Anime di mostri: La caccia selvaggia vive ancora

Bentornato per l’ultima notte di questa cavalcata.

Due settimane sono trascorse raccontando antiche leggende e miti poco conosciuti di dèi e anime umane a cavallo nel cielo o sulla terra, per condurre i morti nel mondo oltre la morte, o per scontare le colpe accumulate in vita. E, almeno per chi ha fatto questo viaggio in sella ai cavalli volanti, è stato un viaggio straordinario.
Parlare di queste storie e di queste immagini ataviche ci ha portati ad andare indietro nel tempo, dall’antichità agli albori del Cristianesimo fino alla fine del Medioevo. Oggi, pertanto, torneremo al presente, riunendoci ai cavalieri fantasma che corrono ancora su di noi dopo aver fatto la conoscenza di quelli, più antichi, che hanno terrorizzato l’Europa -e non solo- tra l’inizio dell’età moderna e il revival dei miti oscuri nell’Ottocento.

“E non dimentichiamo il terrore che viene dall’altro mondo, la Caccia selvaggia che infesta i cieli
nelle notti di luna piena.” Di che cosa si tratti lo vedremo alla fine.

Nel Liber de situ Iapygiae del 1553, Antonio de Ferrariis detto il Galateo descrive, da un punto di vista geografico e culturale, la regione pugliese della Japigia, considerata un luogo remoto e oscuro, e passa in rassegna episodi misteriosi e leggendari ad essa associati indicandone spiegazioni e cause: riporta, tra questi, le visioni, frequenti soprattutto presso gli antichi, di uomini che avanzavano a cavallo o a piedi attraverso il cielo, sovente equipaggiati come un esercito, a suo parere dovuti alle proiezioni di oggetti lontani. Riferisce poi, anche, di un caso in cui fu vista, dal tratto di costa tra Otranto e il monte Gargano, una flotta proveniente da Oriente che mise tutti in agitazione finché non fu scoperto che si trattava di un miraggio. L’autore precisa che questi fenomeni non erano circoscritti al volgo ignorante, ma anche alla gente istruita; vive comunque in un’epoca in cui, a queste storie, si crede di meno.
François Rabelais, l’autore dei romanzi di Gargantua e Pantagruele, descrive, nei capitoli LV e LVI del quarto romanzo, un fenomeno sinistro che capita ai suoi personaggi durante un viaggio: nonostante siano soli, Pantagruele e i suoi compagni si accorgono di sentir parlare alcune voci, sia maschili che femminili, di adulti, bambini e persino cavalli, inizialmente indistinte ma sempre più chiare man mano che loro sforzano la propria attenzione. Da un nocchiero della zona, i personaggi apprendono che in quel luogo, l’inverno precedente, è stata combattuta una cruenta battaglia tra Arismapi, popolo di monocoli scozzesi, e Nefelibati, che hanno la capacità di camminare sulle nuvole; durante la battaglia, a causa del freddo, le parole e i rumori della guerra sono stati congelati, ma in estate si sciolgono e vengono udite ancora: prestando più attenzione, Pantagruele e gli altri notano che quelli sono rumori guerreschi. Oltre all’immagine di un popolo che si muove nel cielo e a questa proiezione spettrale della guerra, la storia ci interessa perché si richiama alle antiche narrazioni degli storici che raccontano di episodi non troppo diversi da questo nei vecchi campi di battaglia.

Torquato Tasso, poeta e narratore straordinario, grande teorico della narrativa fantastica e genio consumato dalla propria arte, inserisce la vicenda storica delle Crociate in un mondo dominato da forze sovrannaturali in una lotta simmetrica a quella tra l’esercito cristiano e quello musulmano, quella tra angeli e demoni. Nel XIII canto della Gerusalemme Liberata, il mago musulmano Ismeno, per impedire ai cristiani di attingere legna dalla foresta di Saron, utilizza la sua magia per invocare le potenze infernali. Queste, restìe in un primo momento, si riversano sulla terra quando Ismeno le minaccia di proferire il nome di Dio.

Qui s’adunan le streghe, ed il suo vago
con ciascuna di lor notturno viene;
vien sovra i nembi, e chi d’un fero drago,
e chi forma d’un irco informe tiene:
concilio infame, che fallace imago
suol allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l’empie nozze.
Cosí credeasi, ed abitante alcuno
dal fero bosco mai ramo non svelse;
ma i Franchi il violàr, perch’ei sol uno
somministrava lor machine eccelse.
Or qui se ’n venne il mago, e l’opportuno
alto silenzio de la notte scelse,
de la notte che prossima successe,
e suo cerchio formovvi e i segni impresse.
E scinto e nudo un piè nel cerchio accolto,
mormorò potentissime parole.
Girò tre volte a l’oriente il volto,
tre volte a i regni ove dechina il sole,
e tre scosse la verga ond’uom sepolto
trar de la tomba e dargli il moto sòle,
e tre co ’l piede scalzo il suol percosse;
poi con terribil grido il parlar mosse:
“Udite, udite, o voi che da le stelle
precipitàr giú i folgori tonanti:
sí voi che le tempeste e le procelle
movete, abitator de l’aria erranti,
come voi che a le inique anime felle
ministri sète de li eterni pianti;
cittadini d’Averno, or qui v’invoco,
e te, signor de’ regni empi del foco.
Prendete in guardia questa selva, e queste
piante che numerate a voi consegno.
Come il corpo è de l’alma albergo e veste,
cosí d’alcun di voi sia ciascun legno,
onde il Franco ne fugga o almen s’arreste
ne’ primi colpi, e tema il vostro sdegno.”
Disse, e quelle ch’aggiunse orribil note,
lingua, s’empia non è, ridir non pote.
A quel parlar le faci, onde s’adorna
il seren de la notte, egli scolora;
e la luna si turba e le sue corna
di nube avolge, e non appar piú fora.
Irato i gridi a raddoppiar ei torna:
“Spirti invocati, or non venite ancora?
onde tanto indugiar? forse attendete
voci ancor piú potenti o piú secrete?
Per lungo disusar già non si scorda
de l’arti crude il píú efficace aiuto;
e so con lingua anch’io di sangue lorda
quel nome proferir grande e temuto,
a cui né Dite mai ritrosa o sorda
né trascurato in ubidir fu Pluto.
Che sí?… che sí?…” Volea piú dir, ma intanto
conobbe ch’esseguito era lo ’ncanto.
Venieno innumerabili, infiniti
spirti, parte che ’n aria alberga ed erra,
parte di quei che son dal fondo usciti
caliginoso e tetro de la terra;
lenti e del gran divieto anco smarriti,
ch’impedí loro il trattar l’arme in guerra,
ma già venirne qui lor non si toglie
e ne’ tronchi albergare e tra le foglie.

