Il nome del Mostro

Questo è il post celebrativo dei due anni di attività dell’Anima del Mostro.
Proprio come l’anno scorso, l’anniversario effettivo della creazione del blog, il 10 settembre, è caduto in un periodo caldo, e quindi sta ad oggi fare il punto e raccontare qualcosa giacché siamo insieme.

Spero di non dover ripetere le stesse formule, così usate da sembrare vuote, nei post di quest’occasione per ogni anno, ma quest’ultimo è stato determinante nel definire meglio il carattere e gli obiettivi del mio blog, per via di una sostanziale novità che separa i post degli ultimi 12 mesi da quelli precedenti: se i primi si avvalevano semplicemente delle cose che già conoscevo, e richiedevano al massimo un ripasso, la rilettura di qualche pagina già letta, o in qualche altro caso erano commenti a caldo su film usciti da poco, i secondi sono molto di più, il frutto di uno studio nuovo, condotto appositamente ai fini del post, vagliando sempre più testi con sempre più alte ambizioni.

Drago a sette teste, di Leonardo da Vinci.

Quest’anno ha visto le “grandi serie” dell’Anima del Mostro: l’immersione nella poesia anglosassone, con The Wanderer, The Seafarer, Fastitocalon, i riferimenti al Christ I e il sempre presente Beowulf, già eroe iniziatore del blog; la Danza di ossa novembrine, con i quattro post sulle danze macabre; le lunghe incursioni della Caccia Selvaggia, che saranno una tradizione da rinnovare ogni inverno; la serie “Tolkien, il signore della mitopoiesi“, che quest’anno ha visto numerose puntate; i due post su Alien, che hanno ripreso l’Inferno di Metallo formando una trilogia soddisfacente; e numerosi post singoli di cui sono molto soddisfatto, in particolare quelli su Nosferatu, Lovecraft e Shin Gojira (quest’ultimo anche il più elaborato fra tutti quelli che ho scritto).
In tempi recenti è nata anche l’interconnessione tra i post, per la quale i più recenti, da Shin Gojira in poi, sono incastrati in una struttura che li vede come finestre di un viaggio, un viaggio dal carattere ancora oscuro, in quanto iniziato in medias res e senza un’esplicitazione del suo antefatto e del suo scopo -cosa che sicuramente aggiungerò, in un formato pratico, senza la necessità di andare a ritroso per verificare l’aggiunta di questi raccordi a tutti i post che non li hanno-, un’idea che si collega a una semplice motivazione: la volontà, maturata negli ultimi mesi, di coniugare, attraverso questo blog, il saggio e la narrazione, rendendo i post, che per le motivazioni sopra riportate concepisco ormai come dei piccoli saggi, parti di qualcosa che sia anche un racconto.

Come se non bastasse, l’1 agosto, in corrispondenza del celtico Lughnasadh (domani cade un’altra festività, che però è di origine neopagana, Mabon), ho creato una pagina Facebook. L’ho fatto per divulgare meglio e raggiungere più gente, da una parte, e dall’altra, per fare una cosa che qui sul blog preferisco evitare, pubblicare post di formato diverso da quello abituale. Condividere semplicemente un brano o un’immagine, associando una breve spiegazione, esporre una cosa semplicemente per sé stessa, senza tutti i confronti che caratterizzano i post del blog. Questo deriva da una motivazione, anch’essa nata nel corso di quest’anno e legata al discorso di prima: i post fanno parte di qualcosa, dunque hanno una struttura e un ordine; dopo il post 0, quello che si intitola “Primo post” è il numero uno della serie ancora in corso, per la quale la numerazione procede. La scrittura di Hiraeth è avvenuta proprio perché il blog era giunto a 50 post e il traguardo andava celebrato.

