Il settimo sigillo – La cerca cavalleresca di Dio (Danza di ossa autunnali, parte IV)

Questo post, che conclude la nostra danza, è quello da cui è cominciato tutto.
Un anno fa ho visto per la prima volta, credo ad ottobre, “Il settimo sigillo” (Det sjunde inseglet) di Ingmar Bergman (1957), che da allora è uno dei miei film preferiti; certamente era mio intendimento parlare di cosa mi avesse lasciato questo film, ma c’erano tanti altri argomenti su cui scrivere allora, e il blog era appena nato, così ho rimandato a quando fosse stato il momento più adatto.
A un anno di distanza, ricordando le sensazioni di quel periodo (che era anche quello in cui andavo scoprendo la bellezza dello studio del Medioevo e delle sue atmosfere caratteristiche, sia quelle ricostruite dalla storia che quelle suggerite dall’arte) mentre vivevo un altro autunno, ho deciso di scrivere le mie osservazioni su questo film per la prima settimana di novembre, in modo da pubblicarlo all’indomani del giorno dei morti. E invece?
Invece, pensando di dover leggere un po’ quello che c’è a monte del film, e quindi anche le raffigurazioni della morte nel Medioevo, ho finito non solo per studiare l’argomento come attività principale dell’intero novembre, o prendere in prestito un intero saggio, ma di scrivere una serie di post che mi ha occupato per tutto il mese. Dopo aver rivisto il film, e scritto quella che doveva essere una premessa o un contenuto in più, la storia delle danze macabre, e che è invece diventata il nucleo, adesso scriverò di quello che ho visto nel Settimo sigillo, che da nucleo è diventato un elegante epilogo.
Per proseguire con la lettura del post, occorre aver visto il film. Cosa, non l’hai visto? Vedilo adesso, lo trovi anche in streaming, quando hai finito torna qui, il post non si muoverà.

Fatto? Bene, cominciamo.

La partita a scacchi con la Morte

Prima di dirigere il film, Ingmar Bergman, nel 1955, scrive un dramma dal titolo “Pittura su legno” (Trämålning), in cui figurano già i protagonisti del film, il cavaliere Antonius Block (che nel dramma però è muto) con lo scuderio Jons, i quali, di ritorno da una crociata, viaggiano per la Svezia di fine XIV secolo, vessata dalla peste, facendo la conoscenza di diversi personaggi che manifestano varie condizioni dell’umanità. Il buon riscontro del testo tra gli allievi dell’Accademia di Malmö porta Bergman a pubblicarlo, e quindi a rimaneggiarlo e ampliarlo fino a trarne il film.
Le fonti di ispirazione, fondamentalmente, sono legate all’arte del Medioevo, nella forma cui è pervenuta a noi moderni: le pitture e gli affreschi nelle chiese, i Carmina Burana, le leggende popolari. Tra le pitture, come mostrato anche nel film, figura anche il genere della nostra danza, con quadri in cui la morte incoronata rapisce gli uomini alla vita, e scheletri si mescolano ai vivi in suggestioni apocalittiche. E naturalmente, anche l’Apocalisse, da cui il film trae il titolo: proprio una frase dell’Apocalisse apre la pellicola su un’emblematica inquadratura, e la sua continuazione chiude la storia in una delle ultime scene.

« Quando l’agnello aprì il settimo sigillo nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe » (Apocalisse, 8, 1)

 La vicenda, divenuta ormai mito, del cavaliere che gioca a scacchi con la morte, si palesa fin quasi subito. Dopo alcune inquadrature sul paesaggio e sul cavaliere Antonius Block, Max Von Sydow al suo esordio, compare la Morte (Bengt Ekerot), subitanea come nelle leggende.
«Tu chi sei?
«Sono la Morte.»
«Sei venuta a prendermi?»
«È già da molto che ti cammino a fianco.»
«Me n’ero accorto.»
Il cavaliere non vuole seguire il tristo mietitore perché, anche se il suo spirito è pronto -forse per le crociate cui ha preso parte-, il suo corpo non lo è. Per resistere, sfida dunque la Morte a scacchi, dato che è a conoscenza delle leggende e degli affreschi che fanno menzione dell’inclinazione al gioco del sinistro agente, che a sua volta accetta incuriosito. La partita non si svolge tutta in una volta, ma i due sfidanti si danno appuntamento, via via in luoghi diversi, man mano che i loro viaggi proseguono. Al cavaliere, in ogni caso, la partita dà una proroga sul tempo da vivere.

