Il volto della luna

C’era una volta un re superbo oltre ogni parola umana, che riteneva di essere signore di ogni cosa. I confini delle sue terre toccavano il mare, la sua torre più alta era la montagna più grande, e la sua cantina più bassa era nel fondo della terra, dove egli rivendicava il possesso di ogni metallo. Il suo esercito era il più forte e numeroso che esistesse, e poiché non aveva più nemici, usava organizzare battaglie tra le sue stesse truppe, solo per il proprio divertimento.

Ogni giorno e ogni notte, il re non faceva che decantare la sua ricchezza e il suo potere, commissionando le sue lodi a poeti e menestrelli, e ovunque andasse, seguitava nel vantarsi e nel dichiararsi più potente di chiunque, uomo o dio, fosse mai vissuto prima di lui.
Gli uomini vivevano nella sua soggezione e non osavano lamentarsi, né tentare di suggerirgli modestia o moderazione. In compenso, tutti gli altri abitanti del suo regno giunsero ben presto a odiarlo. Gli animali si nascondevano sottoterra, gli uccelli abbandonavano gli alberi, i pesci si immergevano per non doverlo sentire. Ben presto anche gli alberi, le acque e i fiori, e i metalli sotto la terra e i venti sopra di essa, si sentirono sdegnati a causa della sua superbia. E tutti i morti mai vissuti nelle sue terre, soprattutto quanti erano morti a causa delle sue guerre e dei suoi giochi, maledicevano il suo nome ogni giorno ed ogni notte.
Non so quanto riuscirono ad sopportare, se per alcuni mesi, magari anche anni, ma arrivò un momento in cui non lo tollerarono più, e di notte, riuniti tutti in corteo chiamarono a gran voce la Luna, che era il loro signore, perché ammonisse il re e ponesse un termine alla sua vanagloria.
E la Luna rispose loro, e discese sulla terra.
Ora, non so se vi hanno mai descritto cosa si prova a trovarsi alla presenza della Luna: il suo volto spettrale e luminoso, carico di promesse e maledizioni, guarda con sguardo insostenibile, ed è ammantato delle nubi e delle volte puntellate di stelle remote, sicché a tentare di racchiuderne la figura si rischia di perdersi e di non tornare presenti a sé stessi mai più.
Dopo avere udito dalle bestie, dagli elementi e dai morti ciò che li disturbava del sovrano, entrò nella sua stanza mentre egli era ancora sveglio, intento a fare un inventario. E il re provò grande sgomento.
«Chi sei tu, e che cosa vuoi da me?» gli domandò.
«Sono la Luna» gli rispose «e sono signore di tutto quanto la luce del mio volto tocchi sulla terra. I miei sudditi sono molto scontenti per causa tua, e mi hanno chiamato perché tu cessi di importunarli con la tua tracotanza».
Il re allora rise follemente e rispose «Ah, signore di cosa? Forse solo tu, perso e distratto nel cielo, non sai che tutto quello che si trova sulla terra appartiene a me. Ho conquistato tutte le terre fino al mare, preso possesso delle montagne e delle cave sotto la terra, e non vi è cosa al loro interno che non sia mia. Torna piuttosto da dove sei venuto, se non vuoi che il mio esercito ti faccia pentire per il tuo affronto».
Da parte sua, la Luna non rise. La Luna non ride mai, anche se talvolta sorride.
Nel sentirsi rispondere in quei termini, tese la mano al re e disse «Seguimi un momento, e ti mostrerò quanto ti sbagli». Il re rispose che non aveva tempo, non gli interessava vedere le sue vanità celesti. E allora la Luna cambiò volto, e assunse la sua sembianza nera, truce e terrificante, e afferrato il re, lo trascinò con sé nel cielo.
Atterrarono su un monte, e dopo aver ripreso il suo volto pallido la Luna rischiarò la notte e illuminò le cime degli alberi, i tetti dei villaggi e le sembianze degli animali notturni. Dunque disse al Re: «Comanda, uomo, che i cervi vengano da te, e che i gufi si posino sul tuo braccio, e chiedi ai lupi di cantare qualcosa per te». Il re, chissà con quali pensieri, chiamò i cervi e fece loro cenno con la mano, ma essi non si mossero; chiamò i gufi, tendendo loro il braccio, ma essi continuarono a volare; infine chiamò i lupi, ma neanche loro fecero udire una risposta. Una volta accaduto ciò, la Luna fece un cenno ai cervi, ed essi si avvicinarono, brucando l’erba davanti a loro; poi chiamò i gufi, che si appollaiarono su un albero vicino a loro; infine cantò una nota, e i lupi ulularono in risposta a quella nota.
Poi la Luna portò il re sulla costa, dove si trovava il suo porto, e gli disse «Puoi tu controllare il mare?».
Il re rispose “Tutte le acque a largo del mio regno sono mie, e tutte le navi e le barche che ci navigano sopra sono mie anche loro».
«Anche la marea ti appartiene?» domandò la Luna. Guardò il mare, senza muoversi, e ad un tratto la marea si alzò, torreggiando sul re. E la Luna divenne ancora più alta della marea, e sollevato il re sulla mano gli fece osservare, davanti a loro, il mare che ribolliva per la sua volontà. Poi lo placò, e volò nuovamente al castello, nella stanza del re.
«Rammenta, uomo» disse la Luna «che anche con tutto il tuo potere resti un uomo mortale, con altri più potenti di te e molti ordini che non potrai mai dare. Da adesso in poi, non dovrai mai più essere arrogante per le cose di cui disponi, e svolgere la tua funzione di sovrano con moderazione e umiltà».
Il re, però, era dannatamente sciocco. E mentre la Luna era ancora là dentro, il re chiamò a gran voce «Guardie, guardie, venite subito qui! C’è un nemico che si è intrufolato con l’inganno nella mia stanza, e osa minacciarmi!».
A quel punto, la Luna si adirò, e quando le guardie furono entrate nella stanza, le guardò, le chiamò per nome, ed esse si gettarono a terra urlanti, trasformandosi in lupi. La Luna mostrò a quel punto al re che neanche gli uomini gli appartenevano davvero, poiché essi, dopo la trasformazione, si gettarono su di lui e lo sbranarono. La Luna stabilì che da allora, perché sulla terra gli uomini non dimenticassero mai il timore che le dovevano, per ogni generazione di uomini ne nascessero alcuni che portassero il suo marchio, e che si trasformassero in lupi ogni notte di luna piena.

