Danza di ossa novembrine (parte III) – Romanticismo macabro

Novembre è inoltrato e quasi alle battute finali, e così è la nostra danza. Gli scheletri si agitano senza contenimento, e in mezzo a loro, la Morte suona un violino virtuosamente, con una bravura acquisita in millenni di pratica.  Il vento ulula sempre più forte, il gufo segna gli intervalli col suo verso spettrale, e chi fra i vivi sentirà questa litania sinistra, nasconderà la testa sotto il cuscino e cercherà affannosamente di tornare a dormire, sapendo che nulla di buono potrà trarre dal suo ascolto, e che avrà un’eternità per ascoltarla, quando ballerà anche lui.

Thomas Rowlandson – The English Dance of Death, 1815-1816

C’è molto ancora da dire sulla Danza nelle arti, ci sarà dopo questo post e ci sarebbe se ne scrivessi altri ancora. Man mano che ricerco e che mi informo ne saltano fuori altri, come scheletri dalla fossa, che prendendomi per mano e indicandomi la distesa del cimitero, mi ricordano che le fosse sono tante, quelle con i nomi, quelle senza, si perdono a vista d’occhio e sarebbe arrogante provare a conoscerle tutte.
Infatti ci proverò, nel futuro. In tempi molto più estesi di qualche settimana studierò il materiale, approfondirò, confronterò, e a meno di stancarmi o cambiare idea in corso d’opera, avrò una conoscenza sull’argomento che si possa definire vasta.
Nel frattempo, questo post segnerà il punto cui sono arrivato, e darà tanti spunti, spero interessanti, a chi lo leggerà, e magari, incuriosito, mi seguirà nella mia ricerca.
Terminata la premessa, parliamo dell’argomento di oggi, e cioè, di come, più tardi rispetto all’era delle danze macabre (di cui si hanno esempi ancora nel Seicento), l’arte abbia riscoperto e reinterpretato questo soggetto, con delle creazioni che, anche perché più vicine cronologicamente, sono meglio note alla modernità.

Il discorso parte dal Romanticismo (fine Settecento/inizio Ottocento), quando le suggestioni del Medioevo, declassate dalla riscoperta del classicismo e dal recente Neoclassicismo, acquisiscono un nuovo valore artistico ed estetico, derivante da una rilettura di quel mondo e delle sue forme, e della sua assimilazione nella cultura come base su cui proiettare le istanze della modernità. Leggende, folklore, racconti popolari prendono il posto, anzi, affiancano, i miti classici come soggetti da rielaborare nella creazione di nuove opere. Fra questi, le storie dalla componente oscura, talvolta torbida, sono di particolare interesse per un gusto in particolare, quello per il macabro appunto, da cui derivano la poesia cimiteriale, certe ballate moderne, il romanzo gotico, e da esso, quello che noi oggi chiamiamo horror, che in forme diverse da quelle odierne era sempre esistito. In particolare, questa tendenza è sentita nell’Europa settentrionale, in Germania, in Francia e in Inghilterra, gli stessi paesi in cui l’arte macabra era fiorita maggiormente nel Medioevo, perché meno legati al culto del bello del classicismo e magari per una natura diversa da quella mediterranea.
Fra coloro che, nell’ambito della letteratura, incarnano meglio questo spirito di ricerca del folklore del passato da vestire ad una sensibilità nuova, sta il maggiore poeta tedesco, Goethe, autore di una ballata del 1813 intitolata proprio “Totentanz”.

“Il campanaro, lui a mezzanotte
sulla fila di tombe china lo sguardo:
la luna ha diffuso dovunque il chiarore,
è come se fosse giorno nel camposanto.
Si muove una tomba, un’altra, e dopo
vengono fuori, una donna, ecco, un uomo,
in candidi sudari con lo strascico.

Si stira i malleoli – vogliono divertirsi
subito – per il girotondo quella brigata
di poveri e di giovani, di vecchi e di ricchi;
ma gli strascichi sono di inciampo alla danza.
E poiché qui il pudore non ha più da dare
ordini, tutti si scuotono: sparse
giacciono sui tumuli le camiciole.

Ora il femore salta, la gamba si scrolla,
si danno contorte movenze, e frammezzo
ogni tanto si scricchia e si crocchia,
come se le bacchette battessero il tempo.
Per il campanaro la scena è così comica!
E il tentatore, il burlone, gli mormora:
“Vai a prenderti uno dei lenzuoli funebri!”.

