Shin Gojira – La bestia che gridò "Dio" nel cuore del mondo e quello che mi insegnò

There hath he lain for ages, and will lie
Battening upon huge sea-worms in his sleep,
Until the latter fire shall heat the deep;
Then once by man and angels to be seen,
In roaring he shall rise and on the surface die.

(A. Tennyson, The Kraken)

Un anno.
È passato un anno da quando, mentre scrivevo il primo post su Godzilla, auspicavo di poter vedere Shin Godzilla, che sarebbe uscito in Giappone il giorno dopo la pubblicazione del post, senza dover attendere troppo per l’uscita di una versione home video americana. Sono passati i mesi, c’è stato l’annuncio, il 29 ottobre al Lucca Comics & Games, della proiezione del film in Italia durante la prima metà del 2017, la decisione mia e di altri appassionati di attendere questa proiezione, il trascorrere inquieto dei mesi trascorsi a controllare un giorno sì e uno no se ci fossero novità, l’anteprima al Torino Comics ad aprile, con la notizia che il film sarebbe arrivato a luglio, e infine abbiamo saputo le date: il 3, il 4 e il 5.
È stato soltanto il 5 luglio che ho potuto vedere Shin Godzilla al cinema, ed ecco come avviene che torni a parlare del Re dei Mostri, molto più tardi di quanto avrei pensato, ma forse non nel momento sbagliato.

Poster giapponese.

Shin Gojira (シン・ゴジラ), ovvero il nuovo, il vero e il divino Godzilla, di Hideaki Anno e Shinji Higuchi, è il proseguimento di una saga durata ventotto film, divisi in tre serie con caratteristiche differenti, che abbiamo già visto nel primo post, rimasta in stasi per dodici anni nei quali la comunità di appassionati è cresciuta e si è formata all’ombra di un mito appartenente al passato e di cui si attendeva il ritorno, come del Re nella Montagna e di altre leggende, mentre una prima interruzione del digiuno si compiva nel 2014, con un film hollywoodiano, non del tutto slegato dalla saga principale in quanto realizzato con la collaborazione della casa cinematografica del personaggio, Toho Company, ma comunque non appartenente ad essa, a quell’espressione della nazione giapponese che avviene attraverso i tokusatsu (termine nipponico per i film con effetti speciali). Va da sé che il film del 2014 sia un gioiello che rende a Godzilla anche più onore di alcune delle ventotto pellicole tradizionali, che l’aspetto del Re dei Mostri in quel film sia diventato uno dei miei preferiti, e che il suo proseguimento che avverrà attraverso il Monsterverse sia a parer mio una vera manna per gli appassionati, nonché una possibilità di accesso per nuovi interessati.
Per questo non è implicito alcun rapporto di superiorità tra un film non giapponese così ben fatto e un nuovo film giapponese, e come spiegherò più approfonditamente, sono molto compiaciuto per l’esistenza di due versioni di Gojira che rappresentano due lati diversi di lui, senza che l’una tolga qualcosa all’altra.

I registi Hideaki Anno e Shinji Higuchi.

Quando ho saputo che sarebbe stato girato un nuovo film giapponese sul Re, il risveglio per me è stato completo. E quando ho visto per la prima volta il suo nuovo aspetto, ho intuito che sarebbe stato molto più che un ritorno: una vera e propria evoluzione, un cambiamento che rende Gojira nuovo e affascinante ancora una volta dopo sessant’anni.
Non mi aspettavo però che a trasmettere tutto questo sarebbe stato uno dei film più belli non solo della saga, ma dell’intero genere del cinema di mostri e di fantascienza, che ho trovato superiore a tantissime e ben più acclamate pellicole di questi anni. Probabilmente Shin Gojira è metaforicamente bloccato dal suo stesso peso nei limiti del cinema di genere, ma nella sua essenza non è vincolato ad esso: è arte pura, arte che esiste per sé stessa e che dona, arricchisce, provoca cambiamento.
Perché questo venga compreso, mi soffermerò dapprima su questo suo lato artistico, prima di passare alla parte che mi preme di più, ovvero lo studio, il racconto e la critica del mostro, alla ricerca della sua anima.
Shin Gojira, più di molti dei suoi predecessori, fa sentire l’influenza e la paura del ricordo di Hiroshima e Nagasaki; in più, fa rivivere un dramma più vicino, il disastro di Fukushima seguito al terremoto e al maremoto del 2011, come si ravvisa nelle prime apparizioni della creatura.
È un film di critica politica, a tratti anche satirico, rivolta in primo luogo al sistema governativo giapponese ma estesa anche alla politica estera e all’interventismo delle nazioni straniere, indifferenti alle sorti degli altri paesi al punto da dettar legge su di loro.

Poster italiano.

La maggior parte delle riprese di Shin Godzilla avviene in ambienti chiusi, quasi isolati dalla realtà esterna e scarsamente capaci di agire: le aule dei vari organi governativi, dove si radunano commissioni diverse ma sostanzialmente costituite dalle stesse persone, che in conformità alle procedure perdono costantemente tempo prezioso per agire sul problema, spostandosi nelle aule deputate ad accoglierli in quanto membri di un determinato organo piuttosto che un altro. E sono proprio queste riunioni il centro del film, perché mentre il mostro, che del film è il motore, ha uno spazio sulla scena anche abbastanza ridotto rispetto al solito (maggiore, comunque, di quello del 2014), e si limita a compiere poche azioni, per quanto ciascuna provochi un gran numero di morti, il governo si agita, agisce forsennatamente, e al contempo lentamente, in continuo moto nello svolgimento delle sue funzioni ma concludendo veramente poco. Queste scene sono dominate dal Primo Ministro Seiji Okouchi (Ren Osugi), determinato a svolgere al meglio la sua mansione ma trattenuto da infiniti scrupoli, paralizzato e rallentato davanti a ogni scelta finché non sono i suoi collaboratori, mettendogli davanti le necessità e i rapporti prioritari tra gli eventi, a forzare le sue decisioni; da Rando Yaguchi (Hiroki Hasegawa), protagonista del film, Vice Capo Segretario del Gabinetto del Giappone, il primo a credere, basandosi su video messi in circolazione in rete e personale buonsenso, che la causa dei misteriosi eventi accaduti in mare all’inizio della storia, prima della rivelazione della creatura, vada cercata in un essere vivente, e successivamente il più irriducibile sostenitore della guerra al mostro; da Hideki Akasaka (Yudaka Takenouchi), Capo Segretario del Gabinetto del Giappone, sorta di mediatore tra la lentezza della vecchia politica rappresentata dal primo e la dinamicità del secondo; da un vasto assortimento di ministri, capi di sezioni, militari, ciascuno con una carica indicata dalle sovrabbondanti scritte in sovrimpressione, che per alcuni spettatori ostacolano la visione del film, ma che in realtà ne costituiscono parte importante, poiché col progredire del tempo i nomi delle cariche saranno sempre più lunghi e ridondanti, e al contempo meno significativi.

Riunione nella prima parte del film.

Si ha una ricerca di realismo nella descrizione di una situazione irreale, perché è trattandola in questo modo che si può fare in modo che la gente ci creda e la sospensione dell’incredulità regga, e dunque conferenze stampa, servizi dei telegiornali, panoramiche sulla popolazione sfollata.

Una delle prime immagini del film.

C’è conformità ai film precedenti, anche nella reinvenzione della serie: la prima scena del film mostra la baia di Tokyo e una barca abbandonata, elemento ricorrente nella prima parte di molti film di Godzilla; simile, da un certo momento in poi, è il clima creato dall’avanzata del gigante attraverso la città, sovrastandone gli edifici, con inquadrature che lo pongono sullo sfondo mostrando in primo piano la gente che corre, minuscola rispetto al lento e inesorabile inseguitore -che inseguitore non è- la cui stazza lo avvicina al paesaggio più che ai personaggi. Altre affinità le vedremo man mano.
C’è la colonna sonora di Shiro Sagisu, tra le migliori della saga, con temi epici e grandiosi, spesso drammatici, dai testi in inglese per dare un aspetto “più universale”, alternati ai temi classici aggiunti da Akira Ifukube. Ho trascorso parecchio tempo, negli anni delle medie, quando ho scoperto Gojira, ascoltando il suo tema nei numerosi video che guardavo per apprendere la sua storia, e mi emoziono ogni volta che lo sento.
Infine c’è lui, il Re dei Mostri, in una forma totalmente originale che è stata il motivo della mia attesa frenetica, dell’importanza che davo a vedere questo film, dell’impatto che ha avuto su di me e dell’attenzione che le darò in questo post, rapportandomi a lui come a una vera bestia divina della fine del mondo.

Il Grande Drago Rosso

“Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.” (Apocalisse, 12, 3-4)

Ho scoperto che Shin Gojira avrebbe avuto più forme (e visto le forme in questione) molto tempo prima di vedere il film, ma per mesi la mia attesa si è soffermata su quella “principale”, che chiamo così perché rimane per più tempo sullo schermo e perché più simile all’aspetto iconico di Gojira.

