In piena resurrezione di Godzilla

Locandina di Shin Gojira, nelle sale
giapponesi il 29 luglio

Godzilla, il Re dei Mostri. La carica più alta che questo blog possa riconoscere, e che riconosce.
Idealmente, scorci frammentari di un divino tiranno che imperversa su metropoli dai grattacieli svettanti con incedere lento e inesorabile -pesante, forse, ma anche solenne- vengono in mente un po’ a chiunque quando si sente quel nome. Ma a domandare se si abbia visto realmente qualche film, generalmente, soprattutto fino ad alcuni anni fa, ci si sente rispondere o “nessuno” oppure “l’unico” diretto da Roland Emmerich nel 1998. Qualcuno dovrebbe processare tutto il team che ha realizzato quella pellicola per lesa maestà.
La situazione dovrebbe essere migliorata negli ultimi due anni, grazie all’uscita del remake hollywoodiano del film originale diretto da Gareth Edwards del 2014, con Walter White e i gemelli Maximov del Marvel Universe a interpretare una famigliola alle prese con il risveglio di preistorici giganti radioattivi.
Certo è però che nessuno fra i lettori di questo blog è in fermento per l’uscita di un nuovo film made in Japan proprio domani 29 luglio, a dodici anni dall’ultimo e con un nuovo gigante realizzato con la computer grafica mista ad effetti manuali all’antica.

Perché parlo con venerazione di un dinosauro approssimativo che ha trascorso mezzo secolo a combattere contro esseri ancora più approssimativi di lui, in pellicole spesso a basso costo?
Vale la pena che vi racconti chi è quel dinosauro. “Chi”, non “cosa”.
“Gojira”,  unione delle parole giapponesi per “gorilla” e “balena” (l’aspetto della creatura fu descritto come un incrocio fra i due durante la realizzazione del film) nasce nel 1954 come risposta del regista Ishiro Honda a pellicole di fantascienza americane come “King Kong” (1933) e “Il risveglio del dinosauro” (1953) per dimostrare come il cinema giapponese fosse in grado di tenere testa alla nuova corrente.
L’illuminato genitore, tuttavia, non si limitò a fare un film di mostri: e, se a parlare non è solo il suddito venerante ma anche, almeno in piccola parte, il critico obiettivo, la cultura giapponese ha sempre avuto un rapporto molto felice con i mostri. È sempre riuscita a rispettarli, spesso più della cultura occidentale, e a non vederli mai solo come un mezzo narrativo, ma a dare loro uno scopo, a puntare l’attenzione sulla loro straordinarietà non solo esteriore, ma anche in termini drammatici quando non psicologici.
Gojira fu un successo e inaugurò un genere, perché a devastare Tokyo non era solo un dinosauro alto cinquanta metri, ma il figlio di due paure ancora più mastodontiche,  quella atavica e caratteristica del folklore locale per i mostri che emergono dal mare, e quella recente, drammatica e vivissima ai loro occhi, della bomba atomica. Gojira in questo film è un dinosauro sopravvissuto all’estinzione di massa, addormentato in un’isola sperduta nell’oceano (tòpos frequente nel vecchio cinema di fantascienza) e risvegliato, oltre che trasformato, dagli esperimenti nucleari che ne deturpano il corpo -le cui texture sono realizzate per suggerire gli effetti provocati dalla radioattività- e gli conferiscono il terrificante raggio atomico che il Re emette dalla bocca come un drago fa col fuoco. A distruggerlo è l’Oxygen Destroyer del Dottor Serizawa, che polverizza completamente il titano e che il suo creatore getta nel mare insieme a se stesso, perché una tecnologia capace di uccidere Gojira non venga usata per creare mostri ancora più temibili. Cosa che poi accadrà nel 1995, ma a quello ci arriveremo tra poco.

“Gojira”, 1954.

