Il cavaliere delle bende

“C’è un uomo che suona il violino, e le corde
sono i nervi del suo stesso braccio.”
James O’Barr – Il Corvo
C’era una volta una sfavillante corte, radunata intorno ad un saggio re e ad una virtuosa regina, composta da nobili, dignitari, dame, e soprattutto, da un magnificente ordine di cavalieri.
A lungo questa corte fu festosa, salda e coesa nell’amore e nella nobiltà di sentimenti, e non vi era alcuno che, guardando i due sovrani, i loro splendidi bambini e i nobili e le nobili che come lune riflettevano e amplificavano la luce del loro sole, non ritenesse che fossero la corte più bella del mondo.
Ogni anno, quale dimostrazione di prestigio, il re e la regina organizzavano un grande torneo, la cui partecipazione era estesa a cavalieri di ogni terra che accorrevano numerosi per mostrare il loro valore.
Ci fu una volta, l’anno in cui la luna di marzo coincise con l’equinozio di primavera, che accadde qualcosa che alterò il normale svolgimento del torneo.

Erano venuti in molti; come di consueto ci furono banchetti, giochi, divertimenti e amori, dopo qualche tempo cominciarono le giostre, e per i primi giorni tutto sembrò procedere in maniera regolare.

Il settimo giorno, prima che iniziassero i giochi della mattina, fece il suo ingresso un nuovo concorrente. Aveva un elmo completamente sprovvisto di aperture, senza visiera, solo alcuni piccoli fori, e dalla sua armatura del colore della cenere pendevano, fissate da chiodi, lunghe bende rosa. Il suo cavallo era grigio e macilento. 
Il cavaliere si rivolse al re, e nella voce ovattata dall’elmo fece udire alcune parole: “Re di un regno felice che finora non ha mai dovuto pagare per la sua felicità, richiedo di partecipare al tuo torneo, e se lo vinco, voglio che tu venga con me!”.
Gli astanti rimasero perplessi udendo tale richiesta, la regina avvertì un inspiegabile timore e il re grande apprensione; poi questi osservò il cavaliere, l’aspetto trasandato della sua armatura, la sua postura storta sulla sella, osservò gli alfieri che stavano in quell’arena, dritti, veterani di molte battaglie, con gli armamenti migliori che si potessero trovare, e così, rassicurato dalla pace e dalla serenità che avevano sempre accompagnato il suo regno, in parte ritenendo quella richiesta la farneticazione di un folle e in parte sapendo di non potersi tirare indietro davanti ai suoi sudditi, accettò.
Durante quella prima giornata il cavaliere misterioso batté tutti gli avversari, così la seconda, così la terza, e benché combattesse lealmente e con destrezza, tiepido era il pubblico davanti alle sue imprese, per il suo silenzio, il mistero che lo avvolgeva e l’aspetto sinistro della sua armatura.  Il quarto giorno, l’undicesimo del torneo, ebbe luogo lo scontro finale, quando il forestiero affrontò il miglior cavaliere del regno, parente del re, lo batté e vinse il torneo.

Nel silenzio attonito che sostituiva il tradizionale coro di acclamazioni riservato ai vincitori, il cavaliere levò il volto verso la tribuna e disse al re “Ho vinto, adesso mantieni la tua parola”.
Il re si erse in piedi e rispose “La mia parola io la manterrò, ma tu hai da giurare sul tuo nome e sull’onore del tuo titolo, per quanto tu non esibisca l’appartenenza a nessun nome al quale io possa vincolarti, che non metterai a rischio la mia incolumità, che mi porterai dove intendi e che poi farò ritorno qui nel mio castello, poiché non intendo mettere a rischio, non già la mia vita, ma la stabilità di un regno intero, per la richiesta di uno sconosciuto che sia meno che un uomo onorevole!”
Il cavaliere rispose “Giuro di condurti dove intendo, e che nulla metterà in pericolo la tua vita, ma non ti assicuro che tu vorrai tornare indietro, né che vorrai continuare a vivere. Poiché hai dato la tua parola e poiché io ho superato la prova tu sei vincolato al tuo impegno, dunque tenuto a venire con me in qualunque caso. Pure, giacché lo chiedi, la tua vita ti è ancora assicurata.”
