Anime di Mostri – Fastitocaloni, Aspidocheloni e altre balene-isola

Lay floating many a rood, in bulk as huge
As whom the Fables name of monstrous size,
Titanian, or Earth-born, that warr’d on Jove,
Briareos or Typhon, whom the Den
By ancient Tarsus held, or that Sea-beast
Leviathan, which God of all his works
Created hugest that swim th’ Ocean stream:
Him haply slumbr’ring on the Norway foam
The pilot of some small night-foundered Skiff, 
Deeming some Islanda, oft, as Sea-men tell,
With fixed Anchor in his skaly rind
Moors by his side under the Lee, while Night
Invests the Sea, and wished Morn delayes (…) 

John Milton, Paradise Lost, Libro I, 196-208.


Ecco che il viaggio del marinaio sembra essere giunto a destinazione: un’isola che non era segnata sulle mappe. Da solo, o magari insieme a un numeroso equipaggio, egli ormeggerà la sua barca e scenderà a terra per esplorare ciò che avrà trovato. Forse troverà vegetazione e forse anche uccelli, e lui e gli altri avranno il tempo per fermarsi e accendere un fuoco per la notte.

Ma presto o tardi, sentiranno dei boati provenire dalla terra sotto di loro, e con terrore la vedranno agitarsi: penseranno a un terremoto o a qualcosa di molto grande sotto il terreno, quando ecco, a poco a poco, che l’intera isola, con tutto ciò che vi è sopra, scivolerà sotto il pelo dell’acqua con fragore, trascinando anche gli sventurati esploratori. E prima di annegare, cercando magari di raggiungere la barca che ormai si sarà capovolta o sarà stata distrutta dal fenomeno, qualcuno dell’equipaggio vedrà, all’apice del terrore, un enorme corpo, con ampie pinne, seguire quella piccola parte del tutto che stava fuori dall’acqua, nelle profondità del mare.

Illustrazione del viaggio di San Brandano e del suo sbarco sulla balena-isola.

Può darsi che invece l’equipaggio sia accompagnato da San Brandano (VI secolo), e che questi, memore della sua esperienza, metta tutti in guardia dall’avvicinarsi a quella che sembra un’isola, ma è in realtà uno dei mostri marini più antichi e temibili, per quanto non sinceramente aggressivi, dei mari di tutto il mondo. Balena-isola, pesce-isola o aspidochelone che sia, è la creatura più grande che viva in mare, e oggi anche a noi tocca di vegliare sul suo dorso, prima che si inabissi.
Quello della balena-isola è un tòpos che appartiene più alla letteratura e alla leggenda che al mito, come molte altre figure presentate nelle pagine precedenti, e figura in molti racconti di mare in varie parti del mondo. Già nel mondo antico, Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descrive animali marini di immani dimensioni (IX, 4):

“Plurima autem et maxima animalia in Indico mari, ex quibus ballaenae quaternum iugerum, pristes docenum cubitorum, quippe ubi locustae quaterna cubita impleant, anguillae quoque in Gange amne tricenos pedes.”

“Invero moltissimi ed enormi animali si trovano nel Mare Indiano, tra i quali balene di quattro iugeri, pesci sega di duecento cubiti, dove certo le aragoste riempiono quattro cubiti, e anche anguille che nel fiume Gange (raggiungono) trecento piedi.”

Uno iugero corrisponde a 2.519,9 m², ed è il quarto di un ettaro, quindi le balene in questione sarebbero state bestie di diecimila metri quadrati, mentre i duecento cubiti dei pesci sega equivalgono a circa novanta metri.

Gran parte delle storie su questo genere di creatura deriva dal mondo arabo, a cominciare dalle Mille e una notte, dove compare nel primo dei sette viaggi narrati da Sindbad il Marinaio:

“Un bel giorno, dopo una lunga ed estenuante navigazione durante la quale non avevamo avvistato terre per molto tempo, giungemmo in un’isola che assomigliava all’eden. Al nostro arrivo il comandante ordinò ai marinai di approdare, di gettare l’ancora e di ammainare le vele. […] All’improvviso il comandante della nave, stando in piedi sulla prua, gridò con tutto il fiato che aveva: «Passeggeri, mettetevi in salvo! Affrettatevi a salire a bordo. Lasciate ogni cosa, fuggite, salvate le vostre anime! Questa su cui vi trovate non è un’isola ma un grosso pesce adagiatosi da tanto tempo in mezzo al mare; il suo dorso si è quindi ricoperto di sabbia, tanto da farlo sembrare una spiaggia e da farvi crescere gli alberi sopra. Quando avete attizzato il fuoco, il pesce, sentendone il calore, si è risvegliato; ora, adirato per le scottature, si sta spostando e vi sta trascinando con sé negli abissi marini».”

