Anime di Mostri: Il Cane Nero

Una brughiera nebbiosa, da qualche parte in Inghilterra. Una notte dove ogni cosa sembra fuori posto, si respira che è una notte strana, e che è una notte importante, fatale, poiché weird significa strano, ma un tempo era Wyrd, destino.
Un viandante, un gentleman col cappello a cilindro, sta percorrendo la strada che percorre abitualmente, con gli stessi luoghi, le stesse immagini. Il posto non ha nulla che non vada, a parte forse il freddo e quella rada foschia che copre le strade lontane, né l’uomo ha qualcosa, quel giorno, che non avesse avuto tempo prima. Non è lui il punto, né il posto, né il momento. È il fatto che siano tutti e tre in quella precisa circostanza.
L’uomo vede una sagoma di sfuggita, e si inquieta, si ferma e si volta per capire cosa sia successo. È la sagoma di un cane nero. Un cane di taglia e proporzioni ragguardevoli, un esemplare di tutto rispetto. Quel cane è strano. Sta lì immobile a guardare, non abbaia, non proferisce altro suono, parrebbe una statua. Ma osserva. L’uomo è certo che il cane lo stia osservando, e anche quando riprende a camminare e continua a guardarlo, vede che il cane non ha distolto gli occhi; così gira il capo e continua per la sua strada tranquillo, fingendo di non preoccuparsene, pensando che dopo un po’ il cane starà guardando altrove. Un passo, due passi, tre passi, quattr-dan!, si gira. Il cane non ha neanche perso il contatto; lo sta ancora fissando.
Certo è che quel cane è una presenza fastidiosa, importuna, e anche alquanto sinistra, ma è altrettanto certo che non sarebbe una buona idea andargli vicino e scacciarlo: è grosso e dall’aria severa, non sembra per niente facile da impressionare, ma soprattutto vi è qualcosa in lui, nell’ambiente e nella situazione, che dà all’uomo un’impressione ancora più negativa. Si sente molto a disagio.
L’uomo si allontana a passo più rapido, talvolta girandosi; il cane è sempre lì e non si muove. Procede finché non si trova lontano, tanto che voltandosi non scorge neanche più il cane: allora si rallegra, cammina più veloce, saltella persino, perché quella situazione che lo aveva preoccupato si è risolta, e adesso potrà riprendere il filo dei suoi pensieri, dei suoi progetti, della sua vita, per condurla verso la meta del suo desiderio.
Quell’uomo morirà quella stessa notte, poco dopo, poiché ha visto il presagio che non lascia scampo: ha visto il Cane Nero.

« …accanto al corpo di Hugo, con le zanne ancora affondate nella gola sbranata, c’era un essere orrendo, un’enorme bestia nera, simile a un mastino ma assai più grande di qualsiasi mastino si sia mai visto al mondo. E mentre lo guardavano sbigottiti, quella creatura dilaniò con uno strappo la gola di Hugo Baskerville volgendo verso di loro gli occhi fiammeggianti e le fauci grondanti di sangue. »
(Arthur Conan Doyle, “Il mastino dei Baskerville”)

Opera di Matthew Stewart.

C’è un’ombra sul tessuto delle leggende e dei racconti popolari, il ricorrere di un a misteriosa cratura d’aspetto canino, nera e con occhi sinistri, infuocati come tizzoni d’inferno o bianchi e luminosi come la follia. Nel sentire parlare di questa figura avrete probabilmente pensato al mastino dei Baskerville, l’animale che dà il titolo al celebre romanzo di Arthur Conan Doyle, e magari anche al Gramo, un presagio dell’universo di Harry Potter che si manifesta appunto come cane nero, perseguitando la vita di Harry e dei suoi amici nel corso del loro terzo anno ad Hogwarts, fino alla scoperta che il cane in questione altri non è che il padrino e fedele amico della famiglia Potter, Sirius Black; e avrete fatto bene, poiché entrambe le figure derivano da una ricorrente presenza che infesta il folklore di diversi paesi della Gran Bretagna.
Il cane, dovete sapere, è uno dei principali animali psicopompi (da psyché, “anima”, e pompòs, “colui che manda”), quelli associati al trapasso e al mondo dei morti, che nelle culture più antiche si occupavano appunto di accompagnare le anime dei defunti nei luoghi cui appartenevano. Benché anche il cavallo o il ragno siano psicopompi, il cane ricorre in modo più frequente e più tipico.

