Hiraeth

I parte: Fernweh

Viveva, un tempo che non verrà più, su a nord del regno che fu, talvolta menzionato in alcuni racconti, una giovane donna che conosceva così tante leggende del passato da provare uno struggente desiderio che quel passato tornasse per lei, benché sapesse che ciò non sarebbe mai potuto accadere. La giovane si chiamava Enid, e se i più ne compativano la sorte, chiunque la conoscesse non poteva non pensare che sarebbe stato più che giusto se almeno a lei, fra tutti coloro che vivevano, il fato avesse concesso che quanto il suo cuore bramava accadesse, poiché i segni del suo struggimento erano ben visibili, e ciononostante ella era buona e leale con chiunque e in qualunque situazione.
La cagione del suo stato d’animo era la poesia, quella poesia che non potrebbe sollevare una libbra di peso, ma che arriva più lontano delle frecce e penetra con più foga di una spada: la poesia con cui il bardo aveva cantato storie, leggende antiche di eroi e di prodigi, che le avevano messo dentro un’amarezza, al pensiero che quel mondo non sarebbe mai stato il suo, ancora più grande di quella che ogni vivente porta con sé dal giorno in cui nasce. Le storie di Gwydion, di Fionn, di Cúchulainn, di eroi che avevano avuto il potere di fare la differenza nel loro tempo, e di lasciare un segno, erano ai suoi occhi l’idea assoluta e insuperabile del valore e della bellezza, e lei soffriva perché sentiva che se quelle storie erano tali, era perché il mondo, nel tempo in cui si erano svolte, permetteva, a chi fosse abbastanza audace, di coronare il proprio sogno di eroismo e di eternità, mentre su di sé, sui suoi giorni e sul mondo, avvertiva l’incombere della morte e del disfacimento di tutte le cose: sempre in meno raccontavano e chiedevano quelle storie, più interessate alle nuove possibilità del mondo, che concedeva adesso una vita più serena a più persone, al prezzo, che sembrava meno importante, della loro libertà di rischiare. Non le sarebbe stato possibile opporsi a quell’incedere inesorabile, e anche se fosse riuscita a compiere qualcosa di degno dei canti del suo popolo, quei canti avrebbero avuto vita breve prima dell’oblio e della fine di tutta la musica, che sarebbe arrivata non appena le persone avessero deciso di immolare il passato sull’altare del futuro.

Un giorno di primavera, mentre sedeva davanti alla porta di casa con i suoi cupi pensieri, Enid vide venire dal nord un viaggiatore. Il suo mantello era grigio e il suo bastone segnato dall’uso. Il viaggiatore era giovane come lei, per quanto i suoi occhi paressero quelli di un vecchio, e davanti a lei si fermò. Lei gli chiese se potesse essergli d’aiuto.
Il viaggiatore le rivolse un accenno di inchino, e disse «Puoi essermi d’aiuto, o sorella sul dorso del mondo, solamente se sei disposta a sacrificare una cosa a cui tieni, poiché altrimenti non vi è nulla, con tutta la tua buona fede, che tu possa fare».
Questa risposta la stupì un po’ e le dispiacque anche, ma la curiosità vinse lo sdegno, e dunque chiese ancora: «Che tipo di sacrificio ti occorrerebbe, e perché dici che non possa fare nient’altro per te?».
Rispose il viaggiatore: «Si tratterebbe di abbandonare il luogo in cui sei vissuta fino ad oggi e seguire me nel mio viaggio. Viaggio da solo da molto tempo, e per quanto ciò non mi pesasse all’inizio, sento ora di portare con me un fardello troppo grave per un uomo solo; per questo, ogni volta che mi imbatto in luoghi e persone nuovi al mio percorso, formulo questa richiesta. Finora nessuno ha accettato di seguirmi, ma continuo a porla ugualmente».
Chiese la ragazza: «Dove sei diretto?».
Rispose il viaggiatore: «Dovunque e in nessun luogo, sorella mia. È un destino più grande di me quello che mi agita e mi spinge a fuggire dall’uscio rivolgendomi all’infinito. Per quanto insolito possa sembrarti, c’è qualcosa in me, radicato nello spirito, che mi porta a voler raggiungere luoghi in cui non sono mai stato, e grande è la mia ansia finché non sono arrivato in una nuova terra; ma una volta lì, dopo poco tempo, l’insoddisfazione mi afferra il cuore, e il dubbio di non essere nel posto giusto molesta la mia serenità. Così, dopo un breve periodo, mi rimetto ogni volta in cammino, alla ricerca di una nuova terra dove so che resterò per poco.»
Chiese la ragazza: «Qual è il tuo nome?».
Rispose il viaggiatore: «L’unico nome che ho mantenuto è Vegtamr, che significa ‘viandante’ nella lingua del posto dal quale sono partito.»
Allora la ragazza disse: «Salve Vegtamr. Io sono Enid, che nella lingua di questo posto significa ‘anima’, e anche in me è radicato qualcosa che mi impedisce di trovare la pace qui dove sto. Io ti accompagnerò nel tuo viaggio, se tu vorrai accompagnare me nel mio.»
Chiese allora il viaggiatore: «Dove desideri andare, Enid, mia simile?».
Rispose la ragazza, dopo averci pensato, nell’unica maniera che seppe trovare: «A casa. Un posto dal quale non mi sentirò più lontana. Puoi portarmici?»
Vegtamr a quel dire rise, e rise di gusto e a lungo, ma prima che lei potesse replicare le spiegò: «Ho viaggiato per la maggior parte degli anni che ho vissuto, e ho dimenticato cosa significhi avere una casa; e come la lontananza ha sempre segnato il mio cuore, così non ho idea alcuna di quale sia il suo opposto. Ma poiché me lo chiedi, Enid, io cercherò un posto del genere insieme a te, perché tu hai accettato di accompagnarmi e perché sono curioso di scoprire dove potresti trovare quello che cerchi. Posso darti un giorno di tempo per salutare i tuoi cari, ma domani a quest’ora vorrei riprendere il cammino».
