L’elegia anglosassone – The Seafarer sulla pista delle balene

I mesi estivi mi conciliano storie di mare, di viaggi per mare, e le immagini di quei popoli antichi le cui storie e la cui lingua sono un tesoro prezioso da proteggere, custodire gelosamente nella tana e proteggere col fuoco: i re, i conti e i guerrieri dei regni anglosassoni.
Ecco che torno ad aprire l’Exeter Book, il manoscritto che contiene le otto elegie grazie alle quali sentimenti provati da uomini vissuti più di mille anni fa possono essere ancora provati e le loro parole ancora pronunciate, e nella profondità della loro fede cristiana è forse ancora possibile scorgere un barlume di spiritualità pagana. L’elegia più conosciuta, accanto a The Wanderer, è un canto di mare e di anima, il viaggio di un marinaio: The Seafarer.

Prima di procedere, occorre chiarire che alcuni elementi utili a seguire meglio il discorso, sono presenti nel post in cui ho iniziato a parlare delle elegie anglosassoni, appunto quello su The Wanderer. Inserirò più volte il link nel corso del post, in modo da poterlo aprire all’occorrenza senza doverlo cercare ogni volta.

The Seafarer somiglia a The Wanderer da molti punti di vista, e la loro analisi tiene conto degli elementi comuni: lunghezza affine, struttura interna in cui sono ravvisabili due parti; soprattutto, in entrambe le elegie si esprime un io sofferente, a noi ignoto, conoscitore della dimensione aristocratica del comitatus, con il re e i suoi guerrieri, in viaggio, lontano da quel mondo, che lamenta una vita di sofferenze, e in entrambe si trovano versi di matrice cristiana che causano non pochi problemi. Per questa analisi, come quella di The Wanderer, mi avvalgo di un saggio proveniente dalla raccolta curata da Martin Green “Old English Elegies”, “The Meaning and Structure of the Seafarer” di Roy F. Leslie, e di un volume italiano, “L’elegia pagana anglosassone” di Aldo Ricci, soprattutto per le traduzioni.
Sia i viaggi dell’Errante che quelli del Navigatore abbondano di scenari aspri connotati dalla sensazione del gelo e della rigidità, e dalla fisicità del ghiaccio, ma mentre l’uno viaggia soprattutto attraverso la terra, il Navigatore si muove per mare. Da qui la felice dimensione di complementarietà delle due elegie, giustamente le più celebri delle otto riportate nell’Exeter Book.

Prima pagina tratta dal manoscritto di Exeter.

Il contenuto dell’elegia si può riassumere così: un io lirico annuncia la potenzialità, quindi l’intenzione, di cantare a proposito di sé stesso e dell’asperità dei suoi viaggi per mare, compiuti in inverno in balia delle intemperie, sperimentando delle difficoltà ignote a chi vive al sicuro e ripetendo più volte questo confronto. Per quanto quella vita sia dura, il poeta -tuttavia, o forse proprio per questa ragione- non può fare a meno di sentire il richiamo del mare.
A questo punto, con un brusco passaggio, il poeta esamina la vita terrena, inevitabilmente destinata a terminare senza che che i beni materiali possano essere portati con sé; la fama, che è l’unica cosa che rimane di un uomo dopo che è morto; l’esaltazione del timor di Dio; le beatitudini del regno dei cieli e la speranza di raggiungerle. Il testo è presente in fondo al post, con l’originale affiancato dalla traduzione di Aldo Ricci.
Ora, proprio la differenza, a primo impatto quasi totale, fra la parte dal verso 1 al 64a e quella dal 64b al 124, ha portato e porta ancora gli studiosi a confutare l’unità dell’elegia, o almeno il fatto che l’autore della prima parte abbia toccato la seconda.
Aldo Ricci, chiamando in campo i critici inglesi e tedeschi a lui precedenti  (parliamo del primo Novecento), ritiene ormai assodato che si tratti di due autori diversi, di cui o il secondo o un terzo avrebbe unito i lavori nel testo pervenutoci, ma Leslie, scrivendo negli anni ’80, esordisce informandoci che l’unità di The Seafarer e la paternità di un unico poeta sono ormai accertate.
Stanti così le cose, nell’analisi dell’elegia che mi appresto ad eseguire -basandomi sulle traduzioni in italiano e in inglese dei saggisti di cui mi sono avvalso e non intervenendo sul testo in anglosassone salvo che occasionalmente, su termini di cui conosco il significato- cercherò di evidenziare le prove della tesi degli studiosi “pro-unità”, vale a dire la presenza di elementi cristiani anche nella prima parte è il suo parallelismo con la seconda, di cui, in quest’ottica, la prima sarebbe un’immagine metaforica.