Garmr, guardiano di Hel, dinanzi a Gnipahellir.
https://kolesnikov.deviantart.com/art/Garmr-i-Gnipahellir-325856061

Ricorderete tutti Cerbero e le sue tre teste nel mondo greco, dove sorveglia l’entrata degli inferi; forse saprete in meno come anche l’Idra sorvegliasse un ingresso per l’Ade, e che l’Idra venisse da alcuni descritta come dotata di torso e di zampe di cane. Anche Anubi, con la sua testa da sciacallo, viene tradizionalmente accostato a questo concetto, che diviene già più interessante quando scopriamo che anche nel mondo nordico il regno di Hel era sorvegliato da un mostro con quattro occhi e il pelo incrostato di sangue, il cane Garmr. Anche lui, il giorno del Ragnarök, si libererà, e si scontrerà con Tyr, dio della guerra, fino alla morte di entrambi. Il nome di Garmr, dettaglio interessante, è stato messo a confronto con quello di Cerbero dallo studioso di religioni europee Bruce Lincoln, che li fa risalire alla radice indeuropea *ger-, che significa “ringhiare”; nel 2013 un altro studioso, Daniel Ogden, ha osservato che in realtà i nomi dovrebbero risalire da due radici diverse, *ger- e *gher-. In quanto le due radici sono comunque vicine, e i due mostri lo sono ancora di più, il nesso fra i due ha ragione di esistere. Propp rilevava come spesso rappresentare creature con più teste fosse una metafora per indicare la loro voracità e inesorabilità, dunque Garmr e Cerbero potrebbero anche essere lo stesso mostro, rappresentato secondo codici diversi.

« Geyr Garmr miök                                     «Feroce latra Garmr
fyr Gnipahelli,                                             dinanzi a Gnipahellir,
festr mun slitna,                                           i lacci si spezzeranno
en freki rinna»                                             e il lupo correrà.»

(Völuspá)

Garmr, tra parentesi, ha avuto recentemente una felice rappresentazione nel videogioco “Hellblade: Senua’s Sacrifice”, dove assume l’aspetto di un gigantesco mostro canino dall’aspetto scheletrico, glabro e con quattro lunghe zanne. Ne parlerò meglio quando scriverò su Hellblade, sia in piccoli post sulla mia pagina Facebook e sia in un ampio discorso su questo lido.

Cŵn Annwn.