Il film è un successone, e bisogna sfruttarlo, per cui si realizza un sequel già l’anno seguente, il 1955. Nasce il film “Gojira no Gyakushu”, traducibile come “Il contrattacco di Godzilla” (“Godzilla Raids Again” è il titolo americano), in Italia semplicemente “Il re dei mostri”. E  pur mancando delle amorevoli cure del signor Honda, impegnato in altri progetti, questo film è molto importante perché dà il via a un altro sottogenere, quello del combattimento fra mostri giganti. Precisato il fatto che su quell’isola vi erano ben due esemplari di Godzillasauro, entrambi modificati dalle radiazioni, l’ultimo rimasto affronta il primo di una lunga serie di comprimari, l’anchilosauro Anguirus. Su questa premessa si basano quasi tutti i film successivi, il cui protagonista è sempre un altro Godzilla rispetto al primo di tutti, che rimane morto.
Nel 1962 Ishiro Honda torna ad occuparsi della sua creatura, e assecondando il progetto dell’autore di effetti speciali William O’Brien fa combattere Gojira contro King Kong, con gli opportuni accorgimenti per renderli pari.
I dodici film che seguono costituiscono, insieme ai tre già presentati, la cosiddetta serie Showa, che dura fino al 1975 e prende il nome dal nome del regno dell’imperatore Hirohito allora in carica. I film aggiungono i principali comprimari di tutta la serie, la dea falena Mothra, lo pterosauro Rodan, le diverse incarnazioni del robot Mechagodzilla, e dulcis in fundo, la nemesi del re dei mostri, il drago a tre teste King Ghidorah che prontamente viene proclamato “Re del Terrore”. A poco a poco l’approccio al protagonista cambia, e quasi dimentichi delle origini legate a paure profonde, Honda e i registi successivi lo trasformano in una figura eroica, un difensore della terra pronto a intervenire contro i numerosi mostri alieni o frutto di mutazioni incontrollate che la minacciano, collaborando con gli altri mostri “buoni” e senza più minacciare la terra. Se da una parte questa fase semplifica molto il personaggio e lo snatura, dall’altra ne mostra la consistenza in quanto idea (mi si perdoni l’ossimoro), la possibilità di adeguarlo a nuove fasi culturali, la possibilità del Re di evolvere.

“Godzilla”, 2014.

I film, dopo una pausa, riprendono con la serie Heisei nel 1984, con un riavvio della saga che tiene conto solo del primo film. Qui la mitologia si arricchisce: Godzilla si nutre di radiazioni atomiche e attraverso il loro assorbimento incrementa la sua stazza e il suo potere, fino a raggiungere l’altezza di 100 metri, viene caratterizzato da un raggio atomico blu che in alcune occasioni diviene rosso, e torna a rivestire i panni dell’antieroe, del mostro che distrugge le città e uccide centinaia di persone, ma che resta utile perché è molto specializzato nell’uccidere altri mostri, i quali, nella maggior parte dei casi, sono frutto di esperimenti fatti dall’uomo partendo da cellule di Godzilla. La serie Heisei dura fino al 1995, con sette film, e termina per dare il via a un periodo di pausa che rinnovi l’interesse per il personaggio. L’ultimo film, cui si accennava prima, è intitolato “Godzilla vs Destroyer”, in cui proprio quell’Oxygen Destroyer che aveva ucciso il primo Godzilla provoca la mutazione di strani crostacei preistorici che si trasformano e si aggregano, dopo una lunga serie di metamorfosi, in un inquietante mostro draconico ben più grande  di Godzilla, che in seguito alle battaglie dei film precedenti è ferito e non controlla più l’enorme quantità di energia radioattiva che apre ferite sul suo corpo simili a bocche di magma sulla crosta terrestre. Il film si conclude con la morte del Re.

Il protagonista del nuovo film

Ora, la Toho  (casa cinematografica di Godzilla) aveva deciso di fermarsi lì per un altro po’ di tempo.
Poi esce il film di Emmerich, nel ’98. E rendendosi conto del danno fatto dai sacrileghi americani all’immagine del Re dei Mostri, i signori della Toho danno il via alla terza serie di film, chiamata Millennium, per modernizzare il loro Godzilla e ricordare chi è il loro mostro, che il “god” all’inizio della parola non è lì solo per figura.
Nel 1999 esce Godzilla 2000: Millennium, in cui Godzilla ha un nuovo aspetto e il raggio atomico rosso. Ciascuno di questi film è scollegato dagli altri e segue solo il capostipite del ’54, sempre con l’idea che questo sia il secondo Godzilla. Dopo cinque film, la serie Millennium si conclude nel 2004 con Godzilla: Final Wars, che presenta una rassegna di mostri tratti da vari film del periodo Showa opportunamente modernizzati, combattimenti altamente spettacolari in cui creature che sappiamo essere alte 100 metri saltano e compiono acrobazie, e numerose sequenze inutili con personaggi umani che fanno lo stesso (del tipo “Ma statevene a casa, che io voglio vedere i mostri”).