L’Anima si presenta adesso al centro di un fluire che mira a diverse direzioni, e non sa dove andrà.
Questo è un problema anche mio.
La trama da portare avanti, la numerazione dei post. la pagina Facebook. Sono tante cose, e neanche le sole cui mi debba dedicare.
Eppure non sono le più importanti.
Perché sono sovrapposizioni del mezzo al fine, che è quello di raccontare. Costruzioni mentali su una storia che non si è ancora svolta, messe lì come se già ogni cosa ci fosse stata.
Perché sottraggono tempo alla prima ragione del blog, che è l’apprendimento di quello che devo far sapere a voi che lo leggete.

Anima del Re Senza Nome, Dark Souls III.

Ci sono tante nuove serie e tanti argomenti che voglio introdurre, che per introdurre devo prima assimilare e padroneggiare, e questa corsa contro il tempo lo rende impossibile.
I risultati dell’ultimo mese e mezzo non mi hanno soddisfatto. Il post su The Seafarer e quello sulle Balene Isola sono molto più brevi e meno approfonditi della media raggiunta dai precedenti. Le pubblicazioni ad agosto non hanno seguito la scaletta che avevo in mente, e così quelli di settembre.
Tutto ciò è dovuta all’assenza delle condizioni ottimali nel momento in cui ho scritto i post citati, e a un problema per quanto riguarda il resto: un’importante cellula del percorso del blog, che doveva essere inserita tempo fa, non l’ho potuta inserire, perché ho scoperto che quello di cui dovevo parlare, una piccola storia che volevo far diventare grande, è in realtà molto più grande di quanto potessi renderla io. Questo, combinato agli impegni delle scorse settimane, hanno squassato l’Anima come una ferita, interrompendo il filo della trama, con il post precedente a questo messo a tamponare e segnare il vuoto, incompleto rispetto a quanto avevo pensato.
Il blog, dopo un percorso in ascesa, ha deviato e si è abbassato, ma ora devo farlo risollevare, perché oggi finisce l’estate, e con l’autunno ha inizio il periodo che l’anno scorso è stato uno dei più floridi per la mia attività, sia nel blog che al di fuori. E ho degli obiettivi ambiziosi per il mese in arrivo.

Non intendo delegare a un imprecisato futuro il compito di migliorare, ma di lavorare a partire da questo post.
L’Anima del Mostro si costituisce sull’accostamento di due parole che la rispecchiano sia per il loro significato letterale, che per le accezioni con cui vengono percepite, sia per una ragione che ha bisogno di una spiegazione più chiara.
“Anima”, di origine latina, è la forma femminile di “animus“, che viene messo in correlazione col greco ànemos, che significa “soffio”; gli antichi indicavano con questa parola quella proprietà per la quale gli esseri viventi sono diversi dalla materia inanimata, quel qualcosa che li pervade e in cui si esprime ciò che sono, una cosa che non si vede, ma che si sa che c’è, come l’aria e il vento. È una parola difficile, si riferisce a qualcosa che non si è mai capito veramente cosa fosse, qualcosa che per uomini sommamente brillanti era una cosa per uno e un’altra, diversissima, per un altro; qualcosa che per tanti nemmeno esiste o è mai esistita, o che esiste sì, ma non nel senso che altri le danno. Una parola che si lega a qualcosa che in questo momento della storia è meno avvertita che in altri, sulla quale si può soprassedere, e che usare in una conversazione quotidiana non è così scontato, perché quando la si usa fa sempre una strana impressione. Anima è una parola bella, con un bel suono.

