Ghost Rider II – Plutoniano potere dell’estetica

Potrebbe essere un luogo comune, quando si parla di Ghost Rider, dire che egli attiri principalmente per il suo aspetto inconfondibile: ormai si vedono teschi in fiamme nei tatuaggi, nei videogiochi (sì, mi riferisco a Doom), nelle icone di programmi per PC, nella street art, ma tutte queste immagini, consapevolmente o meno, derivano da Ghost Rider; che naturalmente a sua volta deriverà da altre tradizioni, perché nulla si crea, nulla si distrugge, e tutto si trasforma.
La creazione del centauro infernale risale agli anni ’70, un periodo nel quale, dopo il blocco posto dalla censura nel decennio precedente, che impediva l’uso di contenuti troppo forti nei fumetti, bloccando di fatto la produzione orrorifica, la possibilità di dare vita a personaggi più maturi dei supereroi convenzionali porta alla nascita di un vero e proprio filone horror all’interno di casa Marvel, cui appartengono le serie Tomb of Dracula, Werewolf by Night, The Living Mummy, e, appunto, Ghost Rider, che rappresenta il sottogenere demoniaco all’interno di questo filone, prima che si aggiungesse alle legioni Marvel un altro personaggio, Daimon Hellstrom il Figlio di Satana, spesso avversario o alleato di Ghost.

Ghost Rider- La strada per la dannazione #2
anche qui Clayton Crain.

La paternità del personaggio, dibattuta fra Gary Friedrich e Roy Thomas, verte intorno all’idea di un motociclista con il casco a forma di teschio, cui il disegnatore Mike Ploog propose di aggiungere il fuoco. Il nome Ghost Rider venne ripreso da un personaggio Marvel titolare di una serie western del decennio precedente e durata pochi numeri; il primo Ghost Rider, che si chiamava Carter Slade, era un cowboy fantasma su un cavallo fantasma, e venne successivamente ribattezzato Phantom Rider, per distinguerlo dai personaggi con la testa in fiamma venuti dopo di lui, e anche se un personaggio col nome di Carter Slade e un teschio infuocato compare nel film “Ghost Rider”, si tratta solo di una citazione.
Inizialmente, Johnny Blaze guida una moto normale; ben presto infonde il fuoco infernale nella sua moto (in un primo momento, crea addirittura una moto, fatta interamente di fuoco, dal nulla), e la scia infuocata sulla strada, traccia dal grande impatto drammatico del suo passaggio, entra a far parte della sua iconografia. In questa serie, inoltre, veste una semplice tuta da motociclista. Negli anni ’90, come già detto nell’altro post, il nuovo Ghost Rider Daniel Ketch indossa il tipico chiodo da biker/rocker, completo di borchie sulla spalle, attorno ai polsi e alla cintura, jeans grigi, stivali e la sua iconica catena. Questo Ghost sta al passo coi tempi, risponde al fenomeno della diffusione della cultura Heavy Metal, e per alcuni versi la rappresenta nell’universo Marvel. Proprio per la popolarità di questo aspetto, anche più caratteristico rispetto a quello del primo Ghost, quando Johnny Blaze torna in sella come spirito della vendetta eredita questo abbigliamento, di tanto in tanto arricchito o reso più essenziale. La cultura Metal non è più una novità, quanto un dato di fatto che si è stabilizzato, e Ghost continuerà a essere legato ad essa; forse è anche per questo che, negli ultimi anni, è stato quasi abbandonato, ridotto a miniserie o comparsate. Ed è comunque l’unico, fra gli esponenti del filone horror, ad essere rimasto noto al grande pubblico, dato che i vari vampiri, licantropi e mummie sopra citati non hanno una storia su di loro dagli anni Duemila.