Il cavaliere e lo scudiero in viaggio

Antonius Block è dunque un uomo audace, intelligente e curioso, e come ogni cavaliere che si rispetti, è impegnato in una quest, una cerca: vuole trovare Dio.
Come in altri film bergmaniani, la ricerca di Dio è al centro della storia, e la risposta alle grandi domande è delineata da un quadro della cultura e del pensiero medievale, presentato nelle sue forme più archetipiche e più vicine all’idea popolare che si ha del Medioevo, ma non per questo approssimative, anzi: il Medioevo qui è un luogo dell’immaginario, nel quale i personaggi possono muoversi e agire in maniera sincera, leggera e paradigmatica, nella profondità e complessità del dramma che viene raccontato.
Con lui il suo scuderio, Jöns (Gunnar Björnstand), un personaggio indimenticabile anche se tutto di un’altra stoffa, che sta lì a incarnare l’ateismo e il pragmatismo che, in particolare nel periodo della peste, andavano diffondendosi verso la fine del Medioevo. Jöns si presenta così:

«Io sono lo scudiero Jöns, che si beffa della morte e del Signore, che ride di se stesso, ma sorride alle ragazze. Ho un mondo che è soltanto mio, di cui tutti si burlano, io compreso. Un mondo senza senso e senza scopo. Ma quando come te si è indifferenti al cielo e all’inferno…»

 Jöns non è una spalla comica, anche se a volte le sue osservazioni sono ilari, ma è innanzitutto un personaggio che vede le cose per come sono, un punto di vista più facile per lo spettatore moderno, e che coglie l’ironia, il sarcasmo, ma anche l’errore e l’ingiustizia. Compiace perché è anche un personaggio forte, che è rimasto con il cavaliere dieci anni in Terra Santa, e che interviene per riparare ciò che trova sbagliato, come nell’episodio in cui salva una ragazza dallo sciacallo che sta derubando in casa sua. Ragazza che è la prima di una serie di altri incontri che si uniscono ai due nel viaggio.
Lo sfondo in cui i due compagni si muovono, introdotto man mano nelle prime scene, è, come dicevo, ricco di suggestioni che rimandano immediatamente al Medioevo per come lo si immagina, a cominciare dalla fantomatica abbondanza di superstizioni: Jöns racconta al cavaliere:

«A Fargestaad non facevano che parlare di orribili portenti. Due cavalli si son divorati l’un l’altro e nella notte le tombe si sono aperte. Le ossa dei sepolti sono state sparse ovunque e al tramonto si son visti quattro soli nel cielo.»

Si tratta del millenarismo caratteristico della cultura del tempo: derivante dalla credenza cristiana della seconda venuta di Cristo sulla Terra, sostenuta dall’Apocalisse stesso, che dovrebbe avvenire dopo un tempo di mille anni, caratterizza l’interezza del periodo medievale (la cui durata, a seconda delle dottrine storiografiche, si aggira anch’essa intorno a un millennio. Verrebbe quasi da dire che i mille anni prima della fine del mondo fossero quelli del Medioevo, se i secoli successivi, e il nostro in particolare, non fossero così prosperi e felici da rassicurarci che il mondo non è finito), ed è il sostrato su cui si costituiscono le numerose leggende e le testimonianze, raccolte secoli più tardi, di numerosi fenomeni sovrannaturali come comete a due code, esseri mostruosi e altri di cui la citazione del film costituisce un esempio.
La peste circola lasciando innumerevoli vittime, come il cadavere solitario cui Jöns si ferma a chiedere informazioni, scoprendone le condizioni, per poi riferire al cavaliere, che gli domanda se l’uomo fosse muto, che egli «a modo suo era estremamente eloquente», ma «di un’eloquenza piuttosto funebre.» E vediamo anche una ragazza accusata di essere una strega, la cui trama viene sviluppata più avanti nel film.