(Gerusalemme Liberata, canto XIII, v. 28-93)
Questo episodio permette anche di osservare la ricchezza immaginativa di Tasso e le numerose apparizioni che descrive: un luogo di raduno per le streghe, che vi si recano a dorso di drago, il cerchio tracciato da Ismeno, simbolo che si dice protegga l’invocatore dalle entità che invoca, i movimenti compiuti tre volte secondo i termini dell’epica, i demoni contestualizzati dalla loro caduta dal cielo, definiti sia abitatori dell’aria (secondo un concetto che si trova già nelle credenze antiche), che cittadini dell’Averno -cui risponde l’arrivo di alcuni in discesa dal cielo e di altri in ascesa dal sottosuolo. La possibilità per un incantatore di evocare una caccia selvaggia l’abbiamo già vista nella Chanson de Guillaume e nell’Edda di Snorri.

Il già straordinario prestigio letterario di queste immagini sarà arricchito ancora di più dal nome di Shakespeare. Nella sua commedia The Merry Wives of Windsor (Le allegre comari di Windsor), databile tra il 1599 e il 1601, il Bardo cita, per la prima volta in letteratura, il cacciatore furioso inglese, Herne il Cacciatore, che condivide i nomi con Hel, Arlik, Harlequinus/Hellequin e tutti quelli già visti, e si dice che infesti la foresta di Windsor comparendo a mezzanotte durante l’inverno, girando intorno a una quercia, agitando gli alberi, rapendo il bestiame e agitando una catena che genera un suono terrificante per chiunque abbia la sventura di udirla. La quercia, e soprattutto il fatto che sia dotato di grandi corna ramificate, richiamano alla mente ancora una volta il mondo celtico, dove la quercia è simbolo di antichità e magia, mentre le corna sono attributo di molti dèi, primo tra essi, se non altro per la sua fama che recentemente è cresciuta grazie al revival del paganesimo e della musica che ad esso si richiama, Cernunnos, dio della fertilità e della natura, vagamente simile a certe accezioni del Pan greco, a volte benevole, altre crudele. Uno spirito cornuto a capo della caccia è una suggestione dello sciamanesimo generalmente associata al nucleo dei suoi miti originari: il cervo è uno degli animali maggiormente associati alla caccia, tanto che Cernunnos viene spesso chiamato “Signore della Caccia”.

“Herne” raffigurato da William Harrison Ainsworth (1843 circa)

Sometime a keeper here in Windsor Forest,
Doth all the winter-time, at still midnight,
Walk round about an oak, with great ragg’d horns;
And there he blasts the tree, and takes the cattle,
And makes milch-kine yield blood, and shakes a chain
In a most hideous and dreadful manner.
You have heard of such a spirit, and well you know
The superstitious idle-headed eld
Receiv’d, and did deliver to our age,                                                                                     This tale of Herne the Hunter for a truth.

Il Romanticismo tedesco è il terreno letterario più fertile per la maggior parte degli interessi convogliati in questo sito, e purtroppo la sua minore affinità con la cultura italiana tradizionale pesa molto sulla sua conoscenza e il suo studio presso di noi; se così non fosse, potrei inserire qui molto materiale.
Questa è una delle osservazioni che Giovanni Berchet, nella sua “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo”, del 1816, accompagna alle traduzioni di due ballate del poeta tedesco Bürger, “Der Wilde Jäger” e “Lenore”. Il testo originale, per chi conosca il tedesco o sia semplicemente curioso, si può leggere qui:  http://www.literaturwelt.com/werke/buerger/wildejaeger.html
Da segnalare, poi, è la traduzione di Sir Walter Scott, “The Wild Huntsman”, eseguita secondo il metro e il ritmo della ballata inglese: http://www.bartleby.com/270/8/236.html

Il protagonista della ballata è il conte di Rheingrafenstein, che ha allestito una battuta di caccia con cavalieri, servitori e una muta di cani feroci. Insieme a lui, due accompagnatori insoliti:

“Ed ecco a destra, ecco a sinistra uscire un cavaliero di qui, un cavaliero di là. Il corridore del cavaliero a destra era nitido come argento; del color del fuoco era quello che portava il cavaliero a sinistra.

Chi era mai il cavaliero a destra, chi mai il cavaliero a sinistra? Ben me lo presagisce il cuore, ma chi sieno non so.

Il cavaliero a destra comparve in candido vestimento e con un volto soave come la primavera. Il cavaliero a sinistra, orrendo e vestito d’un fosco giallo, vibrava folgori dall’occhio come la tempesta.”

Il conte sprona i due compagni alla “nobile caccia”, asserendo che:

“Né qui in terra, né su in cielo vi ha spasso più caro di questo.”

La marcia dà modo di apprendere quale sia il ruolo dei due cavalieri: quello a destra, di colore argenteo, si prodiga in consigli virtuosi e miti, tentando di placare l’animo iracondo e sanguinario del conte, mentre quello a sinistra, del colore del fuoco, è un cattivo consigliere, che propone ciò che più compiace il conte e ne incita le reazioni; inutile dire che il conte non seguirà i consigli del cavaliere d’argento nemmeno una volta.
Improvvisamente, nel campo, i cacciatori scorgono un “bianco cervo con corna di sedici palchi”. Il cavaliere d’argento tenta di evitare che il conte attacchi l’animale (il cervo bianco, che abbiamo già incontrato a proposito di re Artù e della sua assunzione nella caccia selvaggia, nelle credenze celtiche ha una valenza magica e preannuncia un evento sovrannaturale.
Il conte insegue con furia il cervo bianco lasciando dietro di sé, incurante, i suoi seguaci troppo stanchi per tenere il passo. Quando il cervo si nasconde in un campo di spighe, si fa avanti un povero contadino che implora la misericordia del conte, per i suoi campi. Misericordia che non esiste.
Il contadino viene ucciso e i campi devastati dal passaggio del conte e dei suoi compagni

“— Via di qua, miserabile! — grida sbuffando terribile il conte al povero aratore — o ch’io, per Satanasso! su te, su te dirizzo la caccia. Olà, compagni! addosso addosso! dàlli dàlli! In segno che ho giurato il vero, fategli fischiar le fruste sugli orecchi. —

Detto fatto, il conte si scagliò furibondo al disopra la siepe; e dietro a lui un bisbiglio, un rimbombo, e tutto quanto il traino con cani e cavalli e pedoni. E cani e pedoni e cavalli pestavano i fusti del grano, sicché la campagna tutta era un polverio.”