Shin Gojira è una delle forme ideali del Re dei Mostri perché è veramente spaventoso. Riprendendo una felicissima idea avuta da Honda nella realizzazione del primo film, la sua pelle è ricoperta di cicatrici cheloidi dovute alla radioattività, e come nel primo film, lui è contemporaneamente vittima e carnefice, perché quell’energia atomica che adopera come arma, e che è anche il suo principio vitale, l’ha deturpato e reso quello che è, con le sue dolorose conseguenze.
Il suo colore dominante, accanto al grigio della maggior parte delle sue versioni, è il rosso. Tradizionalmente il colore di Godzilla è il blu, poiché la sua energia si condensa in un’aura blu che brilla intorno alle sue pinne dorsali per poi venire proiettata, nel caratteristico raggio atomico, attraverso la bocca. In pochi casi il raggio atomico è stato rosso, in alcuni film della serie Millennium (“Godzilla 2000: Millennium”, “Godzilla vs Megaguirus” e l’ultima scena di “Godzilla: Final Wars”) e alla fine della serie Heisei, a causa dell’accumulo di radiazioni in “Godzilla vs SpaceGodzilla” che lo portano, in “Godzilla vs Destoroyah”, a uno stato di sovraccarico per il quale la sua pelle si squarcia rivelando fiamme inestinguibili all’interno, il suo raggio è rosso e il tempo che gli resta, prima di esplodere spazzando via l’intero Giappone, ben poco.
Shin Gojira mi ricorda quella forma, perché il suo corpo appare simile a una montagna di magma raffreddato, al cui interno scorrono flussi incandescenti. Ancor più quando le venature rosse si illuminano per la radioattività; ma di cosa accada in quei momenti parleremo più avanti.
A questo aspetto globale si aggiungono tante caratteristiche che accrescono la dimensione drammatica di questo mostro: i suoi occhi fissi e privi di pupille, l’apertura boccale che si estende per la maggior parte del cranio, i denti ricurvi e con varie angolature come un pesce drago, tutti tratti truci. Questi i motivi per cui mi piace definirlo una versione “horror” di Godzilla, rivista per suscitare, se non autentica paura, quantomeno disturbo.

Andando in profondità notiamo però un’altra cosa: i denti fuoriescono anche dai lati delle gengive e vari punti improbabili; le zampe anteriori, molto piccole, sono costantemente coi palmi volti verso l’alto, una posizione innaturale e di nessuna utilità, ma fortemente drammatica nelle inquadrature che si soffermano sul suo busto; gli arti inferiori, enormi, hanno piccoli artigli accanto ai grossi artigli principali, eccedendo qualunque numero presente in natura, e anche qui con angolazioni assurde. Sono i segni della mutazione, come le cicatrici: questo aspetto non è frutto di un’evoluzione naturale, ma di fenomeni genetici provocati dalla radioattività. E Gojira non è solo mutato, ma anche deforme.

Veniamo ora a un altro aspetto molto importante, la coda. La coda di Gojira è sempre stata un elemento presente, la sua migliore arma nel corpo a corpo, ed è sempre stata di dimensioni ragguardevoli. In Shin Gojira la coda raggiunge l’eccesso: lunga quasi tre volte l’altezza del corpo, è estremamente grossa alla base e procede ad anelli fino alla punta, che è rossastra/arancione come se fosse il termine dell’organo “lavico” senza il rivestimento “solidificato” del resto del corpo. Molto si è detto e speculato a proposito di questa coda, ma anche di questo si parlerà dopo.

Infine, questo Godzilla supera in altezza i precedenti, raggiungendo i 118 metri rispetto ai 108 del Re del 2014 e i 100 delle incarnazioni più alte precedenti (benché il 2014, secondo alcuni calcoli fatti confrontandolo con monumenti realmente esistenti presenti nel film, sia stato stimato superare i dati ufficiali), anche in virtù della sua postura eretta; pare che il Godzilla della trilogia animata “Monster Planet”, attesa per la fine di quest’anno, sarà ancora più alto, ma superare questo in lunghezza sembra difficile, dato che con la sua coda spaventosa arriva a 333 metri.

La Bestia che sale dal Mare

“Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».” (Apocalisse 13, 1-4)

 Gojira coniuga il dramma atomico con una paura intimamente legata alla cultura giapponese, quella verso i mostri che vengono dal mare. Nel primo film (dove la sua prima apparizione era sulla terraferma) Gojira emerge dall’oceano e avanza inesorabile fino ad approdare nella baia di Tokyo, cominciando la sua marcia punitiva.

Prima forma di Shin Gojira.
Notiziario del film che mostra per interezza la coda. Notare come
la fine della coda appaia già qui di colore diverso dal resto.

In Shin Gojira il mostro nasce in mare, ma il suo percorso assume una nuova connotazione.

Evoluzione dalla prima alla seconda forma.

Premettevo che in questo film assume diverse forme: la prima che ci venga mostrata, e contata come prima anche dai personaggi interni al film, è quella di un’enorme coda che emerge dal mare, procedendo verso la terra senza che ce ne venga mai mostrato il termine (su Internet potete dilettarvi cercando le fan art che immaginano l’aspetto del corpo sommerso). Durante il tragitto, la creatura lascia una scia rossa bollente, segno che sta avvenendo la sua mutazione. Poiché il ribollire e le acque rosse sono presenti anche a inizio film, sappiamo che prima della forma con la coda ce n’è stata almeno un’altra.
Quando raggiunge la terraferma, nel quartiere di Kamata, procede attraverso dei canali e delle vie strette ancora parzialmente immerso, rivelandoci il dorso irto con le famose pinne.
Quando la strada lo consente, ci viene rivelato nella sua interezza, ed è il punto in cui la maggior parte degli spettatori esclama “Non è Godzilla!”.

Ta-daaan!

“But see, amid the mimic rout,A crawling shape intrude!A blood-red thing that writhes from outThe scenic solitude!
It writhes!—it writhes!—with mortal pangsThe mimes become its food,And seraphs sob at vermin fangsIn human gore imbued.” (E. A. Poe, The Conqueror Worm)

La seconda forma di Gojira -che forse alcuni intendono come prima forma, pensando che la coda fosse la stessa e non sapendo che la scia rossa indicava una trasformazione- viene affettuosamente chiamata da alcuni fan, in riferimento al luogo nel quale compare, “Kamata-kun”.

Visione per intero della seconda forma di Godzilla
nel libro “The art of Shin Godzilla”.

È un enorme animale lungo 122 metri e alto 28 che procede strisciando e trascinandosi sul suolo, come se stesse ancora nuotando, palesemente impacciato davanti alla nuova situazione, causando distruzione e morte col suo passaggio senza rendersene conto. Anche se la sua forma è simile a quella dei rettili presenta evidenti caratteristiche ittiche, prime fra tutte le branchie che si contorcono e i grandi occhi vitrei che restano sbarrati. Gli arti posteriori sono poco sviluppati, ma più curioso è il fatto che sotto il petto si vedano delle formazioni che indicano la presenza di arti anteriori, al momento inutili, forse residui di pinne di una forma precedente. Il primo approdo di Godzilla sul Giappone non avviene con un torreggiante gigante emerso dall’acqua, ma da una forma di vita massiva che striscia e resta al livello del terreno. Questa è l’originalità del nuovo film e l’indice della mia alienità alle concezioni estetiche della maggior parte degli esseri umani, perché mentre in sala Kamata-kun passava gettando sangue e io pensavo “Che spettacolo sensazionale”, lodandolo per il suo aspetto sconcertante, gli spettatori dietro di me esclamavano “Che schifo”.
Ed è così che doveva andare.

Scena in cui cola sangue dalle branchie di Gojira.

Il sangue bollente che sgorga dalle sue branchie è indice delle difficoltà respiratorie nel passaggio dalla vita marina a quella terrestre. Durante il suo passaggio, Gojira cerca più volte di sollevarsi appoggiandosi agli edifici più alti, cadendo ogni volta. C’è drammaticità nel suo sforzarsi e cadere, da cui scaturisce ancora maggior gravità nel vedere gli edifici che crollano sotto il suo peso, come nella scena in cui il palazzo su cui si appoggia crolla e ci viene mostrata una famigliola su un piano che va inclinandosi.
Durante l’avanzata della seconda forma, viene passato il tema principale del film, “Persecution of the Masses”, che dà alla scena una connotazione ancora più tragica.

Persecution of the masses
Sacred blessings count for nothing
Oh God give us your protection
Let no blame lie at the innocents
Who have prayed
If your high praise is all we have
Let not us be without you

Evoluzione dalla seconda alla terza forma.

Una volta appurata la propria inadeguatezza al nuovo ambiente, Gojira evolve. Questa evoluzione è mostrata in tempo reale sullo schermo, con la sua pelle che “tremola” e un alone rosso che lo circonda (uno dei momenti meno felici per la resa della CGI), mentre le zampe posteriori si modificano per il nuovo ambiente, le anteriori si formano, il colore giallognolo passa al rosso e pinne e altre caratteristiche “godzillesche” sono più marcate. In aggiunta, cambia la struttura interna, che consente al mostro di respirare aria. È la terza forma di Godzilla.