«Soffrirei di più» lei rispose «salutando le persone e i luoghi della mia vita finora, e rimpiangendoli un domani, sentendo di essermi allontanata ancora, piuttosto che andando via in silenzio, come se non ci fossi mai stata. Lasciami solo alcuni minuti per prendere ciò che mi occorre, e poi verrò con te».
«Perché allora» chiese Vegtamr «vuoi andartene se temi che andartene nutrirà la tua nostalgia, come il fiume nutre il mare?».
«Perché se qui mi sentissi a casa, adesso non vorrei andarmene» rispose lei, e lui non parlò più.
Enid dunque rassettò per l’ultima volta la sua dimora, indossò degli abiti adatti al viaggio, tracciò alcune rune sulla porta di casa per chi fosse passato a cercarla, e rivolto un ultimo sguardo al suo villaggio se ne andò via, insieme al viaggiatore, verso casa.

Dopo tre giorni di cammino attraverso le foreste, scoprirono uno spiazzo dove dominava una piccola capanna dall’aspetto vetusto.
Enid aveva raccontato al suo compagno di viaggio molte delle sue esperienze più significative, e gli aveva confidato i suoi pensieri e i suoi stati d’animo più oscuri; Vegtamr si era rivelato un eccellente ascoltatore, ed era altrettanto abile nel rassicurare e incoraggiare, ma quanto a parlare di sé era stato meno generoso. In piedi davanti alla porta, il viandante chiese a colei che l’accompagnava se quel posto le sembrasse simile a casa.
Enid rispose: «Guardando le mura di questa capanna mi tornano in mente le fiabe che mia nonna mi raccontava quand’ero bambina, e toccandole sento su di loro il tempo che hanno attraversato. Quel tempo è il tempo che è trascorso tra il tempo che fu e il mio, ed è un aspetto di quello che mi manca. Forse la mia casa sarà un posto antico e bello come questa capanna. Ma qui nessuno ha combattuto, né si sono compiuti incantesimi, né questa capanna ha un nome che venga cantato dai bardi. Non credo che sia qui che devo fare ritorno».
Vegtamr le annuì, e tornato sul sentiero le tese la mano e disse «Vieni, cercheremo ancora finché non avremo trovato la tua casa». Ed Enid prese la sua mano e lo seguì.
Dopo quattro giorni di cammino sulle colline, trovarono un vasto campo desolato, con tronchi di alberi spezzati dove un tempo la foresta doveva continuare. Anche qui Vegtamr chiese a Enid se quel posto le ricordasse qualcosa.
Enid rispose: «Qui è dove venne combattuta la battaglia tra Gwydion e Math. È incredibile vederlo da vicino! Sentire delle loro imprese accende la mia fantasia da quando ho memoria. Forse anche la mia casa sarà legata a qualche evento storico come questo. Ma quello che vedo adesso è solo un campo desolato dove non resta nulla, né dove si possa vivere. Non credo che sia qui che devo fare ritorno».
Vegtamr le annuì, e inoltrandosi nel campo le tese la mano e disse «Vieni, cercheremo ancora finché non avremo trovato la tua casa». Ed Enid prese la sua mano e lo seguì.
Dopo sette giorni di cammino attraverso i boschi, trovarono un grande castello dalle mura merlate e le torri imponenti. Vedendo che il castello era vuoto, Vegtamr ne raggiunse l’arcata principale e chiese a Enid se quel posto le desse l’idea della sua casa.
Enid rispose: «Questo è il castello di Peredur, uno degli eroi più grandi che siano vissuti. È incredibile essere giunta fin qui! E senza di te non ci sarei mai arrivata. È un luogo antico e bello dove sono avvenuti scontri e principi e maghi sono entrati e sono usciti. Questo è un posto in cui vivere sarebbe splendido». E mentre lei si guardava intorno ammirata e sorrideva, Vegtamr, che poche volte l’aveva vista sorridere, rimase in silenzio, senza metterle fretta di rispondere, e la seguì nel suo incedere, quasi danzando, verso quel castello. Dopo che furono trascorse delle ore, Enid si rivolse a lui e disse:
«Non capisco. È un luogo splendido e che ho sognato a lungo, me è come se mancasse qualcosa. Anzi, forse ha qualcosa di troppo».
«Che cosa?» le chiese il viandante.
«È troppo…vero. È una cosa che esiste in maniera definita. La vediamo sia io che tu. E io non capisco che cosa mi succeda, ma è come se mi dispiacesse che sia così concreta. È diversa da come l’ho vista per anni nella mia mente. Vorrei che fosse in quel modo, ma non lo è. E a questo punto, realizzo che nessuno dei luoghi che troveremo sarà come l’avevo immaginato; dunque non sarò soddisfatta da nessuna parte»
Enid lo disse come se stesse cantilenando un lamento, ma con freddezza e rassegnazione. Vegtamr lo trovò triste, e se ne dispiacque. Così si fece più vicino e disse alla compagna di viaggio:
«Capisco come ti senti. Vorresti avere qualcosa di stabile in cui credere, e adesso senti di non poterlo avere. Cercherò comunque insieme a te un posto dove ti senta meglio che nel tuo villaggio, e finché non l’avremo trovato, potremo continuare la strada insieme».
Enid tacque per un po’, poi si girò verso di lui e annuì, con gratitudine. Tornato sul sentiero, il viandante le tese ancora una volta la mano e disse «Vieni, cercheremo ancora finché non avremo trovato la tua casa». Ed Enid prese la sua mano e lo seguì.

II parte: Katàbasis

Dopo nove giorni di cammino verso le montagne, raggiunsero una grotta il cui fondo si perdeva sotto la terra.