L’inizio dell’elegia, (“Posso cantare un vero canto di me stesso”) riprende le battute iniziali di altre opere affini, come il “Lamento della Sposa”, altra elegia (“Canto questa canzone di me miserrima”). L’autobiografismo, spiega il saggio di Leslie, si lega all’uso degli scrittori anglosassoni di esprimersi sempre in prima persona, anche quando si riferiscono a situazioni dove non sono presenti cronisti umani (viene citato il caso di un assedio raccontato dalla città che lo subisce). Vedremo però più avanti come questo metta in relazione l’elegia con un altro genere letterario, che per ora non è il caso di nominare.
La descrizione dei fenomeni naturali tende all’effetto più che al realismo, ricorda la descrizione del paesaggio invernale dell’Errante (“disperato, oppresso dagli anni, al di là delle onde ghiacciate”, verso 24, “vede cadere la brina e la nave mista alla grandine”, 48), torna ben due volte sulla grandine (vv. 17 e 32), ci suggestiona romanticamente spingendo la nostra fantasia verso il Mare del Nord, e ci lascia con una domanda: perché si trova lì?
Ricorre tre volte, in questa prima parte, un confronto tra i rigori del viaggio per mare e la vita sulla terraferma di altri uomini (o forse di un altro uomo in particolare, non lo sappiamo): “Questo non sa colui/ a cui è concesso vivere felicemente sulla terra ferma,/ come in tristezza io m’indugiassi in inverno/ sul mare gelato, sulla via dell’esilio” (vv. 12-14), “Ben poco dunque, colui che fruisce delle gioie della vita/ e nessun dolore ha sofferto nelle città/ ed è altero e riscaldato dal vino, ben poco egli può credere come spesso/ affranto io dovessi trattenermi sulle vie dell’oceano” (27-30) e “Questo non sa l’eroe [beorn, che però può significare anche “l’uomo”, ndC], il ricco guerriero, che cosa soffrano alcuni di coloro che più lontano di tutti vanno sulle loro vie d’esilio!” (55-57).
L’Errante, o il poeta che scrisse per lui, spiegava, a proposito di chi si trovi, come lui, “senza amici”, “il suo destino sono le vie dell’esilio e non gli anelli d’oro,/ un gelido cuore e non i frutti della terra;” (vv. 32-33).
Pare sia da credere che il Navigatore si trovi in esilio. Solo che non è questo il punto su cui è focalizzata l’elegia, non si parla del perché si trovi in esilio, né egli lamenta la perdita della sua vita precedente -come invece avviene in The Wanderer, dove l’io lirico ha perduto il suo signore.
Occorre invece fare caso ai tre passaggi sopra citati: nel primo e nel terzo, l’uomo che vive sulla terraferma -perché gli è concesso- non sa, non conosce le pene della vita sul mare; nel secondo caso l’uomo, che vive a corte, ebbro di vino e altri piaceri, crede poco. Ed ecco che salta all’occhio una più profonda dimensione del confronto.
Al peggiorare del quadro paesaggistico, con la grandine e l’infittirsi delle tenebre, seguono i versi più belli ed emblematici dell’elegia, insieme a degli altri poco più avanti:

Eppure i miei più riposti pensieri
mi agitano ora perché io stesso vada ad esplorare
le profonde correnti, il giuoco delle onde salate;
sempre il desiderio del mio cuore mi spinge
a partire, onde, lontano da qui,
io cerchi le terre degli stranieri.
Perciò non vi è uomo in terra sì gagliardo d’animo,
né sì generoso nei suoi doni, sì valoroso nella sua gioventù,sì ardito nelle sue gesta, sì amato dal suo principe che non abbia sempre la bramosia dei viaggi sul mare, qualunque sia la fortuna che il Signore vorrà concedergli.
Né trova egli gioia nell’arpa o nel ricevere anelli,
né felicità nella sua sposa, né gioia nel mondo,
né in altra cosa alcuna che non nel cozzar delle onde;
sempre languisce chi sospira il mare.

Ci sono dei significati nascosti, che i saggisti hanno indagato e che esporrò anch’io, ma insieme ad essi, forse altrettanto importante, c’è il significato letterale ed esteriore, e lì è espressa altissima poesia, umanità, meraviglia: il moto dell’uomo verso l’ignoto, il superamento dei limiti in cerca di alterità, e il desiderio e l’attrazione che motivano il viaggio. Un desiderio e un attrazione dolorosi, motivo di sospiro: un passaggio autenticamente romantico, il Sehnsucht mille anni prima dello Sturm und Drang. Ma lo è anche sinceramente?
L’analisi di Leslie e di quanti altri leggono in chiave religiosa anche la prima parte dell’elegia ne postula una funzione omiletica: il discorso del poeta è una predicazione rivolta al pubblico, e le immagini del marinaio e del mare sono allegorie dell’uomo e della vita.
L’esilio è dunque la condizione di vita dell’uomo sulla terra, escluso dalla sala del regno dei cieli per via del peccato originale, e oltre il mare attende la dimora della gioia ultraterrena, che pure richiede aspre pene per essere conquistata. Pene ignote a se þe ah lifes wyn gebiden in burgum, l’uomo che ha goduto della vita di città cullato dai piaceri: quello tracciata dal poeta di The Seafarer, almeno in quest’ottica, è un confronto tra la vità mondana e quella ascetica, in esaltazione della seconda.
Pure, i versi 39-47 estendono la portata della predicazione a tutta l’umanità: per quanto ricca e felice possa essere la vita di un uomo sulla terra, egli non è mai dispensato dalle preoccupazioni per il suo seafaring, il viaggio sul mare che qui è viaggio dell’anima. Problematico, poi, è il verso 38, elþeodigra eard gesece , circa il viaggio verso le terre degli stranieri, che a detta del Leslie non si ritrova altrove nella letteratura anglosassone; la sua supposizione è che le terre desiderate dal navigatore siano proprio i luoghi beati del Paradiso.
Ciò per cui è straordinario ai miei occhi leggere queste elegie, e vale anche per questa, è un insieme di informazioni involontarie: i poeti elegiaci si riferiscono continuamente a sale, re, anelli e arpe, immagini comuni per la loro cultura; immagini che conosciamo anche noi, tramandateci grazie a varie fonti e poi ricostruite nelle narrazioni moderne, ma appunto per vie indirette, mentre qui nelle elegie accade un’altra cosa, chi scrive ha vissuto quando questa era la normalità, un fenomeno sociale contemporaneo: riceviamo un messaggio da parte di uomini che conoscevano le sale e i donatori di anelli, uomini che ci trasmettono qualcosa di quel mondo e grazie ai quali sappiamo che esso era vero.

L’inverno non occupa l’interezza dell’elegia, e nei versi 48-49 si ha il ritorno della primavera, col mondo che “risboccia alla vita”, poiché esso è soggetto a un ciclo e condotto inesorabilmente a seguire un percorso, che come ogni cosa dovrà finire: onetteð significa, più propriamente, che il mondo scorre e avanza, senza fermarsi; viene anticipato il motivo della caducità dominante nella seconda parte del componimento.
Annunciata dal cuculo giunge anche l’estate, di cui l’uccello è araldo, ma giunge connotata negativamente, un periodo di dolori annunciato da un canto lamentoso; probabilmente perché il cuculo, nelle sue comparse nell’elegia “The Husband’s Message” e nelle poesie gallesi, è simbolo della separazione degli amanti, e nel messaggio omiletico del Navigatore ricorda il percorso del mondo verso la fine è forse anche l’imminente partenza del marinaio.
Dopo il terzo confronto tra il marinaio-asceta e l’uomo mondano (55-57) si ha un passaggio che costituisce il momento di più alta poesia insieme a quello ricordato più sopra:

E per questo, fuori del mio petto, la mia anima viaggia
il mio pensiero vaga con le onde del mare
sulla dimora della balena, ben lungi
per la superficie del mondo e torna nuovamente a me
avido e bramoso; l’errante solitario chiama,
sospinge irresistibilmente il mio cuore sulle vie della balena,
sulla distesa del mare. 