La terza forma, che è lunga 168.5 metri e alta 57, appare sulla scena per meno tempo della precedente, e ha anch’essa un nickname sul web, Shinagawa-kun. Grazie ad essa il pubblico realizza che la strana creatura uscita dal mare è proprio Godzilla.
Viene circondata dalle forze militari, ma l’attacco viene annullato per l’apparizione -comica- dell’archetipico vecchietto giapponese, con tanto di bambino sulle spalle, sfuggiti all’ordine di evacuazione.

Una scena mai realizzata, di cui è disponibile solo la progettazione computerizzata, doveva mostrare questa forma vomitare sangue dalla bocca, liquefacendo ciò che toccava. Potrebbe trattarsi di un derivato delle mutazioni interne, ma considerata la resa del soffio atomico nelle scene successive, e il fatto che tale esalazione sarebbe dovuta avvenire durante la scena in cui è circondato dagli elicotteri, sembra più probabile che Gojira stesse già sviluppando una forma di difesa.
Pure, il Re dei Mostri si rende conto di non essere ancora perfettamente padrone del nuovo ambiente, motivo per il quale si ritira in mare.

Quando ne riemerge, a Kamakura, si trova nella quarta forma, quella più tipica e di cui ho già scritto sopra.

La quarta forma di Godzilla emersa dal mare.

“I suoi occhi sono come akakagachi [albero invernale], ha un corpo con otto teste e otto code. Soprattutto, sul suo corpo cresce muschio, ed anche chamaecypair e cryptomeria [specie di cipressi]. È lungo oltre otto vallate e otto colline, e se qualcuno ne guarda il ventre, è costantemente insanguinato e infuocato.” (Kojiki, traduzione della traduzione inglese di B. H. Chamberlain)

Il film mostra così, oltre a una nuova versione della classica scena dell’arrivo di Godzilla, una sua riproposizione più tradizionale, con inquadrature che mostrano la gente in fuga in primo piano, cui quasi non si fa caso vedendo la gigantesca forma in lontananza, così grande e lenta da sembrare un elemento del paesaggio.
Rispetto agli stadi precedenti, questa forma è molto più pesante, estremamente stabile sulla terra -per questo più lenta-, il colore scuro sotto il quale si vede il rosso suggerisce anche che la sua pelle sia diventata più dura, gli occhi sono piccoli e più simili a quelli di un rettile, e la postura è perfettamente eretta, come nelle versioni più classiche del kaiju e a differenza del più curvo e massiccio Godzilla Legendary.

La Bestia che sale dalla Terra, o il Falso Profeta

Poi vidi un’altra bestia, che saliva dalla terra, e aveva due corna simili a quelle di un agnello, ma parlava come un dragone.
Essa esercitava tutto il potere della prima bestia in sua presenza, e faceva sì che tutti gli abitanti della terra adorassero la prima bestia la cui piaga mortale era stata guarita. 13 E operava grandi prodigi sino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra in presenza degli uomini. 
(Apocalisse, 13, 11-13)

Figura chiave del film, assente in termini di fisicità, ma presente in vario modo dall’inizio alla fine, è il misterioso scienziato di nome Goro Maki (cui una fotografia dà il volto del regista Kihachi Okamoto, scomparso nel 2005).
Questo nome, nel corso della storia di questo franchise, è già comparso nel film “Il ritorno di Godzilla” (Gojira, 1984), il primo della serie Heisei, dove Goro è il protagonista, un giornalista che scopre una barca il cui equipaggio è morto a causa del passaggio di Gojira e cerca di far venire a galla la verità occultata dal governo. Questa parentesi sul film Heisei non è fine a sé stessa, perché le somiglianze tra quel film e Shin ci sono e non sono poche.

Foto di Goro Maki nel film.

Il Goro Maki del nostro film è un professore di biologia di cui si inizia a parlare solo a metà del film, quando il governo americano inizia a fare la sua parte attraverso il personaggio di Kayoko Ann Patterson (Satomi Ishihara), che informa Rando Yaguchi delle scoperte del professore, ma la prima scena, che mostra la guardia costiera esplorare una barca abbandonata, il cui interno è bene ordinato e contiene oggetti che acquisiranno un significato più avanti, è quella in cui andiamo più vicini al professor Maki, poiché quella è la sua barca e le scarpe vicino a una scala sono indizio del suicidio compiuto poco prima dell’arrivo degli agenti.
Il professor Maki è divenuto ostile al governo giapponese dal giorno in cui sua moglie è stata contagiata dalle radiazioni delle bombe atomiche nella Seconda Guerra Mondiale, fino a morirne. Questo l’ha reso profondamente ostile all’energia atomica. Espulso dal suo paese, ha trovato lavoro presso una società energetica americana, e in quegli anni si è dedicato allo studio delle contaminazioni operate dalle radiazioni sugli esseri viventi, scoprendo l’esistenza, nelle acque di Tokyo, di forme di vita preistoriche adattatesi al contatto con quelle radiazioni al punto di nutrirsi di oggetti radioattivi. Nel diario contenente i suoi risultati, posseduto dai giapponesi e cercato dagli americani, ha profetizzato la venuta di una forma evoluta di quegli esseri viventi, cui le radiazioni avrebbero conferito delle capacità aliene a qualunque altro essere vivente, che il professore, auspicandone l’arrivo e ritenendola la sua vendetta, aveva ribattezzato “Godzilla”.
Mi si permetta di evidenziare qui un’altra eco di “Godzilla vs Destoroyah” (1995), dove l’antagonista era formato da un aggregato di crostacei preistorici mutati a causa dell’Oxygen Destroyer del primo film: sembra quasi giustizia poetica che il nuovo Gojira abbia un’origine simile a quella del suo nemico più spaventoso, nato dall’unica arma in grado di ucciderlo e comparso in uno dei pochi film in cui sia morto, film per giunta in cui aveva l’aspetto più accostabile a quello nuovo (insieme all’aspetto del primo film appunto). Shin Gojira chiama in causa i soli film in cui il re sia mai morto, come se questo ritorno fosse un revenant, uno spettro tornato per vendicarsi.
Guarda un po’ il caso, prima di inventare Destoroyah il film in questione prevedeva come antagonista Ghost Godzilla, il fantasma del mostro del 1954, idea poi abbandonata e che in un certo senso sembra rivivere qui, nella somiglianza di Shin con il capostipite.

Occorrerà qui un breve inciso a proposito del nome del mostro, dato che questo film ne rivede le origini in un modo che non mi è congeniale.
Nel film del 1954, il nome Gojira deriva dal folklore degli abitanti dell’isola immaginaria di Odo, dove il mostro fa la sua prima apparizione. Come già spiegato nel primo post su Godzilla, il suo nome unisce le parole “gorilla” (gorira) e balena (kujira), indicando un animale marino di grandi dimensioni in grado di muoversi sulla terraferma e dotato di intelligenza, e riferendosi a King Kong, poiché quel primo monster movie fu tra le ispirazioni che portarono a quello nipponico. Il nome Godzilla ne è una felice traslitterazione, che fa forza sulla sillaba iniziale “god” (dio) e sulla conclusione che suona come “gorilla”. L’originale Gojira e il suo adattamento in Godzilla sono presenti anche nei due film americani del 1998 e 2014.
Appare dunque paradossale che il nuovo reboot giapponese, il primo a ricominciare la saga da zero, dia la paternità del termine all’inglese e renda Gojira una trasposizione.
Una ricerca su Internet nel corso del film su “Godzilla” trova un corrispondente nel folklore dell’isola di Odo, dove Gojira significa “incarnazione della divinità” (cosa poco credibile e filologicamente inaccettabile).

Poco prima degli eventi del film, Goro Maki è tornato in Giappone, sparendo del tutto e lasciando i suoi scritti, accompagnati da una nota che si conclude dicendo “Io ho fatto quello che volevo. Fanne quello che vuoi” e alcuni riferimenti al modo per sconfiggere il mostro, tra cui un origami, che acquisisce significato durante gli studi del team di Yaguchi per comprendere la natura del mostro e contrastarla: come in un origami, Godzilla trasforma una cosa in una cosa diversa, vale a dire assorbe elementi esterni e li trasforma in nuovi elementi con cui sostenere la fissione nucleare alla base della sua produzione energetica. Finché ha a sua disposizione “acqua e aria”, finché ha a sua disposizione anche soltanto idrogeno e ossigeno, Godzilla è in grado di svolgere tutte le sue funzioni vitali, riprodursi e accumulare energia.
Si pone, in questo, sulla scia delle ultime due serie e del film Legendary, nei quali Godzilla non si nutre di organismi o sostanze, ma di radioattività -ed è proprio con “Il ritorno di Godzilla” che questo elemento della sua biologia ha inizio-, ma Anno compie un altro passo, la fissione nucleare resta legata al suo metabolismo, ma il nuovo Godzilla può produrla con qualsiasi cosa. Da questo deriva l’intricatissimo schema della sua disposizione molecolare.