Anche un autore di testi scientifici, al-Jāḥiẓ (IX secolo), la inserisce nel suo Libro degli animali, presentandola col nome che essa ha in oriente, “zaratan”:

Illustrazione di un manoscritto del 1633.

«Per quanto concerne lo Zaratan, non ho mai incontrato nessuno che l’abbia visto con i propri occhi. Ci sono marinai che asseriscono di essersi spinti verso certe isole, vedendo valli boscose e spaccature nella roccia, e di essere sbarcati per accendere un gran fuoco; e che quando il calore delle fiamme ebbe raggiunto la spina dorsale dello Zaratan, questo abbia iniziato a immergersi nell’acqua con loro sopra di lui, e con tutte le piante che vi crescevano, fino a che solo quelli capaci di nuotare furono in grado di salvarsi. Questo supera persino la più coraggiosa e fantasiosa delle finzioni.»

I mari che sembrano abbondare di più di mostri marini grandi al punto di essere scambiati per delle isole, sembra, sono quelli del nord.
Nel norvegese Konungs skuggsjá e nella Saga di Oddr l’Arciere (XIII secolo) viene presentato l’hafgufa, un mostro marino descritto come un pesce, il cui nome è composto da haf, “mare”, e gufa, nebbia.

Nella prima opera viene detto:

« C’è un pesce che non ho ancora menzionato, di cui è bene evitare di parlare in proposito delle sue dimensioni, poiché alla maggioranza delle persone sembrerebbe incredibile. Ci sono molto pochi che possono parlarne chiaramente, poiché raramente si avvicina alla terra o appare dove potrebbe esser visto dai pescatori, e io suppongo che non vi siano tanti pesci di questa specie nel mare. Spesso nella nostra lingua noi lo chiamiamo hafgufa. Né io posso parlare con certezza delle sue dimensioni in aune, perché le volte che si è mostrato agli uomini è apparso più come terra che come pesce. Né ho sentito che ne sia mai stato catturato uno, o trovato morto; e io credo che non debbano essercene più di due negli oceani, e che ognuno sia incapace di riprodursi, perché credo che siano sempre gli stessi. Infatti, non sarebbe bene per gli altri pesci se gli hafgufa fossero in numero quanti le balene, per la loro vastità, e per quanta sussistenza necessitano. Si dice che sia la natura di questo pesce che quando vuole mangiare, allora estende il suo collo con un grande ruttare, e con questo ruttare butta fuori tanto cibo che tutti i generi di pesci che sono nei pressi accorrono nel luogo, e si riuniscono assieme, sia grandi che piccoli, poiché credono che otterranno cibo e buon mangiare; ma questo grande pesce lascia la sua bocca aperta nel frattempo, e l’apertura non è meno ampia di quella di un grande sound o fiordo, e i pesci non possono evitare di accorrere lì in grande numero. Ma come il suo stomaco e la sua bocca sono pieni, allora esso richiude assieme la fauci e cattura e imprigiona tutti quei pesci, che tanto avidamente erano giunti lì in cerca di cibo. »

Hafgufa.

È molto interessante il tòpos per il quale esistono solo due esemplari di questa creatura, ché se fossero di più e si riproducessero comporterebbero uno squilibrio per la natura e le sue risorse, poiché altrettanto viene detto, nella Bibbia, del Leviatano.

Dalla Saga di Oddr apprendiamo:

« Vignir disse: “Tu parli fin dove la tua conoscenza arriva. Ora ti dirò questo, che vi sono due mostri marini. Uno chiamato hafgufa, e l’altro lyngbakr. Esso [il lyngbakr] è la più grande delle balene nel mondo, ma l’hafgufa è il mostro più grande del mare. È la natura di questo mostro ingoiare uomini e navi, e perfino balene ed ogni cosa raggiunge. Esso sta sommerso per giorni e giorni, e infine sporge la sua testa e il suo naso e così rimane fino al cambio di marea. Il canale che abbiamo attraversato era tra la sua bocca, e il suo naso e la sua mandibola erano quelle rocce che sono apparse nel mare, e il lyngbakr era quell’isola che abbiamo visto inabissarsi. Ogmund ha mandato queste bestie contro di te con la sua magia per ucciderti con tutti i tuoi uomini. Pensava che molti sarebbero annegati [sulla schiena del lyngbakr], e che l’hafgufa avrebbe divorato i superstiti. Oggi sono passato nella sua bocca perché sapevo che era appena riemersa. »

Lyngbakr, Ernest Journal 1-2014.
http://www.loststudio.co.uk/Ernest-Journal-Lyngbakr