Il re e la regina si guardarono con paura, la loro corte guardò loro e guardò lo sfidante, e per alcuni istanti nessuno fece nulla. Ma i cavalieri del torneo, già amareggiati per la sconfitta, nell’udire una minaccia così grave rivolta al re dall’inquietante straniero si guardarono, impugnarono le armi e andarono verso di lui con l’intento di catturarlo.
Appena uno di loro gli fu vicino con la spada sguainata, il cavaliere gli diede un calcio, con la mano sinistra sollevò la visiera al suo elmo e con la destra spinse la sua spada nel volto scoperto.
Si levarono urla e clamore, atterrimento e disgusto. Uno dei cavalieri corse verso di loro per bloccare lo scempio, ma quello, che ancora spingeva la spada nel volto del nemico si girò, afferrò la lancia che lo sfidante dirigeva verso di lui, la respinse, estrasse la spada dal cranio squarciato e la fece passare sotto l’elmo dell’altro, perforandogli la gola. Poi afferrò la lancia da terra e la scagliò in mezzo al ventre di un altro uomo che correva verso di lui. La estrasse per fare inciampare il nemico successivo e piantargliela nella schiena.
Mentre era ancora chino sulla sua vittima, il cavaliere che era parente del re fu su di lui, con un colpo dall’alto lo gettò in ginocchio e provò ad ucciderlo col successivo: il cavaliere parò con la sua spada, che sotto la furia del colpo ricevuto si spezzò, e rimasto disarmato fu raggiunto da un affondo che lo passò da parte a parte attraverso il torace. Tutti trattennero il fiato.
Tossendo, il cavaliere in ginocchio afferrò la spada che attraversava il suo corpo, la liberò con uno strattone dalla mano del nemico, e mentre questi lo guardava atterrito gli tagliò la testa. Grazie al panico provocato da quegli attimi uccise brutalmente tutti i cavalieri restanti, tranne quelli che fuggirono urlando dall’arena. Poi prese ad avanzare verso la tribuna.
Il re, sconvolto per la morte di infiniti amici e fedeli compagni, comprese che non era possibile opporsi alla volontà di quel cavaliere, che adesso, più che un uomo, sembrava segno di una volontà più alta che pareva esigere qualcosa da lui. Abbracciò e rassicurò la moglie, diede rapide istruzioni ai suoi uomini e lasciò che lo straniero lo prendesse e lo conducesse con sé lontano dal castello.

Il cavaliere dall’armatura color cenere portò il re sul suo cavallo fino a una piccola casa di pietra vicino a un fiume.
“Questa è la mia casa” disse. Lo fece entrare.
Dentro vi erano solo un letto, un tavolo, due sedie, delle quali una era completamente coperta dalla polvere, e una finestra.
“Mi hai portato qui per rinfacciarmi la povertà e farmi disprezzare la ricchezza?” domandò il re.
“No. Ti ho portato qui per farti disprezzare ogni cosa. Seguimi.”
Aprì una botola sotto il tavolo: dava su una rampa di scale che immetteva in un altro ambiente.
Questo era molto più grande della piccola stanza di sopra, una vasta sala sotterranea tra pareti di pietra e un pavimento in terra battuta, per quanto, camminando su di esso, il re trovasse che a tratti quella terra fosse vischiosa, simile a fango.
Il cavaliere accese una torcia e la appese a una trave. La stanza apparve per quella che era: una camera delle torture. Accanto a sé il re vide uno strano letto circondato da strumenti di ferro, a un angolo della sala scorse una ruota e all’angolo opposto un cavalletto. Gabbie di ferro di ogni dimensione, ganci e catene che pendevano dal soffitto. Al centro della sala scorse tre croci, una sollevata, due disposte a terra, ai suoi lati. E tutti questi oggetti erano coperti di macchie, di strisce e di aloni di sangue rappreso. Guardando ai suoi piedi, il re vide che la terra si era mescolata col sangue, fino ad assumere un colore rossiccio e quella consistenza fangosa.

“Che significa?” esclamò.
Il cavaliere si sedette sul bordo di un tavolo coperto di spuntoni e osservò il suo interlocutore in silenzio. Poi disse: “Ti ritieni un uomo felice?”
Rispose il re: “Fino a questa mattina, mi ero sempre ritenuto il più felice degli uomini.”
Chiese il cavaliere: “Davvero sei stato sempre felice?”
Rispose il re: “Non sempre, è vero. Perché, cosa pensi di sapere?”
Chiese il cavaliere: “C’è forse un passato dietro di te che pochi conoscono, diverso dal tuo presente, separato da esso da un evento inatteso e prodigioso?”
