Beowulf III – Elegie dei signori degli anelli

Sono passati un anno, sette mesi e cinquanta post da quando è cominciata questa storia, nel settembre 2015, con quello che intitolai “Post 0”, in cui dichiaravo la premessa teorica del discorso che sarebbe seguito e la firmavo con l’immagine di Beowulf che lottava con Grendel. Quell’immagine, se il discorso è riuscito a centrare il bersaglio, si sarà capito che era lì per mostrare Grendel. Pur senza togliere nulla a Beowulf.

Beowulf e Hroðgar col braccio di Grendel. Anche per questo
 post, mi affiderò alle illustrazioni del grande John Howe.

Non era scontato arrivare a cinquanta post, e dunque ho voluto celebrarlo. E ora che ho superato questo piccolo traguardo e sto continuando, voglio partire nuovamente dal Beowulf: non solo per quell’inizio, ma perché dopo i primi tre post, per molti versi introduttivi, Beowulf è stato il primo argomento su cui ho scritto. Quell’anno, per l’appunto, lo stavo leggendo per la prima volta, avevo scoperto la vera storia, la lingua in cui era scritta, e tutto ciò che avveniva fra i tre scontri nei quali si snoda la storia. 

La prima volta che lessi il nome Beowulf fu a otto o nove anni, nel libro “Nel Regno della Fantasia” di Geronimo Stilton; per quanto sminuiti, quei libri per bambini sono letture piacevolissime, grazie alle quali ho scoperto una quantità smisurata di parole e numerose storie. Dato che lì si parlava di come il Beowulf abbia ispirato i lavori di Tolkien, mi sembrò subito importante, e fui parimenti catturato dalla storia proprio per la predominanza che avevano i mostri.
Per tale motivo, pochi anni dopo, volli portarmi a casa, non appena lo vidi, una versione illustrata che trovai in libreria. I disegni (l’illustratrice dell’edizione italiane è Eva Rasano) di un Grendel oscuro, gigantesco e dallo sguardo crudele mi mettevano una certa inquietudine, ma ancora maggiore era quella trasmessa dal drago, con i giganteschi occhi gialli tagliati dalla sottile pupilla verticale. Rimasi un po’ perplesso: il libro era scritto in prosa, e benché non sapessi che Beowulf è scritto in versi, avevo l’impressione che la vera opera fosse stata riassunta.
Copertina del libro di Kevin Crossley-Holland.

Apprezzo oggi quel libro più di allora: non solo fu un approccio alla materia, grazie al quale potevo già dire di conoscere la storia, ma fu una mano che mi veniva tesa, più o meno direttamente, da alcuni amici. L’autore, Kevin Crossley-Holland, ha scritto altri adattamenti per ragazzi delle letterature medievali, oltre ad aver tradotto in inglese vari testi anglosassoni tra cui lo stesso Beowulf, e ad incoraggiarlo nel suo lavoro, tanti anni fa ad Oxford, fu proprio il professor Tolkien. 