Sono versi che ci colpiscono perché paiono personificare la mente, o l’anima, che per l’attrazione suscitata dal mare abbandona il corpo e vola sul mare per poi tornare indietro, impaziente di ripartire: un’enfasi che desta in noi ancora maggiore ammirazione per quest’uomo, lontano nel tempo ma vicino nel cuore.
Indubbiamente l’autore di questi versi è un grande poeta, ma non scrive questi versi secondo un’immaginazione moderna, bensì seguendo la sua, che trae i suoi modelli dai secoli precedenti, quando i popoli anglosassoni, prima dell’evangelizzazione, credevano e praticavano lo sciamanesimo. In quell’ottica era comune immaginare lo spirito abbandonare il corpo, magari muovendosi in forma animale, e gielleð anfloga, che ha causato numerosi problemi di interpretazione e che il Ricci traduce “errante solitario”, è per Leslie un “lone-flyer”, un volatore, seguendo l’idea di John C. Pope che anfloga stia ad indicare un uccello da preda.
Due volte ricorre in questi versi il kenning, la metafora-epiteto tipica della poesia germanica, in uno dei suoi impieghi più ricorrenti, indicare il mare come luogo delle balene, frequentissimo nel Beowulf. Anche le balene sono instancabili viaggiatrici per mare, connotate però di accezioni religiose spesso negative; di questo parleremo un’altra volta.

La seconda parte dell’elegia, quella dove la connotazione religiosa è esplicita, non deve sembrare meno affascinante della prima -anche se le immagini poetiche più felici sono quelle che abbiamo già visto-, poiché in essa, adattata alla nuova morale cristiana, affiora evidente l’etica pagana germanica: dopo aver espresso sfiducia nei beni terreni, destinati a sparire (vv. 64b-67), il poeta nomina tre possibilità di morte per l’uomo, per malattia, vecchiaia e violenza -una lista affine è presente anch’essa nel Beowulf- e riprende il motivo pagano della vita spesa alla conquista della fama, unica cosa che resti di un uomo quando muore.
Impossibile non riportare qui l’immortale stanza dell’Hávamál:

“Muoiono i parenti, muoiono gli armenti,
tu stesso infine morirai.
So di uno che non muore mai:
la fama che uno si è conquistato.”

Nell’omelia del Navigatore, però, c’è un tipo di impresa superiore alle altre, che il cristiano è chiamato a compiere: quella contro i feonda, che significa nemici in generale e demoni, fiend, in questo contesto, e contro il deofle, il diavolo. È allora che egli ottiene che “i figli degli uomini lo lodino dopo/ e le sue lodi continuino quindi con gli angioli/ per sempre -la gloria della vita eterna,/ la gioia con le falangi celesti.” (77-80a).
I versi successivi (80b-95) riprendono un altro tema centrale di The Wanderer, e ce lo ricordano profondamente, poiché parlano della decadenza dei tempi, tema tipico delle elegie, e come in the Wanderer, lamentano la mancanza dei donatori d’anelli, re e imperatori (questi ultimi, assenti nel mondo germanico e forse noti grazie alla letteratura latina, sono chiamati con un termine latino, caseras, Cesari), variando, come nota Leslie, il motivo dell’ubi sunt che dominava i famosi versi 92-96 di The Wanderer, cioè non esprimendo la domanda “Dove sono?”, ma rispondendo direttamente “Se ne sono andati tutti”. Un altro motivo frequente in molte letterature è anche l’indebolimento delle generazioni, presente fin dai poemi omerici, l’idea che il mondo passi nelle mani di uomini via via più deboli sia di corpo che di spirito. Il tutto si riallaccia a quel woruld onetteð del verso 49, il mondo che scorre e che lo fa verso la fine e verso la perdita. L’immagine della gloria del passato che si disperde è paragonata a quella dell’uomo che muore, consumato dall’età, e i versi 95-97 presentano un corpo che una volta persa l’anima non ha più sensibilità, non può “gustare la dolcezza e sentire il dolore,/ né muovere una mano, né pensare con la mente.”
Il passaggio seguente (97-102), la sepoltura col ricco corredo d’oro, vede piuttosto una critica della nuova etica alla vecchia: è inutile colmare di beni e oggetti preziosi il tumulo del defunto, che non se ne servirà; più giusto, semmai, sarebbe darli ai bisognosi. I versi 101 e 102, leggendo il corpus anglosassone dopo mille anni, possiamo immaginarli rivolti all’ultimo padrone dell’oro visto all’inizio della terza parte del Beowulf, che tanto si è affannato a proteggerlo ed è morto solo e disperato (a meno di considerare l’idea che dopo la morte si sia trasformato in drago, per la quale vi rimando al mio più recente post su Beowulf).