Rispose il re: “Non so perché tu lo chieda o perché formuli la tua domanda proprio in questo modo, ma sì: c’è stato un tempo in cui la mia vita era difficile: ero infelice, debole, solo, odiato da nobili invidiosi che desideravano il mio posto, schernito da re più potenti che guardavano il mio regno con disprezzo, in attesa del momento migliore per conquistarlo.
Tutto è cambiato dopo che ho fatto un sogno prodigioso: ero sulla cima di un monte, e sotto i miei piedi scorreva l’acqua di un torrente che si gettava dal monte in una cascata. Allora una voce mi indicava un grande cesto dal quale splendeva una luce accecante, che la corrente stava per gettare dalla cascata. Io correvo verso quel cesto, ma le pietre e la corrente mi facevano inciampare. Poi la mia ombra si allungava sotto di me, tirava il cesto fuori dall’acqua e lo deponeva accanto a me. Così io mi rialzavo, prendevo quel cesto e la luce che ne scaturiva faceva sparire la mia ombra, riducendola a una piccola macchia scura cui non facevo più caso.
Immaginando che quel sogno dovesse guidarmi, mi misi alla ricerca di un luogo simile a quello che avevo visto e dopo un mese trovai lo stesso monte; lo scalai, non senza fatica e pena, e lì, mirabile a dirsi, trovai il cadavere di un uomo riccamente vestito, incastrato fra delle pietre mentre la corrente lo tirava verso la cascata che avevo visto in sogno. Provai a tirarlo fuori, ma era così pesante che riuscii solo a sfilargli l’anello d’oro che portava al dito prima che l’acqua lo trascinasse giù.
Non so perché il destino l’abbia fatto trovare a me, ma quell’anello mi ha salvato, poiché apparteneva al re del Regno che fu, assassinato dai suoi baroni molti secoli or sono lasciando che il suo regno si frammentasse. Mi ha dato la legittimità per riunire gli altri potenti sotto la mia corona, stima, fortuna, ricchezza, e non da ultimo la mano della mia sposa.”
Chiese il cavaliere: “Hai per caso recuperato quel corpo, in seguito?”
Rispose il re: “L’ho cercato, sono tornato altre volte a cercarlo, e poi ho mandato uomini miei per farlo. Non l’ho trovato; l’avranno mangiato i pesci, o forse i lupi. Ha importanza?”
Il cavaliere si alzò, prese la torcia che aveva appeso alla trave e la porse al re, indicando una delle croci, quella al centro. Il re si avvicinò e scrutò in silenzio, scorse un cadavere inchiodato alla croce e d’un tratto trasalì ed esclamò: “Com’è possibile?”.
Il cavaliere si rimise a sedere e rispose: “È la stessa domanda che mi sono fatto io tanti anni fa, quando è iniziato il mio calvario: ‘com’è possibile?’. Perché un mese prima che tu trovassi quell’anello avevo fatto lo stesso sogno, sebbene diverso: mi trovavo ai piedi della cascata, e una voce mi indicava il cesto che stava scendendo portato dalla corrente. Nel sogno io riuscivo a prenderlo, e quando lo prendevo, ne uscivano tenebre, la mia ombra dietro di me si espandeva grazie a quelle tenebre e si sedeva su un trono, con una corona sul capo. Nella realtà è andata diversamente: a differenza di te, sono discendente della stirpe dei re del Regno che fu. Fin dalla giovinezza avevo cercato un segno di regalità che mi permettesse di rivendicare il trono di quel regno, oggetto delle contese di sovrani di piccoli regni appena nati, proprio come te; e proprio quando avevo abbandonato le speranze, scoprii che quell’anello era ancora nel mondo. Era un segno: se l’avevo scoperto doveva significare che sarei riuscito a trovarlo. Poi feci quel sogno, che sembrava promettermelo. Così mi misi alla ricerca dell’anello; cercai per un mese intero, finché non trovai il tumulo sotto il quale era stato sepolto, in gran segreto per evitare che i suoi uccisori o i loro discendenti lo trovassero, l’ultimo re del Regno che fu. Caricai il corpo sul mio cavallo e mi diressi verso il mio castello. Ed ecco, mi trovai a dover guadare quel maledetto fiume: la corrente fece sussultare più volte il cavallo, fu una traversata impossibile, e quando arrivai dall’altra parte mi accorsi che il corpo era caduto nell’acqua. Il cavallo non ce la faceva più, così corsi attraverso i boschi per raggiungere il fiume ai piedi della cascata, lo stesso che avevo visto in sogno. Attesi per ore, tremando al pensiero angoscioso che qualcun altro l’avesse trovato. Poi lo vidi arrivare; ma non aveva più l’anello. ‘Com’è possibile?’, mi chiesi allora e per molto altro tempo. È possibile perché il destino mi ha beffato, coinvolgendo in quel disegno un altro uomo, facendo sì che lui cogliesse impunemente il frutto della mia fatica, ottenendo per fortuna quello che io avevo preso grazie alle mie sole forze. E adesso ha beffato anche te, che non pensavi, non hai neanche sognato in tutti questi anni di trovarti davanti un creditore come me. Eppure…eccomi qua.”