La stessa sorte tocca, nel campo successivo in cui si nasconde il cervo, a un mandriano:

“Il mandriano, pieno d’angoscia pel suo armento, si butta a’ piedi del conte.

— Pietà, signore, pietà! Fate di lasciare in pace queste mie povere bestie mansuete. Ponete mente, signor mio, che qui pascolano le vacche di tante povere vedove, che non hanno altra sostanza. Abbiate pietà de’ poveri. Misericordia, signor mio, misericordia! —

Il cavaliero a destra galoppa innanzi, e con dolcezza e bontà ammonisce il conte. Ma il cavaliero a sinistra lo infervora, lo instiga all’oltraggio maligno. Il conte schernisce le ammonizioni del cavaliero a destra e si lascia traviare dal cavaliero a sinistra.

— Ribaldo, temerario, che a me contrasti! Ah perché non sei tu incarnato tu stesso nella migliore delle tue vacche, e in lei non è incarnata altresì ognuna di quelle sgualdrine? Che gioia sarebbe allora pel cuor mio lo incalzarvi tutti insieme a dirittura fino all’altro mondo!

Olà, compagni! addosso addosso, dàlli dàlli! To to, qui qui, ciuee ciuee ciuee! —

E ciascuno de’ cani s’avventò aizzato sul primo oggetto che gli si parò innanzi. Insanguinato cadde a terra il mandriano, insanguinate caddero l’una dopo l’altra le vacche.”

Infine, il cervo si rifugia nella cappella dell’eremita. In questo caso è un uomo spirituale a farsi avanti e a pararsi davanti al conte per fermarlo: egli gli intima di lasciarsi ammonire, o la sua empietà lo trarrà in perdizione. E questa è l’arrogante risposta del conte:

“— Che empietà, che perdizione parli tu mai? Forse — grida egli, — forse che la mi spaventa gran fatto? Questa mia caccia, dovessi io anche vederla spinta fino al terzo cielo, che rileva, che monta a me? Sì, per Dio! vo’ proseguirla, voglio sbramarmi. E sia pure a dispetto di te, o scimunito, e a dispetto di Dio. —”

Improvvisamente, ciò che ha scatenato con le sue parole, si compie: spariscono l’eremita e la cappella, come anche tutti i suoi accompagnatori. Il conte si ritrova da solo, e avvolto in un silenzio di morte: nemmeno la sua cornetta emette suono, quando vi soffia dentro. Al silenzio si aggiunge il buio, e poi una voce di tuono:

E subito intorno a lui un buio, e più e più sempre un buio, come di sepolcro; ed un mugghiare, come di marina lontana. Su alto per l’aria, al di sopra del suo capo, una voce di tuono grida tremenda con furor di burrasca questa sentenza:

“— O tiranno, o indole d’inferno, che insolentisci contro Dio, contro gli uomini, contro ogni cosa! Il singulto, il gemito della creatura e la tua iniquità ti hanno citato a gran voce innanzi al tribunale, là su dove arde la fiaccola della vendetta.

Fuggi, empio, fuggi. E sia tu da qui innanzi per tutta l’eternità perseguitato tu stesso in caccia dall’inferno e dal demonio. E sia spavento, questo, de’ principi d’ogni secolo che, a saziare le loro voglie scellerate, non perdonano né a Creatore né a creatura. —”

Ha così luogo la metamorfosi infernale:

“A queste parole un bagliore giallo come zolfo guizza intorno alle frondi della foresta. Via via per l’ossa e per le midolle discorre al conte l’angoscia. Una vampa gli opprime il respiro. Stordisce e non ode più nulla. Innanzi, tutto gli soffia sul viso gelo e terrore; e alla nuca lo insiegue il fischio della bufera.

Cresce il soffio del terrore, cresce il fischio della bufera; e su dalla terra, oh spavento! ecco un pugno negro emergere, giganteggiare. Apresi, stringe gli artigli; ahi! ahi! già lo abbranca pel ciuffo; ahi! ahi! travolta in un attimo la faccia del conte, sovrasta alle spalle di lui.

Intorno intorno a lui un corruscar di faville e di fiamme verdi, brune e sanguigne. Un mar di fuoco presso presso gli ondeggia d’ogni lato; e dentro vi brulica la ciurma infernale. In un subito mille veltri infernali prorompono aizzati a fracasso su dalla voragine.”

Da quel momento, il conte è destinato alla sua terrificante punizione eterna: correre a rotta di collo tra i boschi e le campagne, di giorno a terra e nelle grotte, di notte nel cielo, urlando contro la propria sorte “Ahi, me misero! Misero!”, sempre inseguito dai latrati e dai rumori dell’inferno, dai mostri che lo accompagnano senza lasciarlo mai (suggestione dell’Apocalisse?), tenendo la testa sempre rivolta alle spalle, costretto a vederli, ed incitato dallo spirito del cavaliere malvagio. La ballata si conclude così:

“Tale è la caccia della ciurma feroce; e dura e durerà fino al dì del giudizio. Spesso nella notte ella passa innanzi al vagabondo a spaventarlo e inorridirlo. E testimonianza ne potrebbe far tuttavia la lingua d’assai cacciatori, se per altre ragioni non convenisse a loro il silenzio.”