Arriviamo così all’omelia vera e propria, ai versi in esaltazione del Signore, del Dio dei cristiani, che riassumono la parte precedente dell’elegia, anticipano i toni conclusivi e rivelano due cose molto interessanti, i limiti ancora presenti nella sintesi tra pagano e cristiano e una chiave di lettura, secondo Leslie, per la prima prima parte. “Micel biþ se Meotudes egsa, forþon hi seo molde oncyrreð“, “Grande sia il timore di Dio, perché il mondo si trasformerà”, il cammino del mondo è qualcosa di davvero urgente e davvero presente nella spiritualità del nostro poeta, è il male e il pericolo che agita la sua epoca e per il quale ci si rivolge a Dio con trepidazione; a Dio va la lode per aver creato ogni cosa (105), e agli uomini vanno le massime (109-112), i precetti del retto comportarsi che ricordano a loro volta i versi gnomici di The Wanderer (versi 65-77). E il Leslie non manca di mettere a confronto questi versi con le poesie anglosassoni manifestamente religiose e con le traduzioni della Bibbia: il verso 107, “Beato è colui che vive umilmente: su lui ricadrà la misericordia dal cielo” è una beatitudine, mentre il verso precedente, “Pazzo è colui che non teme Iddio: la morte lo coglierà inaspettata”, è piuttosto una beatitudine al negativo.
Dei versi 113-115a, che il manoscritto presenta lacunosi, Ricci non fornisce la traduzione; Leslie traduce le parti rimaste, da cui deriva un proseguimento del precetto di essere giusti sia verso l’amico che verso il nemico, anche se quest’ultimo ci desidera “pieno di fuoco…su una pira funeraria, un corpo bruciato”, con l’ottica delle pene infernali che nelle loro apparizioni sono spesso problematiche, data la differente natura degli inferi germanici (lo stesso vale per i versi a riguardo in Beowulf).
Il verso 115b è “Wyrd biþ swiþre”, “Il Fato è più forte”. Ecco così, proprio nel cuore di una lezione religiosa, che il poeta non manca di nominare il Wyrd, il destino anglosassone, la forza da cui dipende tutto ciò che accade e per la quale, dulcis in fundo, ho scoperto un anno fa queste elegie, quando ho desiderato comprendere il significato di questa parola e ho trovato il verso di The Wanderer “Wyrd bið ful aræd”. Il verso successivo riconosce Dio come “più potente di qualsiasi volontà umana”, e negli intenti del poeta anche più in alto del Wyrd, su questo non c’è dubbio; ma il fatto che in questa posizione sia presente la vecchia concezione del destino è indice della sua permanenza nella concezione esistenziale del poeta, e anche qualora, come ritiene Ricci, The Seafarer sia frutto delle interpolazioni di almeno un autore cristiano a un testo a lui precedente non cristiano, anche questo secondo autore non avrebbe eliminato il riferimento al Wyrd.

La chiave di lettura cui accennavo è nei due versi seguenti: “Pensiamo dov’è la nostra dimora/ e quindi studiamo come possiamo arrivarvi”. Leslie conclude il saggio immaginando che il poeta abbia dedicato la prima parte dell’esilio al primo interrogativo, dove sia la dimora dell’uomo, cioè la via dell’esilio verso il regno dei cieli, e la seconda al modo in cui raggiungerla, impartendo le sue lezioni a tal scopo. Questi versi hanno così il senso di somma di quelli precedenti e di inizio della conclusione: un invito a “raggiungere l’eterna beatitudine/ dove sta la vita al lato della Divina bontà,/ la giustizia dei cieli!”, con un ultima lode rivolta al Creatore, Signore dei Cieli, Iddio eterno.

Siamo sull’Anima del Mostro, e spunti di lettura grotteschi o macabri sono ben accetti, ancor più se motivati.
Nella raccolta di Martin Green fa capolino un saggio di Raymond P. Tripp Jr. intitolato “Odin’s Powers and the Old English Elegies”, che ho consultato anche per il post di The Wanderer e osserva un dato molto interessante. Un antico genere della poesia germanica, il canto funerario in lode del defunto per propiziare il suo viaggio ultraterreno, presenta delle affinità con alcune parti delle elegie.
Riprodotto anche alla fine del Beowulf, nell’immagine della fanciulla geata che canta durante il funerale dell’eroe, il canto di morte è spesso in prima persona e affidato all’eroe che ripercorre le tappe della sua vita in modo da essere stimato degno di accedere al luogo spirituale “alto”, Valhalla o anche Paradiso.
A questo genere viene associato nel saggio un elemento ricorrente sia nella poesia pagana che in quella cristiana, quello dei morti richiamati in vita per raccontare la loro storia.
Odino, col suo uso delle rune, è il dio “necromante” per eccellenza, che rivela nell’Hávamál:

“Conosco un dodicesimo incantamento: se vedo appeso su un albero un morto e intaglio una runa, l’uomo rinviene e parla con me.”

mentre nell’Hárbarðsljóð chiama tranquillamente “vecchi uomini che vivono nei boschi” quelli che Thor sa essere morti nelle tombe.
È sempre Odino, nel Völuspá, a evocare la veggente perché racconti l’origine dell’universo e la sua fine, e nel Baldrs Draumar, a rianimare una strega perché gli riveli la sorte di Baldr.
Meno noto è il fatto che, nella poesia anglosassone, anche Dio convoca i morti a raccontare la loro storia. Nel poema Christ, già ricordato in passato su queste pagine, nel momento del Giudizio Universale:

“…si destarono dai morti i figli degli uomini, tutta la razza degli uomini, per decreto di Dio attraverso il Suo maestoso potere, [Egli] comandò loro, ai portatori di parola, di sollevarsi dalle loro tombe di terra.”

Il saggio di Tripp mette in luce la differenza tra il risveglio individuale operato da Odino e quello collettivo operato da Dio; possiamo scorgere la dimensione eroica dell’etica germanica, dove ogni uomo combatte per acquisire gloria per sé stesso, contrapposta all’aspirazione alla salvezza di tutta l’umanità del Cristianesimo; quello che ci interessa, in ogni caso, è la frequenza di questo ricorso ai morti e al racconto della loro esperienza nella letteratura germanica in generale e anglosassone in particolare,  che sarebbe interessante vedere confermata da testi pagani di quest’ultima lingua. Purtroppo non ne permangono, e quanto di più vicino abbiamo a quel mondo perduto sono appunto le elegie.
Da questo deriva la continuità di un genere in un altro: il tono di una persona che rimpiange la vita passata non dev’essere molto diverso da quello di un morto che rimpiange la vita -anche se, ricorda Tripp, le death-song germaniche non sono lamenti, ma dichiarazioni consapevoli e orgogliose. Infine, lo spunto suggerito dal saggio è la possibilità che in qualche modo, in qualche fase, in qualche caso, le voci delle elegie siano voci di morti. Voci di rimpianto che parlano di chi sono state e dell’esilio in cui si trovano, convocate dal comando divino perché la loro storia possa ancora aiutare qualcuno.
Lo spunto va opportunamente collocato: se vi è qualcosa di tutto questo nelle elegie, appartiene probabilmente a uno strato antico, magari a forme orali precedenti alla trasmissione scritta, e nel caso di The Seafarer, che non parla di una vita passata quanto del suo presente e del suo futuro, è meno rivelante che nelle altre. Forse è oggi, dopo tutto questo tempo, che le elegie tornano a quell’antico ruolo, oggi che quel mondo è passato e molti l’hanno dimenticato, ma che può ancora raccontarci qualcosa, che ogni volta che lo nominiamo e leggiamo questi versi, gli uomini del passato tornano a parlare con noi.