Detto fatto! E lui in fretta si rifugia
dietro porte consacrate. Limpido
è sempre il chiarore della luna
sulla danza che fa raccapriccio.
Ma alfine si dilegua uno dopo l’altro,
se ne va ravvolto nel suo sudario,
ed ecco, è sotto la zolla erbosa.


In coda sgambetta e inciampa uno soltanto
e brancola vicino alle tombe e le aggraffa;
ma la grave offesa non è di un compagno,
lui fiuta il panno per aria.
Lo ricaccia la porta della torre, che scuote,
adorna e benedetta, per la buona sorte
del campanaro: riluce di croci metalliche.

Deve avere la camicia, ma non si ferma,
pensarci a lungo non è necessario;
ora quel coso il fregio gotico afferra
e s’arrampica di pinnacolo in pinnacolo.
Per il poveretto, per il campanaro è finita!
Lui s’inerpica, di voluta in voluta,
simile a un ragno dalle lunghe zampe.

Il campanaro sbianca, il campanaro trema,
ora vorrebbe rendergli il lenzuolo.
Adesso – per lui è l’ora estrema –
un uncino di ferro aggranfia l’orlo.
Si dilegua la luce, s’intorbida la luna,
la campana tuona un possente tocco dell’una,

e lo scheletro in basso si sfracella.”

Ironica, grottesca e inquietante al contempo, la danza di Goethe è macabra fino all’osso, che è una delle battute più sciocche che abbia mai fatto. Fissando i termini della vicenda in una situazione archetipica, il cimitero a mezzanotte, ci ri-narra una storia legata al folklore europeo, quella di un uomo che ha la sventura di assistere al risveglio dei morti e alla loro danza, e che di solito soccombe a tale visione, con grande sapienza poetica, insistendo, oltre che sui termini che rimandano alla sfera del notturno e del macabro, su onomatopee e verbi che trasmettono l’idea di ossa che si agitano e si scontrano (motivo per cui è doppiamente consigliata la lettura dell’originale in tedesco). Goethe mette inquietudine con il dettaglio del campanaro che, seguendo il consiglio di un non meglio identificato “burlone”, ruba il sudario ad uno degli scheletri e si vede da questo inseguito quando la danza finisce e lui non può tornare nella tomba (il che è sottilmente ironico), e rovescia il sentimento nell’ultimo verso, allorché lo scheletro si sfracella in mille pezzi: un contrasto, quello tra orrore e umorismo, in cui alcuni vedono un esempio di genere grottesco.

“The Masque of the Red Death” di Harry Clarke, 1919.

Questa presenza del campanaro non fa che ricordarmi una poesia, a mio avviso davvero spaventosa, di un altro grande autore che va inserito in questa trattazione.
Edgar Allan Poe (non europeo, ma esperto quanto gli altri nell’interpretare antiche tradizioni) è probabilmente il primo nome che ci viene in mente quando parliamo di macabro in letteratura. Poe, di cui vi invito a leggere la succitata poesia “Le campane”, partecipa a questa rassegna con un racconto che ha qualcosa del trionfo, ma che non posso non riportare qui in quanto procede attraverso una danza. Si tratta del celebre “La maschera della morte rossa”, pubblicato nel 1842 e legato al mondo medievale già a partire dall’antefatto della vicenda, il dilagare della peste chiamata “morte rossa” che miete infinite vittime, e alla quale il principe Prospero pensa di poter sfuggire rinchiudendosi, insieme a mille amici e vari servitori, in un palazzo completamente chiuso al mondo esterno, decorato secondo il suo stravagante gusto estetico e in cui gli ospiti si dedicano a giochi e diletti. Allorché il principe organizza una festa in maschera per celebrare il successo della sua iniziativa, tutti i presenti, durante la danza, sono stupiti e intimiditi dinanzi all’avanzare attraverso le sale di una misteriosa figura avvolta in un sudario macchiato di sangue e con una maschera dalle sembianze di un teschio: questa presenza, come diviene chiaro quando Prospero, dopo aver toccato quel sudario sotto il quale si vede non esserci alcun corpo, cade a terra senza vita, è la morte rossa, che introdottasi nel palazzo miete tutti gli uomini all’interno, rivelando che alla morte non si scappa. Uno dei capolavori di Poe, dove si colgono, oltre al gusto estetico pieno di simboli e a quello per l’orrido e il sovrannaturale, una grande poesia e una sapiente riproposizione dei modelli, in questo caso l’imperversare della peste, l’altezzoso estraniamento dell’aristocrazia dai mali del popolo, il trionfo della morte e la sua ineluttabilità, sempre con il motivo della danza. 