Il re aveva ascoltato ansiosamente il racconto del cavaliere, e un misto di timore, quello concreto per la propria vita e quello indefinito per l’arcana forza che aveva agito in quella vicenda, di senso di colpa e, al contempo, di orgogliosa rivendicazione, lo aveva scosso e aveva scombinato i suoi pensieri come grandine su un campo durante la fioritura.
Chiese il re: “Qual è lo scopo di questa sala? E perché tutti questi strumenti di tortura sembrano essere stati usati da poco?”
Rispose il cavaliere: “Questo è quel che è successo dopo. Questo è il regno che è spettato a me. Perché quando non ho trovato l’anello e ho capito che la mia ricerca era fallita, ho visto le pareti del mondo piegarsi, rompersi e franare su di me, e per molti mesi non sono stato in grado di dare alla mia vita un nuovo senso, ma, nel mio castello, ho continuato a errare fra le sale e ad allontanare chi ancora non mi avesse abbandonato alla mia follia. Finché tu non hai preso il potere e ricostituito il Regno che fu, cosa che non avresti potuto fare se non con l’anello che io avevo recuperato. E quando ho capito cos’era successo, ho anche realizzato che cosa significava: significava che il destino aveva deciso di dare a te la vittoria e la gioia che io avevo cercato per tutta la vita. E poiché nulla avviene per caso e senza alcun compenso, poiché qualcuno avrebbe dovuto pagare per la tua felicità, ha deciso di far pagare me. Tu avresti avuto ciò che anelavi e ne avresti goduto per tutto il tuo avvenire, finché io avessi continuato a provare dolore per alimentare la tua spensieratezza.
Inizialmente non mi sono opposto. Ho lasciato fare. Non avevo la forza di rivendicare nulla, poiché tutta la mia forza l’avevo impiegata nelle mie ricerche, nel desiderare ardentemente di pervenire al mio scopo, e infine nel commiserarmi. Poi, un giorno, mentre affilavo una vecchia spada di famiglia, mi sono tagliato lungo il braccio: ne è uscito del sangue, e ho provato un genere di dolore che mi ha ridestato. Quello mi diede un segnale. Quindi mi flagellai: fece molto più male, ed ebbi una nuova idea: se avessi provato una quantità di dolore oltre ogni limite, oltre ogni possibilità, superiore alla tua felicità, avrei potuto invertire l’equilibrio e provare io quella felicità che sarebbe corrisposta all’eccesso di dolore?”
Disse il re: “È una follia!”
Rispose il cavaliere: “Nel senso comune, hai ragione: ma non avevo più nulla da perdere, e dunque non ero più compreso in quel senso. Ero solo, disperato, furioso…”
Disse il re: “Avresti potuto rivolgere la tua vita ad un nuovo scopo!”
Rispose il cavaliere: “Credi che non ci abbia pensato? Ma domandati tu, come avrei fatto ad inseguire qualunque fine, dopo che la vita me ne aveva dato uno e mi aveva così grottescamente derubato quando ero stato a un passo dal realizzarlo? Come potevo credere ancora ai sogni dopo averne fatto uno che mi aveva portato al fallimento? E soprattutto, per quale motivo avrei dovuto tentare qualunque cosa, quando avevo visto chiaramente che è sufficiente uno stupido imprevisto per vanificare qualunque sforzo?”
Il re ammutolì.