Qui ci viene presentato un altro mostro, il lyngbakr (lyngi “edera” e bakr “schiena”, anche qui dunque un essere sul cui dorso cresce la vegetazione), esplicitamente definito balena, implicando che l’hafgufa non lo sia, e che si tratti piuttosto di un pesce, così grande da poter navigare nella sua gola come in un canale. Quello più vicino alla figura del pesce isola è comunque il lyngbakr, che lascia che gli uomini approdino sul suo dorso per poi ucciderli; ed è incredibilmente affascinante la complicità tra i due mostri, posti vicini tra loro con la garanzia che sia impossibile sfuggire loro, allorché chi riesca a scampare alla morte dopo l’inabissamente del lyngbakr viene divorato dall’hafgufa; come delle Scilla e Cariddi scandinave.
Dal folklore nordico -e non certo da quello greco, come il film “Scontro di titani” e il remake “Scontro tra titani” (1981 e 2010) potrebbero aver fatto credere a qualcuno- deriva anche uno dei mostri marini più celebri e più noti al grande pubblico, il kraken. Assente nelle saghe e nella letteratura medievale, le origini delle leggende su questa enorme piovra, che per altri sarebbe invece un granchio, potrebbero forse risalire proprio alla fine dell’età di mezzo; spesso è associato alle creature descritte da Olaus Magnus, di cui diremo tra poco, ma anche lì non figura il suo nome.

L’isola di san Brandano nel
“Manuscriptum translationis Germanicae”, XV secolo.

Come accennato all’inizio, uno degli avvistamenti più celebri della balena-isola è quello di San Brandano. L’incontro è raccontato nella Navigatio sancti Brandani (X secolo):

“Tutti scesero dalla nave, a eccezione dell’abate, che rimase a bordo. Per un giorno e una notte celebrarono la festa, mentre l’abate, che aveva celebrato l’ufficio sulla nave così come si soleva fare in chiesa, rimase ancora a bordo. Alcuni erano andati in cerca di legna per cuocere il loro cibo. Quando il cibo fu pronto, l’abate ordinò loro di sedersi; ma appena ebbe detto ciò, tutti esclamarono all’unanimità: ‘Oh padre aspetta i tuoi figli. Dove vai senza i tuoi figli?’ Infatti, o la nave si stava allontanando dalla terra, oppure la terra si stava allontanando dalla nave. Il luogo dove avevano acceso il fuoco cominciò a tremare, e Brendano li tranquillizzò con queste parole: ‘Oh fratelli, di cosa avete paura? Non è la terra, ma un animale, il luogo su cui stiamo celebrando la festa; esso è un pesce tra i più grandi, e non dovete meravigliarvi di ciò, poiché Dio ha voluto condurci qui per renderci più sapienti. Ora che avete visto le sue meraviglie, crederete di più in Lui, lo temerete ed osserverete meglio i Suoi precetti’.”

Mostri marini della mappa di Olaus Magnus.

Arriviamo così alla parte da cui deriva tutto. Non so se la cosa vi stupirà, ma anche questo è un post che parla di letteratura anglosassone e di Tolkien.
Tutto comincia dal Phisiologus, il bestiario alla base di tutti gli altri bestiari medievali. Tra i vari animali della terra e del mare, esistenti e fantastici, annoverati tra le sue pagine, se ne trova uno di cui viene detto così:

“Est belua in mare quae dicitur graece aspidochelone, latine autem aspido testudo; cetus ergo est magnus, habens super corium suum tamquam sabulones, sicut iuxta littora maris. Haec in medio pelago eleuat dorsum suum super undas maris sursum; ita ut nauigantibus nautis non aliud credatur esse quam insula, praecipue cum uiderint totum locum illum sicut in omnibus littoribus maris sabulonibus esse repletum. Putantes autem insulam esse, applicant nauem suam iuxta eam, et descendentes figunt palos et alligant naues; deinde ut coquant sibi cibos post laborem, faciunt ibi focos super arenam quasi super terram; illa uero belua, cum senserit ardorem ignis, subito mergit se in aquam, et nauem secum trahit in profundum maris.
Sic patiuntur omnes qui increduli sunt et quicumque ignorant diaboli astutias, spem suam ponentes in eum; et operibus eius se obligantes, simul merguntur cum illo in gehennam ignis ardentis: ita astutia eius.”

