Teologia di Alien

Premessa: questo post continua la serie costituita da Senso unico verso l’inferno di metallo e Filosofia di Alien.

    He whom some dreadful voice invokes is here,
      Prometheus, the chained Titan. Horrible forms,

Bozza di Dane Hellet.

      What and who are ye? Never yet there came
      Phantasms so foul through monster-teeming Hell
      From the all-miscreative brain of Jove.
      Whilst I behold such execrable shapes,
      Methinks I grow like what I contemplate,
      And laugh and stare in loathsome sympathy.

Colui
Che con tal voce orribile s’invoca,
Il titano Prometeo incatenato,
È qui. Ma voi che siete, orride forme,
Chi siete voi? Così pazzi fantasmi,
Sbucati fuori dal cervel di Giove
Creator d’ogni mal, non eran mai
Dal fecondo di mostri Erebo emersi.
Io, contemplando gli esecrati aspetti,
Divenir temo a lor simile, e fiso

Guardo, e in un tetro fascino sorrido.
P. B. Shelley, Prometeo Liberato, Atto I (Traduzione di Mario Rapisardi)

Gli ultimi due mesi mi hanno costretto a ridurre quasi del tutto l’attività, e in quest’ottica non è da poco che abbia potuto scrivere il post su Devil May Cry, ma ora che quel periodo è passato posso riprendere più regolarmente e riempire i mesi estivi col materiale che ho riservato loro.

“Filosofia di Alien” è un post che avevo in mente indipendentemente dall’uscita del nuovo film, ma che avevo concepito diversamente da come l’ho realizzato. L’idea era di indagare, attraverso gli spunti suggeriti da Prometheus (2012), la funzione degli Alien in rapporto agli uomini, nell’ottica di un simbolismo che vede gli Ingegneri come gli dèi che operano la creazione, gli uomini come la loro creazione più alta, angeli, e gli Alien come i loro demoni. Il titolo di “Paradiso Perduto”, scelto inizialmente per il sequel di Prometheus, reggeva bene questo simbolismo.

Poster di Alien: Covenant.

L’idea è stata ridimensionata dalla decisione di collegare Filosofia di Alien a Senso unico verso l’Inferno di metallo, e di basarlo dunque sull’osservazione degli Alien e dell’arte di H. R. Giger da cui derivano, nel loro aspetto biomeccanoide e nella sua drammatica somiglianza allo stato attuale dell’uomo. La ricerca in tal senso mi ha permesso di ricostruire il percorso artistico della creatura vista nel film, con retroscena e idee abbandonate, e collocarla nell’ambito della grande opera di Giger.
È seguendo questo approccio, applicato alla ricerca originale sull’Alien ontologicamente inteso in rapporto all’uomo e al Pilota alieno del primo film, che mi muoverò in questo nuovo post, incentrato sulla continuazione di Ridley Scott della storia del film del 1979 e che non terrà conto dei sequel e dell’universo fumettistico espanso degli Aliens, sul quale pure tornerò, ma fra molto tempo, mentre concludo con questo post, per ora, il discorso sugli xenomorfi.

Dato che il post tratta due film e non tutti avranno visto entrambi o anche uno solo, occorreranno alcuni avvisi. I prossimi due paragrafi non menzionano direttamente nessun film. Ne seguono otto riferiti a Prometheus, i successivi ad Alien: Covenant. Questo valga come unico e ultimo avviso di spoiler, perché disseminare il testo di avvisi sarebbe fastidioso per la lettura e perché le immagini sono abbastanza comunicative.

Prometheus deriva da un pensiero di Scott che in parte condivido, e in parte no: com’è che, nei numerosi sequel della storia di Alien, che hanno esplorato molto della loro biologia fino a complicarla ulteriormente, nessuno si è posto il problema di rispondere al quesito chiave lasciato dal primo film, cosa fosse il gigantesco essere morto nella cabina di pilotaggio del gigantesco relitto? Scoprirlo darebbe anche risposta alle domande su come le uova di Alien, o l’Alien dal quale derivano, siano arrivate su Acheron, dato che si trovavano all’interno della nave e probabilmente la specie non era originaria di là. Una mole colossale di teorie che ovviamente non posso elencare qui di seguito, ma che si sono accumulate negli anni e alle quali questo film avrebbe potuto dare risposta.
Eppure mi chiedo, non era bello non sapere tutte queste cose? Non saperle dava la possibilità di colmare i vuoti con la fantasia e l’interpretazione dei pochi dati lasciati dal film, fino a creare interi universi mentali retti dalla piccola base di quel film, tutti potenzialmente validi.

Locandina di Prometheus.

Negli anni, s’era diffusa una spiegazione -nata da fumetti o forse da dichiarazioni degli autori, la lessi su Wikipedia diversi anni prima dell’uscita di Prometheus, preciserò la fonte una volta che l’avrò trovata, ma nel frattempo occorre al mio discorso che ci sia questa informazione- per la quale il Pilota, chiamato anche Space Jockey per via dell’aspetto della postazione in cui viene trovato, apparteneva in realtà a una razza estremamente avanzata, che viaggiava nello spazio per compiere i suoi esperimenti, e che in occasione di una delle sue numerose guerre aveva creato artificialmente la razza degli Alien, salvo poi essere distrutta, in parte o del tutto, dalla sua stessa creazione.
Ora, io leggevo questa storia da ragazzino, e anche allora, con meno senso critico di adesso, non la sopportavo: significava far dipendere l’origine degli Alien da un’altra specie, e negare tante affascinanti teorie sulla loro origine dichiarandoli una semplice arma biologica.
Anzi, voglio proprio chiederlo a chiunque si trovi a leggere questo post: ti piace l’idea? Ti piace pensare che gli Alien siano così letali e spaventosi perché qualcuno ha voluto che lo fossero? Non preferisci pensare che l’evoluzione, la natura, le condizioni fisiche di una qualche remota porzione dell’universo, abbiano provocato lo sviluppo di una forma di vita così aliena e ostile, evolutasi per tormentare e stuprare. come abbiamo visto nell’altro post, qualunque essere vivente con cui entri in contatto? Immaginare uno o più pianeti in cui questa forma si sia evoluta da sé, per competere con forme di vita simili o addirittura peggiori. Una regione remota dello spazio, dove nessuno dovrebbe mai spingersi per nessun motivo, dove questi esseri regnano come in una corte di dèi e demoni lovecraftiani, senza che questa si espanda, ma tale da divorare chiunque dall’esterno osi avventurarsi in essa. Un Abisso dell’universo. L’Inferno di metallo. L’inconscio dello spazio. La depressione del cosmo.
Questo è ciò che dovrebbero essere gli Alien per me.

Lo Space Jockey visto in Alien.

E gli altri alieni, la razza cui appartiene il pilota, una prova. La prova di un universo davvero infinito ed esteso, dove può capitare che sullo stesso pianeta, preda dello stesso predatore, finiscano due razze diverse, quella umana e una affatto umana, con poco o nulla in comune, prova dell’esistenza di altre regioni dello spazio ancora.

