Danza di ossa novembrine (parte I) – Trionfo della Morte

Trionfo della Morte di Buffalino Buffalmacco, 1336-1341, Campo Santo, Pisa

Ora che siamo a novembre, il mese dei morti, un nuovo proposito, maturato grazie a un connubio fra le riflessioni vecchie e quelle nuove, terrà impegnata L’Anima del Mostro per il resto del mese, con quelli che, si spera, saranno tre post uniti in un unico ciclo tematico…per quanto unico possa essere un tema che sconfina così pericolosamente con, in teoria, qualunque cosa l’uomo abbia fatto nella sua storia. Perché l’arte, le aspirazioni, ciò che l’uomo fa, ciò che l’uomo è, sono fughe, salti, passi di danza, in bilico sopra una piccola zattera che inevitabilmente sarà sommersa, perché tutte le manifestazioni dell’uomo, tutte, hanno a monte un motivo che non può mancare anche con tutta la forza di volontà, la consapevolezza che alla fine verrà la morte.
Chiaramente, non voglio scrivere a proposito della morte stessa. Non serve nemmeno spiegare perché. L’argomento di questo post e dei successivi, sperando che vada tutto bene, è un particolare genere iconografico e letterario che nasce nel Medioevo (in ciò collegandosi all’interesse che guida questo blog) e caratterizza ancora di più il Quattrocento e il Cinquecento, senza tuttavia sparire nei secoli successivi, rimanendo radicato nella mente della civiltà occidentale e riaffiorando anche nella musica e in arti più tarde come il cinema: la Danza Macabra.
Questo genere viene frequentemente classificato in più tipi di soggetti, talvolta mescolati, talaltra poco distinti, che sono il più antico “incontro dei tre vivi e dei tre morti”, il “trionfo della morte” e la “danza macabra” vera e propria.  La premessa sul rischio di sconfinare è dovuta alla mole smisurata di storie e creazioni artistiche in cui la Morte si manifesta fisicamente o i morti escono dalle tombe (e con l’irritante moda degli zombie di questi anni non è proprio il caso); tutte quante cose che potrei collegare a questo argomento, e che mi piacerebbe anche collegare, ma che devo limitare a quelle in cui si può parlare davvero di riferimenti al trionfo della morte e/o alla danza macabra.

Trionfo della Morte, galleria regionale di palazzo Abatellis, Palermo.
Autore e data sono ignoti.

Per questi post mi avvalgo, come nel caso di quello sulle elegie anglosassoni, di un libro preso in prestito in biblioteca, “Danze macabre” di Pietro Vigo, nella sua edizione del 1901.