Seguono il testo di The Seafarer e la sua traduzione.
Occorre precisare che ho in certa misura alterato la traduzione di Ricci: questi ha abbracciato una teoria secondo la quale all’interno dell’elegia si alternano due voci, un vecchio che ha già sperimentato il viaggio per mare e un giovane che ancora deve affrontarlo. Il traduttore ha dunque diviso l’elegia e in alcuni versi ha attribuito la prima metà a una voce e la seconda all’altra. Poiché oggi la maggior parte degli studiosi non segue questa teoria, e fondamentalmente perché Leslie traduce e analizza il verso come espressione di un’unica voce, ho riportato la traduzione di Ricci senza separazioni.
Segnalo anche che, in accordo alle esigenze comportate da un dialogo, in alcuni versi la parola forþon, che solitamente significa “perciò”, “pertanto”, è resa con “eppure”. Traduzioni che non riportino questa divisione danno a forþon il suo significato più tipico.
I versi 113-115a, a causa di alcune lacune del testo, non sono stati tradotti, ma potete leggere il loro contenuto più sopra.

Mæg ic be me sylfum     soðgied wrecan,                 Posso dar voce a un canto verace su me stesso
siþas secgan,     hu ic geswincdagum                        raccontare i miei viaggi; come nei giorni faticosi
earfoðhwile     oft þrowade,                                      spesse volte soffersi ore di strazio,
bitre breostceare     gebiden hæbbe,                          come ebbi a sopportare amare pene del cuore,
gecunnad in ceole     cearselda fela,                          come esplorai con la mia nave molte dimore del dolore 5
atol yþa gewealc,     þær mec oft bigeat                    lo spaventoso cozzare delle onde. Là spesso la faticosa
nearo nihtwaco     æt nacan stefnan,                          guardia notturna mi tratteneva alla prua,
þonne he be clifum cnossað.     Calde geþrungen     quando la nave era sbattuta dai marosi, presso le

[scogliere;                      

wæron mine fet,     forste gebunden                       trafitti dal freddo erano i miei piedi, avvinti dal gelo
caldum clommum,     þær þa ceare seofedun         con catene di ghiaccio; là i tristi pensieri palpitavano 10
hat ymb heortan;     hungor innan slat                   cocenti nel mio cuore; e la fame dilaniava
merewerges mod.     Þæt se mon ne wat                il petto di me stanco del mare. Questo non sa colui
þe him on foldan     fægrost limpeð,                      a cui è concesso vivere felicemente sulla terra ferma,
hu ic earmcearig     iscealdne sæ                           come in tristezza io m’indugiassi in inverno
winter wunade     wræccan lastum,                       sul mare gelato, sulla via dell’esilio, 15
winemægum bidroren,                                                                     privo dei miei cari,
bihongen hrimgicelum;     hægl scurum fleag.     coperto di ghiaccioli: in turbini cadeva la grandine.
þær ic ne gehyrde     butan hlimman sæ,              Là null’altro sentivo che il boato del mare,
iscaldne wæg.     Hwilum ylfete song                   e la gelida onda a volte e il canto del cigno.
dyde ic me to gomene,     ganotes hleoþor           Per mio svago avevo il grido della procellaria; 20
ond huilpan sweg     fore hleahtor wera,              invece del riso degli uomini, il gracchiare degli

[uccelli marini;                

mæw singende     fore medodrince.                     il canto del gabbiano invece dei conviviali banchetti.
Stormas þær stanclifu beotan,     þær him stearn oncwæð,   Là la tempesta si avventava contro gli scogli,

[là rispondeva la rondine marina,         

isigfeþera;     ful oft þæt earn bigeal,                   l’uccello dalle gelide penne; e ben spesso strideva l’aquila
urigfeþra;     nænig hleomæga                              dalle rugiadose penne. Nessuno dei miei cari 25
feasceaftig ferð     frefran meahte.                        poteva consolare l’animo straziato.
Forþon him gelyfeð lyt,     se þe ah lifes wyn      Ben poco dunque, colui che fruisce delle gioie della vita
gebiden in burgum,     bealosiþa hwon,               e nessun dolore ha sofferto nelle città
wlonc ond wingal,     hu ic werig oft                   ed è altero e riscaldato dal vino, ben poco egli può

[credere come spesso       

in brimlade     bidan sceolde.                               affranto io dovessi trattenermi sulle vie dell’oceano. 30
Nap nihtscua,     norþan sniwde,                         Le ombre della notte infittivano; nevicava da settentrione
hrim hrusan bond,     hægl feol on eorþan,         il ghiaccio incatenava la terra, e sulla terra cadeva la

[grandine                         

corna caldast.     Forþon cnyssað nu                   il più freddo dei grani! Eppure i miei più riposti pensieri
heortan geþohtas     þæt ic hean streamas,          mi agitano ora perché io stesso vada ad esplorare
sealtyþa gelac     sylf cunnige —                         le profonde correnti, il giuoco delle onde salate; 35
monað modes lust     mæla gehwylce                 sempre il desiderio del mio cuore mi spinge
ferð to feran,     þæt ic feor heonan                     a partire, onde, lontano da qui,
elþeodigra     eard gesece —                                io cerchi le terre degli stranieri.
Forþon nis þæs modwlonc     mon ofer eorþan, Perciò non vi è uomo in terra sì gagliardo d’animo,
ne his gifena þæs god,     ne in geoguþe to þæs hwæt, né sì generoso nei suoi doni, sì valoroso nella

[sua gioventù 40                  

ne in his dædum to þæs deor,     ne him his dryhten to þæs hold, sì ardito nelle sue gesta, sì amato