Nella sua versione, a differenza del poema, la storia inizia alla corte di Hygelac, re dei Geati (piuttosto che dai Danesi), con un uomo molto vecchio che ha una lunga barba e un occhio solo. L’uomo si presenta come Gangleri, che significa “Viandante”, e gli viene chiesto di raccontare una storia: il vecchio evoca allora le vicende dei Danesi di Hroðgar, di Grendel e del suo flagello, e questo sprona Beowulf a partire per compiere la sua impresa. Il resto procede come nel poema, con passi che ne sono una fedele traduzione e l’omissione delle storie di contorno citate nel poema, nonché di dettagli come l’uccisione di Unferð dei propri fratelli. Il vecchio dice a Beowulf, all’inizio del libro. che la sua è una storia vera, una storia del passato, del presente e del futuro. “Come può essere vera se è una storia del futuro?” domanda il Geata. “Perché non è ancora finita”, gli risponde il viandante, aggiungendo “Sarai tu a finirla”. Il fatto che alla fine del libro, durante il funerale di Beowulf, il vecchio fosse presente e dicesse “È finita. Adesso la storia è finita. E sei stato tu a concluderla”, mi pareva strano fino a un certo punto, dato che le fiabe mi avevano abituato a fatti un po’ insoliti. Solo l’anno scorso ho realizzato di chi si trattava, che Gangleri è un altro dei nomi di Odino, e che il Padre di Tutto era presente in quel libro, a indicare a Beowulf la sua strada, e anche, vorrei osare, a me la mia.
Quando ho letto il vero Beowulf, tradotto da Ludovica Koch con testo originale a fronte, pensavo fosse il punto di arrivo di quel percorso: leggevo infine questa storia che mi piaceva da bambino, che ha ispirato il mio autore preferito, e che resta l’unica opera della letteratura -almeno occidentale- a essere incentrata sui mostri.
Dopo averlo riletto in questi giorni, ho realizzato che quello era l’inizio di quello che è venuto dopo.
Beowulf, dopo aver accompagnato la nascita dell’Anima del Mostro, è rimasto fermo nella mia mente, come un trono in fondo a una sala dell’idromele, mentre mi dedicavo a tutto il resto. Quando leggevo le kenningar (figure retoriche) della poesia germanica, quando trovavo altre sale con un re circondato da un fidato comitatus di guerrieri, quando la scorsa estate ho scoperto le elegie anglosassoni e ho cominciato ad apprenderne la lingua, il Beowulf era sempre lì, e ad esso rapportavo ciò che scoprivo. E con l’esperienza acquisita in un anno e mezzo, vedo cose che prima non vedevo.
La prima di queste cose, è una bellezza che non coglievo. Coglievo la gloria, la furia dei combattimenti, e la prima lettura mi aveva rivelato anche la forza dei sentimenti dei personaggi -e di uno su tutti, quello a metà strada fra la lealtà e l’amore che sta alla base dei legami feudali e che viene trasmesso dai dialoghi di Beowulf con Hroðgar e Hygelac, quando loro sono re, e poi Wiglaf e Beowulf quando il re è lui. Ma non coglievo, poiché ne ho realizzato la mancanza solo dopo, come il poeta rievochi, con ammirazione e nostalgia, la dimensione eroica dei guerrieri e della sala: essi procedono sempre coperti dalla cotta di maglia, scintillante, ornata, e dall’elmo coperto dai fregi a forma di cinghiale, mentre al fianco le loro spade hanno l’elsa che termina in un anello e sono ornate da motivi a serpentina. Il convivio degli uomini è nobile, regale, sommo, ognuno di loro fa parte di quell’assemblea perché ne è meritevole. La sala dell’idromele è teatro e simbolo dei rituali e del prestigio di questa aristocrazia guerriera, il cui intrattenimento principale, durante queste feste, è la poesia, una poesia orale cui tutti si dedicano, attingendo ciascuno a un bagaglio collettivo di ricordi di imprese e grandi eroi, impiegando le combinazioni artistiche della parola nei propri canti; ed emerge tra loro lo scop, lo scaldo, che racconta storie importanti cui tutti prestano orecchio, e fra esse la più importante, quella del sommo eroe germanico e della sua vittoria contro il drago, che nel Beowulf è Sigemund (Sigmund), ma nell’Edda e nella saga dei Volsunghi è suo figlio, Sigurðr.

Porta di Heorot, John Howe.

Questa bellezza è accompagnata, e resa insieme più bella e più triste, dal tono con cui viene rievocata: quello della nostalgia.
Ancor più che poema epico o anche eroico, come dicono Tolkien e non solo, il Beowulf andrebbe letto come un poema elegiaco, il ricordo di un uomo che per noi vive in un passato remoto, che racconta di quello che anche per lui è un passato remoto e ormai svanito.

Uno dei momenti elegiaci più vicini a The Wanderer viene affidato, nella parentesi che viene aperta per raccontare la storia del tesoro e del drago, dall’ultimo discendente dell’antica stirpe che aveva radunato gli ori, “trecento” (spesso in poesia i numeri non indicano una quantità precisa, ma semplicemente grande) anni prima che la coppa fosse rubata. Dopo aver portato, il “custode degli anelli” (kenning che in seguito indica anche il drago), tutte le ricchezze dei conti in una grotta, dice così:

«Terra, conserva tu,
adesso che gli eroi   non possono più farlo,
le proprietà dei conti.   Pensa, un tempo da te
sono state cavate,   queste ricchezze.
La morte in guerra,   malanno temerario
dell’esistenza, ha colto   ognuno degli uomini
della mia nazione,   che hanno abbandonato
la vita, [ma] hanno visto   i piaceri di corte.
E adesso, chi cinge   la spada, chi lustra
il boccale laminato, la ricca coppa da bere?
La mia gente è fuggita   altrove. L’elmo duro,
intarsiato d’oro,   perderà le sue lamine.
Dorme, chi lo lustrava,   chi avrebbe lucidato
la maschera di guerra.   Così, la veste bellica,
che aveva saggiato   in battaglia, al di sopra
del cozzo degli scudi,   il morso dei ferri,
si sfascia, come [si sfascia]   il guerriero. La cotta di anelli
non può più andarsene in giro,   accompagnando in battaglia
il capitano, cingendo   la vita degli eroi.
È scomparso il piacere   dell’arpa, il diletto
del legno sonoro;   non vola più per la sala
il bravo falco, o il cavallo   veloce scalpita più,
alle sue poste   dentro la rocca.
Una mala morte   ha scacciato di qui
molte specie viventi».
(v. 2247 – 2266)

Gli fa eco, prima del combattimento, il vecchio re Beowulf, che ripercorre la propria vita e le proprie imprese, con ampio spazio sulle vicissitudini della stirpe regale dei Wederas, e dice, a proposito del lutto del re Hredhel per la morte del figlio Herebeald:

«Il cavaliere dorme,
sta nel sepolcro, il guerriero.   Non c’è più il suono dell’arpa,
né, nelle stanze, il diletto   che c’era in altri tempi».
(v. 2457 – 2459)

Quanto sono simili questi versi a quelli del vagabondo che rievoca la sua corte?