Questa sarà probabilmente la terza volta che ho bisogno di Ecate. La dea triplice dei crocicchi e della magia vagava urlante nella notte accompagnata da una muta di cani da caccia, ed era ritenuta un presagio nefasto. Anche Artemide-Diana, cacciatrice per eccellenza, aveva una compagnia simile.
Nel mondo celtico, citati anch’essi già diverse volte, troviamo i Cŵn Annwn, i cani di Arawn, re degli inferi, bianchi con le orecchie carminie.
È probabilmente dal complesso di queste antiche storie che derivano le storie delle terre delle brughiere, che giungono al secolo scorso, di minacciosi cani neri la cui visione annuncia la morte di chi li vede, o di una persona a lui vicina. Il folklore britannico in realtà è ricco di spiriti simili, come la Banshee irlandese o l’Ankou; accanto ad essi, poi, vi sono cani ritenuti anche pericolosi di per sé, creature infernali che attaccherebbero e ucciderebbero chiunque avesse la sfortuna di incrociarli.
La più antica testimonianza scritta dell’apparizione di un cane nero in area britannica è probabilmente quella testimoniata nella Cronaca Anglosassone del 1127:
Nessuno si stupisca della verità di quanto stiamo per riportare, poiché comunemente risaputo in tutto il paese che immediatamente dopo il suo arrivo [l’abate Henry di Poitou dell’Abbazia di Peterborough] -era domenica, mentre cantavano “Exsurge, quare obdormis Domine” – molti uomini videro e sentirono un gran numero di cacciatori a caccia. I cacciatori erano neri, enormi e orridi, e cavalcavano su cavalli neri e su capri neri, e i loro segugi erano corvini, orribili e con occhi come piatti. Questo fu visto in pieno parco dei cervi della città di Peterborough e in tutti i boschi che si trovano da lì a Stamford, e la notte i monaci udirono quelli suonare e soffiare nei loro corni. Testimoni affidabili che montarono la guardia nella notte dichiararono che avrebbero potuto benissimo esserci venti o trenta di loro a suonare i corni, da dove li sentivano. Questo fu visto e udito dall’ora del suo arrivo per tutta la Quaresima e fino a Pasqua.
Si tratta di una vera e propria Caccia selvaggia, dove un manipolo di cacciatori dagli attributi sovrannaturali e inquietanti è accompagnato da animali affini, e una muta di cani da caccia non può mancare.
Nel 1958, lo studioso del folklore inglese Theo Brown ha classificato nel suo saggio “The Black Dog. Folklore” tre categorie di cane nero: quella rappresentata dagli esseri che vedremo più avanti, di cui il più emblematico è il Barghest, intese come singole entità piuttosto che come individui appartenenti ad una specie, spesso in grado di assumere altre forme; quella del Cane Nero propriamente detto, che “è sempre nero, ed è sempre un cane e nient’altro”, un individuo piuttosto che un’entità, associato ad una persona o ad una famiglia, e spesso alle streghe; una terza, più rara categoria, cui appartengono cani la cui apparizione si lega al ciclo delle stagioni.
Il nostro viaggio si svolgerà attraverso questo canile spettrale, e comincerà col Barghest.

Il Barghest, chiamato anche Barguest, infesta il Northumberland e la contea di Durham. Il suo nome deriva da ghest, guest, alterazioni di ghost, fantasma, ma anche spettro, spirito o demone, e dunque può significare fantasma della cittadina (burh). L’Encyclopedia Britannica scrive:

“BARGHEST, Barguest or Bargest, the name given in the north of England, especially in Yorkshire, to a monstrous goblin-dog with huge teeth and claws. The spectre-hound under various names is familiar in folk-lore. The Demon of Tedworth, the Black Dog of Winchester and the Padfoot of Wakefield all shared the characteristics of the Barghest of York. In Wales its counterpart was Gwyllgi, “the Dog of Darkness,” a frightful apparition of a mastiff with baleful breath and blazing red eyes. In Lancashire the spectre-hound is called Trash or Striker. In Cambridgeshire and on the Norfolk coast it is known as Shuck or Shock. In the Isle of Man it is styled Mauthe Doog. It is mentioned by Sir Walter Scott in “The Lay of the Last Minstrel”—

“For he was speechless, ghastly, wan

Like him of whom the story ran

Who spoke the spectre hound in Man.”

A Welsh variant is the Cwn Annwn, or “dogs of hell.” The barghest was essentially a nocturnal spectre, and its appearance was regarded as a portent of death. Its Welsh form is confined to the sea-coast parishes, and on the Norfolk coast the creature is supposed to be amphibious, coming out of the sea by night and travelling about the lonely lanes. The derivation of the word barghest is disputed. “Ghost” in the north of England is pronounced “guest,” and the name is thought to be burh-ghest, “town-ghost.” Others explain it as German Berg-geist, “mountain demon,” or Bar-geist, “bear-demon,” in allusion to its alleged appearance at times as a bear. The barghest has a kinsman in the Rongeur d’Os of Norman folklore. A belief in the spectre-hound still lingers in the wild parts of the north country of England, and in Nidderdale, Yorkshire, nurses frighten children with its name.”