[dal suo principe             

þæt he a his sæfore     sorge næbbe,                  che non abbia sempre la bramosia dei viaggi sul mare,
to hwon hine Dryhten     gedon wille.               qualunque sia la fortuna che il Signore vorrà concedergli.
Ne biþ him to hearpan hyge     ne to hringþege Né trova egli gioia nell’arpa o nel ricevere anelli,
ne to wife wyn     ne to worulde hyht                 né felicità nella sua sposa, né gioia nel mondo, 45
ne ymbe owiht elles     nefne ymb yða gewealc; né in altra cosa alcuna che non nel cozzar delle onde;
ac a hafað longunge     se þe on lagu fundað.     sempre languisce chi sospira il mare.
Bearwas blostmum nimað,     byrig fægriað,     I boschi si vestono di germogli, i monti si abbelliscono,
wongas wlitigað,     woruld onetteð:                  le pianure si adornano, il mondo risboccia alla vita;
ealle þa gemoniað     modes fusne                     e tutto sprona l’audace d’animo, 50
sefan to siþe     þam þe swa þenceð                   il cuore di chi così vuole, al viaggio,
on flodwegas     feor gewitan.                            a partire per lontane plaghe sulle vie del mare.
Swylce geac monað     geomran reorde;            Così pure il cucùlo ammonisce con malinconica voce,
singeð sumeres weard,     sorge beodeð             il guardiano dell’estate canta e predice amari dolori
bitter in breosthord.     Þæt se beorn ne wat,      nel cuore. Questo non sa l’eroe, 55
sefteadig secg,     hwæt þa sume dreogað          il ricco guerriero, che cosa soffrano alcuni di coloro
þe þa wræclastas     widost lecgað.                    che più lontano di tutti vanno sulle loro vie d’esilio!
Forþon nu min hyge hweorfeð     ofer hreþerlocan, E per questo, fuori del mio petto, la mia anima viaggia
min modsefa     mid mereflode,                         il mio pensiero vaga con le onde del mare
ofer hwæles eþel     hweorfeð wide,                  sulla dimora della balena, ben lungi 60
eorþan sceatas —     cymeð eft to me                 per la superficie del mondo e torna nuovamente a me
gifre ond grædig;     gielleð anfloga,                 avido e bramoso; l’errante solitario chiama,
hweteð on hwælweg     hreþer unwearnum       sospinge irresistibilmente il mio cuore sulle vie della balena,
ofer holma gelagu.     Forþon me hatran sind    sulla distesa del mare. E quindi assai più mi sono care
Dryhtnes dreamas     þonne þis deade lif           le delizie del Nostro Signore che questa morta vita 65
læne on londe.     Ic gelyfe no                            transitoria sulla terra: io non credo
þæt him eorðwelan     ece stondað.                    che le ricchezze terrene dureranno eterne.
Simle þreora sum     þinga gehwylce                 Sempre è dubbio fino all’ora
ær his tiddege     to tweon weorþeð:                  del suo arrivo, quale di tre cose –
adl oþþe yldo     oþþe ecghete                            il morbo, la vecchiaia o la violenza – 70
fægum fromweardum     feorh oðþringeð.         torranno la vita ai condannati che dovranno partire da

[questo mondo.         

Forþon biþ eorla gehwam     æftercweþendra    E perciò questa sarà per ogni guerriero la lode dei vivi,
lof lifgendra     lastworda betst,                         di coloro che parleranno dopo la sua morte, la migliore

[fama postuma:         

þæt he gewyrce,     ær he on weg scyle,            che prima che debba partirsene da questa vita, egli faccia sì,
fremum on foldan     wið feonda niþ,                con atti benefici contro la malizia dei Demoni 75
deorum dædum     deofle togeanes,                   e con gesta valorose contro il Diavolo,
þæt hine ælda bearn     æfter hergen,                 che i figli degli uomini lo lodino dopo
ond his lof siþþan     lifge mid englum              e le sue lodi continuino con gli angioli
awa to ealdre,     ecan lifes blæd,                       per sempre – la gloria della vita eterna,
dream mid dugeþum.     Dagas sind gewitene,  la gioia con le falangi celesti. Passato è il tempo 80
ealle onmedlan     eorþan rices;                          e [sono passate] tutte le pompe del regno terrestre;
nearon nu cyningas     ne caseras                       ora più non vi sono né re né imperatori,
ne goldgiefan     swylce iu wæron,                    né distributori di oro, come v’erano un tempo,
þonne hi mæst mid him     mærþa gefremedon quando, l’uno contro l’altro, compivano le gesta più gloriose
ond on dryhtlicestum     dome lifdon.                e vivevano coperti di gloria, nel fasto più principesco; 85
Gedroren is þeos duguð eal,     dreamas sind gewitene; caduta è la falange di guerrieri, passate sono le gioie;
wuniað þa wacran     ond þæs woruld healdaþ,  rimangono i deboli e posseggono la terra,
brucað þurh bisgo.     Blæd is gehnæged,           e solo a stento ne fruiscono. La gloria è distrutta,
eorþan indryhto     ealdað ond searað,                la nobiltà della terra invecchia e sfiorisce,
swa nu monna gehwylc     geond middangeard. come ogni uomo che è sulla terra; 90
Yldo him on fareþ,     onsyn blacað,                   la vecchiaia lo sorprende, la sua faccia impallidisce,
gomelfeax gnornað,     wat his iuwine,               e, canuto, egli si lamenta: ha visto i suoi antichi amici,
æþelinga bearn     eorþan forgiefene.                  i figli di nobili, consegnati alla terra.
Ne mæg him þonne se flæschoma     þonne him þæt feorg losað Né quando l’anima se ne diparte può