Edgar Allan Poe, alla cui arte ho reso tributo ricordandolo nel post sulle danze macabre nel Romanticismo, descrive una situazione decisamente affine a quella dei miti che abbiamo visto nel suo primo racconto dato alle stampe (nel 1832), forse meno noto rispetto ai suoi capolavori più celebri, ma non inferiore per la suggestione che offre, intitolato “Metzengerstein” (il titolo originale è “Metzengerstein: A Tale in Imitation of the German).

Illustrazione di Byam Shaw per Metzengerstein, 1909.

Il giovane Frederick, viziato e crudele rampollo della famiglia Metzengerstein, in secolare competizione con la famiglia Berlifitzing, una volta ereditata la fortuna di famiglia e dopo aver dato dimostrazioni della propria crudeltà, culminati nell’incendio della stalla della famiglia rivale, che ha provocato la morte dell’anziano capofamiglia William, scopre, la stessa notte dell’incendio, in una sala, un enorme arazzo con un cavallo di un colore fulvo mai visto, che a un certo punto sembra muovere gli occhi e guardarlo con espressione umana mentre lui lo osserva.
Poco dopo, viene chiamato dai suoi uomini per segnalargli l’improvvisa comparsa nel castello di un cavallo di cui nessuno riconosce l’appartenenza, il cui manto è dello stesso colore di quello del quadro e che sulla fronte porta le iniziali WMB, da tutti ritenute quelle di William von Berlifitzing, morto nell’incendio.
Il cavallo manifesta un’attitudine inquietante, infernale, non può essere domato da nessuno è aggredisce i servitori, ma Metzengerstein, forse per affinità d’animo, vi riesce. Il cavallo diviene la sua principale ossessione, egli si dedica alla bestia tutto il suo tempo e man mano che ciò accade accusa un malessere sempre più acuto. Infine, durante un altro episodio notturno, il castello di Metzengerstein prende fuoco a sua volta, e il cavallo carica verso le fiamme tirandosi dietro il barone, dandogli così la morte. L’atto finale è l’emanazione di un’enorme nuvola di fumo a forma di cavallo, segno che Berlifitzing ha trascinato il nemico all’inferno.
Il racconto è straordinariamente suggestivo anche per via dei modi in cui il significato della vicenda viene sì rivelato, ma solo attraverso dettagli e allusioni, sì che senza essa parrebbe soltanto il racconto di un prodigio e di strane apparizioni: esempi sono la frase in latino, citazione di Martin Lutero, che apre la storia: “Pestis eram vivus – moriens tua mors ero” (“Da vivo ero la tua piaga, morendo sarò la tua morte”), e i riferimenti alla dottrina della metempsicosi all’inizio del racconto, secondo la quale l’anima ha la possibilità di trasmigrare attraverso i corpi. E d’altra parte, le pratiche sciamaniche dei popoli più antichi sono molto legate, come si è visto, alla storia della caccia selvaggia.

Giosuè Carducci, nel riscoprire le leggende e il folklore d’Italia nella sua raccolta “Rime nuove”, ricorda una delle storie che hanno per protagonista Teodorico, guida della caccia presso il Bel Paese e soggetto di molte leggende medioevali, forse per via della sua confessione ariana piuttosto che cattolica, forse per le numerosi morti di cui si macchio in vecchiaia, quando era divenuto sospettoso verso tutti i suoi collaboratori e tentava di liberarsene, e magari anche in quanto Goto, quindi barbaro, che aveva regnato sull’Italia. Di certo, la maggior parte delle figure storiche su cui sono state narrate così tante storie, hanno conseguito questo successo anche per via di un fattore comune, la grandezza.

Bassorilievo con la leggenda di Teodorico, presso San Zeno.

Su ’l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l’aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.

Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d’Ildebrando
Su la donna si calò
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.

Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre;
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú;
Ed il bel verde paese
Che da lui conquiso fu.

Il gridar d’un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
— Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l’età nostra.
Egli ha i piè d’acciaro a smalto,
Ha le corna tutte d’òr. —
Fuor de l’acque diede un salto
Il vegliardo cacciator.

— I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo — egli chiedea:
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d’un tratto al re da canto
Un corsier nero nitrí.

Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l’apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no ’l vollero seguir.

In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale,
E lontan d’ogni sentiero
Ora scende e ora sale:
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò.
Il re scendere vorria,
Ma staccar non se ne può.

Il piú vecchio ed il piú fido
Lo seguía de’ suoi scudieri,
E mettea d’angoscia un grido
Per gl’incogniti sentieri:
— O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne’ tuoi be’ dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí.

Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta?
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? —
— Mala bestia è questa mia,
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand’io ritornerò. —

Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria:
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covria,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fe’;
E terribile scendeva
Dio su ’l capo al goto re.

Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s’immerge ne la notte,
Ei s’aderge in vèr’ le stelle.
Ecco, il dorso d’Apennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tósco mar.

Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l’ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò.

Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine;
Non è il sole, è un’ ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.

A Lovecraft, in un anno e mezzo di blog, ho accennato solo in un paio di occasioni. È un autore cui intendo concedere uno spazio esclusivo come fatto con Tolkien, ma in questo caso citerò soltanto quella parte della sua produzione che ci interessa.
I suoi modelli principali sono la cultura classica, le Mille e una Notte e la letteratura fantastica del suo tempo, ma possedeva evidentemente anche alcune nozioni di tradizioni nordeuropee. Rielaborazioni di quanto già possedeva, incubi personali e l’immaginario collettivo dell’uomo, sono forse le cause per cui posso includere i Magri Notturni in questa rassegna.
I Magri Notturni (Nightgaunts) sono demoni alati, pallidi, smilzi, e soprattutto sprovvisti di volto. Volano nottetempo sulla città (ci troviamo ormai nel XX secolo) e rapiscono gli esseri umani per condurli in un altro mondo: direi che la sostanza ci sia eccome.
Questo è quanto dice Lovecraft su di loro nell’omonima poesia della raccolta “Funghi di Yuggoth”:

Da quale cripta siano strisciati, non so dirlo,
Ma ogni notte io vedo quelle cose gommose,
Neri, cornuti, snelli, con ali membranose,
Loro vengono in legioni sulle raffiche del vento del nord
Con osceni artigli che pungono e solleticano,
Strappandomi via viaggi mostruosi
In mondi grigi nascosti profondamente nel pozzo degli incubi.
Oltre i picchi dentellati di Thok mi trascinano,
Insensibili alle urla e alle suppliche che tento di fare,
E giù nelle caverne sotterranee a quell’osceno lago
Dove gli shoggot sguazzano nel loro sonno dubbioso.
Ma ah! Se solo emettessero un suono,O se solo vi fosse una faccia dove dovrebbe esserci!