Il nostro percorso parte dall’età tardo antica, quando occasionalmente, non come genere costituito, la morte era rappresentata secondo aspetti allegorici comuni, gli antenati, in sostanza, del nostro “Tristo Mietitore”. Le basi erano generalmente gli dèi greci, con le ali simbolo di deità, la falce attributo di Chrònos, quindi dell’azione distruttiva del tempo, spesso capelli lunghi ad indicare una femminilità della morte (termine femminile in latino e nelle lingue romanze, maschile in greco e nelle lingue germaniche); e poi Apocalisse 6,8, il passo con l’arrivo del quarto dei cavalieri convocati dall’apertura dei sette sigilli: “Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.”(C.E.I.)
Presso i pagani, la Morte ha plurime accezioni, ma generalmente ha una connotazione più mite rispetto a quella della tradizione successiva; spesso è accompagnata dalla massima “conosci te stesso” o sue rielaborazioni, a significare che l’uomo non deve dimenticare qual è il suo destino, che è palesato in maniera sarcastica da uno scheletro.
La cultura cristiana, nella quale la morte è soltanto il passaggio ad una dimensione spirituale di beatitudine -o dannazione- inizialmente non si occupa di raffigurarla, e le manifestazioni artistiche di essa sono solo nelle molteplici versioni del Giudizio Universale e di soggetti affini. Ci sono pure, nell’Alto Medioevo, raffigurazioni che la personificano, come ricorda il saggio di Vigo, ma per ragioni di spazio dovrò esimermi dal riportarle tutte. In linea di massima, l’Uomo riscopre l’iconografia della Morte nel XIII secolo -e si può dire che, da quel momento, non la dimenticherà mai più- a partire da un soggetto artistico comunemente chiamato “Incontro dei tre vivi e dei tre morti”. Questo, che va collocato nella ricchissima tradizione medievale su visioni ultraterrene, cortei di morti, anime escluse dagl’inferi e costrette a vagare sulla terra, cui si ricollegano anche le leggende sulla caccia selvaggia e le origini di Arlecchino (“Hölle König”, re dell’Inferno, pensate un po’) che saranno oggetto di post futuri, deriva da una leggenda presente in più forme nel folklore del tempo, il motivo dell’incontro di tre giovani nobili, generalmente impegnati nella caccia e quindi colti in una foresta o in un bosco, con altrettanti morti, vicino o dentro le proprie tombe, che sorridono -con una vena di sarcasmo- davanti allo stupore e all’atterrimento provato dai vivi, e li ammoniscono sulla caducità della vita con motivi tipici quali “Quod vos estis nos fuimus, quod nos sumus vos eritis” (“Ciò che voi siete noi siamo stati, ciò che noi siamo voi sarete”), presenti in iscrizioni e ornamenti di vario genere risalenti a quel periodo. La prima forma di questa leggenda dovrebbe trovarsi nella letteratura francese del tempo, e il proliferare del tema nella letteratura e nella pittura sembra sia stato parallelo. Un’ipotesi interessante, contenuta nel “Medioevo fantastico” di Jurgis Baltrusaitis, è che l’origine di questo motivo sia orientale, derivi dal buddhismo, dove si trova l’incontro di Bodhisattva con personaggi che rappresentano i mali del mondo, quali miseria, malattia e, appunto, morte, e che il tòpos sia giunto in Occidente grazie ai rapporti con l’India. Questa ipotesi -oggetto di numerosi dibattiti, ma mai smentita del tutto-  chiarirebbe meglio anche un altro elemento che diviene frequente quasi subito, l’inserimento nel quadro della figura di un eremita (frequente nell’arte figurativa orientale) posto ad illustrare il significato della visione ai tre giovani spettatori, la cui classe sociale elevata, a significare che la morte coglie anche i nobili, prefigura il tema portante delle danze macabre. Questa presenza solleverebbe i morti dal compito di spiegare essi stessi il proprio stato, facendo sì che essi non parlino più, ma si limitano a comunicare un messaggio, più forte di qualunque parola, attraverso il loro aspetto.
Aspetto che, nel corso del tempo, evolve: mentre nelle versioni più antiche i morti sono scheletri tutt’al più ghignanti, col progredire di questo genere, parallelamente al senso di caducità che raggiunge l’apice nel Trecento e a un certo gusto artistico, si assiste per la prima volta alla rappresentazione del concetto di decomposizione dei corpi nella pittura: i morti hanno ancora lembi di pelle, occhi, vermi, caratteristiche intermedie fra il vivo e lo scheletro, e in alcune versioni non stanno nemmeno in piedi, ma sono mostrati riversi nella tomba. Questi aspetti sono illustrati ancora meglio quando i tre morti vengono mostrati ciascuno in uno stadio di decomposizione più avanzato dell’altro, quasi a fungere da manuale illustrativo dello stato del corpo dopo la morte.

Decisamente in linea al XIV secolo sono i numerosi Trionfi della Morte, che abbondano nell’Europa settentrionale, mentre in Italia ne vengono menzionati tre.
Realizzato da Buonamico Buffalmacco fra il 1346 e il 1341, il Trionfo del Campo Santo di Pisa è un esempio che lascia a bocca aperta.
Osservandolo (è l’immagine d’apertura di questo post) si scorgono in esso diversi motivi iconografici del genere macabro, e partendo da in basso a sinistra, dove i tre vivi di nobili costumi incontrano i tre morti in diversi stadi di decomposizione, circondati da serpenti e ammantati da un fetore tale che uno dei cavalieri si tappa il naso. Intorno a loro, figlia del Giudizio Universale, la rappresentazione degli angeli e dei diavoli che si scontrano nel cielo, predando le anime degli uomini (rappresentate dai bambini ghermiti dagli artigli dei demoni). La Morte sta in basso al centro, ha le ali e i connotati demoniaci, è dunque una forza del male.
Celebre per la sua bellezza è l’anonimo affresco conservato a Palermo e generalmente datato 1446. Anche questo si vede a inizio post. La Morte qui è una donna su un cavallo scheletrico, forte reminiscenza apocalittica, e irrompendo in un giardino circondato da una siepe, miete gli uomini con il suo passaggio e distrugge qualunque pretesa di impero e comando che essi possano nutrire, che è proprio il tema che costituisce i trionfi, la Morte cui non si sfugge. Gli zoccoli del suo cavallo calpestano i caduti, mentre lei, armata, oltre che di falce, d’arco e faretra (che richiamano il primo cavaliere dell’Apocalisse, coronato e munito d’arco, e Apollo, spesso associati fra loro) come in molte altre raffigurazioni dell’epoca, scocca i suoi dardi letali incurante di chi siano le vittime: ai suoi piedi si vedono re, imperatori, frati, il gruppo a sinistra, la povera gente che invoca la morte liberatrice, viene crudelmente ignorato, mentre quello a destra, costituito da nobili ed aristocratici, rimane indifferente a svolgere le proprie attività.