Continuò il cavaliere: “Trovai questa casetta disabitata vicino al fiume in cui avevo perso l’anello, e scavai la stanza in cui ci troviamo. Le torture le presi dal mio castello. Le ho usate tutte. Gabbie, punteruoli, letti coperti da spuntoni. Finché non mi sono reso conto che così rischiavo di morire inutilmente, e troppo presto. Così ho deciso di vendere l’anima al Diavolo in cambio dell’impossibilità di morire. Vuoi sapere che cosa mi ha detto, quando è apparso, avvolto dall’odore dello zolfo, all’interno del cerchio che avevo tracciato proprio su questo pavimento?”
Il re non riuscì a parlare. Parlò dunque il cavaliere : “Ha detto di sostenere il mio piano, perciò mi ha accordato questo privilegio, l’impossibilità di morire di dolore qualunque violenza io infligga al mio corpo, e mi ha lasciato dei servitori che mi aiutano a usare gli strumenti che non posso usare da solo. Con le torture più violente ho trascorso gli ultimi anni, che sono stati i più lunghi. A volte mi sono disperato, pentito, e ho desiderato la morte…ma ormai ho precluso al mio corpo quella possibilità, e per questo urlavo e mi disperavo ancora di più.
Finché, una notte, il Diavolo mi è ricomparso in sogno, dicendomi che quest’anno, in cui la luna piena di marzo coincide con l’equinozio di primavera, è favorevole alle pratiche magiche.”
Chiese il re: “Quali pratiche?”
Rispose il cavaliere: “Adesso che ho provato dolore oltre la misura dell’uomo, adesso che il dolore è diventato così grande da proiettare quasi un’ombra, da poter scorgere la sua pelle tumefatta e incrostata persino tra queste pareti, posso tramutarlo, anzi, trasmutarlo in felicità. Due forze opposte in ogni cosa, re, che mantengono l’equilibrio attraverso il loro scontro. Ora, la forza negativa ha preso in me il sopravvento, in te ha regnato l’altra, sicché è tempo che il mio male diventi bene e che il tuo bene lasci spazio al male. Ho preparato tutto. Quelle tre croci: al centro ho inchiodato il re, colui che dispensa il bene, il giudice che pesa la bilancia. Adesso devo crocifiggere te da un lato e me dall’altro. Per questo mi serviva portarti qui, vivo e senza altri che me, e per questo ho partecipato al tuo torneo. Perché lo scambio funzionasse, restava ancora un ostacolo: per quanto disgraziato, sfigurato e mutilato, possedevo ancora una cosa, il cui possesso mi impediva di pormi perfettamente al tuo opposto, di avere nulla rispetto al tuo tutto: avevo ancora la mia forma. Il mio aspetto umano. Così me ne sono privato.
Chiese il re, balbettando: “La pelle?”
Rispose il cavaliere: “La pelle. La pelle è l’esteriorità, il sembiante. Mi sono scorticato, immune alla possibilità di morire dissanguato, anche se non certo dal dolore. Anche quello ha fatto male. I lembi di pelli li ho inchiodati alla mia armatura, perché non avevo nessun vessillo da esibire al torneo, nessuna identità se non l’eco del mio passato.
Mancava ancora un’offerta, per il rituale: il Diavolo mi ha reso la mia anima, io l’ho bruciata seguendo la procedura che mi ha spiegato, e così ho sparso anche quelle ceneri sulla mia armatura, un’armatura che adesso contiene più parti di me di quante ne restino al mio stesso corpo, un’armatura che serba i resti della mia umanità, che può presentarsi agli uomini laddove io non posso più farlo, e che al tempo stesso ha richiesto che strappassi quell’umanità da me. Adesso vieni, non hai altra scelta: dopo il rito, il mio dolore passerà a te, e io riceverò la tua felicità.”
Il re tentò di opporsi, ma il cavaliere era più forte. Mentre lo stendeva sulla croce, minacciose figure incappucciate emersero dalla penombra alle sue spalle, impossibile a dirsi se fossero apparse ora, o da un po’, o se fossero state lì fin dall’inizio: insieme a loro, il cavaliere inchiodò le mani e i piedi del re alla croce stesa per terra, e poi la rimise in piedi alla destra di quella sulla quale aveva crocifisso il cadavere. Quindi adagiò a terra la terza, e cominciò a togliersi l’armatura. Sotto di essa aveva delle vesti lacere, e sotto ancora, carne marcia, piaghe, vermi, un corpo scuoiato in cui non restava vita se non in un’unica scintilla di volontà diabolica e tenace, ancora visibile nella folle luce che emergeva dagli occhi come un faro in una notte senza stelle. Il cavaliere si stese sulla croce, e lasciò che gli incappucciati inchiodassero anche lui. Così fu eretta anche l’ultima.