Il Barghest è il cane nero del racconto “The Black Dog” di Neil Gaiman, contenuto nell’antologia “Trigger Warning: Short Fictions and Disturbances”. Si tratta di una nuova storia di Shadow, il protagonista del celebre “American Gods”.
Nell’universo di Dungeons & Dragons il Barghest figura fin dalla prima edizione di Advanced Dungeons & Dragons (1979), dove è un tipo di creatura imparentata con i goblin, e il cui vero aspetto è simile al loro, in grado di assumere numerose forme. Crudele e di allineamento legale malvagio (cioè un essere dedito al sopruso e alla cattiveria, ma secondo un preciso sistema), il Barghest proviene dalla Gehenna, uno dei piani dimensionali dei demoni e degli esseri malvagi. Ricorre nelle successive edizioni di D&D e in Pathfinder.

Dal bestiario di The Witcher.

In The Witcher , già citato a proposito della Caccia selvaggia, anche perché questa, nel terzo capitolo, è accompagnata da segugi sovrannaturali ricoperti di ghiaccio, il Barghest figura fin dal primo titolo, dove è il bestiario di gioco dice di lui:

“La gente dice che i barghest sono spettri che si materializzano sotto forma di cani infernali e perseguitano i vivi. Secondo alcune superstizioni, questi mostri sono esploratori della Caccia Selvaggia. Altre leggende dicono che i fantasmi appaiono come un segno del divino e acquisiscono un corpo. Comunque tutti i racconti concordano in una cosa: i barghest non mostrano alcuna pietà per i vivi.”

I Barghest sono deboli alla spada d’argento e ad alcuni segni degli strighi, e in quanto spettri sono immuni al veleno e alla paura, mentre colpi di stordimento possono rallentarli. Se ne ricavano gli ingredienti alchemici dei fantasmi, l’ectoplasma e la polvere di morto, e il teschio, che viene pagato bene.
Nel DLC di The Witcher 3, intitolato “Blood and Wine”, i Barghest ritornano in una nuova veste: grossi, poderosi cani senza pelle e senza orbite oculari, compiono una carica fulminea molto violenta e non possono essere bruciati dal segno apposito; dalle fauci esalano una sorta di fiamma spettrale in grado di spezzare le barriere create da Geralt con i segni. In quanto creature spettrali, si affrontano con gli accorgimenti usati per i wraith e altri generi di fantasma.
Il bestiario del gioco dice di loro:

Barghest di The Witcher III.

«Rifuggite dal peccato e dalle cattive azioni e, se mai foste tentati dal male, ricordate la piaga di barghest che ha colpito gli abitanti della periferia di Vizima!»
“Sermoni per i giorni di festa”, Reverendo Yomen di Tretogor.

“I sempliciotti credono che compiere azioni particolarmente malvagie scateni l’ira degli dèi sotto forma di cani fantasma conosciuti come “barghest”, che si aggirano per le strade di notte. Anche se questa storia fosse vera, i barghest sono un pericolo sia per i santi che per i peccatori, visto che attaccano entrambi con egual ferocia. I witcher raramente credono negli dèi, ma riconoscono l’esistenza dei barghest e sanno che sono sempre collegati a qualche evento tragico avvenuto nel passato. Secondo loro i barghest sono il risultato di qualche maledizione o di una concentrazione di cattiveria.
I barghest, come i lupi, sono più forti in branco. Circondano la preda, attaccandola e facendola a pezzi con le zanne. Se la preda si difende con troppa determinazione, attaccano con un getto di fuoco fantasma. Sono veloci e agili, e possono facilmente schivare gli attacchi diretti a loro. Non possono essere bruciati, ma il fuoco li danneggia come se fossero di carne e ossa. Anche il Segno Axii funziona contro di loro.”
Il Barghest è forse il più emblematico genere di cane nero, e ci sono molte altre storie su di lui.