“Vi è una belva in mare che è detta in greco “aspidochelone”, mentre in latino “tartaruga scudo” [ma aspis significa anche serpente]; è dunque un grande cetaceo, che ha sulla sua pelle tanta sabbia quanta se ne trova sulla spiaggia del mare. Qui in mezzo al mare eleva il suo dorso al di sopra delle onde; così che i naviganti credono che non sia altro che un’isola, e vedono subito tutto quel luogo ricoperto di sabbia come ogni altra spiaggia. Ritenendo dunque che sia un’isola, approdano con la nave su di essa, e scendendo piantano dei pali e legano le navi; dunque quando cuociono i cibi dopo il lavoro, fanno quivi un fuoco sulla sabbia come fosse terra; allora la belva, che ha sentito il calore del fuoco, subito si immerge in acqua, e trascina la nave con sé nelle profondità del mare.
Così soffrono tutti coloro che non credono e che ignorano le astuzie del diavolo, ponendo la loro speranza in lui; e vincolandosi a lui con le loro opere, subito sono sommersi con lui nella Gehenna di fuoco ardente: tale è la sua astuzia.”

L’Aspidochelone da un codice del 1633 circa.

Nei bestiari, le caratteristiche degli animali hanno un significato allegorico o simbolico, e nel caso di questo mostro marino, il suo ingannare i marinai facendoli approdare sul suo dorso per poi trascinarli negli abissi diviene immagine degli inganni e delle false promesse del diavolo. E a partire da questo esempio, troviamo lo stesso concetto espresso da ogni bestiario in cui sia presente la balena.
Qui, però, la creatura viene distinta dalle comuni balene, perché il suo nome, Aspidochelone, chiama in causa un altro genere di animali, ovvero le tartarughe.
Nel XIII secolo Guillaume Le Clerc riporta la balena nel suo bestiario e ne cita il costume di fingersi un’isola, aggiungendo in più:
“Quando il pesce è affamato, spalanca ampiamente la bocca, ed esala un odore eccessivamente dolce. Allora tutti i pesciolini gli nuotano vicino, e, attratti dal profumo, si affollano nella sua gola. Allora la balena chiude le fauci e li ingoia nel suo stomaco, che è ampio come una valle.”
Anche questa caratteristica verrà associata al diavolo e agli inganni con cui questi vince le anime dei mortali e li trascina all’Inferno.

Bartholomaeus Anglicus, sempre nel XIII secolo, nel suo “De proprietatibus rerum”, libro 13, analizza la balena con criterio maggiormente scientifico e spiega anche come avvenga che questa venga scambiata per un’isola: piena di sperma, che è poi la caratteristica da cui deriva il nome del capodoglio (in inglese “sperm whale”), dopo essersi riprodotta la balena ha i resti di quanto emesso che galleggiano e si posano sul suo corpo; se la sostanza si essicca ha la consistenza dell’ambra. Con l’avanzare dell’età, la terra indurita accumulatasi sul dorso è tanta da permettere ad erbe e persino piccoli alberi di crescere su di essa. Nella testa del capodoglio, in realtà, si trova una sostanza, chiamata ancora oggi “spermaceti” (cioè sperma di balena, cioé di mostro marino), che serve all’animale per immergersi e scendere a grandi profondità senza subire sforzo, e che anticamente era ritenuta il seme di questi animali.
Rispetto alle versioni già presentate, Bartholomaeus aggiunge che la balena è temibile per i marinai tratti in inganno per la sua abitudine di ingoiare acqua e sputarla su di loro, e che ferirla è difficile a causa del grasso, che forma così tanti strati intorno al suo corpo da impedire che gli arpioni possano raggiungerlo; in compenso, la creatura all’interno è molto vulnerabile, perché se avverte il contatto con l’acqua di mare fugge immediatamente verso la terraferma.

Illustrazione di Conrad Gessner.

Olaus Magnus (1490 – 1557), arcivescovo di Uppsala, è il primo nome che venga in mente quando si tratti di mostri marini dei mari nordici, in quanto autore della Carta marina et Descriptio septemtrionalium terrarum (1539) e della Historia de gentibus septentrionalibus (1555), dove gli ultimi sei dei ventidue libri che compongono l’opera -più un’etnografia che un’effettiva opera di storia- sono dedicati agli animali e danno molto spazio ai numerosi mostri marini delle leggende scandinave. Anche lui racconta (libro XXI, capitolo 13) del grande accumulo di sperma della balena, senza però la leggenda della crescita di vegetazione sul suo dorso. Nella sua cartina sono raffigurati numerosi mostri in quelle acque, che possono darci un’idea di come le balene fossero immaginate nell’iconografia medievale, creature ibride con zampe anteriori, grandi bocche zannute, piccoli occhi e orecchie.

Il mito antico influenza così anche autori moderni: l’Ariosto, nel VI canto dell’Orlando Furioso, tra le tante meraviglie scorte in mare da Astolfo, tra cui le varie specie di balena già nominate, ne cita una particolare (stanza 37):

Veggiamo una balena, la maggiore
Che mai per tutto il mar veduta fosse:
Undeci passi e più dimostra fuore
De l’onde salse le spallacce grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
Perch’era ferma e che mai non si scosse:
Ch’ella sia una isoletta ci credemo,
Così distante a l’un da l’altro estremo.