Baudelaire apprese molto da Poe, di cui fu l’entusiasta importatore in Europa. La sua Danse Macabre, che fa parte del gruppo Quadri di Parigi (Tablieaux de Paris) pubblicata nei Fleurs du mal nel 1857, è una delle più rilevanti di tutta la letteratura.

“Fiera della sua nobile statura, come una persona viva,
col suo gran mazzo di fiori, il fazzoletto e i guanti,
lei ha la noncuranza e la disinvoltura
d’una civetta magra dall’aria stravagante.

Hai visto mai al ballo una vita più sottile?
La sua veste esagerata, nella sua ampiezza regale,
ricade abbondante sopra un piede magro, stretto
nella scarpina infiocchettata, graziosa come un fiore.

Il collarino che le scherza intorno alle clavicole,
come un ruscello lascivo strisciante contro la roccia,
difende pudico dai lazzi ridicoli
le funebri grazie che vuole nascondere.

Che occhi profondi di vuoto e di tenebre!
Come oscilla mollemente sulle fragili vertebre
il suo cranio acconciato di fiori con arte!
Oh, fascino d’un nulla follemente agghindato!

Alcuni diranno che tu sei una caricatura;
amanti ebbri di carne, non capiscono
l’eleganza senza nome dell’umana armatura.
Ma tu rispondi, grande scheletro, al mio gusto più caro!

Vieni forse a tubare, con la tua possente smorfia,
le feste della Vita? O ti spinge credula
al sabba del Piacere qualche antica voglia
speronando ancora la tua vivente carcassa?

Speri dunque di cacciare il tuo incubo beffardo
al canto dei violini, alla fiamma delle candele?
Vieni a chiedere che il torrente delle orge
rinfreschi l’inferno acceso nel tuo cuore?

Inesauribile pozzo di stoltezza e di colpe!
Eterno alambicco dell’antico dolore!
Come vedo ancora errante l’insaziabile aspide
il traliccio curvo delle tue costole!

Temo che tutta la tua civetteria
non troverà un compenso degno dei tuoi sforzi:
quale cuore mortale capirà lo scherzo?
L’incanto dell’orrore inebria solo i forti.

L’abisso dei tuoi occhi, pieno d’orribili pensieri,
esala vertigine, e i cauti ballerini
non contempleranno senza nausee amare
il sorriso eterno dei suoi trentadue denti.

Eppure, chi non ha stretto fra le sue braccia uno scheletro?
Chi non s’è nutrito con le cose della tomba?
Che importano profumo, abito, toletta?
Chi fa il disgustato, mostra di credersi bello.

Baiadera senza naso, irresistibile baldracca!
di’ dunque a questi ballerini che fanno i contrariati:
“Malgrado cipria e rossetto, puzzate tutti di morte.
ballerini che vi volete fieri, scheletri muschiati,

Antinoi sfioriti, dandy glabri,
cadaveri verniciati, vitaioli canuti?
Nel gioco universale della danza macabra,
siete trascinati, verso luoghi sconosciuti!

Dai freddi lungo-Senna alle rive brucianti del Gange
la mandria dei mortali salta e s’inebriasenza vedere
la tromba dell’Angelo, da un buco del soffitto,
sinistra, spalancata come un nero schioppo.

Ridicola Umanità, la Morte mira in ogni clima,
sotto qualsiasi sole, le tue contorsioni,
e sovente, come fai tu, profumandosi di mirra come te,
mischia la sua ironia alla tua insania!”

A sua volta, il ballo dell’artista con la morte non può
non farmi pensare a questa pagina visionaria de Il Corvo di James O’Barr.

Con Baudelaire si ha un cambio di prospettiva: quella morte che ripugnava ora attrae, quelle orbite vuote senza un senso sono abissi in cui bisogna discendere, e le ossa e il teschio della ballerina trasmettono fascino. Non è cambiata la morte, e nemmeno l’uomo, ma è diverso l’artista, e il nuovo artista coglie la bellezza del macabro, e i sottili fili attraverso i quali si dirama, da esso, una rete che conduce alla Bellezza.