Vegtamr si fermò davanti alla bocca che immetteva al suo interno e disse alla sua accompagnatrice: «Sono certo che nelle fiabe che conosci ci siano molte grotte. Forse qui troverai qualcosa che ti sarà d’aiuto». Enid annuì, ripensando alle storie in cui nelle grotte si nascondevano draghi o orchi, ma anche a quelle in cui erano dimora di fate e gnomi, e seguendo il suo accompagnatore entrò nella grotta. L’interno era freddo e buio come nelle storie, ma mentre lì riusciva a scorgere perfettamente le pareti e i crepacci della roccia, grazie al tessuto delle parole, adesso non vedeva affatto, e doveva affidarsi a Vegtamr, che col suo bastone sembrava avere dimestichezza nel percorrere sentieri invisibili. Dopo una marcia che le parve molto lunga, Enid domandò: «Sicuro di non esserti perso?».
Vegtamr le rispose con convinzione: «Sono sicuro. Stiamo scendendo sottoterra, è normale che ci voglia del tempo».
«Sottoterra, nelle storie, ci sono le anime dei morti, i nani e i demoni. Nulla di buono in qualunque caso. Perché dovremmo passare di qui?»
«Perché in quelle stesse storie gli eroi devono passare per questo mondo tenebroso per raggiungere il loro destino, e se non lo fanno, non possono compiere nulla»
«Non so se riuscirò a compiere qualcosa» disse Enid con voce più lieve «non so nemmeno dove sto andando, e il perché voglia andarci è così complicato che nemmeno io saprei spiegarlo. Gli eroi, con tutte le difficoltà, sapevano dove dovevano andare, e per questo riuscivano a uscire; mentre io non lo so, e potrei anche rimanere qui per sempre».
«È vero» Enid lo udì fermarsi, e si fermò a sua volta «ma se il tuo destino fosse sempre stato quello, poco potresti fare per cambiarlo. Inoltre io non credo che andrà così: anche se non sai dove vuoi andare, sai che da qualche parte vuoi andare, che la tua vita finora non ti basta, che hai un desiderio da far avverare, e quindi una volontà che ti muove verso quel desiderio. Chi erano gli eroi?»
Enid, come capita a tanti quando le domande sono molto semplici, e riguardano cose molto importanti, rimase stupita dalla domanda: «Beh, gli eroi erano…erano guerrieri. Alcuni erano maghi. Molti dèi, o loro simili. Altri umani. Per lo più uomini»
«Certo, ma perché raccontiamo ancora le loro storie?»
«Perché ci appartengono. Quando il bardo cantava quei racconti, ci ricordava sempre che quelli erano i nostri antenati, e la loro terra ancora la nostra, che non avremmo dovuto dimenticare quel passato perché ci rendeva noi stessi. E poi perché sono belle. A me basta questa sola ragione. Sono la cosa più bella che conosca, la più importante e la più nobile»
«È tutto vero, ma non c’è solo questo. Perché sulla terra e nella battaglia sono passati tanti altri di cui non parla nessuno, e di certo non erano meno nobili, né meno devoti alla loro causa. Ma degli eroi si continua a parlare perché loro non hanno vissuto soltanto una vita, ma l’hanno vissuta in modo da lasciare la propria traccia. Loro hanno impresso sé stessi nel tempo. E la loro traccia è lì in modo che tutti la possiamo vedere, e seguire, se ci impegniamo. E questo è il motivo per cui è giusto che tu, e anche io, passiamo di qui. Poiché anche tu hai una forte volontà e stai attraversando un percorso, non è detto che anche quello che farai tu non debba essere modello per qualcuno un giorno»
Enid, in cuor suo, aveva talvolta sognato di essere l’eroina del suo tempo, soprattutto da ragazzina, quando sognare era più facile; crescendo, quel pensiero l’aveva quasi dismesso, perché l’austerità del mondo della maturità sembrava suggerire che i sogni fossero ingenui. Si rese conto di non averlo abbandonato del tutto nel momento in cui, alle parole di Vegtamr, sentì una sensazione familiare e una scossa di ardimento pervaderle il corpo. Al contempo, l’idea che fosse un pensiero ingenuo era ancora salda.
«Mi hai fatto ricordare qualcosa che avevo quasi dimenticato» disse, nelle tenebre, dopo un po’ «e convinta sia di cose in cui credevo già, che di altre cui non avevo mai pensato. Grazie» disse chinando il capo, anche se lui non poteva vederlo «grazie perché mi stai spingendo dove non sarei mai arrivata. E tu? Qual è il tuo esempio? Chi è che viaggiava così tanto da farti desiderare di fare altrettanto?»
«Te lo racconterò quando saremo usciti, promesso» rispose Vegtamr «Ma ora riprendiamo il cammino, abbiamo indugiato abbastanza»
Nelle profondità del buio, dopo un lungo tratto, scorsero un tenue bagliore, e questo li spinse a scendere più velocemente. Il fondo della grotta si apriva su un vasto spazio vuoto, sul quale cresceva un muschio che emetteva una luce soffusa. Enid trovò quel luogo veramente magico, e vide che anche Vegtamr, pur con tutte le meraviglie di cui era stato testimone, pareva compiaciuto per quella scoperta.
Grazie a quella luce, oltre a potersi finalmente guardare intorno, i viaggiatori scorsero un tunnel che passava dirimpetto a dov’erano loro.

«Incamminiamoci nel tunnel» disse Vegtamr a Enid «e vediamo dove ci porta».
Vi entrarono, e dopo alcuni passi tornarono a non vedere completamente niente. Poi le sue pareti si allargarono, e ai due si rivelò un ambiente più vasto, alle cui pareti, scoperta sconcertante, erano appese fiaccole accese. A destra e a sinistra il suolo era molto più in basso di loro: si trovavano, adesso, su un ponte di roccia che proseguiva fino ad entrare nella parete che avevano di fronte. Da quella parte, le torce erano spente.
Proprio da lì udirono avvicinarsi dei suoni. Si arrestarono per un momento, spaventati, ma poi ripresero ad avanzare, poiché se in quel luogo c’era qualcuno da incontrare, era ormai giunto il momento di incontrarlo.