Parlando di riproduzione, si può dire che Shin Godzilla riscatti il film di Emmerych: il mostro del film del 1998, che ormai quasi tutti chiamiamo Zilla, era un’iguana mutata dalle radiazioni piuttosto che un dinosauro e si riproduceva da sola in quanto ermafrodita, e queste sono le motivazioni per le quali, oltre che per i cattivi aspetti del film in sé, il mostro Zilla è stato abbondantemente criticato. Shin, che non è un dinosauro ma un animale marino, si riproduce ancora più facilmente di Zilla, e in modo più horror: grazie all’energia accumulata, è in grado di rilasciare pezzi del suo corpo che si staccano durante la sua avanzata e maturano per un tempo ignoto, dato che non ci è stato possibile vedere gli esiti di questa maturazione.
Queste spore gojiriane sono grumi di carne rancida pieni di occhi e di zanne, davvero disgustosi, ricordano da vicino gli Shoggoth di Lovecraft e altri orrori del suo bestiario -e del resto non mi farei problemi a definire Shin una versione lovecraftiana di Godzilla, per questo motivo e altri che verranno in seguito-, ci portano a domandarci come avvenga la loro maturazione, come evolvano, se una volta maturati abbiano l’aspetto delle forme precedenti o già quello del quarto stadio che le ha prodotte, o se seguano un’evoluzione autonoma che le porti a divenire tutt’altro.

Le abilità evolutive di Shin Gojira sono esse stesse stranianti per le nostre concezioni della biologia; forse non stupiscono più di tanto assidui frequentatori di anime e manga, gente cresciuta con Pokèmon e Digimon (e vista la mia passione per questi ultimi sono anche molto apprezzate), ma dato che avvengono in un film che mira per molti versi al realismo, o più correttamente, a circondare di realismo una cosa che scardina ogni regola della realtà, al fine di renderla credibile e spaventosa in virtù del modo in cui sfugge ai principi scientifici (che era appunto il metodo con cui Lovecraft suscita l’orrore), sono più singolari di quanto ci sembri e vengono messe in luce dal team di scienziati: Gojira è una forma di vita in cui, piuttosto che avvenire attraverso la trasmissione ereditaria dei geni attraverso numerose generazioni, l’evoluzione si compie in forme anche incredibilmente vistose su un unico individuo nel corso della sua vita e di poco tempo, variando in base a esigenze momentanee, piuttosto che a un ecosistema di cui la creatura fa vasta esperienza.
Le forme di Gojira non seguono uno schema prestabilito come le farfalle o i Pokèmon, ma sono quelle che sono per semplici circostanze contingenti, e se al posto dell’ambiente di Tokyo ne avesse trovato un altro, il mostro si sarebbe evoluto diversamente.

In tutto questo, Shin Gojira accumula anche energia, energia che serve a compiere funzioni come quelle già dette, e che probabilmente è in grado si espellere quando in eccesso. Noi non vediamo esattamente questo, ma vediamo come, in situazioni di necessità, quell’energia venga emessa attraverso un’ulteriore evoluzione.
In entrambe le occasioni in cui il kaiju approda sulla terra, non fa altro che camminare, strisciando inizialmente e poi procedendo eretto. Produce dei danni ma senza neanche rendersene conto, solo perché le cose si trovano sulla sua strada. Diceva il grande Ishiro Honda:

“La tragedia dei mostri è di essere troppo grandi e potenti per essere accettati dal genere umano.”

 Viene attaccato nella terza forma, non accusa il colpo, non si sente minacciato. Ma la volta successiva, quando si trova nella quarta forma, gli aerei americani utilizzano delle armi a perforazioni che lo colpiscono sul dorso, riescono a penetrare e gli fanno versare parecchio sangue. Poche volte, almeno a quanto ricordo, un’arma è riuscita a superare la pelle di Gojira, e ancora meno ho visto il suo sangue uscire. Pure, è con questo sangue che il re rivela il suo aspetto più divino.

Shin Godzilla ruggisce, è una delle poche volte che lo fa, ed è un ruggito di rabbia.

Le venature rosse del suo corpo, che di notte erano diventate luminose, cambiano colore e diventano viola, il mostro piega la testa, un bagliore viola acceso in fondo alla gola, la mandibola rivela una costruzione come quella dei serpenti, composta da due parti che si separano permettendo l’allargamento dell’apertura boccale, e un fumo nero, fitto, viene riversato sulla strada e comincia a diffondersi attraverso le vie e gli spazi.
Godzilla vomita questo flusso per un po’, quindi sugli occhi cala la palpebra laterale tipica degli occhi dei rettili, qui nera (questo Godzilla, a differenza degli altri e similmente ai serpenti, non ha le altre palpebre), e il fumo nero diviene fuoco, un torrente di fuoco che avvolge la città nelle fiamme. Il fuoco cambia colore fino a divenire viola, l’ampiezza del cono di esalazione si restringe, e la fiammata diviene un raggio luminoso con un suono stridente. Gojira lo utilizza sollevandolo verso l’alto, distruggendo un aereo.
Poi, chiuse le fauci e soffocato il getto, piega nuovamente il capo, gli aerei tornano all’attacco su di lui, e lui, colpo di scena, emette non uno, ma una ventina di raggi attraverso le ferite aperte sul dorso che centrano i bersagli quasi contemporaneamente, eliminando gli ultimi con un movimento del corpo.

Quindi, facendo di nuovo fuoco dalla bocca, questa volta direttamente col raggio, Godzilla inizia a fendere gli edifici e tutte le cose intorno a lui anche a grande distanza, per poi riportarlo a fuoco e inondare Tokyo riducendola a un inferno fiammeggiante. L’inquadratura di Shin Gojira acceso di viola sul corpo nero, col fuoco sullo sfondo, è la mia preferita del film.

“…quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore.” (Genesi, 19, 24).

Molte volte si è parlato di come Godzilla reinterpreti la tradizionale figura del mostro sputafuoco, del drago occidentale, sostituendo al fuoco l’energia atomica secondo la sua natura e il suo messaggio, ma qui le due immagini sono entrambe presenti, e dopo la scena più rapida di totale distruzione portata dal raggio viola, quella della cascata di fuoco, col mostro inquadrato da lontano e le fiamme che hanno conquistato ogni cosa, un’inquadratura che mi ha ricordato un film a tema draconico che amo molto, “Il regno del fuoco” (2002), rende Gojira davvero simile a un drago. Volendo strafare, potremmo vedere anche un’unione degli attacchi dei due principali protagonisti delle serie cinematografiche daikaiju, Godzilla e Gamera, la tartaruga la cui arma è appunto un soffio di fuoco; penso comunque che il motivo principale del fuoco sia quello di creare uno scenario apocalittico che col raggio, che non continua a bruciare dopo essere stato usato, non è possibile, e probabilmente è legato anche al metabolismo del mostro, un prodotto dei processi operati nelle produzione del raggio.
Il nuovo raggio non è la fiammata dei primi film e non ha il potere d’impatto delle serie Heisei e Millennium, è un’arma ad alta concentrazione che taglia attraverso qualunque cosa, da molti paragonata al raggio di Gyaos, nemico di Gamera. A parte questo, si tratta della prima volta il cui il raggio è viola: ho elencato a inizio post le poche volte in cui il raggio è stato rosso, e nella maggior parte di quei casi il cambiamento di colore indicava un aumento di potere; il raggio viola, in teoria, è ancora più potente (anche se non so se otterrebbe gli stessi risultati del raggio contro il meteorite in Final Wars). L’aspetto più originale, mai visto nella serie, è la capacità di emetterlo anche da parti del corpo non designate a tal fine, con un potere distruttivo senza pari. Peraltro, mentre i precedenti potevano usare l’attacco a proprio piacimento, Shin Gojira non ha la stessa facoltà, ma deve accumulare abbastanza energia. Poiché nella scena notturna ha impiegato la maggior parte di quell’energia, dopo la sua opera di distruzione che è costata la vita alla quasi totalità dei politici mostrati nella prima parte del film, incluso il Primo Ministro (è la prima volta in un film di Godzilla che il Primo Ministro di turno viene ucciso), il mostro si ferma, cessando qualunque attività mentre si rifornisce. È anche grazie a questa debolezza che è possibile mettere a punto delle strategie contro di lui.

Guerra nel cielo

“E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli.” (Apocalisse 12, 7-9)

 Mentre il governo è troppo lento a causa della sua stessa struttura, in un certo senso come lo è Godzilla, Rando Yaguchi, deciso a proteggere il Giappone e sventare la minaccia, assembla una squadra che sia efficente, lavori senza sosta e abbia la dinamicità e l’elasticità necessarie a tenere testa a una forma di vita in grado di evolversi. La sua task force è costituita, sulla stessa ammissione dei componenti, da eretici della comunità scientifica, nerd, tipi strani. Sono loro a condurre le scoperte sopra riportate a proposito della natura del mostro.