Dire cosa attira dell’aspetto di Ghost Rider non è difficile. Capire cosa significhi è tutt’altra questione.
Ghost Rider (era l’argomento accennato all’inizio del primo post, e su cui non sono tornato perché stavo ormai raccontando la sua storia) mette in discussione le basi dell’estetica convenzionale delle storie sui supereroi, e cioè che l’eroe deve avere un aspetto eroico, tale da farlo risaltare contro i suoi nemici ed ispirare fiducia in chi lo sostiene. L’eroe può anche avere un aspetto oscuro, come Batman o Wolverine, riflesso di un carattere e di una storia problematici, ma questo non li rende mostruosi, il loro aspetto non supera il confine.

Prima pagina dello speciale Ghost Rider – Shadowland
Ecco, non ci avevo fatto caso, ma anche questo
l’ha illustrato Clayton Crain.

Ghost scavalca il confine e corre dall’altra parte per fargli le linguacce (o meglio, lo farebbe se avesse la lingua). È esattamente ciò che fin dal primo impatto si collega al male, il teschio, l’idea della morte; le stesse fiamme, che in altro contesto potrebbero essere viste positivamente, insieme a quel teschio non possono che presagire pericolo e violenza, giusto un secondo prima di pensare all’inferno e alla dannazione eterna. Quando vedi l’oscurità dei suoi abiti, le catene intorno al suo corpo e la scia di fuoco dietro di lui, non sono che una conferma, è come se già li avessi visti: come se avessi un’idea inconscia di come apparirebbe la punizione, l’ira divina, di che aspetto avrebbe l’Inferno se venisse a reclamare un peccatore sulla Terra, e quell’aspetto si stesse presentando a te proprio com’era nella tua mente. Ed è una cosa visivamente così intensa e assoluta, così perfetta, una così riuscita riproduzione di un’idea che avevamo in mente anche senza accorgercene, che non ti interessa altro che guardarlo, senza dovergli assegnare parti, senza interesse nel sapere se indicherà come colpevole te o chi sta accanto a te.
Collegandolo ai concetti che hai in mente sei convinto, come lo fui io la prima volta, che sia un mostro malvagio, venuto per trascinare nel tormento qualche povero miserabile.
Se però dovessi sapere che questo emissario, questo simbolo vivente, sta dalla parte dei buoni e combatte, sfoderando tutta la sua potenza e la sua violenza, contro i cattivi, ebbene, questo ti farebbe piacere. E questo pone un problema: perché è bello che Ghost Rider sia buono?
Finché non avrò trovato una spiegazione migliore, la mia risposta sarà che, con alcune eccezioni, che in questo periodo vicino ad Halloween non sembrano neanche poche, i mostri piacciono. Per il potere che detengono, per l’unicità che hanno, per il perfetto rapporto di identità tra forma e sostanza, tra l’aspetto e l’identità, che c’è in alcuni di loro, gli uomini anelano a loro, a quel potere e a quella purezza. Generalmente, però, quelle forze sono il nemico: i mostri sono quasi sempre avversari di eroi e di buoni, che devono imporre sé stessi e i loro valori contro quelli dei mostri, vuoi perché questi ultimi sono legati a qualcosa di antico e da svecchiare, vuoi perché i primi sono impegnati in una ricerca che va osteggiata, e la l’oggetto della ricerca, forse per impedire il compimento di un bene, o forse perché l’eroe, giunto in possesso di questa cosa, devierebbe verso il male, è protetto o comunque controllato dai mostri.