“Dov’è il cavallo? Dov’è il giovane guerriero? Dov’è il dispensatore di tesori?
Dov’è la sala delle feste? Dove sono le gioie dei banchetti?
Ah, la coppa risplendente! Ah, il guerriero nella sua armatura!
Ah, la gloria del principe! Com’è passato quel tempo
scomparso nel buio della notte, come se non fosse mai stato!”

Il poeta celebra un tempo e una società che sente già lontani, e benché questi e gli uomini che li popolano siano pagani, non può fare a meno di ammirarli. La sua decisione di dare connotati cristiani agli uomini -e pagani ai mostri-, non va vista come una violenza sulla matrice originaria della leggenda, ma come un’esigenza della cultura cui appartiene. Alla sua formazione e all’influenza della letteratura classica nell’Inghilterra altomedioevale sono invece dovuti elementi di stile, di cui uno degli esempi più celebri è la descrizione della palude in cui vivono Grendel e sua madre  (v. 1357 – 1367), derivante dalla Visio Pauli, a sua volta derivante dal VI libro dell’Eneide. Virgilio, principale modello epico dall’epoca romana all’intero Medioevo, è fortemente sentito anche dal poeta del Beowulf.

A questi, come si apprende leggendo il saggio del professor Tolkien “The monsters and the critics” (“I mostri e i critici”), molta critica ha imputato la colpa di un grave difetto di forma: dettagli storici, politici, informazioni su episodi ben noti agli ascoltatori come le storie di Finn ed Hengest e della battaglia di Finnsburg, o di Ingeld, che sarebbero di grande interesse per meglio contestualizzare la storia e soprattutto per conoscerne l’ambientazione, sono accennati, elementi di sfondo che compongono un’ambientazione, mentre lo spazio principale è dato agli scontri con gli orchi e con il drago, di scarso interesse per gli studiosi. L’affermazione più citata dai critici per evidenziare questo aspetto, proveniente da “The Dark Ages” (1904) di W. P. Ker,, recita che tale sproporzione “pone al centro l’irrilevante e ai margini le cose gravi”, (“puts the irrelevances in the centre and the serious things on the outer edges”).
Il professor Tolkien, amico dei mostri, estimatore degli orchi e amante dei draghi, dedica gran parte del saggio a dimostrare l’erroneità di tali concetti, non solo in quanto una simile distinzione tra rilevante e irrilevante deriva da un punto di vista moderno, laddove gli orchi e i draghi potevano risultare interessanti nelle corti della Scandinavia e della Britannia medioevali, presso le quali le storie di Finn e Ingeld erano probabilmente note e magari raccontate anche in altre storie (la storia di Finn ed Hengest, per esempio, è tramandata da un frammento in anglosassone che ne porta il nome, e sul quale il Tolkien filologo lavorò approfonditamente). Dopodiché, passa ad osservare come si presentino quei mostri e cosa rappresentino. Non posso che consigliare di leggere il saggio per saperne di più.
Dei mostri con uno spazio così esteso in un’opera letteraria così importante e di così alto valore sono, per chi si curi di loro, una vera benedizione. Bene si comprende, dopo aver letto questo poema, quanto materiale e quante influenze avesse il professore dalla sua parte per la sua creazione mitopoietica (ovviamente frutto della conoscenza di moltissime opere, ma ora come ora mi limito a cogliere quelle presenti qui).

Di Grendel, delle sue dimensioni e del suo essere discendente di Caino, ho detto qualcosa del primo post. Grendel rappresenta paure e manifestazioni di una cultura antica, eppure non riesco a non guardarlo con occhi moderni e provare, in parte, simpatia per lui.

Grendel, dalla graphic novel (2015) di David Rubín con i testi di Santiago García