La scena ambientata in chiesa, una delle mie preferite, chiarisce il carattere di entrambi i personaggi principali, soprattutto del cavaliere: questi si confessa con un prete, e gli espone i suoi turbamenti.

«Che sia impossibile sapere? Ma perché? Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me sia pure in modo vergognoso e umiliante anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto egli continua a essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?»

La confessione del cavaliere

«Certo.»

«Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza. Voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli.»

La scena ha un netto capovolgimento quando il prete rivela di essere la Morte; Morte che dunque non dà risposte, ma sfugge alle domande di Antonius replicando con quello che l’umanità fa, mai su quello che è.
Jöns invece incontra un pittore intento a dipingere, indovinate un po’, una danza macabra. Il dialogo fra i due mette in luce alcune semplici dinamiche che riguardano questo genere artistico.

Jöns: «Che cosa dipingi?»
Pittore: «La danza della morte.»
Jöns: «E quella è la morte?»
Pittore: «Sì. Che prima o dopo danza con tutti.»
Jöns: «Che argomento triste hai scelto.»
Pittore: «Voglio ricordare alla gente che tutti quanti dobbiamo morire.»
Jöns: «Non servirà a rallegrarla…»
Pittore: «E chi ha detto che ho intenzione di rallegrare la gente? Che guardino e piangano.»
Jöns: «Ah, invece di guardare chiuderanno gli occhi…»
Pittore: «E io dico che li apriranno. Un teschio spesso interessa molto di più di una donna nuda.»
Jöns: «Se li spaventi, però…»
Pittore: «Li fai pensare…»
Jöns: «E se pensano…»

Il pittore e il suo quadro, che mostra anche la folla dei flagellanti

Pittore: «Si spaventano ancora di più.»
Jöns: «E corrono a buttarsi in braccio ai preti!»
Pittore: «Oh… Questo non mi riguarda.»
Jöns: «Tu non pensi che al tuo lavoro, eh?»
Pittore: «Faccio vedere come stanno le cose, e poi che ognuno decida.»
Jöns: «Molti però ti copriranno di maledizioni.»
Pittore: «Sicuro. E se saranno in troppi, io passerò a un argomento divertente. Devo pur vivere, fino a che non mi uccide la peste.» 

 Questo porta a discutere il senso delle nostre danze, perché mette in luce il fatto che esse non sono date all’umanità dall’alto, quasi un monito della Morte stessa, ma vengono dipinte da pittori con motivazioni, e che i pittori stessi non sempre dovevano essere così intimoriti dalla loro stessa arte. In questo approccio pragmatico e a metà fra il critico e il divertito, anche il timor sacro della morte viene visto per quello che è.
D’altra parte, non è casuale il momento del Medioevo scelto per ambientare la vicenda: il Trecento squassato dalla peste che riduce di un terzo la popolazione europea, oltre che da guerre e crisi varie, è un periodo complesso in cui le certezze del fiorente Basso Medioevo di XII e XIII secolo vengono meno, e anche la religione non è vissuta più sulla base di certezze, ma di dubbi che rendono più tormentato, ma anche più intenso, il rapporto fra l’uomo e la fede.

