Danza di ossa novembrine (parte II) – Danze macabre

Il vento d’autunno ha imposto il suo ritmo, e adesso la musica diviene più alta e il freddo più acuto, e ad un tratto, mentre il ritmo è scandito da uno schiocco di ossa, il vento accelera, e fantasmi riecheggiano il suo ululato. La musica diviene eccessiva.
È il momento di parlare delle Danze Macabre.

Il nome “danza macabra” è molto evocativo, a partire dall’apposizione di termini che rimandano a significati così diversi come la danza e la morte. Eppure, settecento anni fa, gli artisti -e i letterati accanto a loro- hanno contemplato l’idea della morte come un grande ballo cui tutti, prima o poi, sono invitati a prendere parte, e che li trascina con sé fuori dalla vita: non ha più importanza se questa danza porti da qualche altra parte, ha importanza soltanto questo, la vita finisce, il piacere è effimero, e una delle più stolte mancanze dell’uomo è quella di non pensarci, fin quasi a convincersi di poter vivere per sempre. Nell’ottica della società del Trecento, è un ammonimento, il richiamo della coscienza alla mortalità, corroborato da una presenza più diffusa del solito della Morte nella vita degli uomini del tempo. Nella società dell’Umanesimo, dove lo slancio vitale è divenuto intenso e la ricerca dei piaceri uno stile di vita, la Morte è un’odiosa presenza che attende dietro ogni godimento, rimembrando agli uomini che ognuno dei loro piaceri è effimero.

Dell’aggettivo macabro, ci si presentano diverse etimologie. Il saggio di Pietro Vigo, cui faccio riferimento anche questa volta, ne elenca rapidamente alcune: dall’arabo magboruh o magubir, piazza o luogo di sepoltura; dal latino macheria, cioè muro, visto l’uso di raffigurare le danze sui muri, o macrorum, genitivo plurale di macer, quindi “dei magri”; dal nome di San Macario, primo santo asceta; Macabee, con riferimento a una Danza dei Maccabei, in cui personaggi di varie condizioni ed estrazioni danzavano e poi si dileguavano all’arrivo della Morte; si parla anche di un’opera del 1376 intitolata “Danse de Macabre”, del vescovo Jean Le Fèvre, dove Macabre sarebbe uno dei personaggi.
C’è anche un fatto storico, dietro questa tradizione: diversi decreti esposti in epoca già altomedievale presso le chiese che comprendevano dei cimiteri, proibivano di eseguire danze e riti pagani sulle tombe, che avevano luogo, pare, sopratutto in prossimità della festa di Ognissanti.

La Danza Macabra nell’arte ha delle caratteristiche che non ricorrono sempre, ma lo fanno spesso ed è sulla base di esse che si indica una raffigurazione come più o meno appartenente al genere. La prima e fondamentale di queste caratteristiche è l’intento satirico: mostrare che la morte arriva per tutti, ricordare la vanità delle cose terrene, diviene un attacco, ora scherzoso e giullaresco, ora feroce e anatemico, al benessere e alla superbia delle classi sociali più alte. In molti di questi casi, come già visto con le opere riportate nella prima parte, si inseriscono nelle opere cartigli su cui figurano scritte ammonitrici.