Il suo nome (è l’unico dei mostri ad avere un nome proprio) è di difficile comprensione. Le possibilità sono grynde, “abisso”, grindangrindelgrennian (tutti verbi che significano digrignare i denti) e groen (“verde”, forse in quanto appartenente a una razza mostruosa come i troll, almeno in un materiale precedente al poema), da cui grendles e grendlas, che potrebbero essere i nomi che lo indicavano in precedenza (rispettivamente “bugie verdi” e “piedi verdi”). Lui e sua madre vengono chiamati gæst, che può significare straniero o anche fantasma. Vi è un passo, tra il verso 100 e il 115, nei quali viene presentato il mostro, un passo che Tolkien, in una nota contenuta nel “Beowulf” curato e pubblicato nel 2014 da Christopher Tolkien, ipotizza essere stato aggiunto dal poeta in un momento successivo a una prima stesura, in quanto spezza l’azione tra l’apparizione di Grendel e il suo attacco ai Danesi, in cui si racconta la storia di Caino e si fanno discendere da lui le creature malvage: gli eotenas, gli ylfe, gli orcneas e quei gigantas (calco dal latino) che fecero guerra a Dio ne furono sconfitti. Come pare comunemente assodato, questi ultimi sono un riferimento sia alle vicende della mitologia greca, quelle della Titanomachia e della Gigantomachia combattute dagli dèi, che alla tradizione ebraica, ormai poco nota ma di cui rimangono accenni nella Genesi, dei giganti, figli degli angeli Vigilanti, che vennero puniti da Dio col Diluvio; le altre tre categorie sono invece pura tradizione nordica, con gli eotenas (da jötnar) che sono i giganti “locali”, gli ylfe, “elfi”, che in Inghilterra avevano un’accezione negativa, e gli orcneas (probabile la parentela col latino Orcus, dio degli inferi) dei non morti, forse affini ai draugar delle saghe norrene (gli stessi di Skyrim). Da questi Tolkien trae il nome “orc”, che usa al posto del tradizionale ogre francese per indicare le creature delle sue storie (entrambe le parole vengono da noi tradotte come “orco”, perdendo la differenza; proprio per questo nelle edizioni de Il Signore degli Anelli, fino all’inizio degli anni Duemila, questi sono chiamati “Orchetti”).
Nella sua raccolta di saggi “Uscite dal mondo” (1992), Elémire Zolla aggiunge alla spiegazione di orcneas il nome orcen, che indica un mostro marino -e probabilmente deriva dal latino orca, con il quale intendiamo il famoso cetaceo, e l’islandese orkn, che indica una specie di foca: per la sua pelle e il suo movimento sulla terra, “trascinato”, non è del tutto lontana dall’immagine di un uomo in bilico tra la vita e la morte.

Grendel. John Howe.

Sia i giganti che gli elfi, nell’immaginario nordico, sono in qualche modo associati al mondo dei morti, e sovente si confondono con i nani, che hanno la stessa accezione. Per quanto Grendel non sia un morto, ma un vivo che muore nel corso della storia, questi elementi all’origine del suo nome lo fanno derivare direttamente dai vari generi di morti viventi, della memoria nordica e latina, e di esseri mostruosi non umani e antropofagi, quali giganti e troll. Quelli che nei miti eddici provengono da Jotunheim, e che qui vengono chiamati esseri “di Fuori”, “Stranieri”, ma entrano a far parte della storia cristiana attraverso il passaggio della storia di Caino. In questo senso, nota Tolkien, il poeta fa sì che la battaglia dell’eroe contro queste creature, oltre ad essere espressione della sua forza e di tutte le virtù che lo rendevano grande nella storia pagana da cui ha tratto la materia, sia anche una battaglia cristiana, in una concezione per la quale gli uomini devono contrastare le insidie del male, delle forze negative legate all’Inferno e al peccato che piagano la loro vita. Per questo Grendel e sua madre (cui il poeta non si riferisce mai come orcneas, che probabilmente costituiscono un altro genere di creatura) sono spesso chiamati “nemici di Dio”.

Grendel e sua madre, in tutto ciò, sono anche mostri dal punto di vista sociale: non formano una società, non hanno leggi o diritto, compiono omicidi senza pagare il wergild, il guidrigildo, la somma dovuta ai parenti dell’ucciso secondo il diritto germanico antico, senza il quale essi si vendicheranno, e ignorano le tecniche dell’uomo, come “l’arte del menarmi fendenti” come dice Beowulf nel decidere di combattere ‘l’orco’ a mani nude. Grendel è senza un padre e una patria, che Ludovica Koch ci ricorda essere i connotati di base per l’identificazione; e dato che è totalmente al di fuori del legame sociale degli uomini, non è da escludere, che fosse o meno nella mente del poeta, che praticasse l’incesto con la propria madre. Rispetto a tutto ciò, il fatto che Grendel sia in grado di sollevare un uomo con una mano sola, e divorarlo intero, appare quasi secondario nell’individuare la sua non-umanità. In tal senso Beowulf è un campione del diritto, poiché vendica la morte dei Danesi -e anche del suo uomo, Hondscioh- e successivamente vendica quella di Æschere, l’uomo più fidato di Hroðgar e suo consigliere, esperto conoscitore dei misteri e dei segreti, rapito e decapitato dalla madre di Grendel, che ne lascia la testa infilzata su una roccia davanti al suo antro (esiste un saggio che vede, in ciò, un’allegoria delle cose che sfuggono alla comprensione umana), uccidendo la creatura. Eppure, in un suo modo perverso, la madre di Grendel si è procurata un indennizzo per la morte del figlio, uccidendo qualcuno per vendetta.