Trionfo della morte dell’oratorio dei Disciplini a Clusoni, 1484-1485

Molto importante perché associa Il Trionfo al soggetto di cui parlerà il prossimo post, la Danza Macabra, è l’affresco sulla parete dell’oratorio dei Disciplini a Clusone, incredibilmente pregno di allegorie.
Diviso in due parti, contiene entrambi i motivi; la parte superiore, presente qui a lato, vede la morte incoronata nella sua maestà scheletrica, con due scheletri minori alla sua destra e alla sua sinistra, che reggono dei cartigli con scritte ammonitrici. I tre scheletri sono in piedi su un sarcofago che contiene il papa e l’imperatore, i massimi poteri del Medioevo, attorno al quale si muovono personaggi che rappresentano le principali istituzioni del XV secolo, un re, un sacerdote, un doge, ricchi che cercano di corrompere la morte.

Ora, come anticipato, i trionfi e le danze non interessano soltanto la pittura, ma anche altri generi artistici, a cominciare dalla letteratura. E di certo non troveremmo letterato più insigne del Petrarca per osservare come questa immagine figure in versi.
Nei Trionfi, un poemetto in volgare redatto fra il 1351 e il 1374, meno famoso per noi rispetto al Canzoniere ma estremamente popolare nel Tre e Quattrocento, Petrarca, che si propone con quest’opera di confrontarsi con la Commedia di Dante, espone un viaggio allegorico in continuità con il percorso compiuto nelle altre opere, affidandosi alla struttura del poemetto boccacciano “Amorosa visione” in quanto l’opera è divisa in Trionfi (Cupidinis, Pudicitie, Mortis, Fame, Temporis, Eternitatis) costituiti da uno o più canti, in cui la narrazione/percorso individuale prosegue attraverso visioni e allegorie. È molto interessante il modo in cui, traendo spunto anche dai “trionfi”, processioni festive o rappresentate in pitture, i Trionfi del Petrarca influenzano quelli successivi, sia celebrati che dipinti. E così, nel primo canto del Trionfo della Morte, introdotto da un’atmosfera sinistra, Petrarca ha un incontro con una vecchia dall’aria sgradevole, che si rivolge a Laura:

E come gentil cor onore acquista,
così venia quella brigata allegra,

quando vidi un’insegna oscura e trista:
et una donna involta in veste negra,
con un furor qual io non so se mai
al tempo de’ giganti fusse a Flegra,
si mosse e disse: – O tu, donna, che vai
di gioventute e di bellezze altera,
e di tua vita il termine non sai,
io son colei che sì importuna e fera
chiamata son da voi, e sorda e cieca
gente a cui si fa notte inanzi sera.
Io ho condotto al fin la gente greca
e la troiana, a l’ultimo i Romani,
con la mia spada la qual punge e seca,
e popoli altri barbareschi e strani;
e giugnendo quand’altri non m’aspetta,
ho interrotti mille penser vani.
Or a voi, quando il viver più diletta,
drizzo il mio corso inanzi che Fortuna
nel vostro dolce qualche amaro metta.
Ci diamo appuntamento alla seconda parte di questa danza di ossa novembrine con un trionfo moderno, ma non troppo: il “Ballo in fa diesis minore” di Angelo Branduardi, non per nulla uno dei miei cantautori preferiti, contenuto nell’album “La pulce d’acqua” nel 1977, è un trionfo in musica, dai toni gravi alternati ad altri più allegri, in cui il cantante presta la voce alla morte, che ammonisce dicendo:

Sono io la Morte, e porto corona
Io son di tutti voi signora e padrona
E così sono crudele, così forte sono e dura
Che non mi fermeranno le tue mura

Sono io la Morte, e porto corona
Io son di tutti voi signora e padrona
E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
E dell’oscura morte al passo andare

Se molti conosceranno questa canzone, non sarà lo stesso per l’origine del testo:

Io sont la Morte che porto corona
Sonte Signora de ognia persona
At cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo
Revolgendo una falze atondo atondo
Ovvio taco col mio strale
Sapienza, beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai
Simile a mi tu vegnerai.
Non offendere Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in be ne male
Che l’anima lasso al judicio eternale
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato.

Questi versi li troviamo insieme al dipinto della danza macabra del Cimitero di Penzolo in Val Redena, ma il motivo iniziale, “Io son la Morte che porto corona/sonte Signora de ogni persona” è ampiamente diffuso, e lo ritroviamo, per esempio, insieme alla danza macabra della chiesa di Santo Stefano di Carisolo.
Il finale della canzone, invece, è di un altro avviso:

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo
Posa la falce e danza tonda tonda
Il giro di una danza e poi un altro ancora
E tu del tempo non sei più signora

Gli uomini invitano la Morte a danzare perché, inebriata e dimentica del motivo per cui è venuta, lasci stare i vivi. Questa idea, che pare trovarsi anche in antiche danze sarde, non è la stessa alla base della danze macabre, se non per questa immagine della Morte che si dedica all’arte del ballo.
Su questi passi ritmati, in ogni caso, noi ci separiamo, sperando di ritrovarci per danzare ancora nella seconda parte di questo spettacolo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...