Il re piangeva, vittima innocente, perché anche se aveva compreso la tragedia dell’altro uomo, era spaventato dalla sua follia e dalla sua violenza: provava adesso, ingiustamente, senso di colpa, e disperava pensando alla moglie, ai figlioli, agli amici, quelli uccisi dal cavaliere senza neanche il tempo per il loro cordoglio, e quelli ancora vivi che non l’avrebbero rivisto mai.
Il cavaliere, pur così vicino al suo scopo, non riusciva a provare né soddisfazione, né senso d’attesa per qualunque cosa stesse per accadere: troppo il dolore, quel dolore, IL Dolore, che ormai sembrava costituire l’unico aspetto della sua esistenza. Lo scopo era quasi scomparso, il sangue e la brutalità erano divenuti i suoi unici dei, dei che adorava e cui offriva sacrifici, a volte persino senza ricordare perché. Attendeva in silenzio.
Il morto restava morto, freddo e silenzioso.
Passarono le ore, il re divenne sempre più debole, mentre il cavaliere, che non sentiva nulla, continuò ad attendere.
Quella notte era notte di plenilunio: perciò, quasi sul far dell’alba, il cadavere crocifisso al centro prese parola, e così cominciò:
“Chi mi ha chiamato?”
Il cavaliere alla sua sinistra rispose: “Sono stato io, signore.”
Chiese il morto: “Perché mi ha chiamato dai recessi tenebrosi nei quali dormivo?”
Rispose il cavaliere: “Perché voglio che tu, che distribuisci, che dai e riprendi, scambi adesso il dolore in cui ho vissuto io con la felicità in cui ha vissuto l’uomo alla tua destra.”

Chiese il morto: “Sai tu chi sono io?”
Rispose il cavaliere: “Tu sei il re del Regno che fu, colui che regalava anelli agli uomini per farli grandi, o che dava loro catene per farli servi. L’anello tuo, che io cercavo, l’ha preso quest’uomo per il malvagio volere del destino. Un caso ingiusto che ha sconvolto la mia vita, per riparare al quale io adesso sconvolgo la sua. Ti ho evocato, spirito, perché tu faccia come ti ho chiesto, poi potrai tornare nelle ombre.”
Disse allora il morto: “Folle! Io sono quel Fato che tu hai bestemmiato, colui che distribuisce, che dà e che riprende, e che lo fa per rispettare la sua trama. Hai ragione nel dire che sono stato ingiusto, che l’anello che cercavi sarebbe dovuto essere tuo. Non lo è stato perché io ho stabilito che non lo fosse e che andasse a quest’altro, perché tale era il mio disegno. Nella tua ossessione hai cercato di alterare quanto io ho disposto, trasformando la tua vita in un inferno ancora peggiore di quello che sarebbe potuta essere, se non fosse stato che anche questo era destino che accadesse. Persino il Diavolo era destinato ad aiutarti, tentando di saggiare se ci fosse un modo per contraffare le mie disposizioni e cambiare anche il suo futuro. E adesso siete stati giocati entrambi, poiché il rito che lui credeva di conoscere e che ti ha insegnato non ha fatto altro che richiamare me, ed io non consento che la mia trama venga alterata.”
Il cavaliere, agitandosi sulla sua croce, gridò allora: “Maledetto! Perché, perché, perché tracci dei disegni sul futuro degli uomini? Perché imponi il tuo volere su tutti i loro, perché non lasci che conquistiamo quello che vogliamo con le nostre forze? Ingiusto, sleale e tiranno, vile, spregevole e sadico, se a me dovranno mai imputare la brutalità su me stesso, sui cavalieri che ho ucciso e su questo innocente -per quanto nemico e strumento della mia sconfitta-, tu, tu sei il peggiore dei carnefici, l’arbitro dal cuore avvelenato che ha deciso la morte di tutti gli uomini dall’inizio del mondo!”