Alcune scene, le più delicate del film, sono affidate alla famigliola di attori, Jof, Mia e il loro figlioletto Mikael. Jof rappresenta lo spirito più delicato, leggero, puro dell’uomo medievale, che assiste a visioni cui crede e che racconta in giro, finendo spesso malmenato per questo, e che vive innanzitutto per la sua arte, l’arte semplice del comporre canzoni in mezzo alla natura, descrivere le sue visioni, recitare e danzare; oltre che per la sua famiglia, la cui semplicità e tenerezza addolciscono anche ser Antonius quando si trova insieme a loro. Mia, la moglie che di lui si prende cura, ammonendolo e rimbrottandolo, ma anche sostenendolo, quasi una madre insomma, è la stabilità senza la quale le danze e i voli di Jof non potrebbero levarsi; e Mikael, il figlioletto, in un certo senso concretizza la loro famiglia, il loro amore, la loro unione.
La scena in cui Antonius incontra la famigliola e si intrattiene con loro è delicato e sereno, perché anche se animati da pensieri e incombenze molto diverse, e anche se l’uno è un nobile e gli altri non lo sono, possono trascorrere del tempo piacevole insieme in virtù della loro comune umanità. Antonius ascolta Mia che parla di lei e Jof, del bambino, della loro vita e del loro futuro, e parla di sé, del suo viaggio con “una compagnia sgradevole: me stesso”, e anche del suo passato, di una giovinezza trascorsa come un sogno accanto alla moglie, che lo sta ancora aspettando.
Al termine dell’incontro Antonius dice:

Antonius con Jof e Mia

«Lo ricorderò questo momento. Il silenzio del crepuscolo. Il profumo delle fragole. La ciotola del latte. I vostri volti su cui discende la sera. Mikael che dorme sul carro. Jof e la sua lira. Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si vuol versare. E sarà per me un conforto. Qualcosa in cui credere.»

Insieme a loro viaggia Jonas Skat, il capo della compagnia teatrale, che ha in mente di recitare un dramma sulla morte, anch’egli per adattarsi ai tempi che corrono: si arriva così ad una scena che ruota sulla forte contrapposizione fra due toni diversi, quella dello spettacolo dei saltimbanchi, in cui Jof e Mia ballano cantano in lingua popolare, con azioni licenziose e argomenti disimpegnati, e vengono interrotti dall’arrivo di una marcia di flagellanti; intonando il Dies Irae, canto gregoriano incentrato sul giudizio universale, la fine dei tempi e il castigo dell’ira di Dio, i flagellanti si arrestano in mezzo alla piazza, e un monaco dallo sguardo arcigno ammonisce con parole sprezzanti tutti i presenti sull’ineluttabilità della loro fine, senza nemmeno fare menzione del Paradiso e della vita beata, solo della morte e del peccato che avvelena la vita degli uomini. È significativo come Antonius rimanga in parte turbato, mentre Jöns non sia sfiorato dalle minacce e anzi irritato per i toni del monaco, oltre che per il fatto che non crede nelle sue parole.

Si inserisce poi un’altra vicenda, quella del fabbro Plug, grosso e manesco ma sostanzialmente un bonaccione, che non trova più la moglie, fuggita con quello Skat della compagnia teatrale, e gira chiedendo prima a Jöns e poi agli avventori di una locanda dove poter trovare la moglie. Qui Raval, lo sciacallo già citato, omuncolo incline a far male agli altri per il puro piacere di farlo, prova a scatenare le ire del fabbro su un povero Jof capitato nel momento sbagliato, ma viene fermato da Jöns, che, per l’appunto, lo marchia come aveva promesso di fare. La vicenda di Plug permette un dialogo sulle donne e sull’amore fra lui e Jöns, quali uomini del popolo attenti alle perdite che la vita di coppia comporta, una sequenza divertente in cui lui e l’attore Skat si confrontano in una gara di insulti che vede il primo vincitore, e un incontro fra Skat e la Morte, che per prenderlo abbatte l’albero su cui intendeva dormire. «Ma se ho un contratto?» «Annullato.» «Ma non c’è qualche scusa, qualche particolare eccezione per gli attori?» «No, no, niente. Nessuna eccezione.» È come aver visto un’altra di quelle danze macabre o un altro di quei trionfi della morte, ma su pellicola. Lo spirito è lo stesso.