Come già visto in apertura, Milton usa questa figura, citando la frequenza delle sue testimonianze nelle acque norvegesi, e la identifica col Leviatano biblico, presentato nel Libro di Giobbe come la più temibile delle creature marine, anche se non si parla di una mole tale da parlare di un’isola. Oltre che nel primo libro, dove il Leviatano/balena-isola è citato come immagine dell’enorme mole di Satana disteso sul caos in cui è precipitato, Milton lo nomina nell’ottavo, a proposito della creazione e degli animali marini (412-416):

[…] there Leviathan                      Così si stende

Hugest of living Creatures, on the Deep          La balena vastissima simìle
Stretcht like a Promontorie sleeps or swimmes,                         A un monte in sulle liquide campagne,
And seems a moving Land, and at his Gilles                      O se si move, un’isola natante
Draws in, and at his Trunck spouts out a Sea.        Tu la diresti: entro sue fauci un mare
Tragge ed ingorga, e per la cava tromba.  
Alto riversa un mar.                                      
Post come questo sono in aggiornamento, e aggiungerò altre citazioni letterarie man mano che le troverò.

La scena del pesce-isola in “Sinbad: La leggenda dei sette mari”.

La prima volta che ho assistito a una scena come quelle narrate, con lo stupore che si prova quando non si ha mai sentito di una storia del genere, è stato nel film Dreamworks “Sinbad: La leggenda dei sette mari” (2003), dove il protagonista e il suo equipaggio esplorano l’isola e ne scoprono la vera natura quando, durante una discussione un po’ accesa, staccano un pezzo di terra: il suolo trema per l’interezza dell’isola,  tutta la vegetazione viene riassorbita dal terreno, e sotto i loro piedi si apre un’enorme occhio, mentre una lunga antenna con la punta luminosa oscilla sopra di loro. L’inquadratura successiva mostra chiaramente le sembianze del pesce – con un antenna simile a quella di molti pesci abissali-; segue la rocambolesca fuga sulla nave, accompagnata dal grido di Sinbad, che ora mi sembra riecheggiare del terrore di tutti i marinai delle storie già raccontate “È un pesce!”. Fortunatamente, gli uomini riescono a salvarsi, e fissando delle cime alla pinna del pesce riescono a percorrere molto velocemente un ampio tratto di mare.
Un altro omaggio proviene dai Digimon: Whamon, il Digimon acquatico dalle sembianze di una grossa balena coi denti e senza occhi visibili, tra i pochi ad avere la caratteristica di essere sia una forma di livello campione che un evoluto, fa spesso emergere parte della grossa “fronte” per trasportare i protagonisti della prima, della seconda e della quarta serie, mentre altre volte li trasporta all’interno del corpo, secondo l’immagine di Giona, Pinocchio e altri che in questo post ho omesso.

Whamon.

Soprattutto, Whamon ha una forma al livello mega, KingWhamon, dall’aspetto di una ancor più grande balena di roccia con alberi e vegetazione su diverse parti del corpo.

KingWhamon.

E arriviamo infine all’esemplare che più mi interessa, con un nome e delle ricorrenze letterarie tutte sue: il Fastitocalon.
Nel Libro di Exeter, che ormai conoscerete bene (grazie ai post su The Wanderer e The Seafarer), sono presenti, insieme alle elegie e agli indovinelli, alcuni testi religiosi, e oltre a poemi su Cristo, i santi e alcuni episodi biblici, ci sono le definizioni in versi di quattro creature, secondo l’uso dei bestiari: la fenice, la pernice, la pantera e la balena.
Molto interessanti in quanto esempio di bestiario in lingua anglosassone, questi poemi sono oggetto di studio comparatistico con gli altri bestiari medievali nelle lingue germaniche, e in quello della balena (hwale), scopriamo che l’aspidochelone ha un altro nome presso questo popolo, ovvero “Fastitocalon”. Il filologo J.R.R. Tolkien, a proposito del nome, ha sostenuto, nella lettera del 5 marzo 1964 a Mrs. Eileen Egar, pubblicata come “Lettera 255” nella raccolta “The Letters of J.R.R. Tolkien” (1981) (in Italia “La realtà in trasparenza”), che doveva trattarsi nel nome greco “aspidochelone” semplificato in “astitocalon” e preceduto da una f per ragioni allitterative (“fyrnstreama geflotan, Fastitocalon“, “che galleggia negli antichi mari, Fastitocalon”), ragioni molto forti nella poesia germanica.