Affine alla Danza, come affini sono i due autori, è Il Ballo degli Impiccati di Rimbaud.

“Alla nera forca, amabile moncone,
danzano, danzano i paladini,
i magri paladini del demonio,
gli scheletri dei Saladini!
Messer Belzebù tira per la cravatta
i suoi piccoli neri fantocci che fan smorfie al cielo,
e picchiandoli in fronte con la ciabatta
li fa danzare sulle note d’un vecchio Natale!
E i fantocci scioccati intrecciano i loro gracili braccini,
come neri organi i petti squarciati
che un tempo stringevano dolci donzelle
cozzano a lungo in un amore immondo.
Urrà per i gai danzatori che non hanno più pancia!
Possono fare giravolte, perché il palco è così grande!
Op! Che non si sappia se è danza o battaglia!
Belzebù irato coi suoi violini raglia!
O duri talloni, non usate mai sandali!
Quasi tutti han tolto la camicia di pelle!
Il resto non impaccia si guarda senza schifo.
Sui crani la neve posa un candido cappello:
la cornacchia è un pennacchio sulle incrinate teste,
un brano di carne trema sul mento scarno:
si direbbe vorticante nelle oscure resse
di prodi, rigide armature di cartone.
Urrà! La tramontana soffia al gran ballo degli scheletri!
La forca nera mugola come un organo di ferro!
E i lupi rispondono da foreste violette:
all’orizzonte il cielo è d’un rosso inferno…
Olà, scuotete quei funebri capitani
che sgranano sornioni tra le dita spezzate
un rosario d’amore sulle vertebre pallide:
questo non è un monastero, o trapassati!
Oh! Ecco, nel mezzo della danza macabra
nel cielo rosso un folle scheletro avanza
di slancio, e come un cavallo impenna:
e, poiché al collo la corda è stretta,
raggrinza le dita sul femore che scricchiola
con grida simili a ghigni
e come un acrobata che rientra nella sua baracca
rimbalza nel ballo al canto delle ossa.
Alla nera forca, amabile moncone,
danzano, danzano i paladini,
i magri paladini del demonio,
gli scheletri dei Saladini!”

Ora, non si può avere danza senza che si abbia la musica, e a partire dall’Ottocento, i compositori non sono andati per nulla leggeri con il macabro.
In ordine cronologico, troviamo per primo Liszt, che compone la sua Totentanz per pianoforte e orchestra tra il 1834 e il 1859. Si tratta della rieleborazione di una sequenza del Dies Irae, con grande enfasi negli aspetti più drammatici, dovuta all’ascolto della Sinfonia fantastica di Hector Berlioz, derivante dalla medesima ispirazione; accanto ad essa, la suggestione tratta dal Trionfo della Morte del Campo Santo di Pisa. Più che una danza, questo è veramente un trionfo, smisurato, epico.

Segue la celeberrima Danse Macabre di Saint-Saëns, che si ispira a un poemetto di Henri Cazalis, che, a sua volta, si rifà a Goethe. Egli, in particolare, idea l’immagine della Morte che suona un violino, alla base della composizione di Saint-Saëns.

«Zig et zig et zig», la mort en cadence
Frappant une tombe avec son talon,
La mort à minuit joue un air de danse,
«Zig et zig et zag», sur son violon.

Le vent d’hiver souffle, et la nuit est sombre;
Des gémissements sortent des tilleuls;
Les squelettes blancs vont à travers l’ombre,
Courant et sautant sous leurs grands linceuls.

«Zig et zig et zig», chacun se trémousse,
On entend claquer les os des danseurs;
Un couple lascif s’asseoit sur la mousse,
Comme pour goûter d’anciennes douceurs.

«Zig et zig et zag», la mort continue
De racler sans fin son aigre instrument.
Un voile es tombé ! La danseuse est nue,
son danseur la serre amoureusement.

La dame est, dit-on, marquise ou baronne,
Et le vert galant un pauvre charron;
Horreur! Et voilà qu’elle s’abandonne
Comme si le rustre était baron.

«Zig et zig et zig», quelle sarabande!
Quels cercles de morts se donnant la main!
«Zig et zig et zag», on voit dans la bande
Le roi gambader auprès du vilain.

Mais «psit» ! tout à coup on quitte la ronde,
On se pousse, on fuit, le coq a chanté.
Oh ! la belle nuit pour le pauvre monde.
Et vivent la mort et l’égalité !”