Gli inglesi dell’Anglia orientale hanno invece problemi con il Black Shuck, anche detto Old Shuck o semplicemente Shuck; questa parola si ritiene derivare dall’anglosassone scucca, “strega”, o da dialetti locali dove sarebbe l’equivalente di “shaggy”, cioè “irsuto, scarmigliato”.
L’Old Shuck compare già in testimonianze del XVI secolo, e confuso con le tante varianti folcloristiche della stessa creatura, tende ad essere descritto di varie dimensioni, da quelle di un cane a quelle di un cavallo, con occhi rossi, o verdi qualora sia visto come un’entità benevola, e talvolta con un occhio solo o senza testa. La descrizione che di lui ci fa W. A. Dutt in “Highways & Byways in East Anglia” (1901):

“He takes the form of a huge black dog, and prowls along dark lanes and lonesome field footpaths, where, although his howling makes the hearer’s blood run cold, his footfalls make no sound. You may know him at once, should you see him, by his fiery eye; he has but one, and that, like the Cyclops’, is in the middle of his head. But such an encounter might bring you the worst of luck: it is even said that to meet him is to be warned that your death will occur before the end of the year. So you will do well to shut your eyes if you hear him howling; shut them even if you are uncertain whether it is the dog fiend or the voice of the wind you hear. Should you never set eyes on our Norfolk Snarleyow you may perhaps doubt his existence, and, like other learned folks, tell us that his story is nothing but the old Scandinavian myth of the black hound of Odin, brought to us by the Vikings who long ago settled down on the Norfolk coast.”

Sempre Dutt riporta per la creatura il nome “Old Snarleyow”, che dà il titolo al romanzo di Frederick Marryat del 1837 “Snarleyyow, or the Dog Fiend” (“Snarleyyow, o il Cane Demone).
D’altra parte, come accennavo, lo Shuck può anche essere benevolo: una storia del 1930 racconta di una donna che vide lo spaventoso cane spettrale vicino a sé, che non le fece nulla e si limitò ad accompagnarla mentre camminava da sola nella notte, come per proteggerla. Quando la donna ebbe raggiunto la sua destinazione, il cane scomparve, come se avesse compiuto il suo compito. E in ciò si può ravvisare la funzione di psicopompo del cane nel mito antico, dove appunto funge da accompagnatore.
Cani benevoli sono anche  il Gurt Dog del Somerset e il Padfoot di alcune aree dello Yorkshire.
Nel Cambridgeshire è diffusa la leggenda dello Shug Monkey, un grosso cane nero con la testa di scimmia che infestava Slough Hill Lane.

Yeth hound dalla quinta
edizione di Dungeons & Dragons.

Nel Devon si racconta di un cane senza testa, lo Yeth hound o Yell hound, e secondo il Brewer’s Dictionary of Phrase and Fable è il fantasma di un bambino non battezzato, che emette urla orribili nel cuore della notte. Lo Yeth Hound compare nei manuali di Dungeons & Dragons fin dalle prime edizioni, dove è un cane volante proveniente dai piani dimensionali del male, simile all’incrocio tra un cane e una lince, nero con occhi gialli, che caccia solo di notte perché la luce del sole è in grado di rimandarlo nel piano etereo, dal quale non può uscire.

Salendo verso nord ci imbattiamo nel Gytrash, un essere in grado di assumere anche l’aspetto di un cavallo o di un mulo, che come lo Shuck può essere sia malvagio che benevolo. Nel Lincolnshire e nello Yorkshire, il Gytrash è chiamato Shagfoal, descritto come un asino con gli occhi infuocati, ed è citato come tale in “Jane Eyre” di Charlotte Brontë (1847).