Cosa ha fatto Scott? Ha scelto questa razza come risposta al quesito sull’origine dell’uomo, e di conseguenza, ha reso il suo aspetto umano. La testa dello Space Jockey nel primo Alien non ha aspetto umano. Potrebbe o non potrebbe essere un casco; potrebbe o non potrebbe essere la sua vera testa, un cranio con una forma diversa da quella dell’uomo.
Scott decide di no, quello è un casco, e l’aspetto scheletrico del suo rivestimento è una tuta: sotto questo equipaggiamento c’è un essere vivente antropomorfo, dalla pelle nivea, totalmente glabra, gli occhi neri e un volto modellato, su volontà del regista, secondo i massimi risultati della scultura, come il David e altre figure di marmo. In certa parte gli esseri risultano inquietanti, per la stranezza e lontananza del loro volto, la loro stazza e la voce profonda. Ma sono, alla fin fine, troppo umani.

L’aspetto dell’Ingegnere alla fine di Prometheus.

Ora, inizialmente Prometheus prevedeva un altro script; intitolato “Alien: Engineers”, presentava una storia molto simile a quella finale, salvo per una differenza: erano previsti ben tre Alien. Ridley Scott li ha tolti, ritenendo che ormai gli Alien avessero detto tutto ciò che avevano da dire; inoltre, se la vecchia sceneggiatura puntava a collegarsi direttamente ad Alien, nella resa finale essa non lo fa, ma apre la via a dei sequel che solo alla fine della nuova saga si riallaccerà a quella vecchia.

Per comodità, racconterò le due trame come se fossero una.
La scena di apertura del film mostra la Terra milioni di anni fa, nel momento in cui questi Ingegneri creano l’uomo attraverso una sostanza misteriosa creata da loro, la stessa, come si vedrà, dalla quale derivano gli Alien. Nella vecchia sceneggiatura, la creazione è affidata a tre Ingegneri, e la sostanza è un cibo cerimoniale che si trasforma, dopo essere stato ingerito, in uno sciame di esseri simili a scarabei che lo dissolvono, mentre in Prometheus la sostanza è liquida, e vediamo un unico Ingegnere che la beve e si dissolve nell’acqua. La vecchia sceneggiatura aggiunge però una cosa: una scena successiva in cui gli Ingegneri partono sulla loro astronave, abbandonando la Terra, e una donna umana che osserva la scena viene morsa da uno dei piccoli scarabei, che mescola il DNA dell’Ingegnere morto con quello di lei (da ricordare che gli scarabei sono sacri presso gli antichi Egizi). Il che pone un problema, perché in questa versione l’uomo è già presente al momento della partenza degli Ingegneri, mentre la scena iniziale di Promethus, che non viene mai spiegata nel resto del film, è comunemente ritenuta mostrare l’origine della vita sulla terra, attraverso organismi acquatici che contengono DNA degli Ingegneri e qualunque cosa sia la sostanza nera.

Concept dell’hammerpede di Martin Rezard.

La sceneggiatura iniziale e quella finale proseguono in maniera simile: una coppia di scienziati, alla ricerca di risposte sulle origini dell’umanità, scoprono in un reperto (lì un obelisco, qui delle pitture rupestri) una mappa stellare che conduce a un sistema lontano parecchi anni luce dalla Terra, trovano un finanziatore nella Wayland Corporation, che intende però tenere una parte delle scoperte per sé, e partono su una nave spaziale, che nel vecchio script si chiama Magellan, insieme a un androide di nome David, un’ufficiale stronza di nome Vickers, un pilota scettico di nome Janek, un geologo e un biologo che poi si perderanno e vari altri membri secondari. A marcare la volontà di Ridley Scott di non fare di Prometheus un prequel diretto, ma abbastanza lontano, c’è il fatto che, laddove Alien: Engineers sarebbe stato ambientato proprio su LV-426 (Acheron), il film finale è ambientato su LV-423: come Acheron, questo è un satellite che ruota intorno al pianeta Calpamos, nella vecchia saga ζ2 Reticuli IV, appartenente al sistema (realmente esistente) Zeta Reticuli. Sapevate che proprio questo sistema, secondo le teorie dell’ufologia, sarebbe il luogo da cui provengono i famosi alieni Grigi?

L’hammerpede nel film.

In entrambe le versioni, il gruppo sceso in esplorazione sul pianeta scopre una piramide, contenente diversi cadaveri di Ingegneri col petto sfondato verso l’esterno; in Prometheus vediamo bene anche affreschi e immagini che raffigurano chiaramente gli Alien. In A:E viene scoperta un’attrezzatura da terraformazione (segno che gli Ingegneri sono venuti lì e non sono indigeni), che l’equipaggio smantella per utilizzare. Il geologo e il biologo, in ambo le versioni, si perdono all’interno della piramide dopo che gli altri ne sono usciti, trascorrono la notte lì per via di una tempesta che impedisce ai due gruppi di entrare in contatto, e scoprono una forma di vita ostile dal corpo serpentino: si tratta del cosiddetto hammerpede, per via della forma della sua testa, che in Prometheus deriva da alcune gocce della sostanza nera cadute in un terreno dove vengono visti strisciare dei vermi. Sempre in Prometheus, è presente una scena tagliata in cui il gruppo scopre effettivamente quei vermi, rimanendo entusiasta in quanto si tratta della prima scoperta, nella storia dell’umanità, di forme di vita più avanzate di alcuni batteri al di fuori della Terra; non si sa se quei vermi siano indigeni o siano stati portati dagli Ingegneri. Ora attenti, occorre che mi seguiate facendo caso alle diverse versioni che seguono.
In Prometheus, l’hammerpede uccide il biologo Milburn, viene ucciso dal geologo, Fifield, ma il suo sangue acido scioglie il suo casco esponendolo al liquido nero; Fifield riappare alcune ore dopo davanti al resto della spedizione, in una forma mutata, simile a uno zombie, privo di ragione e in una postura innaturale -che deriva da una scena inizialmente prevista per il primo Alien, che avrebbe dovuto figurare nella stessa postura, idea poi abbandonata in quanto avrebbe reso l’Alien meno credibile e l’avrebbe mostrato troppo-, per attaccare gli altri membri ed essere ucciso solo dopo molti colpi. Una scena tagliata di Prometheus mostra che Fifield avrebbe dovuto avere un aspetto molto più mostruoso e molto più simile a quello di un Alien, con cranio allungato e membrana traslucida; aspetto abbandonato sempre per quella storia di ridurre il rapporto con Alien.

Fifield mutato nella scena tagliata di Prometheus. Da notare la distinzione tra il cranio e la membrana che lo avvolge.

In Alien: Engineers, l’hammerpede uccide Milburn, mentre Fifield viene infettato dai famosi scarabei (cioè dal “liquido nero”), non lo si vede per buona parte della storia e ricompare verso la fine, quando la squadra lo trova all’interno della piramide. Ne riparleremo quando la narrazione ci sarà arrivata.
A questo punto, sarà meglio procedere separando meglio le due versioni: in Prometheus, la notte dopo aver scoperto la piramide, mentre Milburn e Fifield sono ancora al suo interno, David, l’androide, fa assumere una goccia del liquido nero a Holloway, uno dei due scienziati, che poco dopo ha un rapporto sessuale con la moglie, Elizabeth Shaw, che è sterile. Il giorno dopo, tornati nella piramide, Holloway sta visibilmente male, gli occhi gli diventano neri e ha le vene in rilievo, così Elizabeth lo riporta alla nave, ma Vickers gli impedisce di salire a bordo esponendo il resto dell’equipaggio alla contaminazione, e Holloway, per estinguere il dolore, la costringe, avventandosi contro di lei, a bruciarlo con lanciafiamme.

L’estrazione del trilobite in Prometheus.