La morte è raffigurata come uno scheletro o un corpo in putrefazione. Insieme ad essa, e per certi versi più rilevanti, sono i morti: spesso associati ai vivi, con i quali procedono divisi in coppie, figurano scheletri e cadaveri che indicano una dimensione soggettiva della morte, che ricordano non solo che tutti moriranno, ma che tutti perderanno le proprie sembianze. Oltre ad avere un impatto più orrido e, appunto, macabro, il cadavere con ancora uno strato di pelle addosso porta sul proprio volto un’espressione ghignante che accresce la crudele ironia della composizione, raggiungendo il culmine nelle danze in cui i morti suonano delle trombe, quasi a ricordare con zelo caricaturale il fato che simboleggiano.
Come già detto per gli Incontri dei vivi con i morti e i Trionfi della Morte, questo genere figurativo non nasce in Italia, ma si sviluppa a partire dall’Europa centro-settentrionale, con Germania, Francia e Inghilterra in prima linea, e viene in alcuni casi assimilato anche da noi per via del suo carattere moraleggiante, in quanto, pare (questa è una cosa che non ho ancora capito), fin da quel Medioevo lontano mille anni da noi, la cultura italiana era poco incline ad accettare le forme del mostruoso e del fantastico che tanta fortuna avevano più a nord. Se l’Incontro ha fortuna per il suo aspetto didascalico, e il Trionfo ne ha di meno perché punta sul turbamento visivo della morte deificata, la danza riesce, grazie appunto ai moniti che dà.

Il libro di Pietro Vigo cita come prima Danza Macabra dipinta quella di Minden in Westphalia, che risalirebbe al 1382-1383. Purtroppo, non è mostrata nel libro, né ho avuto modo di reperirla in rete. Segue quella del cimitero degli Innocenti a Parigi, dipinta fra il 1424 e il 1425, di Basilea, di Dresda, di Tallin,

“Contempla Uomo e non disprezzare
Questo è l’aspetto di ogni creatura
La Morte li prende, prima o poi
Si dissolvono come i fiori su un prato”

In Slovenia, a Hrastovlje, se ne trova un altro esempio bello e suggestivo, con scheletri che tengono per mano i vivi (un bambino, un mendicante storpio, un nobile, il papa, una regina e un re), sempre conformi allo spirito originario della Danza.

E veniamo all’Italia, che è quella cui il saggio di Pietro Vigo fa più attenzione, configurandosi come primo testo italiano sull’argomento. Prescindendo dal prendere in esame le opere straniere (e costringendomi così a cercare informazioni su Internet in siti in inglese e in tedesco) Vigo espone i pochi esempi di Danza Macabra che presenti in Italia. E quegli esempi non si possono definire vere e proprie danze, ma reinterpretazioni di esse in un’accezione più congeniale all’arte italiana. Bisogna infatti tenere a mente che nel Quattrocento, quando il genere è al suo apogeo in Francia, Germania ed Europa settentrionale, l’Italia vive la stagione culturale del Rinascimento: la riscoperta dei modelli classici, e la loro conseguente ripresa in quanto indiscutibili principi di autorità e bellezza, allontana l’arte italiana dal gusto per l’orrido e un certo tipo di pensiero che è tipico delle regioni sopra citate, cui l’Italia rimarrà quasi indifferente anche nel momento del loro ritorno durante l’Ottocento. Vigo, dunque, individua semplicemente alcune opere che si possono accostare al genere per le suggestioni, e naturalmente la presenza di scheletri.
Partiamo subito dall’affresco dell’oratorio dei Disciplini a Clusone, già visto nel post precedente, diviso in una parte superiore raffigurante un trionfo, e una inferiore, che è quella postata qui sotto. Le due sono separate da una scritta: “O ti che serve a Dio del bon core non havire pagura a questo ballo venire ma allegramente vene e non temire poj chi nasce elli convene morire.
Parti del dipinto sono andate perdute, ma quello che rimane ci mostra la struttura di base di una danza macabra: compaiono personaggi di varia estrazione sociale con accanto uno scheletro in postura simile alla loro. C’è una donna con uno specchio, un flagellante, un contadino, un oste, un funzionario di giustizia, un mercante, un giovane studente e un ottavo irriconoscibile. Eppure, se non per la scritta, questo affresco non presenta nulla che rimandi a un ballo, perché questa caratteristica, legata a una ricerca consapevole del grottesco, non interessa l’artista.