“Quando vidi avvicinare il cavallo, al mio spirito, che era sempre pieno dei racconti fantastici dell’infanzia, tornò una fola di Bessie, nella quale figurava uno spirito del nord dell’Inghilterra, chiamato Gytrash.
Questo spirito, che appariva ora sotto la forma di cavallo, di mulo o di grosso cane, frequentava le vie solitarie e si mostrava ai viaggiatori in ritardo.
Il cavallo era vicinissimo, quando allo scalpitio sentii aggiungersi un altro rumore che usciva dalla siepe, e vidi passare lungo i nocciuoli un cagnone, che, per il pelame bianco e nero, non poteva esser confuso con gli alberi. Era appunto una delle forme che prendeva il Gytrash di Bessie; avevo infatti dinanzi agli occhi un animale simile a un leone, con la folta criniera e la lunga coda.
Per altro passò tranquillamente davanti a me, senza guardarmi con occhi strani, come dovevo aspettarmi. Il cavallo veniva dietro ed era montato da un cavaliere. La vista dell’uomo sfatò l’incantesimo, perché nessun essere umano aveva mai cavalcato Gytrash. Non era dunque lo spirito, ma un viaggiatore che seguiva quella via per giunger presto a Millcote.” (Jane Eyre, Charlotte Brontë, capitolo 12)

Anche Alan Moore, nel primo capitolo del suo romanzo “La voce del fuoco”, del 1996, cita lo shagfoal.
Nel Lancashire i cani neri vengono chiamati con molti dei nomi già menzionati, Barguist, Gytrash, Padfoot, Grim, Shag, Trash, Striker, Skriker.
Spostiamoci adesso nelle highlands scozzesi: qui caccia il Cù Sith (“cane fatato”), un discendente dei Cŵn Annwn e uno dei più impressionanti esemplari di questo bestiario: d’aspetto lupino, con pelo arruffato e lunga coda, il Cù Sith è grande come un piccolo toro, talvolta bianco come i cani di Arawn, molto spesso invece ammantato di una luce verde sovrannaturale, e le sue zampe hanno la larghezza di mani umane.
Il Cù Sith è il tristo mietitore di Scozia, che appare per condurre le anime all’altro mondo, e annuncia la sua presenza attraverso tre lunghi abbaiati, così forti da essere udibili per molte miglia di distanza, anche per chi si trovi in mare, come racconta J.G. Campbell in “Superstitions of the Highlands and Islands of Scotland” (1900): chiunque l’udisse avrebbe dovuto nascondersi prima del terzo richiamo, o sarebbe stato troppo tardi.

Illustrazione per “Il Mastino dei Baskerville”.

Il Galles invece, oltre ai Cŵn Annwn medievali, ha un vero cane nero chiamato Gwyllgi, nome composto da gwyllt, “selvaggio”, o forse gwyll, “crepuscolo”, e ci, “cane”. Gwyllgi, detto anche “Cane dell’Oscurità”, ha le caratteristiche più ricorrenti, un cane nero con occhi rossi infuocati che compare nelle strade solitarie durante la notte, e si incontra in particolare nella località di Nant y Garth, in Denbighshire.

Ma la storia più celebre di tutte è certamente quella raccontata da Arthur Conan Doyle nel suo romanzo, pubblicato tra il 1901 e il 1902, “The Hound of the Baskervilles”. Per questa storia l’autore si ispirò a una famosa leggenda della regione del Dartmoor, luogo ricco di storie misteriose: quella di una gigantesca bestia simile a un cane e grande come un toro, legata a un proprietario terriero di nome Richard Cabell, un cacciatore che, secondo le storie, aveva venduto l’anima al diavolo.
Dopo il mastino dei Baskerville, il cane nero più celebre del nostro tempo è il Gramo (Grim, “tetro”) di Harry Potter, considerato il presagio più infausto dalla nobile arte della Divinazione, in quanto presagio di morte. Apparizioni di cani neri ricorrono diverse volte nel terzo romanzo di J.K. Rowling “Il Prigioniero di Azkaban” e nel film corrispondente, finché non ne appare davvero uno: si tratta, in quel caso, di Sirius Black, padrino di Harry, amico di suo padre e animagus, mago che assume a proprio piacimento l’aspetto di un animale che corrisponde alla sua indole, in questo caso un cane nero, tenebroso certamente, ma forte, fedele e determinato. Il fatto che l’unico cane nero visto nella serie sia Sirius rende dubbia l’effettiva esistenza del Gramo.