I suoni divenivano più forti, più concitati man mano che i due compagni andavano loro incontro, ma non per questo più comprensibili. C’erano passi, i passi di molti piedi, ma c’erano anche rumori di oggetti e di voci. Forse sarebbe andata diversamente se Enid e Vegtamr fossero tornati indietro, ma poiché ciò non accadde, quando furono quasi arrivati alla fine del ponte, e la luce fu ormai lontana alle loro spalle, nella confusione di suoni una voce, più forte delle altre, prese parola e proruppe dal nulla con antica autorità:
«Perché, sconosciuti, percorrete questa via dove nessuno si avventura?»
«Chi sei, tu che parli, e per quali titoli dovremmo risponderti?» chiese Vegtamr.
Si udì l’intreccio di voci farsi più affollato, ed esse più acute.
«Sono Y Dwfn, “Il Profondo”, l’antico, garante dell’ordine universale in questo luogo ipogeo. Sono quanto di più simile a un re possiate trovare a queste profondità. Rispondete e non sfidatemi»
«Non intendevamo» disse Enid «sfidarti in nessun modo, antico Dwfn. Sono Enid, della Brughiera, e lui è Vegtamr da nessun luogo. Siamo impegnati in una ricerca, e abbiamo pensato che entrare in questa grotta ci avrebbe aiutati a compierla. Vogliamo soltanto proseguire e scoprire cosa troveremo lungo la strada».
Le voci si fecero più quiete, ma il loro numero parve aumentare ancora.
«Oltre questo ponte, Enid della Brughiera, Vegtamr da nessun luogo» disse Y Dwfn «c’è il regno delle ombre. Tutto quello che trovereste lì sono tenebre, segreti e voci che bisbigliano senza che le si possa comprendere. Se mi diceste che cosa cercate, forse vi direi dove potreste trovarlo».
Enid volle prima guardare Vegtamr, ma la luce era così lontana che di lui scorse solo il profilo, non il volto. Tornò a rivolgersi all’oscurità davanti a sé.
«Saggio Dwfn, io sto cercando il luogo cui appartengo veramente, poiché per tutta la mia vita ho avuto il sentore di essere nel posto sbagliato, e solo nelle leggende e nelle storie del passato ho mai provato un senso di appartenenza e di casa».
Le voci ripresero a rumoreggiare.
«Cara ragazza, potresti avere trovato il luogo che cerchi, anche se potrebbe del pari non piacerti. Se coloro con i quali vorresti stabilirti sono gli antichi eroi e i loro compagni -morti, tutti loro, spesso ancora prima che le storie si diffondessero-, qui in questa sala nascosta, dove si accalcano le ombre dei morti, potresti risiedere alla loro nobile presenza».
Enid a quel punto tremò, e quel corridoio le parve molto più freddo, e le voci che udiva erano ora esalazioni di gole morte che la chiamavano a sé. Provò paura, ma solo per un momento. Poi si ricompose, guardandosi ancora intorno senza riuscire a vedere nulla, e disse:
«Saggio Dfwn, sono qui con te gli eroi del passato, delle cui gesta, nel mondo di sopra, si canta ancora?»
«Troveresti» e la voce divenne più cupa «che molti di essi si trovano nelle ombre. Ma non puoi parlare con loro, a meno di pagare il prezzo di sangue imposto dalle leggi sacre. Eppure» e la sua voce perse quell’ultima rudità che aveva assunto «questa è la risposta alla tua domanda. Gli eroi sono morti, e di loro, sulla terra, rimangono solo l’ombra e il ricordo. Il ricordo ce l’hai con te, nelle storie che ti sono così care; l’ombra, se la desideri, è qui, in questo luogo. Entra nel regno delle ombre, se le ombre sono quello che cerchi».
Enid adesso era raggelata, paralizzata da un brivido che nell’attraversarle la schiena gliel’aveva serrata, serrata in una morsa che aveva privato il suo spirito di qualunque calore avesse mai avuto. La sua mente era contesa tra due idee, ed entrambe incombevano sulla sua decisione, come visiere di ferro con occhi di brace che la osservassero, da dietro una parete di ghiaccio, una dal lato del suo passato, l’altra da quello del futuro. L’una le rimproverava di essersi ingenuamente ancorata a degli esseri morti, sapendo bene che erano morti, quasi come se avesse creduto che la sua fede bastasse a tenerli in vita. La seconda la ammoniva perché, anche se fosse riuscita ad abbandonare quel luogo oltremondano, sarebbe continuata a vivere sapendo che non avrebbe mai trovato ciò che cercava, e si sarebbe consumata nel dolore, a meno di separarsi dalla sua idea e vivere per qualcos’altro, rinunciando, in quel caso, ad essere sé stessa. A quel punto, restare con i morti sembrava quasi avere più senso.
Vegtamr le prese la mano, e in parte, in quel ghiaccio che l’aveva isolata dal resto del mondo, parve farsi strada un’apertura. Lui si accostò al suo orecchio e parlò a bassa voce:
«Scegli liberamente. Se è qui che vuoi restare, a me sta bene. Va’ nella direzione verso la quale il tuo cuore batte più forte, e non tributare la tua devozione a nulla, se non a te stessa».
Enid allora pensò a sé, e a come era vissuta fino a quel momento, a quanto aveva creduto nel suo destino, a quanto, insperatamente, quella fede l’avesse condotta più lontano di quanto avrebbe mai immaginato. Pensò alle storie su cui quella fede si fondava, e si rese conto, solo allora, che nel momento in cui gli eroi erano giunti a quel punto, sul fondo dell’abisso e tra la vita e la morte, avevano scelto di risalire. Pensò anche a Vegtamr, al quale doveva essere giunta fin lì, e ripensò a quanto le aveva detto quello stesso giorno, durante la discesa; per quanto triste le sembrasse il suo futuro, non avrebbe rinunciato ad esso senza aver compiuto neppure un’impresa. E in quegli istanti il ghiaccio si sciolse.