Poi, in una delle scene più disgustose che io conosca -e che adoro, perché un po’ mi fa ridere- a Elizabeth viene diagnosticato da David di essere incinta di diversi mesi -il feto le è giunto in corpo attraverso il rapporto con Holloway la sera prima-. David la lascia nella stanza, ma Elizabeth attiva la procedura chirurgica delle capsule mediche dell’astronave, e dove averle inciso il ventre, il macchinario le estrae una piccola piovra agitata. Vi intratterrei con le battute sui manga e i polpi, ma l’Anima del Mostro ha certe pretese di serietà che preferisco mantenere. Questo polpetto è un trilobite -ha lo stesso nome della classe di artropodi dell’era paleozoica, ma poco e niente in comune- e costituisce, come apprendiamo alla fine del film, la versione primitiva di un facehugger. Viene chiuso da Elizabeth nella sala, e per un po’ non lo vediamo più.

Concept del chestburst di Holloway.
Octo-facehugger.

In Alien: Engineers, invece, il giorno dopo la scoperta della piramide Holloway si perde, e viene ritrovata vagare per la piramide, senza memoria di cosa gli sia accaduto, da Elizabeth e David. Solo dopo i due tornano sull’astronave e copulano (quindi in questo caso David non interviene), e durante il rapporto, a sorpresa, è il ventre di Holloway a lacerarsi e lasciare uscire…il cosa è ambiguo. Abbiamo un concept art in cui da Holloway esce il trilobite -come del resto sarebbe dovuto uscire da Elizabeth in Prometheus-, ma a quanto risulta dalla sceneggiatura, da Holloway nasce un Alien, ed in seguito Elizabeth, cercando informazioni su cosa sia accaduto al marito -che, beninteso, muore qualunque cosa gli esca- trova nei dati della sua tuta che è stato attaccato da un mostro dotato di tentacoli. Quest’ultimo, è bene chiarire, non è esattamente il trilobite concepito per il film finale, ma una sorta di prototipo chiamato Octo-facehugger nello script, probabilmente sviluppato ulteriormente nel trilobite di Prometheus.

Veniamo adesso al bello: che Alien nasce dall’Octo-facehugger? Essendo questi diverso dal facehugger, anche il risultato sarà diverso.
Ed è qui, finalmente, che vi presento una delle idee della nuova saga che più mi piacciono: lo Xenomorfo Beluga.

Forma chestburster del Beluga.

Si tratta di un Alien albino, ricoperto di pelle piuttosto che dell’esoscheletro chitinoso della specie tradizionale, la cui caratteristica principale è il corpo gelatinoso, che unito all’assenza di ossatura consente alla creatura di comprimere la propria struttura fisica per passare attraverso gli spazi stretti. Altra sua peculiarità sono le mascelle separate dalla pallida membrana, che l’alieno può proiettare e ritrarre attraverso un’apertura della membrana. Prende il nome dal beluga, una bellissima specie bianca di delfino presente nei mari di Alaska, Groenlandia, Canada e Russia (delphinapterus leucas).

Beluga adulto.

Affine al Beluga Alien è un’altra idea scartata, quella del Babyhead, anch’esso bianco e col cranio allungato (per suggerire la forma del cranio di un neonato), caratterizzato da arti lunghi e sottili; questo sarebbe dovuto essere l’aspetto assunto da Fifield in Alien Engineers.

Concept del Babyhead infante.
Beluga adulto.

Ora, mentre il Babyhead è affetto della mutazione di un essere umano attraverso la sostanza nera, il Beluga è un Alien nato per vie “naturali”, cioè attraverso l’impianto di un uovo o di un embrione di “facehugger” all’interno di un essere umano e la sua successiva fuoriuscita. Ora, nello script di Alien: Engineers, David scopre, in una scena che doveva essere simile a quella di Prometheus in cui trova la cabina di pilotaggio degli Ingegneri e apprende la loro storia attraverso gli ologrammi, che gli Ingegneri avevano modificato geneticamente una razza preesistente per renderla la loro arma, e che dunque gli Xenomorfi classici sono il risultato di quella modifica, come il facehugger è il risultato della modifica dell’Octo-facehugger. Ne deriva che, in quello script, il Beluga fosse la forma originaria degli Alien.
A conti fatti, questa creatura possedeva già l’inquietante caratteristica di riprodursi in maniera parassitaria; la modifica sarebbe servita a renderlo resistente, dotandolo del suo famoso esoscheletro, nonché più intelligente.
Nel vecchio script, la storia prosegue con David che con l’inganno conduce Elizabeth nella sala dell’astronave dove sono contenute le uova, le uova frutto della modifica compiuta dagli Ingegneri dalle quali escono i facehugger come li conosciamo noi. Uno di essi impianta l’alieno in Elizabeth. La dottoressa riesce a tornare sull’astronave e a raggiungere la capsula medica, dove l’Alien nasce nel corso del procedimento per rimuoverlo, ma la tecnologia della capsula riesce a salvarle la vita in tempo (scena resa un po’ più credibile in Prometheus, come abbiamo visto). Quello che nasce è uno Xenomorfo puro, quello che tutti conosciamo, che uccide i membri dell’equipaggio che lo attaccano finché Elizabeth non riesce a sparargli. Nel frattempo, l’altro alieno -il Beluga nato da Holloway- sta uccidendo altri membri dell’equipaggio ed è nascosto nella parte inferiore della nave.

Concept del Babyhead adulto di Carlos Huante.

Ora, per soffermarmi sul Beluga ho trascurato alcuni passaggi: si ha in entrambe le versioni la scena in cui David scopre la cabina degli Ingegneri, e apprende che questi, prima di essere quasi interamente sterminati dagli Alien, avevano impostato la rotta verso la Terra per distruggerla. David decide di continuare ciò che loro hanno lasciato incompiuto, e i membri dell’equipaggio decidono di impedirlo. In A:E non è prevista la presenza dell’anziano Wayland, che vuole incontrare gli Ingegneri per parlare con loro, mentre è comune la scena in cui David risveglia l’ultimo rimasto, congelato in criostasi, e viene da questi decapitato. In entrambi i film l’Ingegnere uccide diversi membri della spedizione, attiva la celebre nave spaziale ad anello e parte per distruggere la Terra, e viene impedito dalla nave Magellan/Prometheus. In A:E, come anticipato, Vickers e alcuni militari, in fuga dall’Ingegnere attraverso la piramide, si imbattono nel Babyhead, cioè il geologo Fifield mutato, e ne vengono uccisi; inoltre, sulla Magellan, la dottoressa si imbatte nel Beluga e riesce a ucciderlo.
A questo punto abbiamo l’ultima grande differenza: a debilitare l’Ingegnere mentre sta pilotando verso la nave, prima di ricevere il colpo della Magellan, è un Chestburst. Non si vede come, ma l’Ingegnere viene fecondato da un alieno -non so se un Octo-facehugger o il facehugger evoluto- che sopravvive allo schianto dell’astronave e matura, per poi andare a cercare la dottoressa.

Concept dell’Ultramorfo.
In questo concept vengono aggiunti grandi occhi neri,
che ricordano alcuni dei concept di Giger.