“Mostro”, anch’esso di origine latina, deriva da “monstrum“, che si ritiene derivare da una forma ricostruita, *monestrum, che, messa in relazione col verbo “monere“, “ammonire”, vorrebbe il mostro come un segno rivelatore, che indichi il volere degli dèi e del Fato. Di per sé, la parola significa “prodigio”, una cosa fuori dal comune, che dal comune diverge perché negativa, meno buona, ridotta, o anche eccessiva, ma che può divergere anche perché migliore, straordinaria, sciolta dai vincoli comunemente ricorrenti. È pensando a questo che ho voluto presentare i mostri, come figure accomunate dalla straordinarietà, dal fatto che quando le si vede, o se ne sente parlare, se ne resta conquistati, e se dopo averle viste, o aver udito le loro storie, capita un nuovo riferimento, una menzione da parte di qualcuno, si avverte il desiderio di saperne di più, di parlarne, anche quando il loro solo nome provoca una strana inquietudine che non ci si spiega, perché spesso esse hanno a che fare con argomenti di cui non si vorrebbe parlare, o di cui le convenzioni sociali vietano di parlare. Deformità fisiche. Perversioni sessuali. Tabù. La morte, soprattutto.

Mostro è una parola con vocali chiuse, l’aspro suono “str”, una parola cupa e poco aggraziata, per quanto indichi una delle mie cose preferite. Per questo crea un effetto piacevole accanto ad “anima”. Un bianco-nero, un nesso tra il bello e il brutto, attraverso il quale i confini tra i due concetti possono anche essere alterati, come sto cercando di fare attraverso questo blog.
Se c’è un mostro cui questo titolo fa riferimento più intenzionalmente che agli altri, è Grendel.

Un tempo il mostro era la creatura mitologica, leggendaria e folkloristica, con caratteristiche fisiche anomale, o con forma ibrida di uomo e animale, o di più animali o di altre possibilità, o in uno stato di esistenza diverso da quello dell’uomo, come i vampiri, i diavoli, e gli stessi angeli, che nella Bibbia hanno diverse teste, numerose ali e innumerevoli occhi; accanto, il mostro umano, il freak, autenticamente umano ma non percepito come tale, in culture meno avanzate di quella occidentale attuale -o meglio, di quella ufficiale- presso le quali il nanismo, il gigantismo o l’ipertrofia di una parte del tempo erano indici di una deformità non solo del corpo, ma anche dell’anima.
Modernamente, la dimensione del mostro umano ha per molti versi soverchiato quella del mostro non umano, sia perché di grifoni e di unicorni, in giro, se ne vedono sempre di meno, sia perché il progredire della scienza e i nuovi campi d’indagine della filosofia hanno rivelato un’immenso mare all’interno dell’uomo, l’Inconscio, mai esplorato prima, con ancora gli “hic sunt dracones” al loro posto, dove i nuovi cercatori si sono spinti e hanno scoperto un potenziale di orrore, anormalità e abnormità, tale da poter escogitare nuove declinazioni del mostruoso all’interno dell’uomo. Le stranezze dell’uomo moderno hanno riempito i nuovi bestiari, sono l’oggetto delle nuove storie del terrore. La cosa divertente è che i vecchi mostri stanno venendo riqualificati, sono spesso protagonisti o comprimari nelle storie, si adattano le loro caratteristiche mostruose a riletture normalizzanti, anche comiche, qualora i destinatari siano i bambini; si ha una tendenza a dare per scontate quelle creature e le vecchie storie che le riguardano, e i tòpoi e i clichés su di loro, che sembra esprimere un concetto riassumibile nella frase “Non preoccupatevi, mostri, e scusateci, perché i veri mostri siamo noi umani”. Fino a naufragare nella ripetizione del motto “All monsters are human” nel tipico font della sigla di American Horror Story, che non riesco più a sopportare (la frase; la serie insomma, prima stagione non memorabile, la seconda mi stava prendendo).

L’Anima del Mostro fa parte della resistenza.
Sia le anime che i mostri sono in difficoltà, scompaiono schiacciati da un modernismo che ha quasi finito di disfarsi della prima, mentre i secondi li ha messi in gabbia e sostituiti con la sua versione.
Rispetto ad altre cose che lui ha sconfitto, i mostri non li piangeranno neanche in tanti; molto più cordoglio si prova per l’anima.
Rispetto ad altri che fanno parte di questa resistenza, non ho poi molto di più, e forse qualcosa di meno. Come loro, come scriveva Emilio Praga:

“O nemico lettor, canto la Noia,
l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
il tuo cielo, e il tuo loto!”