Da Wikipedia il testo della composizione di Saint-Saëns:  « I raggi della luna filtrano a intervalli fra nuvole a brandelli. Dodici cupi rintocchi risuonano dal campanile della chiesa. Svanito l’ultimo di essi, si odono strani rumori dall’attiguo cimitero, e la luce della luna investe una fantomatica figura: la Morte, che suona il violino, seduta su una pietra tombale. Si odono strida dai sepolcri circostanti e il vento ulula fra le cime degli alberi spogli.
Le note sinistre dello scordato violino della Morte chiamano i morti fuori dalle tombe; e questi, avvolti in bianchi sudari, volteggiano attorno in una danza infernale. La quiete del sacro recinto è distrutta da grida sorde e risa orribili. La ridda degli scheletri, col rumore secco delle ossa, diviene sempre più selvaggia, e la Morte, nel mezzo, batte il tempo col suo piede scricchiolante di scheletro. Improvvisamente, come presi da un sospetto terribile, i morti si arrestano. Nel vento gelido si sentono le note della Morte. Un fremito percorre i ranghi dei trapassati: i teschi sogghignanti si rivolgono in ascolto verso la pallida luna. Ma le note stridenti della Morte di nuovo rompono il silenzio, e i morti riprendono a danzare più selvaggiamente di prima. L’ululo del vento si unisce al coro dei fantasmi, gemendo fra i rami nudi dei tigli. D’improvviso la Morte smette di suonare, e nel silenzio che segue si ode il canto del gallo. I morti si affrettano verso le tombe e la fatale visione svanisce nella luce dell’alba. »

Musorgskij, grande interprete delle tradizioni popolari, compone fra il 1875 e il 1877 i Canti e danze della morte, (Песни и пляски смерти), un ciclo di canzoni che trae ispirazione da Liszt, e che si sviluppa intorno a quattro vicende relative a quattro tipi di morte: la prima è la Ninna nanna, cantata a un bambino cullato dalla Morte; la seconda è la serenata, la morte di una fanciulla cui la Morte si rivolge come un amante che attende alla porta; la terza è il Trepak, un ballo popolare russo che la Morte spinge un contadino a ballare; la quarta è Il condottiero, e la Morte figura come il comandante di un esercito che ammonisce le sue truppe.

In questo excursus non può mancare “The skeleton dance” (1929), la danza degli scheletri targata Walt Disney ,della raccolta di cortometraggi “Silly Symphony”, in cui una banda di scheletri si esibisce a ritmo di musica in balli, piroette e formazioni assurde e grottesche al contempo, cessando, anche loro, all’arrivo del nuovo giorno.

Dei generi musicali moderni, ce n’è uno che più degli altri è figlio ed ereditario di ogni tradizione macabra, romantica e oscura, ed è il Metal.
Nel 2001 i Marduk, gruppo Black Metal svedese tra i più estremi, blasfemi ed importanti per il genere, pubblica l’album “La Grande Danse Macabre”, terzo atto di una trilogia chiamata “Blood, war and death” (“Sangue, guerra e morte”) che comprende i precedenti “Nightwing” e “Panzer Division Marduk”. Il nuovo album è quello dedicato alla morte, e la traccia omonima, in un ritmo marziale e oscuro, ripete un messaggio che non può essere confutato nemmeno dopo mille anni, alla morte non si scappa.

“This ghastly skeleton, bone bare on ghostly nag
Gallops through space
No spurs, no whips
And yet his steed pants towards apocalypse
Nostrils a-snort in epeleptic fit
Headlong they rush, athwart the infinite
With rash and trampling hoof
The cavalier, his flashing sword aflame
Glashes – now here, now there

Amongst the nameless slaughtered horde
Then goes inspecting like some manor-lord
The charnel ground, chill and unbound where
Under a bleak suns pallid leaden glare
Histories great sepulchered masses lie
From the ages near
And the ages long gone by

Death can on both black and white horses ride
Across the threshold of infinity he you guide
Death can step along smiling within the dance
And as a pawn in a game of chess you stand no chance
Death can also beat a drum
He drums hard and he drums soft
The time has come for you to leave the mortal croft
All your dreams he beats into dust
Die, die, die you must

I svängen lätta I dansens ringar
I stigen yra I nöjets lag
Och myrten blommar och lyran klingar
Men över tröskeln stiger jag
Då stannar dansen
Då sänkas ljuden
Då vissnar kransen
Då bleknar bruden…”