L’altra importante Danza Macabra italiana si trova nella chiesa di San Vigilio a Pinzolo: intorno a Cristo crocifisso sono posti l’imperatore, il papa, il re, sacerdoti, duchi, guerrieri, ricchi, per ognuno dei quali, scritte nel bordo sotto ogni figura, delle frasi che esplicano il senso della raffigurazione, sempre conformemente all’arte del tempo. Frasi dette dalla Morte ad ognuno di questi personaggi, che per il proprio prestigio o abilità si aspetterebbe di poterla sfuggire, e che invece deve accettare la sovranità della Morte.
Si comincia con i versi citati già nell’altro post:

Io sont la morte che porto corona 

Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte e dura
Che trapasso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremar el mondo
Reuolgendo mia falze atondo atondo
O uero l’archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e signor madona ne vassallo
Bisognia che lo entri in questo ballo

Mia figura o peccator contemplarai
Simile ami tu vegnirai
Non ofender a Dio per tal sorte
Che al transire non temi la morte
Che piu oltra non me impazo in be ne male
Che l’anima lasso al judicio eternale
Et come tu auerai lauorato
Cossi bene sarai pagato.

Sotto la Croce c’è poi il messaggio di Gesù:

O peccator piu non peccar non piu
Chel tempo fuge e tu non te nauedi
De la tua morte che certeza aitu
Tu sei forsi alo extremo et non lo credi
De ricore col core al bon iesu
Et del tuo fallo perdonanza chiedi
Vedi che in croce la sua testa inchlina
Per abrazar lanima tua meschina

O peccator pensa de costei
La mea morto mi che son signor de ley
Ihs Xhs


La Morte si rivolge al papa:
O sumo pontefice de la cristiana fede
Cristo e morto come se vede
A ben che tu abia de sampiero el manto
Acceptar bisognia de la morte el guanto

In questo ballo ti conue entrare
Li anticesori seguire et li sucesor lasare
Poi chel nostro primo parente adam e morto

Si che ate cardinale non te fazo torto


Morte cossi fui ordinata

In ogni persona far la intrata

Si che episcopio mio iocondo

Le giunto el tempo de abandonar el mondo

Ai sacerdoti:

Sacerdote mio reuerendo
Danzar teco io me intendo
Aben che de cristo sei vicario
Mai la morte fa disuario
A un frate:
Bon partito pilgiasti opatre spirituale
A fuzer del mondo el pericolodo strale
Per lanima tua po esser uia secura
Ma contra di me non auerai scriptura

All’imperatore:
O cesario imperatore vedi che li altri jace
Che a creatura humana la morte non a pace

Al re:
Tu sei signor de gente et de paisi o corona regale 

A a altro teco porti che il bene el male
In pace portarai i gentil regina
Che o per comandamento de non cambiar farina

A un duca:
O ducha signor gentile
Gionta a te son col bref sottile

A un teologo:
Non ti uala scientia ne dotrina
Contra de la morte non val medicina
A un uomo in armatura:
O tu homo galgiardo et forte
Niente vale larme tue quntra la morte

A un ricco che prova a corromperla:
Et tu ricone numero deli auari 
Che in tuo cambio la morte non vol denari
A un giovane:
De le vostre zouentu fidare non se vole
Pero la morte chi lei vole tole
A un mendicante zoppo:
Non dimandar misericordia o pouerelo zopo
Ala morte che pieta non ha li daza intopo
A una monaca:
Per fuzer li piazer mondani monicha facta sei
Ma da la scura morte scampar non poi da lei
A una donna di bell’aspetto:
Non ti gioua ponpe o beleze
Che morte te fara puzar et perdere le treze
A una vecchia:
Credi tu vechia el mondo reditare
Che non pensasti cuelo che morte sa fare
A un bambino:
O fantolino de prima hetate
Come sej ingenerato
Tu sei in mia libertade

Qui vediamo in un certo senso un trionfo, perché la Morte ha attributi di maestà, seduta sul cavallo, con arco e ali di pipistrello. Alle sue spalle San Michele e Lucifero si contendono le anime dei morti, e in mano al secondo figura un libro con scritti sopra i peccati capitali.