[questa veste terrena                   

ne swete forswelgan     ne sar gefelan                 gustare la dolcezza e sentire il dolore, 95
ne hond onhreran     ne mid hyge þencan.           né muovere una mano, né pensare con la mente.
Þeah þe græf wille     golde stregan                     Benché egli volesse ricoprire d’oro
broþor his geborenum,     byrgan be deadum       la tomba del proprio fratello, e seppellire con i morti congiunti
maþmum mislicum,     þæt hine mid wille,          in tesori svariati ciò che egli vorrebbe con sé,      
ne mæg þære sawle     þe biþ synna ful                mai potrà l’oro, nell’anima carca di peccati, 100
gold to geoce     for Godes egsan,                        tener luogo del timore di Dio –
þonne he hit ær hydeð     þenden he her leofað.   quell’oro ch’egli tenne nascosto mentre qui viveva.
Micel biþ se Meotudes egsa,     forþon hi seo molde oncyrreð; Grande sia il timore di Dio, perché il mondo

[si trasformerà;             

se gestaþelade     stiþe grundas,                             Egli creò le solide basi della terra,
eorþan sceatas     ond uprodor.                               la superficie del mondo ed i cieli. 105
Dol biþ se þe him his Dryhten ne ondrædeþ:     cymeð him se deað unþinged. Pazzo è colui che non teme

[Iddio: la morte lo coglierà inaspettata.

Eadig bið se þe eaþmod leofaþ;     cymeð him seo ar of heofonum. Beato è colui che vive umilmente:

[su lui ricadrà la misericordia dal cielo;

Meotod him þæt mod gestaþelað,     forþon he in his meahte gelyfeð. il Creatore gli rinsalda l’anima perché

[egli crede nella Sua potenza.      

Stieran mon sceal strongum mode,     ond þæt on staþelum healdan, Si deve frenare la volontà ostinata

[e guidarla rigidamente

ond gewis werum,     wisum clæne.                       ed essere sinceri verso gli uomini, puri verso le donne. 110
Scyle monna gehwylc     mid gemete healdan       Ognuno deve saper tenere la misura
wiþ leofne ond wið laþne     * * * bealo.               verso l’amico e verso il nemico
þeah þe he hine wille     fyres fulne
oþþe on bæle     forbærnedne
his geworhtne wine,     Wyrd biþ swiþre,                                          il Destino è più forte. 115
Meotud meahtigra,     þonne ænges monnes gehygd. Iddio è più potente di qualsiasi volontà umana.
Uton we hycgan     hwær we ham agen,                 Pensiamo dov’è la nostra dimora
ond þonne geþencan     hu we þider cumen;           e quindi studiamo come possiamo arrivarvi
ond we þonne eac tilien     þæt we to moten           e cerchiamo anche noi di poter raggiungere
in þa ecan     eadignesse                                          l’eterna beatitudine, 120
þær is lif gelong     in lufan Dryhtnes,                    dove sta la vita al lato della Divina bontà,
hyht in heofonum.     Þæs sy þam Halgan þonc      la delizia dei cieli! Sien dunque rese grazie al Creatore,
þæt he usic geweorþade,     wuldres Ealdor            ché Egli, il Signore dei Cieli, ci ha onorato,
ece Dryhten,     in ealle tid. Amen.                          Iddio eterno, per tutti i secoli! Amen!

The Seafarer – Ezra Pound
Ezra Pound nel 1913.

Posto qui di seguito anche il testo, riportato dal sito Poetry Foundation, della traduzione di The Seafarer scritta da Ezra Pound (1885-1972) e pubblicata sulla rivista New Age il 30 novembre 1911. Nel rimuovere totalmente gli elementi cristiani del testo, la versione di Pound contiene solo i primi 99 versi, ricchi di allitterazioni come tipico nella poesia anglosassone.

May I for my own self song’s truth reckon,
Journey’s jargon, how I in harsh days          
Hardship endured oft.                                      
Bitter breast-cares have I abided,
Known on my keel many a care’s hold,
And dire sea-surge, and there I oft spent
Narrow nightwatch nigh the ship’s head
While she tossed close to cliffs. Coldly afflicted,
My feet were by frost benumbed.
Chill its chains are; chafing sighs
Hew my heart round and hunger begot
Mere-weary mood. Lest man know not
That he on dry land loveliest liveth,
List how I, care-wretched, on ice-cold sea,
Weathered the winter, wretched outcast
Deprived of my kinsmen;
Hung with hard ice-flakes, where hail-scur flew,
There I heard naught save the harsh sea
And ice-cold wave, at whiles the swan cries,
Did for my games the gannet’s clamour,
Sea-fowls, loudness was for me laughter,
The mews’ singing all my mead-drink.
Storms, on the stone-cliffs beaten, fell on the stern
In icy feathers; full oft the eagle screamed
With spray on his pinion.
Not any protector
May make merry man faring needy.
This he little believes, who aye in winsome life
Abides ‘mid burghers some heavy business,
Wealthy and wine-flushed, how I weary oft
Must bide above brine.
Neareth nightshade, snoweth from north,
Frost froze the land, hail fell on earth then
Corn of the coldest. Nathless there knocketh now
The heart’s thought that I on high streams
The salt-wavy tumult traverse alone.
Moaneth alway my mind’s lust
That I fare forth, that I afar hence
Seek out a foreign fastness.
For this there’s no mood-lofty man over earth’s midst,
Not though he be given his good, but will have in his youth greed;
Nor his deed to the daring, nor his king to the faithful
But shall have his sorrow for sea-fare
Whatever his lord will.
He hath not heart for harping, nor in ring-having
Nor winsomeness to wife, nor world’s delight
Nor any whit else save the wave’s slash,
Yet longing comes upon him to fare forth on the water.
Bosque taketh blossom, cometh beauty of berries,
Fields to fairness, land fares brisker,
All this admonisheth man eager of mood,
The heart turns to travel so that he then thinks
On flood-ways to be far departing.
Cuckoo calleth with gloomy crying,
He singeth summerward, bodeth sorrow,
The bitter heart’s blood. Burgher knows not —
He the prosperous man — what some perform
Where wandering them widest draweth.
So that but now my heart burst from my breast-lock,
My mood ‘mid the mere-flood,
Over the whale’s acre, would wander wide.
On earth’s shelter cometh oft to me,
Eager and ready, the crying lone-flyer,
Whets for the whale-path the heart irresistibly,
O’er tracks of ocean; seeing that anyhow
My lord deems to me this dead life
On loan and on land, I believe not
That any earth-weal eternal standeth
Save there be somewhat calamitous
That, ere a man’s tide go, turn it to twain.
Disease or oldness or sword-hate
Beats out the breath from doom-gripped body.
And for this, every earl whatever, for those speaking after —
Laud of the living, boasteth some last word,
That he will work ere he pass onward,
Frame on the fair earth ‘gainst foes his malice,
Daring ado, …
So that all men shall honour him after
And his laud beyond them remain ‘mid the English,
Aye, for ever, a lasting life’s-blast,
Delight mid the doughty.
Days little durable,
And all arrogance of earthen riches,
There come now no kings nor Cæsars
Nor gold-giving lords like those gone.
Howe’er in mirth most magnified,
Whoe’er lived in life most lordliest,
Drear all this excellence, delights undurable!
Waneth the watch, but the world holdeth.
Tomb hideth trouble. The blade is layed low.
Earthly glory ageth and seareth.
No man at all going the earth’s gait,
But age fares against him, his face paleth,
Grey-haired he groaneth, knows gone companions,
Lordly men are to earth o’ergiven,
Nor may he then the flesh-cover, whose life ceaseth,
Nor eat the sweet nor feel the sorry,
Nor stir hand nor think in mid heart,
And though he strew the grave with gold,
His born brothers, their buried bodies
Be an unlikely treasure hoard.