La strega, interpretata da Maud Hansson

La storia del fabbro porta il gruppo di viaggiatori ad addentrarsi nel bosco, luogo per eccellenza dell’avventura, della ricerca cavalleresca, del pericolo e del male. Qui si assiste a un episodio molto più serio, quella della strega: una ragazza che ha affermato di aver avuto intrallazzi col demonio, e la cui eliminazione, specie in un momento di grande incombenza come quello della peste, è prioritaria. I soldati portano il carretto in cui è imprigionata, perché, anche se solo a guardarla si rischia la dannazione, “ci hanno pagato bene e val la pena rischiare”. Questa vicenda era stata introdotta fin dalle prime scene, e il fato spaventoso della strega era rimasto sospeso fino a questo momento.
Si ha qui la scena che più mi ha colpito la prima volta: Antonius, durante la notte, si avvicina alla gabbia in cui è tenuta la ragazza e le domanda come fare a parlare con il Diavolo: «Voglio domandargli di Dio. Lui sicuramente deve saperne più di ogni altro.» Ho provato il senso di brama e di ricerca tra la determinazione e l’ossessione che guida questo eroe intellettuale, ho sentito che, qualunque fosse stato il prezzo per ottenere risposte su Dio, lui l’avrebbe pagato. E quando la ragazza gli dice di guardarla negli occhi, perché è lì che troverà il Diavolo, domandando poi «Lo vedi?» lui replica «Vedo solo il tuo disperato terrore. E nient’altro. Ecco ciò che vedo.» con una misericordia agghiacciante. Specie perché, diversamente, tutti i preti e i soldati che l’hanno vista non hanno avuto dubbi sulla presenza del maligno dentro di lei. Il cavaliere non ha il potere di salvarla, ma le dà una droga con la quale perdere coscienza mentre viene arsa viva, senza pietà da altri se non da lui e da Jöns, che sconvolto e furioso esclama: «Che cosa vede? Questo vorrei sapere.»

Antonius: «Ormai non vede più.»
Jöns: «Non avete risposto alla mia domanda. Chi veglia su di lei? Gli angeli, o Dio, o Satana, oppure… oppure il nulla. Il nulla, ve lo dico io.»

Antonius non può accettare l’idea e si oppone: «No, no, no, non può essere.»

Jöns: «Guardate i suoi occhi. La sua torbida coscienza si sta accorgendo del nulla. Del nulla che ormai la sommerge.»
Antonius: «No.»
Jöns: «E noi siamo qui incapaci di fare qualcosa. Perché vediamo ciò che vede lei, e il nostro terrore è uguale al suo. E nessuno l’aiuta. No! Non posso guardarla.»

Ormai addentratisi nel bosco, i compagni incontrano ancora una volta Raval, ormai appestato, che chiede aiuto e conforto mentre la peste lo consuma, ma non ne riceve, perché per lui non si può più far nulla. Prima di morire, il disgraziato urla tutta la sua umanità nelle frasi: «Ho paura di morire! Non voglio morire! Non voglio! Non voglio!» «Che cosa accadrà di me? Ditemi qualcosa, confortatemi! Abbiate un po’ di misericordia! Non vedete che muoio?»
Frasi che sono quelle che animano il film stesso, che in parte guidano il cavaliere, perché anche in lui l’inquietudine non potrebbe aversi se non fosse per la paura della morte, e che sono la domanda, “cosa accadrà?” cui si continua a cercare risposta.
 Il senso risolutivo, forse, si ha alla fine della partita a scacchi. Durante uno degli incontri, la Morte è sembrata esprimere interesse per la famigliola di saltimbanchi, il che ha preoccupato Antonius. Per questo motivo, mentre il visionario Jof vede la Morte che gioca con il cavaliere e si affretta ad allontanarsi con Mia e Mikael sul carro, Antonius guadagna del tempo per loro rovesciando i pezzi della scacchiera con il suo mantello, il che segna la sua sconfitta, perché, con la mossa successiva, la Morte gli dà scacco matto. Dopo avergli chiesto se abbia trovato utile il rinvio della sua fine, il mietitore dichiara che il loro ultimo incontro sarà nel castello, dove mieterà lui e tutti i suoi compagni di viaggio.
«E tu ci svelerai i tuoi segreti?»
«Non ho alcun segreto da svelare.»
«Allora non sai niente?»
«Non mi serve sapere.»