Bellissimo disegno del lutto della madre di Grendel, di Rebecca
Wolfram, trovato qui: http://www.benigngirl.org/GrendelsMother/grendelsmother.html

Questa creatura, che insieme a Wealhþeow, moglie di Hroðgar, Hygd, moglie di Hygelac, e la fanciulla senza nome che canta al funerale di Beowulf, è l’unica ‘donna’ presente fisicamente nel poema, dimostra di avere almeno un sentimento in comune con gli esseri umani, il dolore e la rabbia per la morte di un figlio e il desiderio di vendicarsi su chi l’ha ucciso (chi sia stato esattamente forse non lo sapeva, ma forse l’avrà immaginato nel lottare con Beowulf), attaccando Heorot specificamente per quel motivo, non avendolo mai fatto prima di allora. La sua vendetta, però, non avviene secondo la legge, la norma, e per questo motivo lei rimane ugualmente un mostro.
Ma lo è sempre stata? Gran parte delle diatribe sorte intorno al Beowulf riguardano proprio la madre di Grendel, la cui presenza, che pare allungare l’episodio di Grendel oltre la sua durata iniziale, è curiosa per varie ragioni. Particolare curiosità suscita il nome aglæc-wif con cui viene indicata, spesso tradotto come “donna mostruosa” o “sposa mostruosa”, finanche a “sposa infernale”. Doreen M. E. Gillan, in un saggio del 1961 dedicato proprioall’uso del termine “aglæca” nel poema, insiste su come esso indichi non deformità o malvagità, quanto piuttosto l’eccezionalità dei personaggi cui è riferito. Un altro termine molto indagato è ides, che ha degli equivalenti in norreno e in antico alto tedesco, e significa “signora”, ricorrendo spesso per identificare le Valchirie, mentre altri collegano la creatura a dee della fertilità come Gefjon o Freyja. Non si è pervenuti a un accordo, ma si è diffusa un’idea, l’idea che questa donna forte e vendicativa, prima di essere dipinta come un demone acquatico pronto ad aggredire gli invasori con un coltello come se si trovasse in cucina, potesse essere un’antica dea del Nord, ridotta, dal mutare dei tempi e della cultura, ad essere dipinta come un mostro. In quest’ottica, certe interpretazioni moderne che vedono in lei una strega antica e affascinante, sembrano recuperare qualcosa di quel passato.

Ancora più mostruoso, comunque, è Grendel: non sappiamo come mai abbia attaccato Heorot. Non abbiamo un motivo, com’è invece nel bellissimo film del 2005 “Beowulf & Grendel”, di cui parlerò in un futuro non troppo lontano, per odiare i Danesi. Forse è per la sua natura di orco, troll o qualunque cosa sia. Sappiamo che prima di attaccare, e per lungo tempo, era rimasto ad ascoltare la musica della corte:

“Penosamente, a lungo,
pazientò l’Orco audace   appostato nel buio
che ascoltava ogni giorno,   dalla corte, le musiche
alte e la festa. Udiva   gli accordi sopra l’arpa,
il chiaro canto del poeta.   Raccontava (sapeva
ritrovare il remoto)   l’origine degli uomini:
come l’Onnipotente   fabbricasse la terra,
la distesa dal chiaro   volto, recinta d’acqua.
(v. 86 – 93)

Se era effettivamente nemico di Dio, discendente del primo omicida, del primo che infranse il legame di pace tra gli esseri viventi, il canto sulla genesi del mondo e sull’armonia primordiale dev’essergli molto inviso. E di questo non dubito; ma penso che, anche al di fuori del contenuto, fossero la musica e i suoni della festa a provocare il suo rancore. Sentiva una grande comunità di uomini che stavano insieme e che si divertivano, mentre lui non aveva altri se non sua madre, viveva in una caverna sotto un lago dove “nemmeno il cervo braccato dai cacciatori sarebbe mai entrato”. Grendel, che in un verso è anche definito “pagano”, è uno straniero, è un mostro, è estraneo alla società degli uomini, non potrebbe far parte di quella comunità neppure se lo volesse -e a questo non punto non escluderei che una parte della sua anima, dato che in questo sito ogni mostro ha un’anima, lo desiderasse- e si configura, così, come un emarginato. L’Emarginato. La sua reazione non può non essere distruttiva.
Eppure, anche con così tante caratteristiche negative, Grendel è a mio giudizio un personaggio letterario potente, magnetico e tragico: mai descritto direttamente, ma presentato fin quasi dall’inizio del poema, domina la prima sequenza e getta la sua ombra anche sulla successiva; striscia come un’ombra fuori dalla sua tana durante la notte e attacca e divora gli uomini senza che lo si possa fermare. Non sappiamo com’è fatto, ma ha tutti gli attributi per i quali temerlo. Se ne parla con terrore nelle ore del giorno, e in quelle della notte si sta nascosti e lontani dalla sala maledetta, che lui infesta ogni notte, come un fantasma. Dopo i primi attacchi gli uomini non lo vedono più, ma sanno che c’è. E con sé, scopriamo, porta un sacco, probabilmente piccolo per lui, ma grande abbastanza da metterci dentro almeno un uomo: nella Scandinavia pre-cristiana (o presso il più tardo contesto in cui opera il poeta) esisteva il terrore per un crudele Uomo Nero, un antenato dei Boogeyman del moderno cinema dell’orrore, che, anziché i bambini, rapiva gli uomini. Eppure, come dicevo, provo simpatia per lui, perché è un escluso, un solitario, che scruta il mondo da lontano e sa che non potrà mai farne parte: esso ha delle regole che lui non comprende. E questa simpatia per lui, nel mondo moderno, non è così rara: prova ne sia l’interpretazione che gli viene data nel film “Beowulf & Grendel”, e prima ancora il romanzo “Grendel” di John Gardner (1971), tradotto in italiano come “L’orco” (l’edizione italiana pare sia oggi difficilmente reperibile), che getta uno sguardo alla vicenda e al mondo del poema dal punto di vista del mostro.