Ricambiò la stretta di Vegtamr, si rivolse alle tenebre in ascolto e fece udire la sua risposta:
«Ti ringrazio, saggio Dwfn, perché mi hai offerto la tua casa tenebrosa e perché incontrarti mi è stato d’insegnamento. Scelgo di tornare nel mondo di sopra, e di cercare gli eroi in quanto di sé hanno lasciato, piuttosto che in quanto di loro è rimasto. La fatalità stabilisce cosa accade alle spoglie dei vivi quando sono morti, ma è con la loro volontà che essi costruiscono qualcosa da consegnare al mondo».
Le voci e i sibili aumentarono, molti spiriti vollero avvicinarsi ed osservare la mortale che aveva preso quella risoluzione. Per quanti fossero, la voce del loro signore li sovrastò:
«Possa la tua risoluzione esserti foriera di fortuna e di felicità, Enid della Brughiera, per quanto io possa vedere nel tuo futuro con la stessa chiarezza con cui vedo il tuo viso in questa oscurità, e dunque sappia già che cosa ti porterà. Prosegui la tua cerca con sempre maggiore determinazione, e andrai più vicina all’adempimento del tuo destino: poiché tutti coloro che vivono sono destinati a qualcosa, ma non tutti corrispondono al loro disegno con la medesima perfezione». Lei rimase attonita, e a porsi vicino a lei furono la sorpresa, poiché non si aspettava quella reazione, e la gioia e l’orgoglio, perché si rendeva conto di aver superato la prova più difficile fino a quel punto.
«Venite avanti, ora» riprese Y Dwfn «perché le ombre vi permettano di uscire da questo luogo».
Entrambi i compagni rimasero in silenzio stupiti, non comprendendo cosa Dwfn intendesse, ma seguirono le indicazioni. Non si resero conto di nulla finché non notarono che, dalla fittissima oscurità che li sovrastava, un sottile chiarore permetteva adesso loro di vedere le rocce sotterranee e le proprie mani, e quindi il volto l’una dell’altro, e che in alto si era formata una piccola apertura, da cui proveniva la luce, che si faceva sempre più grande e luminosa, mentre sotto i loro piedi erano comparsi e continuavano a comparire dei gradini, neri e simili al carbone, che si sommavano tra loro man mano che le ombre tutt’intorno si intrecciavano per formare una rampa, spettrale ma perfettamente solida e sicura, via via più alta mentre altre ombre, che forse prima, saldate insieme, avevano tenuto nascosto quello spiraglio, si allontanavano rendendo il varco sempre più largo. La scala continuava a crescere sotto i loro piedi come un lungo collo che si stiracchiasse, portando la sua sommità sempre più vicina alla luce.
Vegtamr si sporse oltre il bordo: «Dwfn, saggio signore, grazie per il tuo aiuto!» gridò nelle tenebre «Mi dirai se riuscirò mai a fermarmi nel corso dei miei viaggi? Cos’è che mi impedisce di essere pago ovunque vada?».
Se dal fondo della gola salì una risposta, la distanza o le ombre la nascosero. Poco dopo Enid e Vegtamr si ritrovarono in superficie, strofinandosi gli occhi mentre il contatto con la luce li infastidiva. Sembrò, a tutti e due, di sentire uscire un sussurro dall’apertura nel terreno:
“Sei tu stesso che impedisci a te stesso di essere pago ovunque tu vada”.
Subito dopo l’apertura si chiuse, e non fu più possibile parlare alle ombre.

III parte: Hiraeth
Enid e Vegtamr non parlarono finché non fu notte, ciascuno perso nei propri pensieri. Poi lui si alzò per raccogliere della legna e accese un fuoco in silenzio. Consumarono parte delle provviste finché non fu lei a spezzare il silenzio:
«Cosa lasciano i guerrieri, dopo la morte?».
Vegtamr rispose dopo qualche momento «Conquiste. Terre. E tanti cadaveri. Oggi abbiamo scoperto che lasciano anche la loro ombra».
«E cosa accade alle conquiste e alle terre, dopo le battaglie?»
«A volte non succede nulla per tanti anni. Altre volte vengono conquistate da altre persone, e così via dicendo»
«Pensi che abbia sbagliato?»
«In cosa?»
«Nel non restare. E nel dire “cercare quanto gli eroi hanno lasciato”. In quel momento ho pensato alle idee e ai valori, quelli trasmessi dalle storie. Ho pensato di cercare quelli. Ma non posso trovarli, perché quelle cose non sono luoghi, e quelli che sono luoghi non sono luoghi in cui andare»
«E sul non restare? Perché pensi di avere sbagliato?»
«Non sono rimasta perché ho pensato di poter vivere per vedere e per fare ancora tanto. Ma non posso farlo finché non avrò trovato la pace, e la pace non la troverò mai. Piuttosto che cercare di vivere per non vivere mai…forse sarebbe meglio sparire»
Vegtamr le prese ancora una volta la mano:
«Anch’io ho pensato che sarebbe meglio sparire, e l’ho pensato tante volte. C’è un mondo che vorrebbe altro da me e da te, che vorrebbe che la smettessimo e tornassimo indietro, che ci fermassimo in un posto solo, facendo quello che fanno gli altri, e pensando che, anche non piacendoci, accettarlo sia il prezzo da pagare per poter vivere bene. Ma vivere bene non è accettare che le cose restino come sono, né sacrificare la nostra vocazione per un’idea che non ci appartiene, né rifiutare di essere noi stessi. Essere sé stessi, sempre e in qualunque caso, è ciò che fanno gli eroi, e quello che permette loro di rimanere saldi anche attraverso il tempo, nelle storie. È quello che hai fatto tu oggi. Ho sperato, pur senza dirti cosa scegliere, che non terminassi il tuo viaggio in quel luogo tenebroso, perché in quel caso avresti rinunciato all’impresa, e di conseguenza a te stessa. Perché, quale che sia il senso e la soluzione del tuo sentimento, io credo tu esista per quello. Tu sei quel sentimento. Il tuo percorso per affrontarlo è quello che ti renderà, forse, un giorno, un’eroina, come tutti quelli di cui mi hai parlato.