I Magri derivano da alcuni incubi avuti da Lovecraft nella sua tormentata infanzia, ma si integrano nel suo universo narrativo, dove, come traspare da alcuni racconti, conducono le loro vittime in altri mondi dove vivono altre creature. Nella fattispecie, sono legati al dio Nodens, un dio marino tratto dal pantheon celtico, che il mitopoieta americano evidentemente conosce; è molto interessante il fatto che il Nodens celtico sia legato, oltre che al mare, alla caccia e alle mute dei cani.
Vivono nella Terra dei Sogni, dove fanno la guardia al monte di Ngranek, sotto il quale si trovano i Ghoul, mostri che nel folklore arabo cui appartengono sono non morti o demoni che si nutrono di cadaveri, e che in Lovecraft mantengono solo le abitudini antropofaghe e l’aspetto bestiale, ma non lo stesso legame con il mondo dei morti -per quanto la vita e la morte, nella poetica del nostro, siano meno nettamente definite che nella nostra percezione. Proprio ai Ghoul i Magri Notturni portano talora vittime sottratte al mondo umano.

Non è difficile comprendere che il punto di arrivo della caccia selvaggia nella narrativa contemporanea sia nelle forme che assume nei racconti o romanzi che continuano il genere dei poemi e delle saghe in cui l’abbiamo trovata per prima, quelli che si suole raggruppare col nome di fantastici.
Proprio grazie a Tolkien (e Boccaccio, di cui ho parlato nel post precedente) ho colto l’esistenza di questo tòpos e della sua antichità e ricorrenza, alcuni anni fa, ed è dall’interesse natomi allora che questi post hanno avuto inizio. Il caso che ho notato più recentemente è quello, ne Lo Hobbit (1937), durante l’attraversamento di Bilbo e dei Nani della foresta di Boscoatro (Mirkwood), della comparsa di un cervo bianco, che come già ricordato sopra presagisce, nel folklore celtico, un episodio o un incontro sovrannaturale.

Racconti sulla caccia – Pascal Young

Poco dopo, il gruppo è tratto in inganno dagli Elfi, che compaiono nelle radure con fuoco e cibarie davanti alla compagnia affamata e scompaiono appena questa prova ad avvicinarsi.
Nel Silmarillion (pubblicato postumo nel 1977, ma le cui storie sono state realizzate in plurime versioni a partire dal 1917), si è già ricordato in più post della Guerra dell’Ira alla fine della Prima Era e dell’attacco delle Potenze d’Occidente alla fortezza di Morgoth, con un poderoso esercito di Ainur, Valar ed Elfi, che immaginiamo muoversi nel cielo da Aman alla Terra di Mezzo passando sul mare. La battaglia ricorda fortemente il Ragnarök, proprio in vista del quale Odino guida gli Einherjar nel mito antico. Il richiamo più forte, comunque, lo vedo nel romanzo dell’Anello.

In quanto cavalieri non morti (anche se non nel senso comune) i nove Ringwraiths, Spettri dell’Anello, Nazgul in Lingua nera, che dominano nella prima parte de Il Signore degli Anelli e si ripresentano gettando la loro ombra nei capitolo successivi fino a prendere parte alla guerra ne Il ritorno del re, potrebbero essere ascritti a questa rassegna.

“I Nazgul” di Ted Nasmith.

I Nazgul sono antichi re degli Uomini che ricevettero nove anelli del potere da Sauron, l’oscuro signore, attratti dalla menzogna con la quale egli corruppe tutti i suo servi: la promessa di non morire. Gli anelli del potere, per chi non ci avesse fatto caso, hanno fondamentalmente una funzione della quale le altre sono manifestazioni: permettono di separare le cose dallo scorrere del tempo e dalla distruzione che esso comporta, garantendo agli esseri mortali di non morire (come accade a Gollum e a Bilbo), o nel caso degli Elfi, che non temono per la propria morte, la conservazione dei luoghi e della bellezza del mondo che essi sanno essere soggetta al decadimento. I nove re tennero quegli anelli fino ad esserne consumati, e a poco a poco si allontanarono dal mondo fisico e visibile per passare sempre più tempo nel mondo spettrale dell’invisibile, finendo per non poterne più uscire. Questa una nuova, terribile forma della negromanzia adoperata da Sauron, maestro nell’arte del controllare gli spiriti. Celati da armature e mantelli neri sotto i quali nessun volto fu visto mai più essi servirono Sauron grazie alle abilità ottenute dal loro stato -immortalità, immunità al sonno, alla fame, alla sete o a qualunque malessere fisico, e un pericoloso fiuto che li attirava inesorabilmente verso gli altri anelli del potere, come dei cani da caccia- essi non potevano essere uccisi a meno che un incantesimo non spezzasse la stregoneria (gul) che li teneva in vita, e vagavano per la terra di mezzo su cavalli neri allevati (e forse sottoposti anch’essi alla magia) proprio allo scopo di tollerare la presenza degli Spettri dell’Anello, insopportabile per qualunque altro essere vivente.

I Nazgul a cavallo come ce li ha trasmessi il cinema.

Perduti quei cavalli nel Signore degli Anelli a causa di Glorfindel, un eroe di guerra degli Elfi, essi riapparvero in seguito sul dorso di enormi animali volanti chiamati Ombre alate (Fell-beast), residui di un’epoca molto più antica (d’altra parte quando Tolkien scrive l’esistenza dei dinosauri è già stata scoperta) dotati di lunghi colli e ali sorrette da membrane di pelle come quelle dei pipistrelli. Insomma, non avrei voluto dilungarmi così tanto, ma salta all’occhio che i Nazgul si manifestano sia come cavalieri spettrali “terrestri” che, in una fase più avanzata, come cavalieri volanti.