Scoperte in tempi abbastanza recenti, le elegie non hanno influenzato la letteratura medievale e moderna come altri testi più o meno antichi; vedremo tra poco un autore molto rilevante che a questo fa eccezione, e abbiamo già nominato Ezra Pound. Ciascuna di esse, però, tocca temi pregnanti e slegati dal tempo, e The Seafarer, pur nelle finalità omiletiche del poeta, riguarda qualcosa di molto intimo per l’uomo, e cioè il suo rapporto col mare.
Il mare, temuto e ammirato come tutto ciò che è grande, luogo e simbolo del divino, che invita e che distrugge chi risponde al suo invito, è banco di prova di uomini ed eroi da quando esistono le storie, nella misura in cui le storie sono sin dal principio ricerche, esperienze di scoperta e arricchimento, cui non si perviene mai senza il sacrificio e il dolore. La nostra stessa immagine di tensione oltre il limite, di bisogno di conoscenza, di eroismo come superamento di sé, è quella di Odisseo/Ulisse, che è anche la mia immagine dell’Uomo, colui “che sul mare patì molti dolori”.

Già nel post su The Wanderer abbiamo visto che Tolkien, oltre a conoscere bene questi testi, abbia inserito l’elegia dell’Errante in una poesia del Signore degli Anelli, attraverso il celebre verso “Dove sono il cavallo e il cavaliere?”.
Ora è tempo di cercare in Tolkien il marinaio, che troviamo addirittura in versi scritti in anglosassone e affidati a uno dei primi personaggi del legendarium, l’Eriol protagonista del viaggio raccontato in “The Lost Tales”, scritto a partire dal 1917, abbandonato nelle successive stesure del Silmarillion. In “The Lost Road”, uno dei volumi della “History of the Middle-Earth”, Christopher Tolkien inserisce questi versi, fornendone una traduzione in inglese. Il libro non è mai stato tradotto in italiano, la terza versione è mia.

Monað módes lust mid mereflóde
forð tó féran, þæt ic feor heonan
ofer héan holmas, ofer hwæles eðel
elþéodigra eard geséce.
Nis me tó hearpan hyge ne tó hringþege
ne tó wífe wyn ne tó worulde hyht
ne ymb ówiht elles nefne ymb ýða gewealc.

[The desire of my spirit urges me to journey forth over the flowing sea, that far hence across the hills of water and the whale’s country I may seek the land of strangers. No mind have I for harp, nor gift of ring, nor delight in women, nor joy in the world, nor concern with aught else save the rolling of the waves.]

“Il desiderio del mio spirito mi spinge a viaggiare lontano oltre il mare ondoso, sì che lontano sulle colline d’acqua e il paese della balena possa cercare la terra degli stranieri. Non ho pensiero per l’arpa, per il dono di anelli, né piacere per le donne, né gioia nel mondo, né preoccupazione per nient’altro che l’infrangersi delle onde.”

Eriol, il cui nome diviene poi Ælfwine, è il marinaio umano che in un’antica Inghilterra parte alla ricerca di nuove storie e raggiunge l’isola di Tol Eressëa, dimora di Elfi che gli raccontano le storie dei Tempi Remoti.

Bibliografia

L’elegia pagana anglosassone, Aldo Ricci, G. C. Sansoni, Firenze, 1921.
The Old English Elegies, a cura di Martin Green, Fairleigh Dickinson University, 1983.

Navigai tra i ghiacci e la grandine, con la sola compagnia dei gabbiani e delle sterne, cercando la divinità che Gojira aveva detto che avrei trovato. Nel canto del mare riconobbi le voci di Ulisse, di Beowulf, di Eärendil e di quanti avevano inseguito il loro destino tra i flutti, e composi a mia volta il mio, sperando che alla fine del viaggio qualcuno l’avrebbe potuto ascoltare.
Dopo sette giorni vidi uno spruzzo in lontananza, e poi un altro in risposta; forme oscure scorrevano sotto la mia barca, grandi abbastanza da gettare il mio cuore nello sgomento: avevo trovato la via delle balene. Sembravano seguire un punto in lontananza. Presto nuotarono così fitte da formare un tappeto sul mare, ma intorno a me continuarono a lasciare spazio, perché la mia barca non si ribaltasse.
E vidi che il cielo spalancava un varco tra le nubi, e gli angeli, ancora una volta, mostrarsi a me nella loro luce distante. Alcuni di loro scesero dal cielo e volarono verso il mare, e i più erano simili a piccole luci, visti da lontano, ma poi ne discesero altri, più grandi, e a vederli somigliavano alle balene; così, sotto il dorso del mare, anche le balene somigliavano agli angeli.
Infine vidi un’isola. Era illuminata dalla luce del cielo, e le balene parevano indicarmela. Approdai, grato di essere finalmente a terra. Fu solo dopo molte ore che l’isola iniziò a muoversi.

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