«Mi hai chiesto, mentre scendevamo, quale sia il mio esempio, il viaggiatore che mi ha segnato. Non so se hai mai sentito parlare di lui: è Odino, il re dei miei dèi, che per quanto potente e saggio e signore di tutto, viaggia sulla terra e appare nelle circostanze più improbabili, per mettere alla prova i mortali e diffondere la sua conoscenza. La persona più potente di questo universo è un viaggiatore, e ovunque sia stato hanno udito le sue storie. Non bramo il suo potere o la sua regalità, e non diventerò mai l’uomo più sapiente del mondo. Ma voglio viaggiare come lui. Essere ovunque, vedere ogni cosa, sentirmi parte di tutto il mondo. Amo viaggiare, come ti ho detto, e ho nostalgia, come te, in un certo senso; ma non nostalgia del passato, o di un posto che ho visto: nostalgia dei posti dove non sono stato.
In tanti anni non ho ancora capito perché abbia bisogno di visitare nuove terre, e la frase che mi ha detto Y Dwfn mi rende inquieto; una cosa però la so, questa vita mi piace. Ogni volta che arrivo da qualche parte, sento che il mio spirito prende fuoco, che nient’altro mi emozionerebbe mai di più. Naturalmente, è la nostalgia di cui ti ho parlato a farmi cambiare sempre, dopo un po’: il pensiero di avere ancora qualcosa da vedere, e l’impossibilità di legarmi a ciò che è stabile, al solo pensiero che il luogo più bello ai miei occhi non l’abbia ancora visto. Non sono sensazioni piacevoli, ma dolorose. A volte mi sembra di non aver nemmeno più la terra sotto i piedi, e che questi si muovano per conto loro perché ormai non sono più in grado di fermarsi. Ma su questo punto d’incontro tra insoddisfazione e appagamento, in questa ferita che taglia l’integrità della mia coscienza, io mi trovo bene. E credo che non sia sbagliato»
Enid lo guardò con ancora più ammirazione di prima, e con comprensione. Stringendogli di più la mano gli disse: «Credo lo stesso anch’io».
«Grazie. Ora di’ tu a me, per quanto grande sia la sofferenza che porti con te, e la paura di non arrivare mai, non senti nulla di bello nella ricerca che stai facendo?»
«Sì, qualcosa sì. Ma il mio bisogno è diverso dal tuo, Vegtamr: qualunque sia il luogo in cui devi andare, è un luogo su questa terra, e anche se non lo trovassi mai, se non esistesse, sai che camminando sulla terra sei sul sentiero che ti ci porterà. E io? Percorro la terra con te perché è l’unico luogo che possa raggiungere, ma quello che cerco non è sulla terra. E neanche lo è mai stato. Cerco il passato, ma solo per come lo immagino; cerco sensazioni che mi sono state suggerite da cose che non sono le stesse che le hanno originate: le sensazioni delle storie, che conosco nel modo in cui le conosco perché le storie me le hanno raccontate determinate persone in determinate circostanze, e persino se dovessi vedere le battaglie e le magie compiersi davanti ai miei occhi, so che sarebbero diverse da come le ho sempre immaginate. Proprio come è stato per il castello di Peredur. Ahimè! Solo ora realizzo…» e si interruppe, e un groppo alla gola le impedì di dire quello che veniva dopo.
«Che cosa realizzi?» le chiese lui, con pazienza, dopo un po’.
Ansimò e terminò la frase «Solo ora realizzo che quella che cerco è un’immagine della mia anima al di fuori di me».
Vegtamr le sorrise: «Adesso però riesci a vedere meglio chi sei veramente. Comprendersi non è facile, ma è necessario. C’è una parola, nella tua lingua, per dire quello che provi. Non te l’ho mai sentita pronunciare, però».
«È una parola che non dico mai, anche se è sempre nei miei pensieri, poiché quella parola è come se fosse il mio vero nome. Quella parola è hiraeth. La nostalgia dei luoghi e dei tempi dell’anima».
«Quei luoghi e quei tempi non li troverai, probabilmente. Ma hai detto di voler trovare ciò che gli eroi hanno lasciato. Quello credo sia possibile»
«Non so dove cercarli, però»
«Nemmeno io. Dove andremo allora?»
«Dimmi tu dove vuoi andare. Ti accompagnerò per un po’, come tu hai fatto con me»

Enid e Vegtamr ripresero il cammino il giorno dopo. Si fermarono presso un villaggio di pastori dove si procurarono delle provviste, pagandole col lavoro di alcuni giorni, e dopo una settimana raggiunsero le Montagne Nere, che ricordarono a Enid il villaggio che aveva lasciato. Vegtamr volle fermarsi lì, poiché quel luogo gli piaceva, e per qualche tempo visse insieme a Enid. Fu un periodo sereno.
I pastori chiedevano loro notizie sul mondo esterno e sulla loro storia, e sia lei che lui ne avvinsero le menti con le descrizioni dei luoghi che avevano visto. Vegtamr possedeva molta più conoscenza delle terre e dei popoli, tutti diversi, che aveva conosciuto, e stupiva con i miti e le leggende del paese da cui era venuto, al di là del mare; Enid, pur avendo viaggiato di meno, conosceva molte più storie legate alla stessa terra di quella gente, e le raccontava con arte. Vegtamr un giorno le disse «Racconti come se stessi cercando la tua anima alla fine della storia», e lei si rese conto che, mentre raccontava, era come se stesse affrontando le stesse prove delle persone di cui parlava. La sua cerca stava procedendo.