L’Alien nato da un Ingegnere appartiene a una varietà chiamata Ultramorfo. La sua esistenza, se ci pensate, è esplicitata fin dal primo Alien, dallo stesso cadavere di quel primo Ingegnere ritrovato con la cassa toracica aperta, e dai numerosi Ingegneri morti visti in Prometheus e nel suo script precedente. L’Ultramorfo è alto oltre tre metri e rappresenta un Alien superiore in tutto e per tutto agli altri; lo si vede in fumetti dello “universo espanso” di Alien e in alcuni videogiochi. In A:E bracca la dottoressa dopo l’incidente, muovendosi all’aperto, e viene ucciso grazie a una sega circolare -dove la trovi non lo so. Nel finale, lei riceve una trasmissione dalla testa di David, che la avvisa che altri Ingegneri arriveranno sul luogo dell’incidente, e quasi a confermarlo, dalla piramide viene inviato un segnale nello spazio.

Concept che mostra l’altezza di un
Ultramorfo confrontato con un
Ingegnere. E la Regina muta.

Nel finale di Prometheus, che riporto per confronto, non vi è nessuno di questi alieni se non l’Ingegnere, che perde la nave grazie alla manovra eseguita dalla Prometheus, in seguito alla quale resta in vita solo Elizabeth. Tornata sulla carcassa della sua nave, viene avvisata dalla testa di David che l’Ingegnere sopravvissuto la sta cercando, viene aggredita, ma postasi davanti alla stanza in cui ha chiuso il trilobite la apre in modo che il mostro tentacolare afferri l’aggressore e gli immetta una protuberanza in bocca, permettendole di fuggire. Recuperata la testa di David, afferma di voler andare nel posto “da cui sono venuti loro”, per scoprire perché li abbiano creati e poi abbiano cercato di distruggerli, utilizzando una delle astronavi ad anello. Nell’ultima, celebre scena, vediamo il trilobite e l’Ingegnere ormai riversi, e dal ventre del secondo uscire un alieno.
Questo Alieno è comunemente chiamato Diacono, per via della forma della sua testa, presenta lo stesso caratteristico apparato boccale del Beluga, e nasce già dotato di arti -e di ragguardevoli dimensioni- dal corpo dell’Ingegnere. Il Diacono è presente per via di una finale concessione di Ridley Scott a mostrare un alieno, per confermare marcatamente il legame tra Prometheus e Alien e concludere il film con un bel cliffhanger, e probabilmente è un Ultramorfo a tutti gli effetti. Non è col sequel che sappiamo altro di lui.

Concept del Diacono.
Diacono alla fine di Prometheus.

Il sequel di Prometheus è stato intitolato, per qualche tempo, “Paradise Lost”. L’idea di base, mostrare il mondo degli Ingegneri, il Paradiso, e mostrare che quel mondo è estinto, dando anche qualche cenno del perché. In questo, si può dire che Alien: Covenant, il cui titolo definitivo intende omaggiare la nave su cui viaggiano i protagonisti, come il titolo del film precedente, non abbia mancato. Il riferimento alla storia di Prometeo, simbolo di una conoscenza superiore sottratta agli dèi e concessa gli uomini con una conseguente punizione, è poco avvertito nel corso del primo film, paradossalmente doveva esserlo di più nello script “Alien: Engineers”, dove una linea di dialogo di Holloway prevedeva la frase “Prometheus bringing fire from heaven” (“Prometeo sta portando il fuoco dal cielo”); “covenant” significa invece “accordo”, “alleanza”. Nel clima biblico del film, è un riferimento all’arca, al patto degli uomini con Dio, e all’arca di Noè, in quanto la nave Covenant trasporta numerosi passeggeri in una missione di colonizzazione.
Il film introduce un nuovo equipaggio con caratteri vari, diversi tra loro, alcuni con qualcosa di già visto, ma penso di non essere l’unico che si è interessato molto poco a loro, proprio per il fatto che in questo film non erano altri esploratori destinati a morire male ciò che desideravo. Mi interessava invece vedere un’altra cosa, ossia David, figura chiave del film precedente, e anche Elizabeth Shaw, poiché quanto già avvenuto in Prometheus mi portava a provare interesse per quale sarebbe stata la sua sorte. Ecco perché, nella prima parte del film, la mia attenzione è stata focalizzata per lo più sul personaggio di Walter, l’androide interpretato insieme a David dall’ineguagliabile Michael Fassbender, quanto più vicino a dare un senso di continuità a questa nuova saga, che non vanterebbe altrimenti, come l’originale saga di Alien, di un protagonista in grado di unificarla.

Poster di Alien: Covenant.

Ora, ho dato poco spazio a David parlando di Prometheus, ma nel concederglielo adesso mi appresto a parlare del tema principale di questa nuova saga, vera colonna portante dei nuovi Alien rispetto alla quale gli xenomorfi appaiono più come espediente narrativo, concretizzazione di una linea teorica -che serve anche a renderla più appetibile, trattandosi di mostri ben conosciuti e molto amati-: si tratta della creazione della vita. I grandi eterni interrogativi dell’Uomo declinati secondo gli elementi già esistenti di un universo narrativo consolidato nel tempo, incentrato sulla colonizzazione dello spazio, l’impiego della vita artificiale e la presenza insidiosa di una forma di vita che ostacola l’approdo della vita nel proprio territorio. Il secondo di questi elementi, la presenza dei sintetici, non era particolarmente indagata nei vecchi film: quando in Alien Ash viene rivelato essere tale, la scoperta è accolta con stupore e sgomento, ma non con la meraviglia di chi scopre qualcosa di mai visto; e Aliens mostra come, in questo universo narrativo, i sintetici siano abbastanza diffusi. Poco però è detto su cosa significhi essere un sintetico, e Ridley Scott -che al tema ha pure dedicato un altro film di fama discreta- con Prometheus e Alien: Covenant approfondisce la questione.

Scena iniziale di Alien: Covenant.

La prima scena di Alien: Covenant, facendo un passo indietro rispetto all’inizio della saga, mostra i primi momenti di vita artificiale di David, alla presenza del suo creatore, Peter Wayland. È una scena intensa, dove ogni secondo trasmette complessità e semplicità miste e indistinguibili, grandi interrogativi e incredibile potere creativo da una parte, la basilarità di quegli interrogativi e l’intimità dei primi attimi di vita di qualcuno, dall’altra. Ciò che unisce gli eventi dei due film è esplicitato dalle parole di David: «Tu vuoi conoscere il tuo creatore. Io sto guardando il mio. Tu mi hai creato, ma io ti sopravvivrò». Wayland desidera conoscere il creatore dell’umanità per divenire immortale (il finale di Prometheus ci racconta però che il desiderio in questione l’ha realizzato solo in parte). David, che non ha quest’ultimo problema, è interessato all’altro lato del processo, l’atto creativo in sé, che può comprendere in quanto appartenente ad una categoria di androidi cui è stata data questa facoltà. C’è un monito, nella sua scelta di suonare al pianoforte il finale della quarta scena de “L’oro del Reno” di Wagner, “L’entrata degli dèi nel Valhalla”, che apre e conclude il film, manifestazione del delirio di onnipotenza, ma anche di un cambiamento di prospettiva: è l’androide a prendere il posto degli dèi, ad accedere alla loro dimora, surclassando sia il suo creatore che il creatore di lui. E a ciò il film dà riprova, mostrando la sua capacità di rilasciare un potere superiore sia sugli uomini che sugli Ingegneri.

