rilascia i testi, quindi non posso dirvi di cosa parli, ma il potere comunicativo della musica fa passare bene il suo messaggio. È un brano bellissimo (forse un po’ meno se non vi piace il genere e se l’occultismo vi disturba) e merita di essere conosciuto.

Siamo alla fine del post, e accade una cosa molto importante: l’Ankou ci prende e ci porta con sé.
Tutto questo parlare di luna che scende sottoterra, poi del Cane Nero e dell’Ankou che hanno la stessa funzione, portare le anime all’altro mondo. Vogliamo vederlo o no, quest’altro mondo?
Varchiamo la porta nella montagna e scendiamo una lunga rampa di scale, mentre la realtà perde mano a mano il suo significato. Arriviamo in fondo, al punto in cui comincerà il prossimo post. Ed ecco cosa ci troviamo davanti: una gigantesca bocca.

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