Alcuni membri della squadra di Rando (che è il quinto da sinistra).

Scoprono, in aggiunta, che il suo sangue e le sue pinne agiscono come sistema di raffreddamento del sistema, e che utilizzando un agente coagulante di difficile reperimento, scoperto grazie alle indicazioni del dottor Maki, sarebbe possibile provocare una reazione a catena che congelerebbe l’intero Gojira. Nella azioni di Maki, che lascia degli indizi al Giappone nonostante il suo odio, si scorge la volontà di sottoporlo a una prova, per vedere se sarà in grado di risolvere questo problema. Il piano di raffreddare Goji è presente anche in “Godzilla vs Destoroyah”, ed è concepito già a metà film, ma per essere messo in atto richiede molto tempo per radunare la quantità di agente coagulante necessaria. Nel frattempo le nazioni straniere, e gli Stati Uniti in primo luogo, venendo a sapere che Godzilla è in grado di produrre energia e riprodursi in qualsiasi situazione, decretano la necessità di intervenire mediante un attacco atomico, dando così alla seconda parte del film, durante la quale Godzilla rimane in stasi, un tono concitato per via dell’urgenza non della minaccia immediata costituita dal mostro, ma da quella più pressante dell’intervento straniero. Ancora una volta, il Giappone deve paventare un attacco nucleare sul proprio territorio.
Nei film di Godzilla la situazione è quasi tipica, e anche nel film del 2014 l’idea di un attacco atomico contro i mostri, vissuto con dolore dal personaggio di Ken Watanabe, il dottor Serizawa, in rappresentanza del sentimento giapponese. È l’intervento di Kayoko a sventare questa tragedia.
Kayoko nel film incarna una sorta di archetipo della narrativa giapponese, la ragazza straniera/vissuta all’estero dal carattere eccentrico e molto più esuberante rispetto alla comune disciplina dei giapponesi; si può ravvisare poi un altro archetipo, quello della politica ambiziosa e pronta a tutto, che passa informazioni riservate e mantiene i contatti con parti opposte in attesa della sua occasione. In questo caso, però, la compassione umana vince l’ambizione, perché Kayoko, rischiando la sua carriera, riesce a guadagnare del tempo per il team di Rando, che appronta la strategia Yashiori e la mette in atto appena in tempo.

“Susanoo uccide Yamata no Orochi”, Toyohara Chikanobu.

Yashiori, che ha anche un tema nella soundtrack, è un nome di origini mitologiche, proveniente dal più importante scontro con un mostro della mitologia giapponese, quello di Susanoo con Yamata no Orochi, il gigantesco drago a otto teste. Per ucciderlo e impedirgli di divorare una fanciulla, Susanoo, dio in esilio sulla terra, fece ubriacare Orochi col sake di Yashiori (Yashiori no Sake) e con la spada Ame-no-Habakiri (Ammazzaserpenti) lo fece a pezzi, trovando, all’interno della coda di Orochi, un’altra leggendaria spada di nome Ama no Murakumo (Spada del paradiso) o anche Kusanagi-no-Tsurugi (Spada che taglia l’erba). La storia è raccontata in entrambe le principali opere di storia mista a mitologia del Giappone, il Kojiki e Nihon Shoki, anche detto Nihongi.

L’operazione Yashiori, in sostanza, intende ubriacare Gojira di sake come con Orochi. Il titano viene attaccato con un enorme dispiegamento di mezzi, in modo da costringerlo ad utilizzare tutta l’energia che ha accumulato, e in questo il kaiju non delude, utilizzando sia i raggi dorsali che quello dalla bocca che una nuova abilità, l’emissione dalla punta della coda, come se fosse anch’essa un’arma. I suoi attacchi costano un gran numero di vite.

Una volta terminato il potenziale di Gojira, le forze giapponesi passano al contrattacco, mirato a farlo cadere e portarlo a portata del coagulante; a tal fine viene utilizzata una montagna d’esplosivo, scagliato contro di lui anche mediante l’utilizzo di treni. È necessaria la caduta degli edifici circostanti (qui purtroppo c’è un buco di sceneggiatura e di scenografia, in quanto la scena mostra Gojira circondato da diversi edifici, quando in realtà tutto ciò che lo circondava è stato da lui distrutto nella scena notturna, dopo la quale non si è più mosso) per portarlo con la testa sul terreno.
Il particolare dei treni, per quanto quasi comico -non dimentichiamo che i giapponesi erano disperati- rende omaggio a una delle scene più famose del primo Gojira, quella del passaggio sulle rotaie in cui afferra un treno con la zampa, ripresa anche in seguito, anche nel film del 1984.

Attraverso delle pompe viene spruzzato il coagulante in bocca a Gojira. Il primo gruppo impiegato a tal fine è chiamato Amano Murakumo, dal nome della spada di Susanoo. Inizialmente sembra non sortire effetto, mentre il mostro si rialza e riprende a sputare il suo raggio, forse modificandosi nuovamente e utilizzando l’energia immediatamente piuttosto che immagazzinandola, oppure convertendo parte del suo stesso corpo vista la necessità, ma ecco, quasi all’improvviso, che il suo corpo si congela tutto in una volta, e l’attacco termina.

“Così mentre attendevano dopo aver disposto ogni cosa secondo la sua proposta, il serpente ottaforcuto venne come [il vecchio] aveva detto, e immediatamente immerse una testa in ogni tino, e bevve il liquore. Allora fu dominato dalla bevanda, e tutte [le teste] si distesero e si addormentarono. Allora Sua Rapida-Impetuosa-Maschia-Augustità [Susanoo, ndC] estrasse la sua spada, che cingeva augustamente, e tagliò il serpente in pezzi, così che il fiume Hi scorse trasformato in un fiume di sangue. Così quando tagliò la coda centrale, il filo della sua spada augustea si spezzò. Allora, trovandolo strano, spinse e divise [la carne] con la punta della sua spada augustea, e guardò, e vi era una grande spada [all’interno].” (Kojiki, traduzione della traduzione inglese di B.H. Chamberlain)


La minaccia è sventata, ma temporaneamente, perché di fatto Godzilla è ancora lì e non si può essere certi che abbia cessato del tutto di svolgere le sue funzioni, che non possa evolversi ancora, che sia morto o meno, e in un certo senso non si sa se possa davvero morire.
Rimane lì, come una montagna in mezzo alla città, memoria di ciò che è successo e monito per il futuro. Sarebbe già da sola una situazione pericolosa, se non ci si mettessero le nazioni straniere: continuando a rivendicare il proprio fatale diritto sul Giappone, stabiliscono come ultimatum che, qualora il mostro dovesse risvegliarsi, l’attacco atomico su Tokyo seguirebbe immediatamente.
Sulle note di uno splendido tema conclusivo, “Ultimate”, Rando e Kayoko parlano di cosa è successo e di cosa accadrà. Yaguchi dice una frase importante:”Il Giappone…no, l’umanità…dovrà imparare a convivere con Godzilla”. Per quei secondi la forma del mostro congelato acquisisce una valore simbolico, un enorme pericolo che non se ne va e del quale non ci si può liberare, sì che l’unica possibilità e abituarsi e prestargli attenzione. Col rischio sempre presente della atomica.
Kayoko prospetta anche sviluppi ambiziosi: «Quando sarò Presidente degli Stati Uniti ti vorrò come mio ministro». Ma Yaguchi smonta quel disegno, perché vede, malgrado il successo dell’operazione, il costo di vite che essa ha comportato, un costo che non va dimenticato; pertanto, intende dare le dimissioni. Kayoko si congeda con la frase di Goro Maki: “Fa’ quello che vuoi”. Yaguchi stesso sa che prima di andarsene occorrerà fare altro, che non è quello il momento di uscire. L’inquadratura che lo mostra con la creatura congelata sullo sfondo è bella perché affianca i due protagonisti del film, l’eroe e la bestia. Sarebbe stata una bella inquadratura finale, ma non lo è. Il film dà l’ultima parola a Gojira.

Gli spiriti immondi

“E vidi uscire dalla bocca del dragone, da quella della bestia e da quella del falso profeta tre spiriti immondi, simili a rane. Essi sono spiriti di demòni capaci di compiere dei miracoli. Essi vanno dai re di tutta la terra per radunarli per la battaglia del gran giorno del Dio onnipotente.” (Apocalisse 16, 13-14)

L’ultima scena di Shin Gojira è fatta perché noi se ne parli incessantemente finché non sarà uscito un film che aggiunga altro, e se esso non dovesse uscire, perché se ne parli per sempre.
Nella scena mostrata qui sopra, la coda di Godzilla sembra ancora come è sempre stata. Nell’inquadratura successiva invece è diversa, c’è qualcosa che prima non c’era.
Con la telecamera che ascende lentamente, e senza che si senta alcun suono, saliamo lungo la gigantesca terminazione del corpo di Godzilla, sulla quale più volte ci siamo interrogati durante il film, chiedendoci perché fosse così grande, fino a vedere, con assoluto sgomento, che verso la fine ci sono delle cose, dei mostri con le fauci spalancate, gli artigli e un aspetto scheletrico, immobili, bloccati nell’atto di arrampicarsi sulla coda di Godzilla.
Hanno aspetto umanoide, spuntoni sul dorso con lo stesso aspetto delle pinne di Godzilla, coda ossuta, e c’è qualcosa in tutto questo che li rende sinistri, che mette a disagio. Alla fine della coda stanno due bocche. Con denti umani.