C’è tuttavia un’altra versione di questa storia. Prima ancora che le guardie arrivassero, secondo alcuni, la luna avrebbe rivelato il suo terzo volto, quello rosso. E con quel volto avrebbe guardato il re.
Secondo chi racconta questa storia, quando le guardie arrivarono, non trovarono nessuno, né mai più videro l’uomo che aveva costruito e governato quel regno.
Ma di tanto in tanto, nei secoli che sono venuti dopo, la luna ha mostrato altre volte il suo volto di cremisi: e tutte le notti che è successo, vi è stato chi ha raccontato storie su una creatura gigantesca, con vesti lacere, viscere cascanti e un’aura di sangue sprizzato ad ogni movimento, aggirarsi per i campi rapendo il bestiame, o talvolta scorrazzando per i centri abitati, e ogni cosa che abbia agguantato, l’ha portato con sé dicendo solo “È mia”.
Vi è, in una città il cui nome sto cercando di dimenticare, un uomo sempre seduto al tavolo di una locanda, che nessuno è mai riuscito a fare allontanare. Se gli paghi da bere e ti siedi accanto a lui, chiedendogli “com’è la luna stasera?”, lui ti racconterà una storia. Di un cacciatore che una volta è riuscito, con una trappola e del fuoco, a uccidere quella cosa; ma dopo che c’è riuscito, due diavoli senza il volto sono venuti giù dal cielo, lo hanno preso e se lo sono portato indietro, verso la luna rossa. Con lui c’era un compagno, che nascondendosi è riuscito a sfuggire ai diavoli; e quel compagno, l’uomo che ti racconterà quella storia, ogni volta che arde in cielo una luna rossa si chiude in casa e sbarra le finestre, raccontando, il giorno dopo, di aver udito bussare alla sua porta per tutta la notte, e la voce del cacciatore annunciargli le pene dell’inferno, e che, anche solo sbirciando tra le sbarre, ha visto sulla luna due occhi crudeli puntati verso di lui.

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