 Nu ic fitte gen      ymb fisca cynn                           Ora, facendo uso della mia memoria
wille woðcræfte      wordum cyþan                          vi narrerò in versi, con l’arte
þurh modgemynd      bi þam miclan hwale.             della poesia, di una specie di pesce:
Se bið unwillum      oft gemeted,                              la grande balena. Con cui spesso si incontrano, e certo
frecne ond ferðgrim,      fareðlacendum,                   contro la loro stessa volontà, tutti coloro
niþþa gehwylcum;      þam is noma cenned,             che percorrono il mare, ed è pericolosa
fyrnstreama geflotan,      Fastitocalon.                      e crudele ad ognuno. A questo essere
Is þæs hiw gelic      hreofum stane,                           che negli antichi mari galleggia è dato il nome
swylce worie      bi wædes ofre,                                di Fastitocàlon. La sua forma è simile
sondbeorgum ymbseald,      særyrica mæst,              a pietra ruvida e rozza, come se il più largo
swa þæt wenaþ      wægliþende                                  di tutti i giuncheti, circondato da dune di sabbia,
þæt hy on ealond sum      eagum wliten,                    navigasse vicino alla sponda, così che i viaggiatori

[credono                       

ond þonne gehydað      heahstefn scipu                      che si tratti di un’isola di fronte ai loro occhi;
to þam unlonde      oncyrrapum,                                 e così ormeggiano navi dalla prora alta
setlaþ sæmearas      sundes æt ende,                           con funi da ancoraggio a quella riva
ond þonne in þæt eglond      up gewitað                     che essi suppongono terra, assicurano ai limiti dell’acqua
collenferþe;      ceolas stondað                                    quelle cavalcature marine; e quindi gli uomini, forti

[e coraggiosi,               

bi staþe fæste,      streame biwunden.                          sbarcano sopra l’isola. Le navi
ðonne gewiciað      werigferðe,                                    restano presso la spiaggia, sicure, circondate
faroðlacende,      frecnes ne wenað,                             dalla marea. E i naviganti stremati di fatica
on þam ealonde      æled weccað,                                 montano il loro accampamento, non pensano affatto

[al pericolo.                  

heahfyr ælað;      hæleþ beoþ on wynnum,                  Sull’isola accendono un fuoco,
reonigmode,      ræste geliste.                                      lasciano che divampi un’altissima fiamma.
þonne gefeleð      facnes cræftig                                  Colmi di gioia; stanchi, e lieti del riposo.
þæt him þa ferend on      fæste wuniaþ,                       Abile al tradimento, quando avverte
wic weardiað      wedres on luste,                                che i viaggiatori si sono sistemati, si sentono sicuri,
ðonne semninga      on sealtne wæg                             hanno disposto il campo e godono la dolce
mid þa noþe      niþer gewiteþ                                      temperatura dell’aria, all’improvviso allora
garsecges gæst,      grund geseceð,                               la creatura oceanica rapidamente si immerge
ond þonne in deaðsele      drence bifæsteð                    nelle profondità del mare, nelle acque salse,
scipu mid scealcum.      Swa bið scinna þeaw,              e annegandoli tutti li imprigiona, le navi e i marinai,
deofla wise,      þæt hi drohtende                                   nella dimora della morte.
þurh dyrne meaht      duguðe beswicað,                        Non diverso
ond on teosu tyhtaþ      tilra dæda,                                 è il costume dei dèmoni, l’uso dei diavoli,
wemað on willan,      þæt hy wraþe secen,                    che poiché esistono attraggono e seducono
frofre to feondum,      oþþæt hy fæste ðær                    moltitudini d’uomini, usando
æt þam wærlogan      wic geceosað.                              un misterioso potere, e di proposito
þonne þæt gecnaweð      of cwicsusle                            li persuadono tutti alla rovina delle buone azioni
flah feond gemah,      þætte fira gehwylc                       così che cercano aiuto e conforto dai cattivi spiriti,
hæleþa cynnes      on his hringe biþ                                e con fermezza scelgono di dimorare col diavolo.
fæste gefeged,      he him feorgbona                                Quando dal suo tormento vivo il falso e traditore
þurh sliþen searo      siþþan weorþeð,                              nemico sa che ognuno della razza umana
wloncum ond heanum,      þe his willan her                     è ormai sicuro prigioniero della sua potenza,

[con arte crudele             

firenum fremmað,      mid þam he færinga,                      trae da lui la vita, compie la propria volontà.
heoloþhelme biþeaht,      helle seceð,                               L’uomo rapidamente, con tutti i suoi peccati. coperto
goda geasne,      grundleasne wylm                                  da un elmo di tenebre, destituito di tutte le virtù,
under mistglome,      swa se micla hwæl,                         precipita all’inferno, oceano senza fondo
se þe bisenceð      sæliþende                                             d’oscurità nebbiosa, come la grande balena
eorlas ond yðmearas.      He hafað oþre gecynd,              che annega i marinai, uomini e navi.
wæterþisa wlonc,      wrætlicran gien.                               Ma l’ardito
þonne hine on holme      hungor bysgað                            viaggiatore dei mari possiede una più strana
ond þone aglæcan      ætes lysteþ,                                      caratteristica: quando
ðonne se mereweard      muð ontyneð,                               nell’oceano la fame lo opprime, allora quel guardiano
wide weleras;      cymeð wynsum stenc                             del mare apre la bocca, le sue labbra immense,