In Supernatural i segugi infernali sono presenti sin dalla seconda stagione: sono creature dell’Inferno che i demoni inviano per reclamare l’anima di chi abbia condotto patti con loro, e hanno la caratteristica di essere invisibili a tutti, salvo alla loro vittima. Ora, in Supernatural, almeno a parer mio, gran parte delle scelte su come rappresentare le creature deriva dai limiti del budget, e dopo tante stagioni è divenuto uno stilema, quel rappresentare ogni essere del folklore e della mitologia in maniera arrangiata; fortunatamente, nell’ottava stagione viene mostrato un segugio infernale, un cane spettrale con un’aura tremolante e occhi rossi. Nel corso della storia si apprende inoltre che vi è una storia dietro di loro, e che i segugi infernali, come i Leviatani, furono sterminati da Dio che si rese conto, dopo averli creati, della loro pericolosità. Lucifero riuscì a salvarne un esemplare, una femmina gravida che divenne la madre di tutti i segugi venuti in seguito. Come molti esseri demoniaci, i segugi infernali di Supernatural possono essere uccisi solo con alcune armi, come la Colt dei fratelli Winchester, le lame degli angeli e il coltello ammazzademoni di Ruby.
Aspetto simile a quello dello Shadow di Devil May Cry: multiforme e simile all’incrocio tra un cane e un felino, lo Shadow è fatto di una sostanza oscura che lo rende immune alle armi da taglio ma non a quelle da fuoco, in quanto abituato a scontrarsi con i guerrieri delle epoche passate, ed è in grado di assumere l’aspetto di una lancia, di una scure roteante o di una gigantesca bocca per uccidere l’avversario; lo si sconfigge distruggendo il nucleo luminoso che rivela dopo aver ricevuto abbastanza colpi, ma nelle fasi più avanzate del gioco, una volta danneggiato il nucleo, lo Shadow assumerà un aspetto sanguinoso, con l’aura cremisi piuttosto che nera, e tenterà di portare con sé l’aggressore in un’esplosione suicida.
Nei giochi di ruolo della serie “Mondo di Tenebra”, e per la precisione in “Wraith: Oblivion”, dedicato ai fantasmi, è possibile che i wraith vengano trasformati in barghest dai signori della morte che governano le terre dell’ombra, nelle quali è ambientato il gioco. Anche chiamati “segugi di sangue”, sono spettri in forma animalesca, ferali e selvaggi, con sensi estremamente sviluppati che i loro padroni usano per cacciare altri spettri. Vi è poi “Changeling: The Dreaming”, dedicato alle fate e a vari spiriti della tradizione celtica, che abitano la dimensione fatata e i mondi che si trovano tra questa e il mondo reale. Nell’Hedge, uno di questi luoghi intermedi, vivono gli Hobgoblin, e tra questi ve ne sono alcuni d’aspetto canino, chiamati Shadowbane, cui vengono ricondotte le storie sui cani neri, i Black Shuck, i Gwyllgi e le altre varietà.