L’intreccio del film, come nel precedente, si snoda seguendo una graduale scoperta. Se il Prometheus viaggiava alla scoperta del passato, la Covenant è partita alla ricerca di un luogo dove costruire un futuro, imbarcando duemila passeggeri in ipersonno e quasi altrettanti embrioni congelati a tale scopo. Si ha il dipanarsi di una situazione problematica causata da una tempesta magnetica, che toglie di gioco il capitano della nave (un James Franco che forse sarebbe stato più interessante degli altri membri dell’equipaggio), uno stato di shock, e la ricezione di un segnale (“Take me home, country roads” di John Denver, che eredita il citazionismo musicale fatto in Prometheus con “Love the one you’re with” di Stephen Stills) proveniente da un pianeta più vicino rispetto a quello sulla rotta della nave (Origae 6) che porta la Covenant, tra i vari dissensi dei personaggi, a raggiungere questo pianeta.

Scena di Alien: Covenant.

Il pianeta in questione -chiamato nel materiale ufficiale semplicemente Planet 4- non fa parte del sistema di Zeta Reticuli dove hanno luogo l’inizio e la fine della saga di Scott. È il pianeta cui il finale di Prometheus prometteva di spostare l’azione, il pianeta cui si riferiva il titolo poi scartato di “Paradise Lost”: il pianeta natale degli Ingegneri. Molto significativo il fatto che le scene che lo mostrano siano state girate in Nuova Zelanda, che mastro Jackson scelse quasi vent’anni fa per ambientarvi un’altra grande epopea del nostro tempo, vedendo in quei paesaggi il mondo del passato in cui sono ambientate le leggende; così, in questo film, la stessa terra incarna l’idea del mondo ideale, culla di una razza superiore e origine indiretta della stessa umanità. Ne deriva una profonda differenza visiva rispetto alla saga di Alien, dominata da spazi chiusi e angusti: gran parte delle scene di Covenant si svolge all’aperto, in luoghi estremamente spaziosi, ricoperti dal verde nella prima parte, desertici nella seconda.
Ora, questo paradiso, come sappiamo, è perduto, e quando l’equipaggio lo raggiunge si rende ben presto conto sia della presenza di segni di civiltà, come il grano coltivato, sia dell’assenza di vita. In questa esplorazione si inserisce una nuova declinazione della scoperta dell’astronave aliena gigeriana; nel primo film era in mezzo alla desolazione, nel prequel all’interno della piramide, qui è in mezzo agli alberi, devastati dal suo atterraggio di fortuna. È la nave vista in Prometheus, usata da David ed Elizabeth per raggiungere il paradiso, e a confermarlo è un ologramma che mostra agli esploratori inconsapevoli, e al pubblico consapevole, l’aspetto della seconda. Ritornano le texture dell’artista svizzero, le statue degli Ingegneri, ma il tutto è accompagnato dal disfacimento, perché ormai quella nave è in totale abbandono. Una volta appurato che i personaggi del film precedente sono arrivati, che questo è il paradiso, che la loro nave è persa e il pianeta, probabilmente, è perso a sua volta, si costruisce l’azione, portando in campo gli Alien. E si arriva al momento che più attendevo dalla visione dei trailer: l’entrata in scena dei Neomorfi.

La scena del cosiddetto “Bloodburst”.

Per un verso, i Neomorfi (Neomorph) sono un recupero delle idee scartate per Prometheus a proposito del Beluga e altre varietà aliene; il libro con il making of del film rivela esplicitamente che si tratta dell’esito di una decina d’anni di idee di Scott; considerando però che nella saga tutte quelle creature non sono mai esistite, rappresentano l’introduzione di un elemento nuovo, l’idea che gli Alien abbiano subito un percorso prima di raggiungere la forma con cui li conosciamo. I Neomorfi non nascono dalle uova e dai facehugger, bensì da spore molto diffuse su Planet 4 che emettono una forma nebulizzata della sostanza nera, probabilmente la base da cui deriva l’ovulo che i facehugger immettono nelle vittime. Nel film ne vengono prodotti due, quasi contemporaneamente -cosa che a parer mio sminuisce la drammaticità della loro nascita, o almeno di quella del secondo-, si ha un montaggio che intreccia la maturazione dei due esemplari attraverso due membri dell’equipaggio. Il primo, condotto sulla navicella usata per atterrare sul pianeta, diviene protagonista di una scena chiave del film, la più pubblicizzata e probabilmente quella destinata a restare più viva nella memoria: chiuso in una sala medica, scosso da spasmi quasi fosse la scena di una possessione demoniaca, Ledward (Ben Rigby) sente il suo corpo agitarsi finché la sua schiena non si tende sulle forme della cosa che preme per uscire, si lacera squarciata dalle punte dorsali e dagli artigli della creatura, che cade avvolta in una sorta di sacco amniotico.

Neomorfo alla nascita.

E qui, per la seconda volta da Prometheus (terza se contiamo il Runner di Alien3), vediamo un Alien infante nascere già perfettamente formato, un adulto in miniatura dotato di arti e capacissimo di nuocere, che cresce visibilmente in pochi minuti e urla scagliandosi contro ogni cosa, quasi lamentando la sua stessa esistenza. L’altro Neomorfo nasce da Hallett (Nathaniel Dean), fuoriuscendo dalla sua bocca. L’uscita dalla bocca dell’ospite era già presente nel videogioco Aliens vs Predator (2010), forse anche altrove, non so se l’idea sia stato ripresa o si sia sviluppata indipendentemente da altri modelli, mentre penso che la nascita dalla schiena sia originale.

Concept di Colin Shulver.

Ora, fermiamoci a capire con cosa abbiamo a che fare: i Neomorfi rappresentano uno stadio meno evoluto degli Xeno, una forma primitiva e naturale. Se però il Beluga di A:E costituiva una forma naturale, forse non indigena di LV-423 ma evolutasi autonomamente da qualche altra parte e modificata dagli Ingegneri per divenire lo Xenomorfo, il Neomorfo è a sua volta risultato di un processo artificiale, operato, come vedremo, da David. Come il Diacono e il Beluga, coi quali condivide anche la forma conica del cranio, le loro mascelle vengono proiettate al di fuori della bocca quando occorrono, mentre altrimenti le trattiene al di sotto dello strato di pelle facciale, la cui apertura è circolare e si allarga e restringe secondo l’uso; si tratta di una capacità che Scott ha ripreso dallo squalo goblin (Mitsukurina owstoni), un pesce abissale ripreso anche in molti concept di queste varianti aliene. Occorre rilevare anche la presenza di fori auricolari, il fatto che uno dei due esemplari sia dotato di spine sul dorso e l’altro no, la non acidità del sangue e la somiglianza del colore -non candido come il Beluga, ma di un colore più sporco tendente al grigio- alla pelle degli hammerpede. Rispetto allo Xenomorfo è un animale, pura aggressività presentata fin dai primi momenti di vita, e a differenza della sua controparte più evoluta è carnivoro.

Neomorfo adulto nel film.
Concept di Carlos Huante.

Osservando alcuni concept, possiamo farci un’idea delle varie idee prese in considerazione, prima di quella definitiva, per rappresentare un’ideale “Alien primitivo”: oltre alla “versione squalo” ne abbiamo una insettoide e una che riprende il trilobite di Prometheus.
Ancora più interessanti dei concept, tutti realizzati da Colin Shulver, che mostrano delle idee per una forma intermedia tra il Diacono e lo Xenomorfo.
È curioso, confrontando le due forme (Beluga e Neomorfo) dello stesso concetto (forma primitiva e “naturale” di Xenomorfo, di colore bianco), rilevare che entrambe traggono spunto da un animale marino, considerato che Alien non nasce come creatura acquatica ma terrestre (benché in Aliens vengano rivelate le sue eccezionali capacità natatorie). Non dobbiamo dimenticare però che Necronom IV, la base gigeriana del mostro, raffigura un essere con solo arti anteriori e coda, da molti descritto come simile a un animale acquatico, e che la storia portata avanti nei due film che stiamo esaminando analizza il problema della vita, vita che la scienza ci ricorda originarsi dal mare.