[e un odore                     

of his innoþe,      þætte oþre þurh þone,                             piacevole esce da lui, così che gli altri pesci

[d’ogni specie                 

sæfisca cynn,      beswicen weorðaþ,                                  ne sono attratti e presi, e nuotano rapidi allora
swimmað sundhwate      þær se sweta stenc                       al luogo del dolce profumo. Vi entrano in folla confusa
ut gewiteð.      Hi þær in farað                                            finché la bocca immensa ne è ricolma:
unware weorude,      oþþæt se wida ceafl                           egli improvvisamente
gefylled bið;      þonne færinga                                           serra con suono orrendo sulla preda le mascelle

[atroci.                           

ymbe þa herehuþe      hlemmeð togædre                             Lo stesso accade agli uomini
grimme goman.      Swa biþ gumena gehwam,                   che spesso nel corso di questo tempo fuggevole
se þe oftost his      unwærlice                                              mostrano poco riguardo per la vita, e lasciano
on þas lænan tid      lif bisceawað,                                       che il vano desiderio li illuda
læteð hine beswican      þurh swetne stenc,                         con il suo dolce profumo, e per i loro vizi
leasne willan,      þæt he biþ leahtrum fah                           sono odiati dal Re della gloria. Il maledetto
wið wuldorcyning.      Him se awyrgda ongean                  dopo il viaggio apre l’inferno a quelli
æfter hinsiþe      helle ontyneð,                                            che con cattivo consiglio e frivolezza, ignorando
þam þe leaslice      lices wynne                                            la guida dell’anima, inseguirono
ofer ferhtgereaht      fremedon on unræd.                             solo le gioie del corpo.
þonne se fæcna      in þam fæstenne                                     Quando l’ingannatore, l’esperto del male, ha gettato
gebroht hafað,      bealwes cræftig,                                       nella prigione dove la fiamma è sempre rinnovata
æt þam edwylme      þa þe him on cleofiað,                         quelli che carichi d’ogni peccato aderirono a lui
gyltum gehrodene,      ond ær georne his                             e avidamente un tempo ascoltarono
in hira lifdagum      larum hyrdon,                                       nei giorni della vita il suo richiamo, allora chiude
þonne he þa grimman      goman bihlemmeð                      dopo la morte le mascelle atroci,
æfter feorhcwale      fæste togædre,                                     le porte dell’inferno.
helle hlinduru;      nagon hwyrft ne swice,                           E chi vi entra
utsiþ æfre,      þa þær in cumað,                                           non spera né il ritorno né la fuga, non esiste uscita
þon ma þe þa fiscas      faraðlacende                                    non più di quanto i peschi, natanti dell’oceano
of þæs hwæles fenge      hweorfan motan.                            possano liberarsi dalla stretta
Forþon is eallinga    (lacuna)                                                 della balena. Per cui completamente…
dryhtna dryhtne,      ond a deoflum wiðsace                         [—spazio lasciato per via della lacuna—, ndC]
wordum ond weorcum,      þæt we wuldorcyning                al Signore di tutti i signori, e combattiamo sempre
geseon moton.      Uton a sibbe to him                                 contro il demonio con parole e imprese,
on þas hwilnan tid      hælu secan,                                        così che si possa vedere
þæt we mid swa leofne      in lofe motan                              il Re della gloria. Imploriamo da Lui
to widan feore      wuldres neotan.                                        la pace e la salvezza in questo tempo di transizione,

così da godere per sempre della sua gloria
con la Sua lode, e insieme a Lui che più di tutti è amato.
Una rappresentazione moderna di una di queste amiche.

Scoprire questo testo mi ha positivamente stupito, perché prima di allora avevo creduto che questo nome fosse un invenzione di un mitopoieta molto più recente dell’era anglosassone, ossia lo stesso Tolkien.
Nella raccolta di poesie “The Adventures of Tom Bombadil” (“Le avventure di Tom Bombadil”) del 1962, Tolkien inserisce una poesia che si intitola “Fastitocalon”, rifacimento di un suo componimento precedente. L’idea era quella di mostrare attraverso questo esempio il procedimento della cultura degli Hobbit, i quali, come l’autore spiega nella lettera su citata, avrebbero tratto questa materia dalla cultura e dalla lingua “dotta”, cioè quella degli Elfi, equiparata al greco, adattandola alla loro lingua, come se fosse l’inglese, e anglosassone loro stile, che è il motivo per cui nella poesia si parla più volte di pisolini e tè.
Tolkien, a differenza del poeta anglosassone da cui ha attinto, conosceva l’origine del nome Aspidochelone: ecco così che nella sua lirica il Fastitocalone è l’ultimo dei “Turtle-fish”, “pesci-tartaruga”, e ha uno spesso guscio su cui far sbarcare gli ignari marinai.