Fati bene tanto che seti in uita 

Che come lombra la morte ui seguita
De li vostri delicti penitentia fati
La ue zonzera piu presto che non pensati

Soffermiamoci adesso brevemente su alcune delle incisioni della Danse Macabre di Hans Holbein, del 1538 circa. Qui il tema è svolto secondo un altro motivo, per il quale ognuna delle incisioni mostra un singolo personaggio, rappresentante, anche qui, una diversa classe sociale o età della vita, o altra possibilità d’esistenza dell’uomo, e ognuno di questi personaggi è alle prese con una versione “personalizzata” della morte.
Il ciclo ha inizio ripercorrendo il racconto biblico del Genesi, con le prime incisioni raffiguranti la Creazione (I), la Tentazione (II), l’Espulsione (III), e la Conseguenza della Caduta (IV), dove è ritratto l’Uomo che lavora la terra affiancato dalla morte, comparsa alla fine della scena precedente. Dopo l’immagine di un cimitero nella V incisione, ha inizio la sfilza dei tipi umani. Il primo è il papa, che vedete qui accanto. Seguono l’imperatore e il re, i potenti, poi ci sono i nobili, conti, i religiosi, come il prete, il monaco e la suora, e sono rappresentati anche i mestieri, come il giudice e l’avvocato. E naturalmente anche gli anziani, i poveri, e i bambini, poiché anche questa danza macabra, come tutte le altre, vuol ricordare che la morte tocca proprio a tutti.
Vedete qui accanto la XXVII, l’astrologo, la XLII, il soldato, e una che mi piace particolarmente, la XXXI, il cavaliere.

La Danza, me ne sono reso conto in queste settimane, trascorse a studiare la materia solo per rendermi conto di aver trovato solo la punta dell’iceberg, è un argomento smisurato, non solo perché quantitativamente ne vengono realizzati molti esempi (quasi tutti stranieri) di cui si è persa gran parte, il che rende difficile redigere un elenco esaustivo di tutti gli esempi, ma perché si lega a diverse tradizioni più antiche, fra le suggestioni bibliche, la mitologia classica e le leggende germaniche, ed esprime un sentimento che, pur nella molteplicità dei suoi volti nelle varie regioni d’Europa, è profondamente radicato nell’uomo, e cioè, oltre alla paura e alla curiosità inseparabili che si provano all’idea della morte, la paura e la curiosità che si hanno verso ciò che la simboleggia. Anche prima che il mondo moderno la rendesse quasi un tabù, la morte inquietava attraverso i quadri e i versi su di essa, e gli uomini medievali, che andavano acquisendone consapevolezza, impararono ad esercitare quell’arte, l’arte di usare la paura, quel brivido taciuto comune a tutti gli uomini e da tutti gli uomini compreso e riconosciuto, per far passare un messaggio, che in questo caso era il messaggio più semplice e spaventoso di tutti. In una storia dell’evoluzione dell’orrore nelle arti, non si potrebbe prescindere da questo momento.

Il passaggio fondamentale che porta a noi, da un orrore ricercato come mezzo a un orrore ricercato per se stesso, sarà argomento del prossimo post, e lì sarà la musica a farla da padrona. Ma questa danza non la balleremo senza un accompagnamento musicale, e dunque, due pezzi di sapore medievale per prendere gli scheletri per mano e danzare con loro.
La prima è la Totentaz, o Saltatio Mortis aD MM, dei Corvus Corax, una formazione tedesca che suona musica medievale basandosi su manuali d’epoca e un metodo il più attento possibile alla ricostruzione scientifica.

E infine una dedica a uno dei miei progetti preferiti che fa capolino qui grazie al proprio nome: gli australiani Dead Can Dance. Non ho trovato nella loro discografia riferimento esplicito alla Totentanz, ma possono creare la giusta atmosfera grazie al loro Saltarello, arrangiamento di un ballo italiano del Trecento.

Copia di una parte della Danza macabra di Lubecca di Bernt Notke, risalente al 1463 e distrutta dai bombardamenti nel 1942.


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