Uccidere i due orchi è un’impresa che garantisce a Beowulf una grande e temibile fama: dopo che, morto Hygelac e morto il suo erede Heardred, il trono dei Geati passa a lui, nessuna delle bellicose popolazioni confinanti osa attaccare il suo popolo. Non è, comunque, la prima impresa del figlio di Ecgþeow, che racconta dal verso 530 al verso 581 la sua gara di nuoto con Breca e la strage di mostri marini (niceras) che compie in mare, con addosso la cotta di maglia e la spada; e nemmeno è l’ultima.
Il drago che domina sull’ultima parte del poema, il draca, o wyrm, o fyr-wyrm per la sua natura di fuoco, viene indicato con alcuni appellativi simili a quelli di Grendel, sceaþa (Flagello), aglæca (mostro, o più correttamente essere che desta stupore), e si muove alla stessa ora della notte. Anche lui è uno Straniero, venuto da un altro mondo, e anche di lui, come di Grendel, Beowulf parla come del “nemico della mia vita”. Non è, però, nemico di Dio.

Beowulf contro il drago, John Howe.

Presso gli anglosassoni, come ho riscontrato personalmente quando ho letto, in entrambe le occasioni per pura coincidenza (o meglio, per via del wyrd), una pagina della Cronaca anglosassone e il frammento di Finn ed Hengest, dei draghi di fuoco volanti erano considerati sì qualcosa di insolito, ma comunque creature naturali, possibili da incontrare. Per quanto l’introduzione della parte su di lui sia mutila, quando il poeta introduce il drago lo fa con naturalezza, senza dover spiegare che cosa sia o da quale misfatto biblico derivi la sua stirpe, e quando racconta la storia del tesoro, conservato da un antico popolo fino alla morte del suo ultimo appartenente, l’arrivo del drago nel tumulo e il suo stanziamento al suo interno appaiono come cose naturali. Naturali come dei vermi in un cadavere in decomposizione, aggiungerei io, giocando sulla parola wyrm, verme, con cui il mostro viene chiamato, e sulla natura di lui: per “trecento inverni” (il numero può anche indicare semplicemente una grande quantità) il drago è rimasto assopito su quegli ori, su antiche spade, anelli, bracciali, corredi di guerra, ormai inutili ai proprietari originali, inutili a chi avesse desiderato possederli, visto il loro temibile guardiano…e inutili al drago stesso (“e lì, esperto di inverni, guarda quell’oro pagano/ e non se ne fa niente”). Non solo l’oro è inutile al drago, ma il poeta lo mette in luce, ed è solo uno dei passi che danno un carattere al drago, per il quale il flagello di Beowulf è un personaggio letterario a tutti gli effetti, e non un semplice animale. Per Tolkien, proprio quel passo indica “che cosa significa veramente essere un drago”: per lui, quella creatura esiste fisicamente, e alla sua fisicità si accompagna una valenza simbolica di “personificazione di malizia, cupidigia e distruzione (il lato malvagio della vita eroica)” e “della crudeltà livellatrice della fortuna, che non distingue il buono dal cattivo (l’aspetto malvagio della vita eroica)”. La storia di Beowulf è quella di un uomo che spicca fra gli altri uomini in quanto eroe, ed è eroe in quanto prende parte alla lotta cui sono tenuti tutti gli uomini, laddove altri le si ritraggono, riportando molti successi per meriti fuori dall’ordinario; ma non può riportare la vittoria finale, “cosicché”, continua Tolkien “possiamo vedere l’uomo combattere contro un mondo ostile,  e la sua inevitabile disfatta nel Tempo”. Il drago è perfettamente al suo posto lì dov’è, lungi dall’essere “insignificante” come altri lo vorrebbero, in quanto è l’unico avversario capace di uccidere Beowulf, cosa che nessun uomo sulla terra, e nemmeno gli orchi infernali, sono riusciti a fare. Parimenti, aggiunge Howard Shilton alla fine del suo “The nature of Beowulf’s dragon”, nessun altro se non Beowulf avrebbe potuto uccidere il drago.