Fastitocalon                                                                          Il Fastitocalone

Look, there is Fastitocalon!                                                 Guarda Fastitocalone
An island good to land upon,                                               Un buon approdo, quest’isolone
Although ‘tis rather bare.                                                      Anche se è un po’ spoglio.
Come, leave the sea! And let us run,                                    Forza corriamo! Lasciamo il mare,
Or dance, or lie down in the sun!                                         Stendiamoci al sole o iniziamo a ballare!
See, gulls are sitting there!                                                   Guardate i gabbiani son su quello scoglio!
Beware!                                                                                Ma state attenti!
Gulls do not sink.                                                                 I gabbiani non vanno a fondo!
There they may sit, or strut and prink:                                 Lì possono sedersi oppur pavoneggiare
Their part is to tip the wink,                                                 Ma l’allarme devon dare
If anyone should dare                                                           Se qualcun volesse osare
Upon that isle to settle,                                                         Su quest’isola stabilirsi
Or only for a while to get                                                     O solo fermarsi un po’ affinché
Relief from sickness or the wet,                                           Ci si possa riposare, o asciugarsi,
Or maybe boil a kettle.                                                         O magari farsi un tè.

Ah! foolish folk, who land on HIM,                                    Oh! Sciocco chi attracca alla sua schiena
And little fires proceed to trim                                             E piccoli fuochi ad accender inizia
And hope perhaps for tea!                                                    Sperando in una cena!
It may be that His shell is thick,                                           Grosso e spesso il suo guscio appare
He seems to sleep; but He is quick,                                      Sembra dormire: ma egli è veloce,
And floats now in the sea                                                     E ora galleggia in mezzo al mare,
With guile;                                                                            Ma è astuto,
And when He hears their tapping feet,                                 E quando sente dei passi scalpicciare,
Or faintly feels the sudden heat,                                           O avverte appena dei fuochi il calore,
With smile                                                                             Con un sorriso
HE dives,                                                                               S’è già tuffato
And promptly turning upside down                                      E rovesciandosi prontamente
He tips them off, and deep they drown,                                Fa cadere e affogar tutta la gente
And lose their silly lives                                                       Che perde così la sua vita insensata
To their surprise.                                                                   Rimanendo meravigliata.
Be wise!                                                                                State attenti!
There are many monsters in the Sea,                                    Nel mare si trova più di un mostro
But none so perilous as HE,                                                  Ma nessuno è pericoloso come questo:
Old horny Fastitocalon,                                                         Vecchio coriaceo Fastitocalone
Whose mighty kindred all have gone,                                   La cui stirpe possente è ormai sparita,
The last of the old Turtle-fish.                                               Lui è l’ultimo tartarugone.
So if to save your life you wish                                             Perciò se volete salvarvi la vita
Then I advise:                                                                        Sentite il mio consiglio:
Pay heed to sailors’ ancient lore,                                            Dei marinai l’inseguimento seguite
Set foot on no uncharted shore!                                             E non sbarcate su isole ignote!
Or better still,                                                                         O ancora meglio,
Your days at peace on Middle-earth                                       A Terra-di-mezzo la vostra vita fugace
In mitth                                                                                   In pace
Fulfil!                                                                                      Trascorrete.

Qui una versione cheloniforme.

Bibliografia

La fenice e altri poemi anglosassoni, a cura di Roberto Sanesi, SE 1998, Milano
Le avventure di Tom Bombadil, J.R.R. Tolkien, traduzione di Isabella  Murro, Bompiani 2000, Milano
Le mille e una notte, a cura di Hafez Haidar, Oscar Mondadori 2001

Ogni cosa intorno a me scomparve o scivolò sulla terra che si agitava sotto di me, finendo in mare.
Mentre terrorizzato paventavo già la fine del mio viaggio, uno degli angeli che avevo visto sul mare mi disse: “Non è ancora finito il tuo viaggio. Questi è il Fastitocalon, e ti porterà alla prossima meta.”
Entrai nella creatura, e la sentii inabissarsi.
Quando riemerse e spalancò le fauci vidi una spiaggia avvolta nella nebbia, e udii riecheggiare una voce che piangeva.

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