La scena ha fatto discutere e fa ancora discutere. Ma la linea basilare di interpretazione è questa: Gojira, nel rendersi conto di stare perdendo, ha compiuto una nuova evoluzione, e per via della consapevolezza di una collettività che stava agendo contro di lui, del rendersi conto che era quella collettività il suo punto di forza, si è evoluto in modo da ottenere anche lui una collettività. Il problema è quando l’evoluzione sia avvenuta, perché fino alla scena di Yaguchi la coda è normale (potrebbe comunque essere un altro errore), e quindi non sappiamo se l’evoluzione sia iniziata prima che il corpo di Gojira si congelasse -dato che le creature sono congelate a loro volta- o se stia avvenendo mentre è congelato, rivelandoci che alcune funzioni del corpo del mostro sono possibil anche in quelle condizioni. E in tal caso, l’attività delle creature è inevitabile. Questa scena, che fa desiderare ancora di più il sequel già prospettato dalle altre scene, mostra che il destino del Giappone è ancora più in pericolo.

Il finale di SG, per renderla ancora più eccitante, fonde il cinema dei kaiju con Alien, proprio nel periodo in cui Alien è tornato in voga (influenza sospetta?), e anzi, creature simil xenomorfe nate da Godzilla sono per certi versi un’idea anche migliore di quelle create da David in Covenant.
Soprattutto, il finale di SG congiunge alla dimensione gigantesca dell’orrore, quella che mette in pericolo grandi ambienti e grandi quantità di persone spazzate via tutte insieme, una dimensione di orrore più umana, perché mostri di dimensione meno titanica (visto il rapporto con la coda penso che siano comunque ben più grandi di un uomo) minacciano individualmente, costringono a guardare l’oscurità direttamente negli occhi, a rapportarsi con essa in prima persona. Era uno dei punti forti di un altro sublime monster movie, Cloverfield (2007), un’idea non riuscitissima del Godzilla del 1998, e potrebbe raggiungere i suoi esiti migliori in un sequel di SG.
Per tutto ciò, non possiamo che volerne sapere di più.
In nostro aiuto viene l’artbook “The Art of Shin Godzilla”, di cui purtroppo non dispongo ancora, ha un prezzo abbastanza alto e non è stato tradotto dal giapponese; probabilmente non lo sarà e probabilmente me lo procurerò ugualmente vista la mole di contenuti importanti, ma per il momento dispongo solo delle immagini disponibili su Internet.
Nel libro, queste creature vengono espressamente definite la quinta forma di Gojira.
Vediamo meglio il loro aspetto e la loro testa, con una cavità centrale e sprovvista di occhi, che ricorda molto la testa di un’altra creatura fantascientifica, il predatore del futuro di Primeval.

Nel libro apprendiamo molti altri particolari interessanti. Tra i vari concept per questa quinta evoluzione, i primi immaginavano degli esseri molto più simili all’uomo, con appendici laterali, probabilmente ricavate dalle pinne di Godzilla, che ricordavano delle ali e rendevano questi esseri simili a degli angeli. Un bel contrasto con l’aspetto demoniaco visto nel film.

Il particolare più interessante però è il ricorrere di un’altra idea, un’idea con una storia affascinante.
Molti disegni mostrano che, a un certo punto del film, Godzilla avrebbe dovuto far uscire dal proprio corpo un altro Godzilla, maturato al suo interno, che avrebbe subito lo stesso processo evolutivo da Kamata-kun in poi o che sarebbe stato già adulto. L’idea -che vi confesso, trovo estremamente affascinante, ancor più visto l’impatto che tutte queste mutazioni weird e disturbanti hanno su una creatura dall’aspetto iconico e rassicurante come il vecchio Godzilla- è rimasta in parte, se vogliamo vederla, perché la coda di Shin, con le sue dimensioni assurde, potrebbe essere in realtà un altro esemplare in corso di sviluppo, sviluppo che poi non è avvenuto e che è stato sostituito dalla formazione dei “Godzillamorfi”; anche se non possiamo escludere del tutto che i Godzillamorfi fossero già in gestazione all’interno della coda, ipotesi che cozza comunque col principio per cui l’evoluzione di questo mostro avviene in base a ciò che gli capita.
La particolarità della coda è dovuta alle strane strutture ossee che le si vedono addosso in alcune inquadrature, attorno al raggio emesso da nessuna bocca (come spesso viene creduto in rete), perché una bocca sulla coda nel corso del film non si vede; alla fine però la bocca la vediamo, ne vediamo ben due, e il fatto che abbia denti umani mi fa pensare che fosse un altro modo di adattarsi alle creature che l’hanno sconfitto.

Approfitto di questo spazio per proporvi altri spunti “horror” sulla natura di Shin Godzilla.
La figura di Goro Maki è estremamente misteriosa, ed è l’unica che fornisca delle informazioni su Godzilla. Sappiamo che è morto ma non come, e dato che è disperso, possiamo supporre si sia gettato in mare. Ora, lui era l’unico a sapere dell’esistenza di quelle forme di vita acquatiche e ad averne previsto l’evoluzione. È una curiosa coincidenza che si sia gettato in mare solo quel giorno? O piuttosto fa tutto parte del piano?
L’idea che ha più popolarità in rete è che Goro Maki si sia gettato in quel punto appositamente, non solo per vedere Gojira, ma per fondersi con lui. Molte teorie che circolano in rete vogliono che Godzilla sia stato originato dall’aggregazione di più creature diverse, e che possa dunque, almeno prima di comparire in quello che chiamiamo primo stadio, aggregarsi ad altri esseri viventi, ma non ci sono elementi a favore nel film. Occorre spiegare gli elementi umani apparsi sulla coda, quei denti non aguzzi come lo sono quelli della bocca e delle spore, e i mostri umanoidi: se questi fosse in qualche modo parte di Godzilla, essi potrebbero derivare dal DNA umano di Maki, e si potrebbe vedere la creatura come un corpo guidato, o perlomeno influenzato, dalla coscienza del biologo scomparso. Questo avvicinerebbe Shin a un’altra precedente incarnazione del Re dei Kaiju, quella vista in “Godzilla, Mothra and Ghidorah: All-out attack” (2001), dove Godzilla incarna l’odio delle vittime della Seconda Guerra Mondiale. C’è anche una teoria che vuole che i mostri umanoidi dall’aspetto scheletrico siano mutazioni delle persone uccise da Gojira durante il film, in qualche modo assorbite nel suo corpo.

Cosa ne penso io? Scarterei l’ultima teoria, ma il non detto del film sembra suggerire che la parte di Maki sia stata effettivamente più rilevante di quanto ci possa sembrare, e la scena in cui si sposta una placca sulla punta della coda del Gojira inattivo (possibile indizio che qualcosa al suo interno stesse già accadendo) proprio nel momento in cui Yaguchi e gli altri parlano di lui, penso confermi che in qualche modo, con gli strani fenomeni che sono avvenuti nel mostro, lui c’entri qualcosa.

Ora, sono passati molti anni dal 1954 e dalla morte di Ishiro Honda (1993), ma pare che nel 2012, in tempi non sospetti, sia stata ritrovata una sua nota contenente un progetto. Un film in cui Godzilla si dividesse in due parti e avesse la capacità di assorbire altre forme di vita intorno a sé, divenendo sempre più grande, solidificandosi nel frattempo fino a divenire inanimato. Abbastanza simile a quanto abbiamo visto.
Volete sapere come doveva chiamarsi questo progetto? Shin Gojira (Fonte: https://twitter.com/maGuremono/status/822140169570504705).
Da tutto questo deriva un film che ha rivoluzionato il Re dei Mostri come mai prima.
E per compiere questa operazione ci è voluto un Anno.

Vangelo della nuova Genesi

Hideaki Anno è il creatore di Neon Genesis: Evangelion, dei film e in generale dell’universo di Evangelion. Molti hanno visto il film in quanto fan di Evangelion, e lo stesso argomento è stato abbondantemente usato per sponsorizzarlo.
Pare che Toho, nell’unire due glorie nazionali come Anno e Godzilla, abbia dovuto faticare un po’ per convincere il regista, deluso per via dell’esito infelice di Evangelion 3.3, il terzo dei film che rinarrano la storia, e che questi abbia accettato proprio per lavorare a qualcosa di diverso. Salvo, in ogni caso, lasciarci del suo.
Ora, mi sarebbe piaciuto scrivere un post su Evangelion prima di questo, per agevolare il discorso a chi segua il blog e non l’abbia visto, ma la natura complessa di quella storia è tale che preferisco prendere molto tempo e rimandare il suo spazio (che prevederà diversi post) a quando sarò più sicuro di conoscere la materia opportunamente e avrò colto tutti i suoi oscuri significati esoterici, cabalistici e quant’altro.