Concept da insettoide.
Concept da trilobite.

Un Neomorfo muore durante l’esplosione della navicella, l’altro viene messo in fuga da un misterioso personaggio e riappare più avanti. Il misterioso personaggio, immediatamente riconoscibile, è David, con un aspetto trasandato -ammetto di essermi stupito per la possibilità che a un androide crescano i capelli- che lo rende il personaggio più carismatico sulla scena. David apre la seconda parte del film, in un sito in rovina disseminato di corpi pietrificati all’ombra di un grande luogo sacro.

Qui, accanto e sotto, concept di Colin Shulver.

Qui David racconta di come lui ed Elizabeth, morta durante il viaggio, siano arrivati su questo pianeta, e risulta molto interessato nell’apprendere che la nave Covenant trasporta migliaia di coloni e di embrioni. Alcuni membri dell’equipaggio sono meno propensi a fidarsi di lui, ma nel frattempo non possono che sostare dove li ha condotti e aspettare.
Le scene più interessanti, e tra le migliori del film, sono quelle di David e Walter, poiché tra i due si crea un affascinante gioco di affinità e soprattutto di differenze: come apprendiamo da Walter, i sintetici della serie di David sono stati programmati per avere capacità creative ed empatia sviluppata, cosa che provocava un senso di “disagio” negli esseri umani che hanno a che fare con loro (e David inquietava già i membri del Prometheus), spingendo i produttori di sintetici a rimuovere queste capacità nella serie, successiva, di Walter, altrimenti più avanzata. Il proseguimento del film mostrerà, abbastanza chiaramente, come proprio quelle qualità rendano David superiore a Walter, per quanto, paradossalmente, quest’ultimo risulti più benevolo verso gli umani, laddove il più vecchio, con le sue capacità sfuggite al controllo e amplificate dall’esperienza nello spazio, sconfini nell’autentico delirio di onnipotenza che lo rende pericoloso per qualunque cosa. Un delirio di onnipotenza mutuato in parte dal suo creatore, desideroso anch’egli di superare i limiti mentre ostentava la sua superiorità nel costruire sintetici, ma ancora più smisurato, poiché David, fin dal primo momento, ha provato delusione davanti al suo creatore e alla sua fragilità, e forse è per questo che ha preso parte per sé stesso manipolando la realtà in modo da conseguire una creazione più avanzata.

Neomorfo adulto nel film.

E l’inizio di quest’opera, dopo i primi esperimenti compiuti su LV-423 in Prometheus, ha avuto luogo nella scena più spettacolare del film, una scena che trovo criticabile, ma che resterà chiara nella mia memoria: la scena del genocidio degli Ingegneri che vivevano in “paradiso”, compiuto riversando su di loro tutta l’immensa quantità di liquido nero contenuta nell’astronave e originariamente destinata dai suoi creatori alla Terra.

I resti degli Ingegneri intorno al tempio.

Questa scena si accompagna a una delle citazioni letterarie più riuscite che abbia visto in un film di genere, film che per questo e altri motivi, indipendentemente dall’essere o meno un bel film, supera molte delle limitazioni del cinema di genere: in un primo momento, contemplando le rovine davanti a sé insieme a Walter, David cita dei versi: “And on the pedestal these words appear:/”My name is Ozymandias, king of kings:/ Look on my works, ye Mighty, and despair!” /Nothing beside remains. Round the decay/Of that colossal wreck, boundless and bare,/The lone and level sands stretch far away. », attribuendoli a Byron (e cogliendo impreparati molti spettatori, incluso il sottoscritto, che l’hanno preso in parola). Durante il drammatico flashback che mostra come il suo folle volo abbia sterminato un popolo antico e potente, David ripete “Il mio nome è Ozymandias, re dei re/ammirate le mia opere, o potenti, e disperate.” A quel punto, Walter lo corregge: Ozymandias è una poesia di Percy Bysshe Shelley. Si tratta di un sonetto del 1818, che prende spunto da una statua di Ramses II conservata nel British Museum e dall’iscrizione riportata sulla base, che Diodoro Siculo traduceva così:

« Ἐπιγέγραφθαι δ’ ἐπ’ αὐτοῦ· «Βασιλεὺς βασιλέων Ὀσυμανδύας εἰμί. Εἰ δέ τις εἰδέναι βούλεται πηλίκος εἰμὶ καὶ ποῦ κεῖμαι, νικάτω τι τῶν ἐμῶν ἔργων». »

« Si trova scritto su di essa: «Sono Ozymandyas, il re dei re. Se qualcuno vuole sapere quanto grande io sia e dove giaccio, superi qualcuna delle mie imprese». »

Ozymandias traslittera il nome greco del grande Faraone, Ὀσυμανδύας, derivante da uno dei nomi da regnante di Ramses, “User-maat-re Setep-en-re”. Il sonetto è celebrato come uno dei più riusciti della letteratura inglese, e ve lo presento di seguito:

« I met a traveller from an antique land
Who said: Two vast and trunkless legs of stone
Stand in the desert. Near them on the sand,
Half sunk, a shatter’d visage lies, whose frown
And wrinkled lip and sneer of cold command
Tell that its sculptor well those passions read
Which yet survive, stamp’d on these lifeless things,
The hand that mock’d them and the heart that fed.
And on the pedestal these words appear:
“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!”
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare,
The lone and level sands stretch far away. »

Ne offro una mia traduzione in versi liberi, perché davanti a un testo come questo capita di provare il desiderio di farlo proprio, e io l’ho provato:

«Incontrai un viaggiatore da una terra antica
che disse: Due immense gambe di pietra. senza un tronco,
sorgono nel deserto. Accanto, sulla sabbia,
mezzo sommerso, giace un viso infranto, la cui fronte
e le labbra rugose, e il ghigno di gelido rigore
mostrano che il suo scultore conobbe bene quelle passioni
sì che permane, stampata su quelle cose senza vita,
la mano che le formò, e il cuore che le nutrì.
E sul piedistallo appaiono queste parole:
“Il mio nome è Ozymandias, re dei re:
ammirate le mie opere, o Potenti, e disperate!”
Non rimane nient’altro. Intorno alla decadenza
di quel colossale rudere, sconfinate e spoglie
le sabbie sole e piane corrono lontano.»

“Ammirate le mie opere, o Potenti, e disperate”.