Quello che ci interessa, comunque, è che una caccia selvaggia autentica, o meglio, un esercito di anime autentico, nel libro c’è ed è perfetto.
Si tratta del capitolo Il passaggio della Grigia Compagnia, costituita da Aragorn, Legolas, Gimli e i raminghi del nord, o Dúnedain, guidati dai figli di Elrond, Elladan ed Elrohir, per aiutare Aragorn nella guerra dell’Anello e nel cammino che lo porterà a restaurare il potere regale a Gondor.
Aragorn aveva scrutato nel Palantír, la “pietra veggente” messa in comunicazione con le sue simili sparse per la Terra di Mezzo che permettevano, benché con certi rischi, di apprendere informazioni importanti. Il Palantír mostrò ad Aragorn che per raggiungere Minas Tirith avrebbe dovuto raggiungere i porti di Umbar, base di corsari alleati di Sauron: nemici numericamente superiori, ma le cui navi avrebbero permesso all’esercito di Aragorn di raggiungere Minas Tirith in tempo per vincere l’assedio di Sauron. Dalla pietra, invero, Aragorn apprese anche che per raggiungerla sarebbe dovuto passare attraverso la rocca di Erech, nei sentieri dei morti.
Il popolo che viveva sotto la montagna del Dwimorberg, il Monte Invasato, presente nella Terra di Mezzo molto tempo prima della venuta di Elendil dall’ovest, aveva giurato ad Isildur di aiutarlo nella guerra contro Sauron; ma quando c’era stato bisogno di loro, gli uomini della montagna non avevano manteuto il giuramento. E Isildur li aveva maledetti, riducendoli in uno stato di sospensione che ci ricorda quello delle anime penitenti nei vari cortei medievali: costretti nella montagna, essi sarebbero rimasti sospesi per sempre in uno stato di non morte fino a quando l’erede di colui che li aveva maledetti non lì avesse liberati dal giuramento.

“Il re dei traditori” di Ted Nasmith.

Aragorn citò la profezia di Malbeth, un indovino Dúnedain della Terza Era che aveva predetto l’impresa di Aragorn:

Vedo già sulla terra una lunga ombra,
Mutarsi ad occidente in buia tenebra.
Trema la Torre; e vicino è il destino
Alle tombe dei re. Sorgono i Morti,
E giunta è l’ora per i traditori:
Di nuovo, in piedi sulla Roccia di Erech,
Udran sui colli lo squillar di un corno.
Chi suonerà? Chi, dalle grigie tenebre,
Quella perduta gente chiamerà?
L’erede di colui che allor tradirono
Verrà dal Nord, sospinto dal bisogno,
E varcherà il Cancello che separa
Le nostre vie dai Sentieri dei Morti.

Quindi riportò le parole che aveva adoperato Isildur, rivolgendosi al re del popolo della montagna: «Tu sarai l’ultimo re. E se l’Occidente risulterà più forte del tuo Nero Padrone, possa su te e sul tuo popolo cadere la mia maledizione: non conoscerete riposo finché non manterrete il vostro giuramento. Questa guerra durerà innumerevoli anni e voi sarete convocati ancora una volta prima della fine.»
Dopo il triste commiato da dama Eowyn, che avrebbe desiderato seguirli, i compagni cavalcarono sotto un cielo grigio fino al Monte Invasato, ai piedi del quale trovarono una profonda gola, e dinanzi a loro, la roccia di Erech e la Porta Nera.
La Grigia Compagnia passò attraverso i sentieri dei morti, e nonostante il terrore, pervenne alla Rocca di Erech: qui Aragorn convocò i morti. E i morti gli risposero.
Novello Artù, l’erede di Isildur guidò coloro che erano sospesi attraverso il suo sentiero, e dopo che questi ebbero conquistato le navi, li liberò dalla maledizione. E grande fu il terrore di quanti, da lontano, scorsero la Grigia Compagnia e l’esercito dei morti:

«Trovarono la cittadina e i guadi del Ciril deserti, perché molti erano partiti in guerra e tutti coloro che erano rimasti avevano cercato riparo sulle colline alla notizia dell’arrivo del Re dei Morti. Ma l’indomani l’alba non apparve; la Grigia Compagnia avanzò nelle tenebre della Tempesta di Mordor e scomparve dalla vista dei mortali; ma i Morti la seguivano.»

(I passi citati derivano tutti da “Il Signore degli Anelli”, capitolo “Il passaggio della Grigia Compagnia”, Bompiani 2003, traduzione di Vicky Alliata di Villafranca riveduta e corretta dalla Società Tolkieniana Italiana.)

“I sentieri dei morti” di Darrel Sweet.

Ora, finalmente, è arrivato il momento che questo post, oltre che portare a compimento il discorso intrapreso, introduca un argomento che tra qualche tempo, non a breve ma neanche dopo troppo, sarà uno dei pilastri dell’Anima del Mostro insieme a Tolkien. L’argomento in questione è la serie di videogiochi Dark Souls. I Dark Souls sono videogiochi di ruolo giapponesi, realizzati da From Software, la cui ispirazione in termini di estetica e di narrazione è quasi esclusivamente occidentale. Figure e archetipi del nostro Medioevo e della nostra tradizione fantastica, orchestrati secondo la geniale sensibilità e il talento del game designer Hidetaka Miyazaki, sono alla base di uno dei risultati più superlativi dell’arte umana nella contemporaneità. Ma questo non trasparirà oggi.

Lord Gwyn nel prologo di Dark Souls, attorniato dai suoi cavalieri.