Il primo elemento di Evangelion che mi è saltato all’occhio durante la visione del film è stato il font bianco delle scritte che indicano i vari ruoli dei personaggi, ma il parallelismo comincia ben prima, fin dalla prima scena: il mare e la venuta di un essere marino, perché il primo Angelo comparso in NGE, Sachiel (sì, me lo ricordo che è il terzo in ordine), viene dal profondo del mare. C’è in entrambi un’inquadratura che mostra uno spruzzo d’acqua che lo rivela.
Ben presto si sente in Shin Godzilla il tipico tema di Evangelion, quello che annuncia l’apparizione di un Angelo e l’attivazione della Nerv per inviare gli Eva. Ricorrerà in più occasioni, anche in una veste rockeggiante poco prima dell’operazione Yashiori.
I tre personaggi femminili principali di Shin Godzilla ricordano, se confrontiamo le due opere, i tre personaggi femminili principali di Evangelion, Misato Katsuragi, Rei Ayanami e Asuka Langley Soryu. Kyoko ricorda il genere di personaggio di Asuka, la solita storia della ragazza straniera esuberante e sicura di sé, Hideki Akasaka (Mikako Ichikawa), membro del gruppo di studiosi di Yaguchi, somiglia a Rei per la sua totale attenzione al lavoro e scarsa manifestazione di emozioni, mentre a Misato potrebbe corrispondere Reiko Hanamori (Kimiko Yo), capo militare. Naturalmente, anche in considerazione del poco spazio sulla scena, nessuno dei personaggi di Shin ha la costruzione dei personaggi di Evangelion, ma è interessante notare come Anno segua queste idee ricorrenti.
Del resto, nessuno degli Angeli di Evangelion ha un tempo sulla scena tale da presentare la costruzione che ha il nuovo Gojira.
Il raggio di quest’ultimo è stato paragonato a quello di Remiel, il quinto angelo (terzo ad apparire), contro il quale si ha l’operazione Yashima, richiamata dell’operazione Yashiori, che prende il nome dalla battaglia di Yashima raccontata in un’altra importante opera letteraria giapponese, l’Heike Monogatari.
Per il resto, si può dire che Anno abbia trattato Gojira come un Angelo, mostrando lo come una forma di vita diversa da quella umana con principi biologici propri, una diversa possibilità di esistenza, come vengono chiamati gli Angeli in The End of Evangelion, che a sorpresa ha in comune con gli esseri umani più di quanto essi stessi possano pensare.

Per stuzzicare i fan, nel 2016 sono state rivelate alcune immagini crossover tra Godzilla ed Evangelion, come quella postata qui sotto, e vari prodotti. Esiste anche una scultura ibrida di Godzilla con l’unità Eva 01.

Shiro Sagisu è l’autore della colonna sonora di quell’universo. Oltre il tema già ricordato, ricorre qui Black Angel, da lui composto per un altro celebre anime, Bleach.

Dal Vangelo secondo Hayao Miyazaki

La continuità tra Evangelion e Shin Godzilla passa attraverso un’opera poco conosciuta e molto interessante, che ha segnato una convergenza di sforzi tra Hideaki Anno e un altro insuperabile dell’animazione giapponese.
Si tratta di un corto del 2012 intitolato “Giant Warrior appears in Tokyo”, realizzato da Anno per Studio Ghibli in occasione di un festival dei tokusatsu per dimostrare il livello raggiunto dell’animazione computerizzata. Il corto mostra l’apparizione di una misteriosa entità, preceduta da bagliori e luci fluttuanti che si raccolgono in un colossale essere umanoide sospeso sulla città di Tokyo, così grande da coprire un’ampia porzione di essa. Ha enormi occhi verdi e lunghissimi denti, e dopo essersi posto verticalmente, rivela la sua natura meccanica nel protrarre dalla bocca un cannone laser -dai raggi viola- dallo spaventoso potere distruttivo.

A rendere il tutto ancor più inquietante è il fatto che durante il corto venga spiegato da una voce narrante femminile (solo in giapponese, ma ho trovato una traduzione in inglese del testo) che questa distruzione totale le era stata annunciata il giorno prima, attraverso una persona che non vedeva da molto tempo e cui non aveva creduto. E soprattutto il fatto che il gigante, cui alla fine del corto se ne aggiungono molti altri, sia uno dei soldati invincibili di uno dei primi film di Studio Ghibli, “Nausicaä della Valle del Vento” (1984), che lì hanno causato la fine del mondo conosciuto e l’inizio del mondo post apocalittico in cui avviene la vicenda.

Miyazaki, che per il corto ha curato il design dele macchine sterminatrici, più dettagliate che nelle apparizioni in “Nausicaä”, si inserisce così nel percorso di gestazione di Shin Gojira, del quale “Giant Warrior appears in Tokyo” costituisce un affascinante precedente del regista. Tanto più che sia Anno che Miyazaki hanno un cameo in Shin Godzilla.

L’Anima di Gojira

“Ora, poiché dal cielo scacciati ebbe Giove i Titani,l’immane Terra, unita d’amore col Tartaro, a lucediede, mercè d’Afrodite, Tifone fortissimo: avevacento gagliarde mani, disposte ad ogni opera, e centoinfaticabili piedi di Nume gagliardo; e di serpeaveva cento capi, d’orribile drago, e vibravacento livide lingue da tutte le orribili teste,sotto le sopracciglia di fuoco: brillavano gli occhi,ardevan fiamme, quando guardava, da tutte le teste.E avevan tutte quante favella le orribili teste,voci emettevan meravigliose, di tutte le specie.

[…] 

E quel dí stesso avrebbe compiuta un’impresa fatale,e avrebbe avuto impero sugli uomini tutti e sui Numi,senza l’accorto consiglio del padre degli uomini e i Numi. 

(Esiodo, Teogonia, vv. 820-830, 836-838, traduzione di Ettore Romagnoli, 1929)

Originariamente, Gojira doveva essere una piovra. Nel 1954, prima di concepire l’idea che conosciamo tutti, influenzata da “Il risveglio del dinosauro”, l’immagine che sembrava più adatta a rappresentare l’orrore creato dall’energia atomica aveva i tentacoli. Proprio come Alien, che quando ancora si doveva chiamare Starbeast prevedeva un alieno tentacolato. Immagini del mare, immagini di forme di vita del tutto diverse. Come il Kraken di Tennyson citato all’inizio, provengono da un mondo sommerso e oscuro.
Da questa forma lontana, sia Gojira che Alien sono passati a una forma rettiliana, più vicina al nostro mondo ma ugualmente legata a paure profonde. Il rettile crea ribrezzo, minaccia, e insinua un terrore atavico per epoche remote dove i predatori a sangue freddo erano terribili minacce.
Come il Kraken, il primo Gojira è destinato a emergere e morire dopo essere emerso. Ma grazie a un miglioramento, un’evoluzione, supera quei limiti e spadroneggia anche sulla terra. Dal mare è stata originata la vita: non c’è da meravigliarsi che anche la fine della vita venga dal mare.

Concept del film.

In Evangelion, l’arrivo degli Angeli comporta cataclismi che sconvolgono la vita sulla Terra, e il Third Impact che incombe nel corso della serie causerebbe, se avvenisse, la fine dell’umanità.
In Nausicaä e in Giant Warrior i soldati invincibili distruggono la terra lasciando un mondo desolato.
Shin Godzilla, se dura abbastanza, potrebbe mostrarci un’Apocalisse kaiju dominata da giganteschi esseri mutanti.

Se il Godzilla del Monsterverse ha affrontato il Re dei Mostri col realismo, dandogli una struttura fisica adatta alla sua vita anfibia, origini preistoriche più accettabili di quella del dinosauro sopravvissuto, con la possibilità di introdurre altri kaiju basati sulla stessa storia della Terra radioattiva, e un ruolo da guardiano della natura che gli permette di agire eroicamente senza per questo perdere la sua connotazione di mostro e minaccia, il nuovo Godzilla giapponese eredita il ruolo originario, con un aspetto adatto a incarnarlo e a farcelo sembrare nuovo e interessante. Uno è sempre esistito ed è semplicemente ricomparso, un figlio prediletto della natura che riceve da essa il suo status divino, l’altro è appena nato, frutto dell’azione umana, figlio del nostro tempo, divino perché ha la facoltà di essere ciò che vuole. Maestoso e possente il primo, disgustoso e rachitico il secondo, dimostrano che la medesima idea può essere reinterpretata senza smettere di essere sé stessa, e questo, dicevo nell’altro post su Godzilla, ci dimostra che ormai non è dissimile dalle creature mitologiche e dagli dèi stessi.