Rispose il morto con la voce del Fato: “Tu che perseveri nelle maledizioni e nelle farneticazioni, poiché in questo risiede il tuo essere umano, non comprendi che io umano non sono? Non mi tocca la morte, perché sono eterno; non mi tocca la vita, perché sono infinito; non mi toccano sentimenti, emozioni, amore, odio, perché sono un dio. Esisto perché le cose siano compiute, non perché seguano la volontà di voi umani: i vostri egoismi, i vostri piani arroganti, minuti, parziali, che tengono conto solo di quello che volete voi e non delle volontà intorno a voi, che vogliono e chiedono altrettanto ostinatamente successi che richiedono che i vostri non si compiano. Volevi la felicità, ma che diritto ad essa avevi in più rispetto a qualunque altro uomo? Se avessi raccolto i tuoi frammenti e ti fossi volto ad un altro scopo avresti potuto risparmiare al mondo le tue macchinazioni innaturali, ma poiché questo era il tuo destino, e cioè essere debole e incapace di risollevarti dopo essere caduto, si è compiuto quello che si è compiuto e che io già sapevo, e qualunque cosa accadrà adesso accadrà perché io ho già deciso che accada.”
Il cavaliere allora abbassò il capo e rimase in silenzio. Poi lo risollevò: “Io non sono stato debole. Avrei potuto volgermi ad un altro scopo, ma non l’ho fatto perché non ho accettato che tu potessi opporti a me, perché quello era il mio disegno e quello io volevo si compisse, nient’altro, nessuna alternativa. Ho rivolto i miei sforzi contro di te, per rispondere al torto subito, per vendicarmi, perché se tu non privilegi nessuno e per te la sorte di un uomo vale quanto quella di un altro, allora sta a noi combattere per ottenere quello che vogliamo; perché anche se per te non contano, esistono le nostre volontà, e per quanto sia mostruoso occorre che ognuna di queste volontà si scagli contro quelle degli altri per raggiungere il suo scopo, e per quanto io non possa vedere, come li vedi tu, i voleri degli altri, vedo e sento qualcosa che a te manca e lo hai ammesso, e cioè il sentimento. Io provo brama per quello che desidero e sofferenza per il non averlo, e perciò devo conquistarlo, spinto dal bisogno. Tu che conosci l’umanità ma non gli uomini, che li vedi correre ma che non segui i loro passi, svolgi la tua funzione come la tua natura ti conduce a fare, e come tale faccio io. E per quanto comprenda che anche tu e quest’uomo abbiate le vostre motivazioni e i vostri scopi, non posso subordinare la mia volontà alla vostra. Per questo vi ho combattuti e per questo continuerò a combattervi.”
Rispose il morto con la voce del Fato: “La tua battaglia è stata inutile e lo resterà sempre, perché io sono eterno, infinito e dio, e tu non puoi neanche ferirmi. Inoltre, non puoi neanche morire. Hai ottenuto soltanto l’inutile sacrificio di quest’uomo, per il quale, come per te e come per tutti, avevo già stabilito tutto questo. Non ti rimane nulla se non il dolore che hai venerato.”
Disse il cavaliere: “Mi rimane la mia volontà. Quella che ha mosso tutto questo. Vivrò, forse morirò, tu resterai, ma nulla cancellerà il fatto che io ho violentemente voluto, e altrettanto violentemente odiato. La mia volontà e il mio odio rimarranno come un sospiro disperso nel vento, invisibile, indistinguibile, ma reale ed innegabile in quanto è esistito. Come te. Perché la mia volontà, come te, è un assoluto.”
Rispose il morto con la voce del Fato: “Compiaciti allora del tuo assoluto, avrai tempo per comprendere quanto vale veramente.”
Dopodiché non parlò più, e il cadavere si riaccasciò sulla croce. I servitori infernali erano spariti.
Il cavaliere urlò così forte da sputare sangue, mosso dall’ira anziché dal dolore per la prima volta da molto tempo. Tirò, strattonò, il chiodo del braccio destro passò attraverso la carne della mano, ne uscì, poi il chiodo del braccio sinistro fece lo stesso, così quelli dei piedi, e il cavaliere cadde dalla croce.
Si rivestì. Il re gemeva, sudava, non era più cosciente. Il cavaliere lo osservò, e vide un suo simile, vittima, e un suo nemico.
Lo liberò, poiché aveva giurato che nulla avrebbe messo a repentaglio la sua vita, e lo lasciò là, poiché aveva anche detto di non garantire che il re avrebbe voluto continuare a vivere, e quella stanza era il posto migliore per aiutarlo a decidere.
Il cavaliere, condannato a percorrere ancora la terra senza poter morire, salì in sella e se ne andò senza una meta, con niente se non l’assoluto della sua volontà.

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