Il re degli dèi del mondo di Dark Souls, Gwyn, signore della luce solare (abbastanza verosimile che il suo nome derivi dalla parola gallese per ‘bianco’, dato che è anche fondatore della Via bianca, cioè della disciplina dei miracoli, la magia sacra, e che tra l’altro non può non ricordare i miti sulla caccia selvaggia presso il Galles visti nel post precedente), deriva da una felice sincretismo di Odino e Zeus, poiché si manifesta come un venerabile patriarca dall’aspetto vigoroso (almeno, quando lo vediamo all’inizio del gioco) con abiti di foggia arcaica, un’enorme spada simile a quelle dei vichinghi e il potere di scagliare enormi lampi contro i suoi avversari. Oltre che per il suo aspetto, il sacrificio che compie e altri aspetti che esaminerò quando il fulcro del mio discorso verterà su Dark Souls, Gwyn ricorda il Padre di Tutto per via dell’armata di cavalieri, i Cavalieri d’Argento, che egli crea intorno a sé e che guida nelle sue battaglie, similmente agli Einherjar; in realtà, comunque, in questo è ispirato a re Artù e ai suoi cavalieri (non che questi siano estranei alla caccia selvaggia), soprattutto perché i cavalieri di Lord Gwyn sono impegnati in una cerca (quest).
Questi cavalieri, a loro volta, sono distinti, nell’epoca in cui si svolge la narrazione, in due varianti, quella dei Cavalieri d’Argento che vigilano ancora ad Anor Londo, la città degli dèi, e quella dei Cavalieri Neri, cavalieri di Gwyn le cui armature sono state annerite dalla fiamma del Caos, e che errano come spiriti vuoti. Cavalieri del cielo e cavalieri infernali, volendo forzare.

I Guardiani dell’Abisso nel prologo di Dark Souls III.

In Dark Souls III, anche se qui il legame è più blando, figura la Legione dei non morti di Farron (si noti che, nel mondo di Dark Souls, la maggior parte dei personaggi è costituita proprio da non morti), capeggiata dai Guardiani dell’Abisso. Viene raccontato da Hawkwood, il non morto arreso che è fuggito dalla Legione stessa e siede al Santuario del Legame del Fuoco, che i Guardiani hanno giurato di combattere l’Abisso, il mondo di tenebra in costante espansione che distrugge la mente di coloro di cui fa preda, e che “non appena un regno dava segnali di cedimento all’Abisso, i Guardiani intervenivano e lo radevano al suolo”. Immagine il cui pensiero ho trovato inquietante.
Se pensiamo che una delle meccaniche di base di questa serie di giochi è l’invasione, da parte degli avatar dei giocatori (che sono non morti), dei mondi di altri giocatori, in cerca della loro anima (o meglio, di quella parte oscura che si chiama umanità) e che questo li accomuna a una variante di nemici, i mostruosi Spettri oscuri (Darkwraiths), si può vedere Dark Souls come un lontano parente della caccia selvaggia. Si ricordi comunque che il gioco è giapponese, per quanto ispirato fortemente dalla cultura occidentale.
Un ultimo appunto su Dark Souls è che vi figurano piccoli demoni simili ai Magri notturni lovecraftiani, e anch’essi afferrano i personaggi per portarli da un luogo all’altro.

Concept art della caccia selvaggia
per The Witcher 3 – Wild Hunt.

La storia maggiore in cui si nomini espressamente la Caccia selvaggia e in cui abbia il ruolo più rilevante è la saga di Geralt di Rivia, i racconti e i romanzi di Adrzej Sapowski meglio noti con il titolo, mutuato dalla serie di videogiochi che ne è stata tratta, The Witcher.
La prima menzione alla Caccia selvaggia è in uno dei racconti del secondo volume  (il cui titolo italiano è “La spada del destino”), fatta dalla maga Yennefer che cita la storia del folklore locale secondo la quale la Caccia selvaggia arriva in inverno e porta la neve con sé, mentre il protagonista, Geralt, osserva che si tratta “solo” di una leggenda elfica per spiegare il gelo invernale. Una delle fondamenta di questa serie è infatti il complesso gioco tra fantasia concreta e fantasia nella fantasia: l’ambientazione e i personaggi rientrano nei cliché nel genere fantasy moderno, con popolazioni costituite da razze diverse tra elfi, nani e vari altri, ma questi sono descritti nelle loro usanze e rapporti interrazziali in maniera fortemente realistica, e così come questi sono presentati come “reali”, essi si rivolgono ad altre presenze della mitologia e del folklore, o situazioni come quelle delle fiabe classiche, come a fantasie e superstizioni.
Della caccia selvaggia, le storie dicono anche che compaia nelle notti di luna piena, che porti via con sé tutti coloro in cui si imbatte, che sia un presagio di guerra e di disastri futuri – e ciò accomuna la sua percezione in quel mondo a quella che ha nel nostro.
In realtà, almeno qui, la caccia selvaggia esiste eccome, e la si incontra per la prima volta nel sesto libro “La Torre della Rondine”. Il corteo di spettri perseguita la piccola principessa Ciri di Cintra, figlia adottiva di Geralt, a causa del suo enorme potere magico, ma mantiene il proprio stato di corteo di esseri non morti. Nel videogioco, dove alcuni elementi vengono alterati, la caccia è costituita da elfi chiamati Dearg Ruadhri, “cavalieri rossi” nella lingua degli elfi (qui molto simile a quelle celtiche), appartenenti al popolo degli Aen Elle, elfi provenienti da un altro mondo rispetto a quello in cui è ambientata la storia: le due dimensioni si sono sovrapposte durante un cataclisma chiamato “Congiunzione delle Sfere”, che ha causato la nascita della magia e delle creature sovrannaturali nel mondo di The Witcher, dove anticamente non esistevano. Nel primo titolo della serie essi braccano Geralt all’inizio della storia, causandogli un’amnesia che lo perseguiterà fino al secondo capitolo, e hanno fattezze e qualità di autentici spettri; nel terzo, in cui i cavalieri hanno un’importanza centrale il titolo del gioco è “The Witcher 3 – Wild Hunt”- , ritornano ancora una volta all’inseguimento di Ciri. Sono combattenti spaventosi per la loro abilità e per le armature dall’aspetto scheletrico che indossano, sono abili nell’uso della magia, possono volare sui loro destrieri e sono accompagnati da cani di ghiaccio che ricordano i Cwn Annwn gallesi: si dice, come si diceva anche dei loro antesignani mitologici, che talvolta questi cani si dipartano dal gruppo e solchino il cielo da soli, venendo così scambiati per stelle cadenti.
Il re della caccia selvaggia si chiama Eredin, mentre i suoi luogotenenti più fedeli sono il guerriero Imlerith e il marinaio Caranthir. All’inizio del gioco, inoltre, compaiono insieme alla nave Naglfar, che secondo le credenze degli uomini delle isole Skellige è un segno della fine del mondo e sarà fatta delle unghie dei morti, costruita per la battaglia finale -egualmente alla mitologia nordica, dove la medesima nave con le medesime caratteristiche è citata nella profezia della Völuspa.