Accanto al lato malvagio dell’eroe di cui parla il professore, è potente in questo drago l’immagine di caricatura del re: per tutto il poema si parla del re come del donatore degli anelli, poiché gli anelli sono il simbolo del potere del re, anche secondo il mito di Draupnir e di Odino, e nel donarli egli stringe forti rapporti feudali con gli altri uomini; sono anche simbolo delle spade, con il pomo dell’elsa ad anello, e delle navi dalla forma ricurva. Il drago, oltre a spadroneggiare su un tesoro pieno sia di anelli che di spade, è fatto egli stesso di anelli, spire tortuose che si avvolgono tra loro e contro le quali Beowulf deve combattere: spezzare gli anelli, in questo caso, gesto che significa liberare uno schiavo (e con il suo attacco fiammeggiante il drago terrorizza i Geati asservendoli alla paura). Anche le spade germaniche hanno dei draghi sopra di sé, nei motivi a serpentina che le decorano e che hanno una valenza simbolica, forse magica in origine; quanto alle navi, è risaputo che questi popoli usassero viaggiare su imbarcazioni la cui prua e poppa erano spesso intagliate in modo da richiamare la testa di un drago, per spaventare i nemici e i possibili spiriti ostili. Il fatto che dopo la morte del drago il suo corpo venga gettato in mare dai Geati è stato da alcuni messo accanto a questo dato storico, anche se appare più verosimile ritenere che ciò avvenga per semplici ragioni di praticità. Howard Shilton, comunque, lo trova una forma di sepoltura più rispettosa delle mutilazioni cui sono soggetti gli orchi.
Il re è anche custode, guardiano e pastore dell’oro, kenning che vengono riferite anche al drago, e che, in quanto kenning, significano che il pubblico del poema, e gli ascoltatori delle sue forme precedenti, le ricollegavano immediatamente al re o al drago. Ciò attesta anche un gioco poetico che ai miei occhi è splendido, e che sostiene il mio discorso: il drago vive uno stato di esistenza molto simile a quello del re, custode del tesoro, signore degli anelli.
Dopo essere morto, ma prima di essere gettato in mare, il corpo del drago è consumato dal fuoco. A prescindere da letture metaforiche, che mi parrebbero un po’ forzate (il fuoco dell’ira, o addirittura il fuoco che ha appiccato al palazzo di Beowulf che gli è costato la vita), credo che il senso sia letterale, e che il fuoco che contiene il suo corpo, quello che esala dalle fauci -per quanto, nota Shilton, non venga esplicitamente detto che il fuoco è sputato dalla bocca del drago-, continuando a bruciare anche dopo la sua morte, lo avvolge. E forse è proprio questo il funerale del drago, visto che il funerale di Beowulf, sul rogo, si svolge in maniera affine.

Un’altra versione di John Howe.

La somiglianza tra re e drago è tale da ispirare un’ipotesi affascinante, che, a quanto risulta dal saggio di Shilton, trova insigni sostenitori: l’arrivo del drago è preceduto dalla storia dell’ultimo discendente del popolo del passato, di una sorta di “regno che fu”, e dal suo lamento elegiaco riportato più in alto. Dopo qualche tempo, il sopravvissuto muore, e più avanti ancora interviene il drago. Si è già ricordato che la cultura germanica ricorda un altro grande drago nella sua letteratura, il Fáfnir o Fáfner ucciso da Sigurðr e menzionato indirettamente anche nel Beowulf. La storia, raccontata dall’Edda e dalla saga dei Volsunghi, vuole che Fáfnir fosse originariamente un nano, che uccise il padre Hreiðmarr per ottenere l’anello di Andvari e venne punito per la sua avidità, trasformandosi in drago e mettendosi a guardia del tesoro, scacciandone il fratello Reginn che avrebbe, tanti anni dopo, inviato Sigurðr a ucciderlo. Il drago appare anche qui come simbolo di avidità, con una dimensione in più, di sapore mitico e fiabesco, data dalla metamorfosi dell’uomo. Vista la quantità di spazio data all’ultimo superstite del popolo del tesoro di Beowulf e la quasi subitaneità dell’arrivo del drago, e visto anche che pare fosse credenza di alcuni, nell’antichità nordica, che le anime dei morti si trasformassero in draghi per sorvegliare i bene che venivano sepolti con il loro corpo, non sembra così illogico ritenere che il drago di Beowulf sia lo stesso padrone del tesoro che si è trasformato, per via dell’avidità, sfuggendo così alla morte (per un po’) e rimanendo insieme al suo oro. Il che chiarirebbe meglio il modo in cui, dopo aver subito il furto di una piccola coppa, il drago lo noti immediatamente e si scateni con tale violenza sul palazzo di Beowulf.
La posizione di Shilton, e anche la mia, è che nel poema, e secondo il poeta, non sia così. Molto probabilmente questa era la storia del materiale mitico/leggendario cui ha attinto il poeta, ma per un motivo o per un altro egli l’ha alterato. Ne risulta che il drago sia esclusivamente un drago, perfettamente incarnato nella sua natura, e dunque naturale, laddove gli orchi in parte non lo sono, al punto tale che, mentre questi sono invulnerabili alle armi comuni, ed è solo con la propria forza e con una spada forgiata da dei giganti, che Beowulf riesce ad avere la meglio su di loro, il wyrm è impenetrabile nella parte superiore del suo corpo poiché protetto dalle squame ossee, mentre la parte inferiore, scoperta, costituisce il suo punto debole (com’è anche per Fafnir e come sarà, in un futuro che è anche passato, per Glaurung e per Smaug). L’idea di questa possibilità ci permette però di riflettere, di scoprire quanto poco siamo lontani dalla mostruosità e quanto poco la mostruosità è lontana dall’umanità, nel momento in cui vediamo i due aglæcan uno davanti all’altro pronti allo scontro e vediamo come l’uno sia immagine dell’altro.
Per questo motivo, il drago e i due orchi sono irrinunciabili; la storia non potrebbe esistere se loro non fossero quello che sono, perché se Grendel e sua madre fossero uomini non sarebbero una minaccia del vincolo sociale così forte, né così impossibile da sconfiggere per i Danesi. Se il drago non fosse un drago, non potrebbe uccidere Beowulf, e soprattutto non mostrerebbe con tanta verità e fatalità il suo riflesso attraverso le spire scintillanti.
Quel valore, per me, è ancora di più. Ho scoperto Beowulf per via di Tolkien, e poi ho scoperto che Tolkien lo amava, ma solo quando avrò letto davvero tutto quello che ha scritto potrò farmi un’idea di quanto. Nel frattempo, Beowulf è diventato fondamentale anche per me. Non solo in quanto storia di mostri, ma in quanto storia che parla di come sono fatti i mostri, di cosa li rende mostri e di cosa rende gli altri ‘non mostri’. E ne deriva che a essere mostri, nel poema, sono i più grandi e i più forti, perché aglæca vengono chiamati Grendel, la madre di Grendel, il drago, Beowulf e Sigemund. Creature uniche che stupiscono e fanno parlare gli altri di sé per la loro unicità e per come riescono a lasciare traccia della loro anima nel mondo, attraverso la gloria e le imprese, oppure attraverso violenze ed eccidi che gridano che questo mondo non è fatto per loro. Oppure, ancora, in una gloria di fuoco, destinata ad infiammare il tessuto della storia e dell’arte. Poiché il drago di Beowulf, il primo nella letteratura occidentale in grado sia di sputare fuoco che volare, con in aggiunta grandi dimensioni e un tesoro cui fare la guardia, è probabilmente all’origine dell’archetipo del drago come lo intediamo oggi, attraverso “Lo Hobbit” nel quale rivive, unito a Fáfnir, in Smaug, oltre che nelle fiabe, fino a raggiungere le storie moderne che li ospitano ancora. Attraverso quelle i draghi hanno conquistato la mia infanzia, e sono stati la causa della maggior parte delle cose che ho fatto da allora in poi.