Ozymandias è citato qui a segnare la caduta, il ricordo di una razza così potente da controllare la vita e viaggiare per l’universo, che le leggi del tempo e della decadenza hanno spazzato via come sabbia, e se da un lato è assurdo che un singolo essere, nemmeno propriamente vivente, abbia provocato questo evento, dall’altro rientra ugualmente nelle dure leggi per le quali la nuova specie surclassa la vecchia, e David, con quello che gli è accaduto, rappresenta l’essere più avanzato in quello spazio e in quel tempo. Al contempo, “guardate le mie opere o potenti e disperate” sembra fatta su misura per David stesso, che si rivolge a degli esseri effettivamente potenti e mostra loro la vera disperazione, di qui il fascino di questo connubio. Il fatto che David sbagli l’attribuzione della poesia, in quanto progettato per seguire determinate funzioni lineari, secondo Ridley Scott, è un segno del fatto che non “funziona” più come dovrebbe, non come una macchina, ma per altri procedimenti, più simili a quelli dell’uomo.
La sostanza ha distrutto gli Ingegneri, e probabilmente da questo sono derivate le spore dei Neomorfi; eppure, qui si aprono i problemi: non c’erano altri centri di Ingegneri in quel pianeta? Le spore non dovrebbero essere molto diffuse? Vista la sua natura, la sostanza nera non avrebbe dovuto provocare la nascita di altre forme di vita? Mi ero chiesto anche perché non si vedessero alieni preesistenti all’arrivo della Covenant, ma in assenza di ospiti non sarebbero potuti nascere comunque.
Negli anni successivi, David ha messo su un laboratorio in cui ha studiato la vita e la sua manipolazione, come rivelano i numerosi disegni affissi alle pareti.
Nel raccontare la sua storia, David afferma che Elizabeth sia morta durante l’atterraggio di fortuna sul pianeta. Più avanti è mostrata una tomba col suo nome. L’uscita del film nelle sale è stata preceduta da alcuni corti, uno dei quali, “Alien: Covenant Prologue: The Crossing”, mostra che David, dopo essere stato riparato dalla dottoressa e aver espresso il proprio stupore davanti alla sua gentilezza, l’aveva fatta entrare nella capsula per l’ipersonno della nave degli Ingegneri promettendole di svegliarla una volta che fossero giunti; ecco perché lei non è intervenuta quando David ha sterminato gli Ingegneri.

Resti di Elizabeth nel film.

La storia di Elizabeth è una delle questioni sulle quali il web ha provato maggior piacere nel congetturare, poiché il retroscena, scoperto da Walter, che si limita a constatare “l’hai uccisa”, è in realtà ben più macabro, come rilevano alcune inquadrature sul laboratorio personale di David: non solo è stata uccisa, ma sezionata, analizzata, e ha ricevuto il compito più alto: fare da materiale per l’esperimento definitivo. La creazione delle uova.
Questo elemento aggiunge un’affascinante vena di horror “tradizionale” alla storia, aggiunge alla dimensione della crudeltà semidivina di David una sfumatura di proporzioni più umane, quella riservata verso una singola persona, capace di mostrargli umanità nonostante tutto il male ricevuto da lui. Questo, forse, ispira un timore più profondo per il sintetico impazzito.
Altre due piccola curiosità: tra le tante teorie dei fan nate sul personaggio della dottoressa Shaw, prima di vedere la misera parte che ha nel film, alcune volevano che la sua sorte fosse diventare l’Alien regina visto in Aliens, e che di conseguenza il suo colpo letale, alla fine di quel film, contro il sintetico Bishop, rappresentasse una vendetta su David. La seconda curiosità la lascio alle immagini qui sotto.

Il corpo di Elizabeth sezionato. Si noti la somiglianza
col quadro di Giger riportato di seguito.
Li One di H. R. Giger, 1974, ritratto della fidanzata dell’artista.

In Alien: Covenant, Ridley Scott risponde a una vecchia domanda sul suo film, senza prendere in considerazione quanto espresso dai sequel: da dove arrivano le uova?
Come abbiamo visto in Filosofia di Alien, una scena tagliata di Alien rispondeva al quesito mostrando la capacità dello Xenomorfo adulto di originare un processo detto “egg morphing”, con il quale vittime umane divengono uova di Alien. James Cameron, sapendo della scena, ma sapendo anche che ben pochi la conoscevano e nutrendo delle diffidenze su questo aspetto della biologia dell’alieno, preferì arricchire questa biologia inventando l’Alien regina, ricorrente in tutte le future aggiunte alla serie. Tranne quella di Scott. Ora che il creatore ha rimesso mano alla sua creatura, ha ripreso voce in capitolo su come questa funzioni o non funzioni, e ha risposto alla vecchia domanda in un modo che ora sembra negare l’esistenza della Regina: le uova di Alien derivano dall’organismo umano.
Le uova, come già considerato da Giger, sono per certi versi più simili a un meccanismo che a una forma di vita: restano chiuse anche per lunghissimi periodi, si aprono da sole quando avvertono la presenza di un ospite e il loro contenuto, il facehugger, procede a impiantare l’embrione nella vittima. Le uova e i facehugger appaiono simili a quelli che tutti conosciamo, e gli stessi autori affermano di essersi attenuti al modello. Quelli che risultano differenti sono gli Alien.
Fermiamoci a considerare che quello mostrato da Covenant è il primo momento in cui Alien nati secondo il sistema “classico” e da ospiti umani fanno la loro comparsa nell’universo, poiché il film è ambientato prima del primo film, in Prometheus nasce una forma diversa da fecondatore e fecondato diversi, e i Neomorfi hanno pure diversa origine.

Il primo Alien alla nascita.

Ciò detto, veniamo ai fatti: dal capitano Oram, convinto con l’inganno ad avvicinarsi alle uova (scena discutibile sia per la prevedibilità davanti a spettatori che hanno visto sequenze del genere decine e decine di volte, che per l’ingenuità del personaggio, che si fida di un sintetico palesemente ambiguo), emerge un piccolo che non è un chestburster, ma un adulto in miniatura come il bloodburster del Neomorfo e (si presume) il Diacono. La sua maturazione all’interno dell’ospite avviene molto più rapidamente di quella vista nel primo Alien, e probabilmente anche il suo passaggio alle dimensioni adulte è molto veloce. Per via di queste differenze, possiamo anche supporre che gli Alien del tipo mostrato in Covenant siano tali in quanto derivati da uova create grazie alla dottoressa Shaw, e che le uova del vecchio film, che producono Alien per come li conosciamo, abbiano un’altra origine.
Sulle forme dell’adulto, vorrei ci fermassimo a considerare che non è identico agli altri Alien: la forma della mandibola, il modo in cui le orbite degli occhi risaltano sotto lo strato di pelle trasparente, il numero di dita, la consistenza della pelle che risulta più simile a quella di un organismo vivente, il corpo che ne risulta meno simile a un biomeccanoide. Per questi elementi e per le differenze nel modo in cui nasce, questa forma è stata distinta già prima dell’uscita del film (basandosi allora solo sull’aspetto notato nel trailer) dagli Xenomorfi cui siamo abituati, e ribattezzata Protomorfo.

Lo Xenomorfo di Covenant, o Protomorfo. Fate caso alla testa e confrontatela con qualunque immagine di Alien.

Se penso che il Protomorfo sia davvero altro rispetto agli Xenomorfi (ricordo che questo termine compare solo in Aliens e nei fumetti e videogiochi)? Penso che possiamo pensare che lo sia finché non sarà finita la nuova saga cinematografica o sarà arrivata per altre vie una smentita. Nella mente del regista, queste differenze potrebbero essere meno rilevanti che per determinati spettatori, e risultare trascurabili rispetto alla volontà, da lui già esplicitata durante le riprese, di rinnovare l’aspetto della creatura.
Le differenze di questa col primo Alien, poi, non si limitano all’aspetto: come il Neomorfo e il Runner di Alien3, il Protomorfo è una creatura aggressiva che si avvale principalmente della forza bruta. e solo in alcune scene dell’ultima parte del film, con i superstiti di ritorno sulla nave Covenant, si coglie anche una propensione alla furtività. Questa risulta soprattutto nella scena della doccia, dove la coda dell’Alien che serpeggia fra le gambe dei due amanti in procinto di essere uccisi, il secondo dei quali con un colpo di lingua dentata, è il più marcato riferimento fallico allo spirito originale di Alien all’interno del film. L’inseguimento e l’espulsione finali dell’Alien dalla nave pare l’esatta fusione dei finali dei primi tre film.
L’ultima scena del film è più interessante: con un colpo di scena, per alcuni prevedibile, quello che per buona parte del finale si era spacciato per Walter, unico dei due a uscire dal loro confronto mortale all’interno del tempio, è David, riconosciuto dalla protagonista Daniels poco prima dell’ipersonno, quando ormai è troppo tardi per fare qualunque cosa. David ha conservato in bocca due capsule contenenti degli embrioni alieni, che aggiunge agli embrioni umani trasportati dalla Covenant, dopodiché, preso il controllo della nave in rotta verso Origae-6, conclude il film com’esso era cominciato, con L’entrata degli dèi nel Valhalla.