Bozza per il film Ghost Rider: Spirito di Vendetta

Ghost Rider significa, a partire da un certo punto della sua storia editoriale, far diventare eroe uno di quei mostri, pensare come lui mentre svolge il suo ruolo verso gli umani: ruolo che consiste nell’usare loro violenza, nel bruciare le loro anime, e talvolta, in base a vari fattori (in primis chi è l’autore delle storie), nell’ucciderli. Dal punto di vista visivo, quello che comporta è che il potere e la purezza del mostro stanno dalla parte dei buoni, tra i quali spicca questo personaggio, con un aspetto inconfondibile e grande identità tra ciò che lui sembra, un emissario infernale, e ciò che lui è.
A far sì che lui sia un eroe, oltre che un giudice che comprende in sé la giuria e il boia, è ciò che ha dentro di sé, vale a dire un essere umano dal vissuto complesso, alle prese con tragedie personali, che si relaziona con la sua condizione di agente infernale con paura, autocommiserazione, e nel caso del Johnny Blaze degli anni 2000, con autentico odio nei propri confronti, indifferenza in quelli degli altri, ma nessuna voglia di morire. Mentre il primo Johnny Blaze è una figura positiva, eccezion fatta per aver stretto un patto col diavolo, sia pure per salvare suo padre, quello che compare nella serie scritta da Daniel Way e Jason Aaron (Ghost Rider vol 6, nel primo post la cito spesso, è la prima che ho letto) ha vissuto la morte della moglie e dei figli, oltre ad essere stato all’Inferno, ed è un personaggio urtante, sicuro di sé come lo è chi ha il potere di sconfiggere qualunque nemico, ma sempre in bilico tra l’autodistruzione e l’adempimento di una causa. La forza per la quale sceglie sempre la seconda opzione è stata l’argomento del primo post.
Quello che intendo dire qui, invece, è che una natura del genere è davvero adatta a coesistere con quella del Ghost Rider, al quale corrisponde in maniera più felice rispetto a qualunque anonimo bravo ragazzo che debba tenere a freno la bestia. Si potrebbe dire che altri ospiti umani di Ghost Rider siano come zelanti custodi di un vecchio cane aggressivo, mentre Johnny Blaze è il custode che è invecchiato col cane e che per tenerlo non fa nemmeno tanto sforzo. In questa maniera, Ghost Rider può essere protagonista delle sue storie, perché dentro di lui si consuma un dramma umano, eroe, perché l’uomo opera delle scelte e impone la propria individualità (anche sul diavolo stesso e su numerose forze sovrannaturali), e buono, perché sceglie di proteggere gli innocenti (cosa che è anche in accordo con la natura del Ghost Rider, il cui unico interesse è punire i colpevoli).

Nonostante tutto questo discorso, Ghost Rider funziona estremamente bene anche in un altro contesto. Un ruolo che non è quello per cui nasce (vale la pena ricordarlo: lui nasce come protagonista della propria testata), ma è quello per cui l’avevo immaginato la prima volta, e nel quale si trova in due delle sue storie che preferisco: in queste due storie non è né il protagonista né l’antagonista, ma è la forza che col suo agire, e con le sue pause tra un’azione e l’altra, funge da motore di tutta la storia, di cui è causa e anche soluzione.
Una è Pista di Lacrime, l’altra è nella serie Ultimates.

Ghost Rider: Trail of Tears (2007) è una miniserie realizzata dall’accoppiata vincente Garth Ennis e Clayton Crain (proprio lui!), autori di quella “Road to Damnation” (2006) frequentemente citata qui, perché tanto lo scrittore quanto l’illustratore sono estremamente oscuri nella loro arte (anche se Ennis non presenta un Johnny Blaze analizzato bene quanto lo sono i personaggi secondari), e il successo della prima miniserie portò alla realizzazione di un’altra. Questa storia, però, non riguarda Johnny Blaze o i Ghost dei giorni nostri. Ambientata alla fine della Guerra di Secessione, segue la storia di un ex soldato, Travis Parham, salvato dopo una battaglia da Caleb, uno schiavo che con il lavoro è riuscito a pagare per affrancare sé e la moglie; rimessosi in sesto grazie alla famiglia, Travis parte per trovarsi una nuova vita, ma quando ritorna, scopre che Caleb, sua moglie e i loro due figli sono morti e la loro casa bruciata. In cerca dei colpevoli per poter vendicare la famiglia del suo amico, Travis si rende conto di come tutte le persone implicate siano state brutalmente uccise (perché impiccare un uomo con gli arti tirati da quattro corde e i genitali asportati è decisamente brutale), e la banda di criminali responsabile di tutto, una volta raggiunta da Travis, viene anch’essa sterminata da un misterioso cavaliere nero che manipola catene magiche e genera fuoco dagli occhi. Il finale della storia è un crescere di orrore dove regnano la crudeltà e non c’è spazio per la giustizia, solo per la vendetta.