E veniamo finalmente al pezzo forte, gli Iron Maiden.
Sì, quegli Iron Maiden, e sì, quella canzone parla proprio di questo.
Nel 2003 esce “Dance Of Death”, tredicesimo album della formazione londinese, che nel titolo e nella copertina mette in chiaro a cosa fa riferimento; un grande mietitore circondato da demoni e personaggi inquietanti. La title track, una delle mie canzoni preferite dei Maiden, racconta, anche nel divenire della musica, una versione moderna del mito presentato finora, attraverso gli occhi di uno spettatore che, una notte, viene condotto misteriosamente in un luogo sconsacrato in un cui i morti si alzano e cominciano a ballare come forsennati, mentre la musica, inizialmente tenue, per quanto sinistra, come se stesse preparando, esplode furiosamente.

“Let me tell you a story to chill the bones
About a thing that I saw
One night wandering in the everglades
I’d one drink but no more

I was rambling, enjoying the bright moonlight
Gazing up at the stars
Not aware of a presence so near to me
Watching my every move

Feeling scared and I fell to my knees
As something rushed me from the trees
Took me to an unholy place
And that is where I fell from grace

Then they summoned me over to join in with them
To the dance of the dead
Into the circle of fire I followed them
Into the middle I was led

As if time had stopped still I was numb with fear
But still I wanted to go
And the blaze of the fire did no hurt upon me
As I walked onto the coals

And I felt I was in a trance
And my spirit was lifted from me
And if only someone had the chance
To witness what happened to me

And I danced and I pranced and I sang with them
All had death in their eyes
Lifeless figures they were undead all of them
They had ascended from hell

As I danced with the dead
My free spirit was laughing and howling down at me
Below my undead body
Just danced the circle of dead

Until the time came to reunite us both
My spirit came back down to me
I didn’t know if I was alive or dead
As the others all joined in with me

By luck then a skirmish started
And took the attention away from me
When they took their gaze from me
Was the moment that I fled

I ran like hell faster than the wind
But behind I did not glance
One thing that I did not dare
Was to look just straight ahead

When you know that your time has come around
You know you’ll be prepared for it
Say your last goodbyes to everyone
Drink and say a prayer for it

When you’re lying in your sleep, when you’re lying in your bed
And you wake from your dreams to go dancing with the dead
When you’re lying in your sleep, when you’re lying in your bed
And you wake from your dreams to go dancing with the dead

To this day I guess I’ll never know
Just why they let me go
But I’ll never go dancing no more
‘Til I dance with the dead”

Come già anticipato, questo elenco è estremamente esiguo, fondato soprattutto su esempi illustri della letteratura romantica e decadente, della musica del tempo, e del Metal d’oggigiorno.
A quale conclusione ci porta questa storia? Possiamo sconfiggere la morte con un ballo? Crediamo che, quando ci prenderà, basterà prenderla con ironia e non ne soffriremo.
Se nessuna arte ha il potere di fare qualcosa per i morti, a meno di parlare, per chi la riconosce, della loro anima, tutte le arti si fanno per i vivi, e si fanno parlando quasi sempre proprio della morte, perché la sua ombra domina la vita. Non si tratta solo dell’arte che rende eterno chi la fa, la prospettiva di queste danze ci insegna ad essere più umili; si tratta dell’arte che lascia qualcosa ai vivi, che guardano la prospettiva dell’abisso senza sapere nulla di cosa ci sia dall’altra parte a guardarli, e sentendo il freddo alito di decomposizione che ne fuoriesce potrebbero cadervi dentro in preda al terrore: creando, parlando, intessendo parole e immagini in poesie e quadri, come si intessono le membra in una danza, si può attenuare quella paura, si può spezzare la maglia di sovranità e onnipotenza di quell’abisso, fino a rispondere al suo sguardo con pace, compassione e saggezza. Quell’abisso di morte non è lì per negare l’uomo, ma per disegnarlo. La morte è il tratto di matita che forma il disegno dell’uomo, un tratto sottile intorno a una figura che è piena di colori, di ombre e di sfumature. Disegnando la morte, l’uomo ha delimitato anche lei, e guardando dentro quel contorno, nelle forme, nei colori, ombre, sfumature, che costituiscono la morte, ha trovato la bellezza.

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