So anche io che la mia fazione perderà, che tecnicamente ha già perso e che se esistiamo ancora è solo perché il nemico non è minimamente preoccupato. Come loro, coltivo ancora l’illusione di poter vincere, semplicemente perché è bella.
Mentre la contemplo mi rendo conto di come, d’altra parte, non starei facendo tutto questo se non lo trovassi bello, straordinariamente, mostruosamente bello. Le anime sono una cosa splendida.
La parola “anima” è lì nel nome anche per un’altra ragione, un omaggio a Dark Souls. Sono passati circa sei mesi da quando ho scritto che presto avrei iniziato a scrivere di Dark Souls, non è ancora accaduto, e a questo punto non avrebbe senso rinnovare quell’intenzione. Dark Souls è ricordato nel mio nome non perché ha una delle ambientazioni fantasy-medioevali più belle di tutte, o per la sua incredibile bellezza visiva, o per la sua buona riuscita in quanto videogioco di ruolo misto ad azione, o per la presenza di personaggi e creature di ideazione sublime, con la reinvenzione di altri personaggi e creature della tradizione in forma originalissima, o per la felicissima commistione di temi del fantasy e dei cicli cavallereschi con l’orrore e la psicologia; è lì perché ha una formula narrativa nuova, perfettamente corrispondente alla cultura e alla sensibilità moderne, attraverso la quale un mondo lontano e antico, fatto di cavalieri, castelli e ideali, si lega al mondo di oggi e alle sue sfide, alla lotta eterna contro quel mare interiore, qui manifestato nell’Abisso, proiettando questa direzione poetica sulla splendida base fatta delle cose che ho elencato. Un mondo dove l’oscurità arriva a prevalere, e dove si può scegliere se seguirla e trarne potere, o se riavviare il ciclo di luce e di vita, dando ancora tempo agli uomini perché vivano e prosperino, sapendo comunque che quel momento tornerà.

Qui in questo mondo il ciclo non si riavvia, ma si può ancora credere che l’oscurità non abbia prevalso, e alimentare la fiammella.
Dark Souls mi dà speranza perché è accaduto oggi, in questo tempo, e ci parla e ci rivela la natura dell’oscurità e del fuoco, ci dà un’epica che parla a questi anni per i quali il vecchio senso di epica sembrava non essere più concepibile, o almeno non senza essere privato del suo potere estetico.
Quant’è ambiguo questo discorso di mostri, che condividono la natura dell’oscurità, e che qui sembrano diminuiti dal suo prevalere e legati al permanere del fuoco?
Occorrerà allora distinguere e chiamare il nemico con un altro nome, non già “oscurità”, poiché essa è complemento della luce e agente di bene a sua volta, ma “nulla”, “vuoto”, e soprattutto “inferno di metallo”. Satana, e anche Sauron.
Anche i mostri, prole della tenebra, sono minacciati da questo nemico, e questa anima che è anche mostro, questa unione di fuoco e ombra, come un Balrog, dovrà tentare a sua volta di urlare il suo diritto a permanere e ad essere spirito e ideale in faccia a questo Senza-Volto inesorabile.

Anima, Eone di Final Fantasy X.

Le battute finali vanno a quella che è Anima di nome ed è mostro, e che sotto la superficie ha un volto ancora più mostruoso. Anima, l’Eone (entità guardiana, semidivina ed evocabile da chi ne ha facoltà) di Seymour in Final Fantasy X, che è incatenata con le braccia incrociate sul petto, nasconde un’altra sé stessa selvaggia e col volto rivelato, in grado di spezzare le sue catene e rilasciare un potere incommensurabile. Possa il mostro che avete visto finora essere propaggine di un mostro ancora più prodigioso, del monito di un dio che non si è arreso, un segno oltre lo stesso volere del fato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...