Un giorno, sentendo il richiamo della via, il viaggiatore volle ripartire, ed Enid lo seguì. Si fermarono lungo il corso di un lago, presso una piccola comunità di pescatori, e anche qui Vegtamr volle fermarsi, ed Enid rimase ancora con lui. In più di un’occasione i due litigarono, come sempre accade quando ci si trovi a passare molto tempo insieme; ma non si separarono mai, poiché il percorso e le esperienze che li legavano erano ormai troppo grandi. I pescatori chiesero loro chi fossero e che viaggio avessero fatto, e anche qui i due compagni stupirono ed emozionarono con le loro storie. Enid sentiva che il fatto stesso di poter raccontare quelle storie a così tante persone era parte di quello che le era stato lasciato, ma sentiva anche che la sua nostalgia non diminuiva, e anzi, diveniva più grave ogni volta che rievocava quelle immagini. E iniziava a mancarle anche il villaggio in cui era cresciuta.
Quando Vegtamr fu stanco di rimanere là, propose a Enid di raggiungere il mare, e lei fu d’accordo.
Si stabilirono lungo la costa nord-occidentale, la esplorarono a lungo, e trovarono una cittadina portuale dove si stabilirono nel tempo che seguì.
Enid amava il mare, ma poche volte l’aveva ammirato con i suoi occhi. Quel tratto di costa sconosciuto, nella sua mente, era il luogo dal quale erano venuti gli dèi e i conquistatori, mentre i gorghi davanti a lei erano tane di mostri marini. Il mare era fatto di storie, attirava la sua nostalgia e l’acuiva, come ormai ogni cosa.
In quella cittadina lei e Vegtamr trovarono un ambiente meno caloroso e compatto di quelli precedenti, ma ebbero occasione di raccontare qualcosa nelle locande o nelle piazze. Presso gli anziani del luogo, al contempo, ebbero occasione di scoprire altri racconti, che non conosceva nemmeno lei. Ed ebbe prova ulteriore di quanto fosse bello per lei raccontare agli altri, a chi non le conosceva, le storie che erano la sua vita.
Un giorno, mentre cenava con Vegtamr, gli disse di aver fatto una scoperta importante.
«Quale sarebbe?» le chiese.
«Ho scoperto che cosa hanno lasciato gli eroi»
«Che cosa hanno lasciato?»
«Le storie stesse. Hanno lasciato materia su cui cantare; hanno lasciato un focolare intorno al quale le persone possono riunirsi e scoprire o riscoprire sé stesse; hanno lasciato immagini nella nostra mente dalle quali possiamo trarre altre storie ancora»
«È vero. E riunendosi per ascoltarle sentiamo di essere profondamente simili, di possedere spiriti che si emozionano e turbano per le stesse cose. Ma come faremmo a trarre nuove storie ancora?»
«L’ho imparato scoprendo le storie degli altri, e in primo luogo quelle della tua terra: anche se con altri nomi e in altri luoghi, ci sono dèi, eroi e mostri comuni tra le mie e le tue. Molti di loro fanno le stesse cose, e altri ancora, nella stessa situazione, prendono una decisione diversa. Se dessi voce alle sensazioni che ho nel mio cuore, potrei raccontare le storie nel modo in cui le sento io, diverse da come sono state raccontate la prima volta; e potrei condividere la mia nostalgia.
«Non è vero, in ogni caso, che tutti si emozionano e turbano per le stesse cose. A molti piace udir parlare del corteo del dio cacciatore attraverso il cielo, ma molti altri non ci credono e sono disinteressati a ciò che non potrebbe accadere davvero. Le imprese degli eroi vengono trovate da alcuni eccessive, e sciocche da quanti ritengono l’onore e la vita degli altri meno importanti della propria soddisfazione. Il mondo sta cambiando, e il tempo per gli eroi è sempre di meno»
«Pensavi questo anche quando ci siamo incontrati la prima volta»
«È vero. Ma adesso ho visto molte più cose e conosciuto più persone. In alcuni rimane un’indole pronta a ispirarsi per queste storie, e a provarne nostalgia. Se non rimarremo soli, ma riusciremo a trovarci e a condividere le nostre storie, dureremo ancora quando saranno trascorsi altri secoli e quel tempo sarà più lontano. E porteremo le storie con noi.
«Se poi, per un cambiamento del mondo e del suo corso, fossero i più, anziché i meno, ad avere quell’indole, potremmo addirittura avviare un nuovo tempo degli eroi, con nuove magie, nuove imprese, e altre storie ancora»
«Sono felice che tu abbia trovato quello che cercavi. E di essere stato parte di questa storia. Ma stai bene, adesso? Non ti pesa più la tua nostalgia?»
Enid abbassò lo sguardo «No. Avevi ragione: io sono quella nostalgia. Io sono il mio hiraeth. E non potrei mai vivere senza; posso però condividerlo, e in quel modo, rendere partecipi anche le persone che sono insieme a me, così che da dolore solo mio esso diventi un legame per tanti altri. Se loro avessero il desiderio che ho io, anche senza realizzarlo potrebbero trasformarlo in qualcosa di bello».
«Da dove comincerai allora?»
«Tornerò al mio villaggio. Nonostante quanto ti dissi all’inizio, ho scoperto che mi manca. Sulla strada del ritorno mi fermerò dove ne avrò la possibilità, e racconterò a quelli che troverò. Verrai con me?»
«Vorrei» Vegtamr sospirò «ma ho preso una nuova risoluzione anch’io. Aspettavo di potertene parlare. Secondo alcune storie, all’estremo ovest di questa regione, oltre la costa, c’è un sentiero. Un sentiero che passa in mezzo ai flutti e conduce in un altro posto, dove nessuno è mai stato. Non so se sia vero, ma ci ho riflettuto per giorni, e dopo aver visto così tanti paesi ed essermene sempre andato, voglio provare a raggiungere questo mondo inesplorato. Chissà che non abbia più fortuna degli altri».
«Ho udito anch’io queste storie. Ma coloro che le raccontavano ne parlavano senza convinzione, come di una diceria in cui non crede più nessuno. Potresti non tornare mai più» disse lei, accigliandosi.