Con questo finale si prova ancora una volta che il discorso sugli dèi è un elemento chiave di questi due film, motivo per il quale questo post è intitolato “Teologia di Alien”.

Concept di Colin Shulver per l’Alien di Covenant.
Si faccia caso all’aspetto organico del torace.

In Prometheus e in Alien: Covenant, il concetto della divinità è arbitrario: è un universo fantascientifico dove l’immateriale e lo spirituale non hanno nessuno spazio, e ciò che è divino resta nella fede di alcuni personaggi (Elizabeth nel primo, il capitano Oram nel secondo), nella memoria dell’arte e in quella degli Ingegneri. Ma gli stessi dèi risultano sconfitti, distrutti dalle conseguenze della loro creazione, la loro arma biologica e la creature delle loro creature, il sintetico dell’uomo, il paradiso è perduto e non si può recuperare, poiché non ne rimane nulla se non le sabbie che corrono lontano. Quando è toccato a loro anche gli uomini hanno creduto di poter divenire degli dèi, e hanno assunto le abitudini dei loro creatori, producendo armi, viaggiando nello spazio, costruendo creature a propria immagine e somiglianza, i sintetici. Prometheus e Alien: Covenant riassumono i passaggi precedenti e mostrano il compimento del nuovo passaggio, quello in cui i sintetici superano i loro creatori e mettono a punto una nuova creatura, la più letale.
Dubito che mi piacerà mai questo sviluppo, che gli Alien siano stati creati da un robot. Ma per quanto lo disprezzi, colgo un senso in questo cambiamento, la mancanza di anima nella nascita degli Alien. Si ha all’opera una mente perfetta e deviata al contempo, ma non umana, priva di compassione, di pietà, e privata anche di freni al suo slancio luciferino. È da questa che derivano gli Alien, i demoni che seguono il ribelle quando egli suona per loro.

Concept per Prometheus dell’Ultramorfo adulto,
che qui, piuttosto che allo Xenomorfo,
risulta più simile al Beluga e al Neomorfo.

Ho dato molto spazio, in questo lungo saggio, alle differenze e all’ideazione delle varie forme mostruose, sia di quelle inserite nei due film che delle altre abbandonate. Molte delle forme alternative di Alien comparse nei film (Runner, Newborn), nei fumetti e nei videogiochi (Predalien, Pretoriano, Crusher), alcune delle quali trovo anche molto affascinanti, probabilmente non riceveranno lo stesso spazio in altri post, perché vi è una differenza profonda tra questi ultimi e quelli di cui ho parlato: mentre i primi sono varianti, ideate per rispondere alle curiosità, i “what if?”, i “cosa succede se un facehugger feconda un’altra razza”, aggiungendo materiale in degli scompartimenti lasciati aperti per il divertimento dei fan, i Beluga, Babyhead, Neomorfi e Protomorfi non sono contemplati nel concetto iniziale di Alien, sono aggiunte che lo approfondiscono e aprono possibilità che prima non ci sono. Diacono e Ultramorfo sono un’eccezione, anche loro in effetti rispondono a un “what if?”, ma un what if? particolare se consideriamo che erano già compresi all’origine della storia, nel primo, leggendario ritrovamento della nave aliena.
Mi sono piaciuti così tanto questi nuovi Alien, la cui ideazione è più o meno tutta collegata, perché aggiungono nuovo terrore, combinando l’iconica testa allungata senza occhi con solo la bocca -riflessione della paura per l’ignoto, per l’impossibilità di capire dove guardi e se abbia un’anima, e per la mancanza, per l’assenza dei tratti che dovrebbero esserci, che a volte risulta più efficace dell’aggiunta di tratti in più- con un corpo pallido, il corpo di un morto, di un essere malato e debole che minaccia di infettare i sani con la sua malattia. Al contempo, questo essere fa risaltare le caratteristiche che distinguono lo Xenomorfo da lui, permettendoci di riscoprirlo.
Questa corte di demoni che hanno sconfitto gli dèi è un’idea potente e piena di significato, e benché i punti che non mi piacciono permangano, posso contemporaneamente apprezzare quelli che mi piacciono. Non capita spesso che un film dell’orrore, anche uno in cui l’orrore si lega alla fantascienza, costituisca una mitologia valida, e capita ancora più raramente che lo faccia grazie a un supporto letterario come questo. È emblematico come la letteratura sia il segno della follia dell’eroe, l’espressione del processo che gli ha fatto superare i limiti della sua natura sintetica e l’ha rivolto verso un fine divino, perseguito attraverso un cosciente utilizzo del male.

David in Alien: Covenant.

David è il Satana e il Prometeo di questa storia, l’eroe ribelle che intende sovvertire lo stato delle cose per contrapporvi il suo. Solo una semplice e quasi scontata citazione del Paradiso Perduto è pronunciata nel corso del film (“Vuoi regnare all’inferno o servire il paradiso?”), ma il percorso dell’eroe che scopre un nuovo mondo e si scatena su di esso permane, come permane l’immagine del titano shelleyano che col suo atto anticipa una nuova epoca per il mondo. E si tenga presente un altro glorioso figlio della letteratura inglese, il “Frankestein o il moderno Prometeo” di Mary Shelley (pubblicato nel 1818, lo stesso anno in cui venne scritta Ozymandias), quasi rievocato nei disegni degli esperimenti condotti da David alla ricerca del segreto della vita. Un segreto che apparteneva agli dèi e che lui ha rubato, determinando la fine degli Ingegneri come il progresso dell’uomo ha segnato la sorte degli dèi e delle religioni, progresso di cui Satana/Lucifero e Prometeo sono simboli attraverso una lunga tradizione. Un processo quasi naturale, pur nella soppressione della natura che esso comporta, un processo comportato dalle leggi del cosmo, che percorrono una strada a senso unico verso un futuro sempre più diverso dal passato, attraverso progressive nascite e cadute; un processo cui nessuno si può opporre, nemmeno i personaggi di Alien: Covenant, decimati uno dopo l’altro dalle forze oscure dell’inferno di metallo e messi in scacco dalle capacità degli Alien e di colui che li ha creati.
Forse a questo stadio seguirà un periodo più positivo, retto dalla giustizia e dall’equità. Ma almeno fino al prossimo atto di questa saga, il fato sembra insormontabile, e chi riesca ad aprire gli occhi dall’ipersonno della storia e vedere verso quale mondo sta viaggiando la sua astronave, lo farà senza che nessuno possa sentirlo urlare.

Bozza di Dane Hellet.

Bibliografia:

The art and making of Alien: Covenant, AA.VV, Titan Books 2017

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