Per concludere con un altro parallelismo con i post sulla danza macabra, segue una piccola rassegna della caccia selvaggia nella musica.
Franz Liszt ritorna anche qui, grande interprete della cultura romantica tedesca, con l’ottava composizione dei suoi 12 Studi d’esecuzione trascendentale, chiamata Wilde Jagd.
Si tratta di un brano veloce e incalzante, un “presto furioso” secondo l’indicazione iniziale, che fa immaginare bene l’arrivo del corteo chiassoso e disumano.

L’episodio del passaggio della Grigia Compagnia dà il titolo a una delle canzoni più celebri dei Summoning, che con le loro tastiere, nel non troppo lontano 1995, hanno ricreato le sensazioni del passaggio attraverso la rocca di Erech, e di quanti, da lontano, videro la compagnia di Aragorn avanzare alla testa del popolo dei morti. Il testo normalmente riportato su Internet è quello inglese della profezia di Malbeth, ma non corrisponde perfettamente quando lo si ascolta, e i Summoning dichiarano di non avere più a portata di mano i testi di quegli anni.
Il testo originale della profezia di Malach, scritto da Tolkien, è questo:

Over the land there lies a long shadow,
westward reaching wings of darkness.
The tower trembles, to the tombs of kings
doom aproaches. The dead awaken,
for the hour is come for the oathbreakers;
at the stone of Erech they shall stand again
and hear there a horn in the hills ringing.
Whose shall the horn be? Who shall call them
from grey twilight, the forgotten people?
The heir of him to whom the oath they swore.
From the North shall he come, need shall drive him.
He shall pass the door to the path of the dead.
On your knees…
The grey company is arriving now…

I Watain, gruppo Black/Thrash Metal svedese, hanno intitolato “The Wild Hunt” il loro quinto album, dove si trova la traccia omonima che si può ascoltare qui accanto. Il carattere pagano della caccia selvaggia, insieme a motivi (frequenti in testi di questo genere) di rimpianto del passato e dell’antica religione emergono in un brano malinconico ma non privo di epicità.

Dawnless – So it seems this sacred night.
Havenless – Beneath black sails with no land in sight.
Fathomless – The depths that lay before us now
Lawless – Before the courts of men we must not bow.
And so it was, when we were young;
We left the path, followed the sun
As it sunk into the netherworld to shine in Darkness.
Thus rose aflame a sacred star.
A God’s reply.
And who were we to deny such a splendid design and the answer to our cries?
Thus it rose to wage war.
And its rays, they reached far
To the nights spent hunting,
When the dawn was our sign to tell
It was time to sleep again.
To our fellow hunters,
In whose hearts gleamed the spark
That later became our destiny (and tomb, for some).
If we had only known them.
If we had only known…
We were not meant to know then.
Good we did not know, good we did not bow!
We made it rise from the ash.
We made it rise from the tears.
In likeness to He who brought Fire;
The Fallen’s sacred flame.

Il veicolo che ha favorito la conoscenza di questa storia presso molte persone qui in Italia è una spettacolare canzone dei Furor Gallico contenuta nel loro primo album, omonimo della band, “La caccia morta”. Il testo si rifà al folklore lombardo, dove la caccia è conosciuta proprio con questo nome; ripropone sia la sua associazione al diavolo, frutto di rielaborazione medievali, che la sua originaria appartenenza al paganesimo, e rende la visione del suo fatale passaggio attraverso l’alternarsi di una parte iniziale acustica, dove la storia viene cantata come se appartenesse a un mondo lontano, e la successiva esplosione negli strumenti e nella voce, che gettano in mezzo al turbine di spettri.

“Le cime scintillano di strani bagliori
La realtà, il suo confine è mutato ormai
Uomo di fede non guardare cosa accade fuori
Sulle montagne c’è una strana danza
Voci d’inferno, strider di catene
Che l’eco riporta di balza in balza
C’è chi dice sono spiriti o dannati cacciatori
È arrivata tra noi la caccia morta
Caccia del diavolo bussa alla tua porta
Offuscati da leggende cristiane
Stanotte è tempo di iniziazioni guerriere
Ecco, risorgono le deità pagana
Seguite da fiammeggianti fiere
Occhi di brace conquistano il villaggio
Gli uomini di fede si rivolgono alla croce
Ti vogliono portare con sé nel loro viaggio
O tornare sulla terra invece?”
(Testo di Elisabetta Rossi)

E così si conclude la cavalcata della caccia selvaggia. Ci sono state tantissime storie non solo da raccontare, ma anche da disporre in un sistema che le tenesse insieme. E ciononostante, da raccontare ce ne sono molte di più. Quando ho cominciato a dedicarmi a questo mito, avevo compreso che ci fossero più che i pochi esempi che conoscevo, ma non avrei pensato di trovarne così tanti, e di ritrovarlo, grazie alla molteplicità delle forme che può assumere, anche in storie in cui a un primo impatto non avrei pensato fosse presente. Tante storie che sembrano quasi non finire mai.
“Non terminano mai i racconti” disse a suo tempo Frodo a Sam “Sono i personaggi che vengono e se ne vanno, quando è terminata la loro parte. La nostra finirà più tardi… o fra breve.”
Spero a questo punto, o tu che per tutte queste notti sei passato e ti sei fermato ad ascoltare, abbia trovato qualcosa di quello che cercavi. In tutte le storie, in fin dei conti, si cerca di trovare sé stessi, e se si è bravi ad ascoltare, o a leggere, ci si trova sempre. Che tu sia un dio o un demone, che tu sia vivo o morto o in bilico tra i mondi, spero sia riuscito a trovarti, e di vedere anche te, il prossimo inverno o la prossima luna piena, seduto sul destriero della tua anima a solcare il cielo.

Bibliografia

Dondeynaz, Xavier, La caccia selvaggia e le sue leggende, Virtuosa-Mente, 2009
Poe, E. A., Racconti del terrore, Oscar Mondadori 1985
Tolkien, J.R.R., Il Signore degli Anelli, Bompiani, 2000

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