Il gruppo riunito al castello che vede la Morte arrivare.
Da sinistra verso destra, Lisa, Plug, la ragazza, Karin, Antonius, Jöns.

Al castello, Antonius rincontra finalmente la moglie, Karin, una dama compunta, la cui anima è come smagrita per l’attesa. Karin riceve lo sposo, Jöns, Plug, Lisa sua moglie, e quella ragazza che Jöns ha salvato da Raval. Come dei novelli discepoli intorno a un messia, i compagni mangiano insieme mentre Karin legge la Bibbia, il passo dell’Apocalisse citato all’inizio e proseguito con la descrizione degli effetti dei primi tre angeli che suonano le trombe. Quindi, la Morte fa il suo ingresso. Come se l’avessero aspettata, e in un certo senso è dall’inizio che la si attende, i personaggi si alzano e si presentano. Si presenta Karin, moglie del cavaliere; si presenta Plog insieme a Lisa, quasi facendo una summa della sua vita, del suo mestiere di fabbro e delle vicissitudini con la moglie. La ragazza è in silenzio, ma il suo sguardo pare adorante. Antonius invoca, un ultima volta, il Signore, come Jöns invoca, un’ultima volta, il nulla cui crede lui. 

Antonius: «Dall’oscurità che tutti ci attornia mi rivolgo a te, o signore Iddio. Abbi misericordia, che siamo inetti, e sgomenti, e ignari.»
Jöns: «Nell’oscurità in cui dite che siamo avvolti, e probabilmente è proprio così, non c’è nessuno che ascolti i vostri lamenti o lenisca le vostre sofferenze. Asciugate le lacrime e specchiatevi nella vostra indifferenza.»
Antonius Block: Dio, tu che in qualche luogo esisti, che devi certamente esistere, abbi misericordia di noi.»
Jöns: «Forse avrei potuto liberarmi da questa angoscia dell’eternità che vi tormenta. Ma ormai è troppo tardi per insegnarvi la gioia smisurata di una mano che si muove e di un cuore che pulsa.»
Karin: «Silenzio. Silenzio…»
Jöns: «Sì, farò silenzio, ma mi ribello.»

Infine, la ragazza parla, e dice: «L’ora è giunta.»
La scena precedente è il trionfo della morte, la sua maestà oltrepassa il castello, surclassa la protezione delle sue mura, gli stessi presenti la chiamano “nobile signore”, nessuno di loro può sfuggire in qualche modo, e neanche Antonius avrebbe potuto.
Non ho detto in cosa consistesse quel “senso risolutivo”. Antonius si è impegnato per rallentare la sua fine e avere, almeno, il tempo di trovare le sue risposte esistenziali. Quel tempo non ha potuto impiegarlo in quanto uomo, soggetto alla contingenza: davanti al pensiero che la Morte portasse via insieme a lui anche Jof, Mia e Mikael, dovendo scegliere tra loro e la sua potenziale vittoria sulla Morte, ha scelto loro. E in una certa accezione, non ha perso, perché loro vivono grazie a lui, e nel fatto che loro vivano riecheggia la vita di lui: si ottiene veramente qualcosa cui si tiene, io credo -non significa lo credano il regista o i personaggi-, nel momento in cui si è disposti a sacrificarla.
Davanti alla morte, comunque, ha perso.
Il film poteva concludersi così, oppure limitarsi a mostrare, dopo questa scena, Jof e la sua famiglia che vanno per la loro strada, come appunto fa, ma ecco, prima della fine del film, Jof ha un’altra visione:

«Mia! Li vedo, Mia. Li vedo. Laggiù, contro quelle nuvole scure. Sono tutti assieme. Il fabbro e Lisa, il cavaliere, Raval e Jöns e Skat. E la Morte austera li invita a danzare. Vuole che si tengano per mano e che danzino in una lunga fila. In testa a tutti è la Morte. Con la falce e la clessidra. E Skat è l’ultimo e ha la lira sotto il braccio. Danzano solenni, allontanandosi lentamente nel chiarore dell’alba. Verso un altro mondo ignoto, mentre la pioggia lava quieta i loro volti. E terge le loro guance dal sale delle lacrime.»

La danza macabra

Indovina un po’, il film si conclude con questa, un’altra danza macabra. L’arte cinematografica impiega il suo linguaggio nell’esprimere questo antico soggetto, mostrando i personaggi in fila, mano nella mano, in una danza sospinta dalla Morte,  una danza che accomuna, che livella, che porta “verso un altro mondo ignoto”; un passaggio che non deve per forza provocare sgomento, che Bergman qui mostra in chiave poetica e simbolica, ma non per questo falsa.
Nessuna risposta, in conclusione, dal film, su Dio, sull’aldilà. Che la Morte risponda “non mi serve sapere” non è una mancanza, si sposa perfettamente con l’idea del film e con l’idea delle danze macabre, l’idea della morte svincolata da quadri di sorti ultraterrene e di retribuzione; un’arte che parli della morte su questa terra, della vita che finisce.
La risposta non viene data, ma la via per intraprenderla conduce da qualche parte: nel corso del viaggio il cavaliere fa esperienza di molteplici situazioni, sentimenti, persone, della morte in diverse forme, e della vita, nelle sue forme ancora più numerose. È anche questo il senso della cerca, apprendere e migliorare mentre si perviene all’oggetto della ricerca; certamente ser Antonius Block, uomo formato da dieci anni di crociate, è a un livello di esperienza e di conoscenza più avanzato rispetto a quello di qualunque giovane eroe in viaggio in un poema o romanzo d’avventura, ma per trovare ciò che cerca, la somma esperienza e conoscenza, deve ugualmente ricercare e cogliere ciò che si presenta ai suoi occhi. E l’oggetto della cerca, non lo trova? Non ha una visione totale né una risposta assoluta, ma qualcosa di Dio, forse, la coglie, la coglie in compagnia degli attori, il cui ricordo diviene “qualcosa in cui credere”, nella misericordia e umanità sofferente della strega e di Raval, nella moglie che è rimasta, novella Penelope, ad attendere il suo ritorno anche dopo che tutti se ne sono andati, nello stesso percorso di miglioramento. Se i sentimenti umani e l’accalcarsi delle loro voci parlano di Dio, il cavaliere, a tratti, lo raggiunge.
Questa interpretazione, in qualunque caso, è una delle tante. Volutamente il regista non dà risposta alle molte domande poste dal film. Non c’è mai nulla di sicuro e di certo quando si parla di spirito, di Dio, di anima, si entra nel mondo della filosofia e dell’arte che sono come infinite danze, vive, libere, rispetto alle quali la Morte, tenendo chi conduce la danza, è l’unica cosa certa, grazie alla quale quei passi e quell’arte sono possibili.

Una risposta a "Il settimo sigillo – La cerca cavalleresca di Dio (Danza di ossa autunnali, parte IV)"

  1. Praticamente hai illustrato il film fotogramma per fotogramma.Complimenti per la profondità del tuo scritto,sei veramente bravo.Dovresti trovare un circuito in cui far passare i tuoi post che non sono certo di largo consumo.

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