E così, per quanto il tempo sia passato e il cavallo e il cavaliere non ci siano più, né il re, né la sala, né il banchetto, né la coppa, né la cotta, né la gloria, e nemmeno l’orco e il drago ci siano più, la fama di Beowulf e il ricordo di quel luogo, in cui uomini che amano le spade e le storie di eroi vivono nella pace e nella bellezza di un mondo arcaico e selvaggio, rimarranno per sempre, insieme a tutto quello che lo straordinario poeta anglosassone ci ha raccontato. E rimarranno le parole, la chiave per la quale questi personaggi vivono ancora; ripetere la storia, raccontandola in altri modi, fino a creare storie nuove figlie di questa, significano che ancora, nel nostro presente e nelle nostre sale completamente diverse, c’è un posto per quel mondo. A Beowulf l’eternità parla con questi versi, il discorso di Wealhþeow a Beowulf dopo la sua prima impresa (v. 1221 – 1231):

«Tu ti sei meritato   che gli uomini ti celebrino
da vicino e lontano   per tutto l’arco
della loro esistenza,   per spazi tanto vasti
quanti ne cinge il mare,   il recinto e le mura
dei venti. Sii fortunato,   principe, finché vivi.
È giusto che io ti regali   questi gioielli preziosi.
Sii gentile nei gesti   verso i miei figli: conservali
ai piaceri e alle musiche.   Qui, ciascuno dei conti
è leale con l’altro,   di mente generosa,
fedele al feudatario.   Vanno d’accordo i vassalli,
il popolo è bene istruito,   e gli uomini del seguito,
se hanno bevuto, fanno   quello che io gli comando».

Bibliografia

Beowulf, a cura di Koch, Ludovica, Einaudi 1987 (2013), Torino.
Beowulf, Tolkien, J.R.R., a cura di Tolkien, Christopher, Bompiani 2014.
Beowulf – L’eroe, il mostro e il drago, Crossley-Holland, Kevin, traduzione a cura di Daniela Camboni, Nuove Edizioni Romane 2007. Roma.
Letterature germaniche medioevali, Borges, Jorge Luis e Vásquez, María Esther, a cura di Melis, Antonio, traduzione di Lorenzini, Lucia, Adelphi 2014, Milano.
The monsters and the critics, Tolkien, J.R.R., George Allen & Unwin. 1983.
The nature of Beowulf’s dragon, Shilton, Howard, in Anglo-Saxon Texts and Contexts, Bulletin of the John Rynalds University Library of Manchester, 1997.
Uscite dal mondo, Zolla, Elémire, Adelphi 1992, Milano.

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