Le due versioni si affrontano in un disegno di Matt Frank,
il più noto artista dei kaiju, anche lui centrale nel mio
periodo di scoperta di Godzilla. Il suo profilo su deviantArt:
http://kaijusamurai.deviantart.com

Ecco perché è entusiasmante poter assistere a questo momento in cui sono in attività due versioni complementari del Re dei Mostri.

Shin Gojira mi ha lasciato con l’attesa di una continuazione, e la possibilità di riempire l’attesa grazie ai suoi doni.

Se dovesse seguire una nuova serie di film in continuità, come nel periodo Heisei, potremmo aspettarci di vedere un’apocalisse kaiju dominata da esseri via via più deformi, sia che si tratti di nuove invenzioni -e spero di vederne- che di riproposizioni dei vecchi mostri. Fanart di questo tipo sono già in circolazione, e una delle idee più allettanti è quella di vedere uno “Shin Ghidorah”. Qualche artista ci ha già pensato.

Fonte: https://www.artstation.com/artwork/3QDev
Mi sarebbe piaciuto vedere un secondo Gojira nascere dal primo, e non posso del tutto escluderlo; i due potrebbero seguitare a evolvere indipendentemente, divenendo kaiju diversi in conflitto o alleati. Ma l’attesa si concentra sui sinistri Gojiumanoidi: attaccheranno in frotta? Si organizzeranno? Si aggregheranno di nuovo in un’unica forma, o evolveranno ciascuno in modo diverso, dando vita ad altri kaiju o divenendo loro stessi i kaiju che già conosciamo?
Scopriremo altro sulla storia di Goro Maki? Preferirei che quella continuasse ad essere taciuta, mantenendosi senza essere smentita. Mi piacerebbe vedere i Gojiumanoidi trasformare una parte di Tokyo in una piana infernale, come gli Alien trasformano gli ambienti attraverso la loro “cera”, e infestarla come Malebranche dantesche, con un Gojira che domini, colossale e immobile, quale Lucifero sulla Terra. Anche se il parallelismo dantesco l’ha già fatto Legendary con King Ghidorah.
Al centro della maggior parte dei film c’è sempre una dimostrazione dell’invincibilità del Re dei Mostri, e questo vorrei permanesse anche qua: Gojira, come l’inferno, deve rimanere. Deve ricordare all’umanità che cosa abbia commesso e darle un volto in cui possa rivedersi. E se il volto diviene più mostruoso e più digrignante, allora la lezione sarà più severa. Ma anche dopo, quando il giudizio sarà passato, e la Morte e l’Ade saranno stati incatenati e gettati nel lago di fuoco, io vorrei che Gojira restasse. Questo è ciò che rende tale l’Anima del Mostro: parlare con i mostri non è solo un modo per cogliere i loro significati e scoprire qualcosa da riconsegnare all umano. È soprattutto la scelta di vivere con i mostri, per il bisogno dei mostri, perché loro comunicano stati e forme che non abbiamo e che ammiriamo, che forse ci piacerebbe anche avere. A volte comunicano cose che sentiamo anche noi, e riusciamo a fraternizzare grazie a questo, ma non è solo per le cose in comune che li guardiamo. C’è molto che merita di essere visto nelle nostre differenze.

Raffigurazione di Shin Gojira dal sito “Il regno dei mostri”.
Rispetto a molte fan art, adoro queste perché estremamente
personali. http://ilregnodeimostri.com

La scena del raggio è accompagnata da un brano intitolato “Who will know (tragedy)”, cioè “se io, Gojira, morirò, chi saprà quale tragedia sia la mia morte?”.

“If I die in this world
who will know something of me?
I am lost, no one knows,
there’s no trace of my yearning

If I die (But I must)
in this world (carry on)
who will know (nothing worse)
something of me (can befall)
I am lost (all my fears)
no one knows (all my tears)
there’s no trace (tell my heart)
of my yearning (there’s no hope)

I wear a void, not even hope
a downward slope is all I see

I wear a void, (As long as breath comes from my mouth)
not even hope, (I may yet stand the slightest chance)
a downward slope (a shaft of light is all I need)
is all I see. (to cease the darkness killing me.)”

In questo testo entriamo nel pensiero di Gojira, dove esiste una coscienza che forse il film non contempla, ma che sembra chiamare in causa ogni volta che il volto di Shin riempie lo schermo.
Forse il mostro ha comunque un io, per quanto diverso dal nostro. Forse ne ha di più, se in lui esistono Goro Maki e altre creature in evoluzione; nel Piano per il Perfezionamento dell’Uomo di Evangelion, lo stato divino si può raggiungere solo quando più menti diverse siano unite in una sola.

Altra visione di Shin Gojira da http://ilregnodeimostri.com
A questo sito devo anche la scoperta di Giant Warrior
appears in Tokyo: http://ilregnodeimostri.com/shin-godzilla/

In quell’episodio teofanico in cui Gojira rilascia il fuoco sulla terra, il suo ruggito è la rivendicazione del suo “Io”, del diritto a esistere e della sofferenza che comporta, così come il titolo originale dell’ultimo episodio di Evangelion era “La bestia che gridò io nel cuore del mondo”, con un termine che può significare sia “io” che “amore”, con la predilezione di quest’ultimo nella localizzazione italiana.
E mentre Gojira urla, le altre voci si uniscono alla sua, il suo potere si rivela, e l’identità che stava affermando è divenuta divinità. E lui ha gridato “Dio”.

Bibliografia

La maggior parte delle informazioni derivano dalla fantastica Gojipedia, la wiki di Godzilla con la quale sono cresciuto:
http://godzilla.wikia.com/wiki/Main_Page
Le citazioni bibliche provengono da:
http://www.laparola.net (versione C.E.I./Gerusalemme)
Le citazioni del Kojiki, tradotte dal sottoscritto, derivano da:
http://www.sacred-texts.com

Hwæt! Questa è la storia interna dell’Anima del Mostro. Comincia con questo post e continuerà con tutti i successivi.

Vidi il mostro gigante svettare come una torre nera, stagliandosi contro la desolazione e il decadimento che lo circondavano. I suoi occhi erano quieti e minacciosi come la bassa marea, vi era collera e vi era contegno. Il truce profilo della bocca solcava il suo volto grumoso come una ferita profonda e infetta. Era Gojira, ma proprio come Vishnu nel Bhagavad Gita aveva assunto unaa forma più spaventosa. In quel momento, più che in tutti quelli precedenti, era diventato Morte, il Distruttore di Mondi.
Io ero solo nella stessa desolazione, e mentre in essa ogni cosa era manifestamente prossima alla fine, il mostro gigante sembrava l’unica promessa di cambiamento.
Gli chiesi: “Sei tu il re dei mostri?”.
Mosse il capo verso di me, che gli parlavo nella lingua dei mostri, e mosse il capo annunendo. La desolazione tremò.
Chiesi ancora: “È questa la tua corte?”.
Fece cenno di no. Teneva gli occhi sbarrati, altri l’avrebbero creduto assente, ma io conoscevo il volto dei rettili e potevo indovinare il suo pensiero dal fuoco del suo corpo.
Dissi dunque: “O re, io sono l’Anima del Mostro, e sto cercando il mio hiraeth. Indicami dove andare e concedimi la tua benedizione”.
Per quanto fossi lontano sentivo il calore, pesante e appiccicoso, come l’abbraccio di un gigantesco verme rosso, col muso sozzo di sangue come il Conquistatore di Poe. Attesi la risposta.
Il mostro girò il busto, e piegando le dita contorte tese un artiglio: indicava il mare.
Ripresi: “O re, cosa devo cercare nelle infinite vie del mare?”.
Il mostro questa volta strinse gli artigli.
La ferita si spalancò. Ne uscirono una nota di freddo metallo e una di tuono.
“La…la via…delle…ba…le…ne.”
“Cosa troverò lì?”
Allora indicò sé stesso, il suo corpo si illuminò come una stella e ciò che lo circondava iniziò a fondersi.
“Di…divini…tà”.
Anche il mio corpo adesso si consumava nelle fiamme. Urlai:
“Gojira! Dammi la tua benedizione!”
Le fauci del mostro si aprirono come fossero il pugno di Dio. Udii ancora una parola, “gojira”, o forse era “kujira”, cioè balena.
Dalle profondità del suo essere scaturì un raggio di luce, e sollevando il collo egli rivolse il suo raggio al cielo. Il raggio fendette attraverso il cielo, e il suo ventre si squarciò, riversando sangue sulla terra. Per un frangente li vidi, candidi e distanti: gli angeli. Affacciati a schiere dai bordi della lacerazione del cielo, guardavano la terra e il mostro con lo stesso miscuglio di commiserazione e compiacimento.
Poi il raggio calò.
Vidi la luce del Caos.
E poi vidi il mare.

2 risposte a "Shin Gojira – La bestia che gridò "Dio" nel cuore del mondo e quello che mi insegnò"

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