Nella serie Ultimate Comics: Avengers (vale a dire una formazione di vendicatori dell’universo alternativo Ultimate Marvel, in cui i personaggi compaiono in chiave più moderna), la seconda delle miniserie che costituiscono la storia, intitolata felicemente “Delitto e castigo”, vede una neonata formazione costituita dal Punitore, Occhio di Falco, Warmachine e due personaggi che rimpiazzano Vedova Nera e Hulk alle prese con un misterioso supercriminale che uccide alcuni degli uomini più ricchi della nazione, ritrovati mutilati o carbonizzati. Quando i Vendicatori hanno il primo faccia a faccia con il nemico, egli appare come un motociclista con il teschio infuocato che resiste ai loro colpi, risponde con gli interessi, e uccide il riccone che erano stati inviati a proteggere.

Grazie all’aiuto di un medium i Vendicatori apprendono di chi si tratti: il Johnny Blaze dell’universo Ultimate è un uomo che, durante il suo viaggio in moto con la fidanzata Roxanne, è stato ucciso insieme a lei da una setta di satanisti, per compiere un rituale che li potesse rendere uomini di successo. Mephisto, il diavolo, dà però a Johnny la possibilità di ritorcere il patto contro di loro, stringendone uno con lui: in cambio della sua anima, e di vent’anni di addestramento all’Inferno, lui potrà tornare a vendicarsi dei suoi carnefici, e Roxanne, con la mente ripulita di ogni ricordo di lui, resuscita e può vivere una vita normale con un marito e dei figli. Un’origine diversa da quella classica, e che richiama alla mente storie come “Il Corvo” di James O’Barr, ma in cui non manca una cosa, la volontà di Johnny Blaze di fare qualcosa per cambiare la situazione, la sua disposizione a sopportare un grande dolore per il bene di qualcun altro, e naturalmente, il desiderio di vendicarsi.
Il punto chiave della storia è nell’ultimo atto, quando Robert Blackthorne, ultimo rimasto e capo originale dei membri della banda, che grazie al rituale è diventato vicepresidente degli Stati Uniti, cede a Mephisto la sua anima per avere lo stesso potere di Johnny, dando vita a uno spettacolare scontro fra Ghost Rider in cui i Vendicatori possono ben poco.

In entrambe le storie, dunque, Ghost Rider è al centro della trama, che però è vista dal punto di vista di un altro -Travis Parham e i Vendicatori, in particolare il Punitore, su cui la storia si focalizza maggiormente- per cui non si vede “dall’interno”, ma esternamente, e il suo agire appare ancora meno umano, ancora più mostruoso. Nelle scene in cui non si è a conoscenza dell’uomo che guida la vendetta, Ghost Rider sembra davvero l’agente di una volontà divina senza freni e senza sentimenti. E questo lo fa funzionare bene come mostro, probabilmente anche meglio, a scapito però dell’eroismo (che non si perde però del tutto, considerando la tragica scelta e il sacrificio che compie per Roxanne e per la propria vendetta nell’universo Ultimate).

Grazie a questa dialettica che, tra bruciature e crepitii di fuoco infernale, non è certo stabile ma certamente unica, Ghost Rider è forse il primo personaggio del fumetto, se non della funzione, a racchiudere insieme archetipi lontani come l’eroismo umano e la mostruosità divina: il sacrificio eroico, la vendetta assolutistica, una volontà divina di giustizia e retribuzione cui non ci si può sottrarre (perché nelle storie di Aaron è così, il fuoco di Ghost è l’ira di Dio), la capacità di plasmare il proprio destino senza mai completamente arrendersi al fato e l’arcano terrore verso il castigo che presagiamo ogni volta che facciamo qualcosa di sbagliato, sono tutti presenti in lui, legati dal suo aspetto archetipico ed eterno come l’inferno e la paura, come il paradiso e il sublime, e celebrati dalla danza sinistra del fuoco infernale che arde intorno al suo teschio, privo di carne, pieno di anima.

“Ti sembro lo spirito della misericordia?”
Da Pista di Lacrime 

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