«Lo so. Ma ormai il bisogno di andarci è troppo forte. La mia nostalgia al contrario, la mia fernweh, è già rivolta a questo luogo. Vorrei che ci salutassimo come si deve, prima che parta»
«Ti accompagnerò fino all’estrema sponda occidentale, e ci saluteremo lì. Poi tornerò indietro, e racconterò tutte le storie come ho in mente di fare. E insieme ad esse, ne racconterò un’altra. La storia di un viandante che misurava la sua vita in leghe e la sua saggezza coi nomi delle regioni, che aveva su di sé affanni molto pesanti e ciononostante si assunse il peso di quelli di un’altra persona, e quando questi non gli bastarono più, partì per l’assoluto alla ricerca di una vita e di una saggezza più grandi. Pensi che piacerà?»
Vegtamr sorrise «Solo se la racconterai tu».

Lasciarono la città due giorni dopo. Camminarono fino alla punta più occidentale di quella terra, e vi rimasero insieme per ancora un giorno. Poi Vegtamr si mise alla ricerca del sentiero, ma non lo trovò né quel giorno né il seguente. Enid era sempre più convinta che non esistesse, e benché fosse in parte afflitta, poiché aveva compreso quanto lui ci tenesse e poiché pensava che sarebbe stata una storia meravigliosa da raccontare, per rendere onore alla persona che era stata la più importante della sua vita fino a quel punto, e far sì che fosse ricordata per sempre, si rese conto di esserne in parte felice, poiché il pensiero di separarsi da lui le metteva addosso una tristezza indicibile.
Il terzo giorno, Vegtamr gridò di gioia: l’aveva trovato. Una lunga fila di gradini scendeva fin sotto il livello del mare, e proseguiva in un lungo percorso; ancora più incredibile era che i gradini e il sentiero fossero all’asciutto, mentre il mare, a destra e a sinistra, scorresse su sé stesso formando delle pareti che divenivano via via più alte, man mano che il fondale si abbassava. Nessuno dei due compagni aveva mai visto nulla del genere, e il desiderio di andare attraverso quel sentiero raggiunse il cuore di Enid. Si avvicinò a Vegtamr. Lui, che aveva perso la percezione di ogni cosa che non fosse il prodigio davanti a lui, la guardò e annunciò, felice:
«A quanto pare, anche questa storia era vera. Forse la strada non esiste per coloro che non ci credono, ma si è aperta per me».
«Voglio venire con te» sussurrò Enid «anche al prezzo di lasciar stare tutto. Fammi restare con te, perché il fardello che ho davanti mi sembra troppo pesante, adesso che so che tu non lo reggerai insieme a me».
«Sono certo che sia così pesante. E non ti impedirei di venire con me. Ancora una volta non voglio forzare il tuo giudizio. Ma ricorda che hai formulato una decisione, l’altro giorno. Devi compiere la tua impresa perché ce n’è bisogno, e raccontare, raccontare tutto, tutto, ogni cosa, a tutti coloro che incontrerai. Raccontare anche di me, se pensi ancora sia un bel racconto. E nelle storie che racconterai, io, come tutte le persone che hai conosciuto, come gli eroi alla cui ricerca ci siamo messi in viaggio insieme tanto tempo fa, sarò sempre vicino a te».
Davanti a quella prova, per la prima volta da quando era partita, Enid pianse. E anche Vegtamr pianse, per quanto lo celasse. Il mare rumoreggiava davanti a loro.
Fu allora che Enid realizzò che da quel momento in poi avrebbe provato un nuovo genere di nostalgia, cui non era preparata: la nostalgia per una persona che amava. E si domandava, disperatamente, cosa potesse fare contro questa nuova sofferenza. Forse sarebbe stato davvero meglio non lasciarlo andare. Ma la sua ricerca? A cosa sarebbe servito tutto quello che aveva fatto fino a quel momento?
Allora Vegtamr le tese il bastone con cui aveva sempre viaggiato, e le disse: «Questo bastone è stato sempre con me, fin dal primo viaggio. Ci tengo molto. Ma per questa volta posso anche farne a meno. Tienilo tu, ora che hai davanti a te un viaggio ancora più importante. Ti sosterrà come ha sostenuto me, e come io ho sostenuto te. E guardandolo saprai che quello che abbiamo fatto è avvenuto davvero».
Enid lo prese, il suo volto era completamente arrossato dal pianto. Si tolse il nastro dai capelli, il nastro con cui li legava, e lo tese a Vegtamr dicendo «Questo nastro me lo diede mia nonna, colei che mi raccontava le storie, quand’ero molto piccola. È un ricordo, l’oggetto più caro che possieda. Portalo con te come io porterò il tuo bastone, perché ricordi anche a te il nostro viaggio e per non dimenticare neanche tu che è avvenuto davvero».

Vegtamr ringraziò con un cenno, quindi legò il nastro intorno ai propri capelli.
Infine, senza mai mollare il bastone, Enid lo abbracciò, e lo ringraziò per tutto quello che aveva fatto per lei. E Vegtamr l’abbracciò a sua volta, e la ringraziò per tutto quello che aveva fatto lei per lui. Così lei si fece indietro e rimase a guardare, e il viandante da nessun luogo, rivoltosi all’orizzonte, entrò nel sentiero attraverso il mare e si incamminò verso l’ignoto.
Enid restò a guardare finché non fu più possibile distinguere la sua figura, dopodiché si piegò sulle ginocchia e pianse ancora, per l’ultima volta. Quindi, puntando il bastone per terra, si risollevò e guardò verso l’entroterra: la vita che vedeva davanti a sé, cui così difficilmente era riuscita a trovare un senso, le sembrava adesso ancora più vuota e più triste. Lei stessa era molto più triste di prima; ma anche più saggia. Avrebbe fatto quello che aveva deciso di fare, perché voleva farlo e perché era quanto Vegtamr desiderava che facesse. Così, con la vista che tornava chiara attraverso le lacrime, una parte del viandante che l’aveva aiutata stretta nella sua mano, e una parte di lei lontana insieme a quel viandante, la donna della Brughiera che aveva l’hiraeth nel cuore si rivolse al mondo e si mise in marcia, per raccontare a tutti quanti le sue storie.

2 risposte a "Hiraeth"

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