Il viaggio si concluderà nel modo in cui l’ho cominciato io: con Hellsing di Kohta Hirano, manga di culto a tema vampiri da cui sono tratti due anime che ho visto quest’estate e molto amati.
Ricco di citazioni, specialmente letterarie, Hellsing ha come cardine il suo protagonista, Alucard, di cui la storia serve a mostrare gradualmente i poteri di vampiro e il rapporto di diverse forze con gli stessi; caratteristica più importante dei vampiri, nell’universo di Hellsing, è il fatto che essi, insieme al sangue, si impossessino letteralmente dell’anima delle loro vittime (concetto che preesiste, ma che qui è mostrato anche visivamente), dalla quale traggono potere e risorse considerevoli.
Tra le sue diverse manifestazioni, Alucard, o parte di lui, assume le sembianze di un mostruoso cane nero, attraverso soluzioni variabili: la sigla del primo anime (una sigla che già da sola vale la visione di tutti gli episodi) mostra un cane nero solitario che cammina mentre intorno a lui le strade si colmano di non morti; poi, visto di profilo, si volta e rivela di avere denti assurdamente grandi e sei occhi sulla testa, per non parlare dello sguardo malvagio. La prima volta che Alucard rivela una parte più consistente dei suoi poteri, una delle scene più spettacolari e inquietanti in entrambi gli adattamenti anime, l’intero ambiente che lo circonda diviene un’oscurità ricoperta di occhi, capeggiata da ben due teste canine, anch’esse costellate di occhi (un cane a due teste nella mitologia greca esiste, è Ortro, figlio di Tifone e di Echidna e padre del Leone di Nemea e della Sfinge, cane da guardia delle mandrie di Gerione come suo fratello, Cerbero, lo era dell’Ade).
L’anime procede poi con altre due brevi apparizioni del cane nero, sempre col dubbio che sia effettivamente Alucard o una parte di lui che va a zonzo, mentre l’altra serie, Hellsing: Ultimate, che adatta più fedelmente il manga e racconta ben più eventi, mostra ancora sia quelle teste canine fare a pezzi schiere di nemici come una bestia dell’Apocalisse, sia una significativa apparizione nello scontro finale di Alucard e di un suo avversario, nel nono episodio: qui il cane appare con soli due occhi e un corpo completo, per quanto grottesco, che si estende da quello di Alucard, ed è in questa occasione che il mostro viene chiamato “Baskerville Black Dog”, sicché scopriamo che non si tratta solo di una forma assunta dai poteri del vampiro, ma di un’entità distinta che fa parte di lui, per quanto non sappiamo da quanto. Baskerville risulta anche in grado di assumere caratteristiche delle prede che divora.
Un’idea affascinante, che però avrebbe distrutto la natura squisitamente letteraria del nome del cane, è quella del responsabile del doppaggio inglese, Jonathan Klien, che intendeva usare il nome “Cerberus” per indicare l’assetto assunto da Alucard quando le due teste di cane emergono dal suo corpo, rispetto alle quali il suo volto sarebbe la terza testa.
È stato proprio per via di quanto ho apprezzato Hellsing: Ultimate, e per la letterarietà di quell’esclamazione di riconoscimento del mostro, che risultava uno dei punti più mostruosi di un anime horror crudo e disturbante, che ho deciso di andare a cercare a monte della storia, di cercare il cane nero dal sinistro presagio, di cui già avevo letto, per coglierlo nel suo ambiente naturale e spiarlo nel suo continuo viaggiare tra la terra e l’inferno.
Ecco come vediamo che il cane, ancor più del temutissimo lupo, animale selvaggio che appartiene a spazi aperti e liberi, diviene simbolo del luogo del terrore per eccellenza, della prigionia, della perdita della speranza e della dannazione eterna, facendone il guardiano, il crudele carceriere, l’agente che prende parte alla tortura e che non permette di sottrarsi ad essa, e in queste storie, dove il cane esce dal mondo infero per condurvici o per ammonirci, è immagine di paura, ineluttabilità, fatalità, ma forse anche di salvezza, perché comunicandoci un segnale di avvertimento, il cane, che agisca di propria iniziativa o per conto di altre forze, vuol forse darci un modo per prepararci, per risolvere le questioni in sospeso, per scegliere la nostra ultima azione o per realizzare finalmente chi siamo.
Il percorso vissuto in questi secoli ci ha portati a ridurre ogni cosa a “bene” e “male”, senza mezzi termini, e la morte è il primo nome scritto nella lista dei mali, ma dovremmo ricordare, grazie a queste storie, di come la realtà, e i numerosi mondi di sogno e di desiderio che questa oscura col suo alone luminoso, è fatta di molte più componenti. Gli dèi degli inferi e i loro emissari non erano necessariamente crudeli, nemici dei vivi, ma facevano parte di un percorso costituito naturalmente, e probabilmente erano lì per renderlo più facile, per farci compagnia nella grigia tristezza del mistero oltre la morte, proprio come un cane.
E il mostro, come il cane, è il migliore amico dell’uomo.

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