Dopo le guerre finali si ha finalmente il decennio di silenzio e di riposo, in cui non escono più film, la memoria resta vivida grazie all’azione degli appassionati su Internet, e il sottoscritto scopre questo mondo grazie a un meraviglioso e discretamente famoso gioco per Play Station 2 chiamato “Godzilla: Unleashed”, e poi al suo predecessore “Godzilla: Save the Earth”.
Più ci si avvicina al 2014 e più il mio sangue ribolle, perché conosco le dichiarazioni di Toho ed è come se su quell’anno gravasse un’antica profezia, finché nel 2013 cominciano i segnali, trapelano dettagli, l’estate intera passa tra un fotogramma rivelato e l’altro con la domanda “Riuscirà questa collaborazione tra Hollywood e Toho” a mostrare il vero Re dei Mostri?”.
Poi esce il film.
E la mostra riesce.
L’ultimo “Godzilla” è un film che farei vedere a tutti, perché, pur racchiudendo le
apparizioni del Re in otto minuti contati su due ore di film (e paradossalmente dando più tempo ai suoi nemici, una coppia di insetti-rettiloidi) dedicando il resto a drammi umani dei quali a questo suddito, pur lodandone l’ottima realizzazione, non interessa granché, mostra queste creature attraverso la luce più giusta, rende onore a Godzilla con inquadrature artistiche che insistono sulla sua mole e sulla sua caratterizzazione, monumentali ed epiche grazie alla nuova gloria acquisita dalla realizzazione in CGI avanzata. Bello è anche il background, che descrive Godzilla non più come un mutante ma come un millenario fossile vivente appartenente a un’epoca in cui la Terra era piena di radioattività e la fauna del pianeta aveva assunto dimensioni simili alle sue nutrendosi di quell’energia.
Questo film dà il via a una continuity cinematografica, che sarà portata avanti da “Kong: Skull Island”, col ritorno di un altro re atteso per il 2017, “Godzilla 2”, in arrivo nel 2019 e “Godzilla vs King Kong” nel 2020.

Nel frattempo, la mamma nipponica, forse incoraggiata dal successo del film hollywoodiano, magari anche un po’ gelosa, ha annunciato un nuovo film, intitolato “Shin Gojira”, che vedrà la luce in madrepatria il 29 luglio. Inizialmente annunciato col titolo “Godzilla Resurgence” per il mercato americano, che ha anche dato il nome a questo post, è recente la notizia che il titolo inglese sarà “Shin Godzilla”. In Italia non sarà distribuito come non lo sono stati tutti i Godzilla giapponesi dagli anni 90 in poi, ma verrà proiettato nei cinema americani e posso quindi contare su un’edizione homevideo in inglese da procurarmi appena possibile.
Questo evento passerà in silenzio, e io vi dico cosa sarà occultato da questo silenzio: “Shin Gojira” (“Il nuovo Gojira”, o anche “Il vero Gojira”) affidato al genio malato di Hideaki “Neon Genesis: Evangelion” Anno, e a Shinji Higuchi, regista del film su Shingeki no Kyojin con alle spalle esperienza sullo stesso Evangelion e su uno dei film di Godzilla, rinarrerà il primo approdo del Re dei Mostri sul suolo giapponese, ignorando anche il primo film (cosa già fatta da quello americano ma mai nella serie nipponica) e presentando un titano alto 118 metri, il più grande mai visto, ustionato e mutilato dall’energia atomica che apre squarci magmatici sul suo corpo (come già nel film del 95): questo Godzilla non sarà una fiaba, un dinosauro trasformato in supereroe da un grande potere, sarà macabro realismo, una vittima degli esperimenti dell’uomo e dell’inquinamento emersa per denunciare col suo stesso aspetto quel male, e per vendicarsi.

Godzilla contro uno dei M.U.T.O. nel film del 2014.

Lo ammetto, nel ripercorrere questa storia e spiegare alcuni dei suoi termini, forse non ho risposto alla domanda iniziale. Anche se, quando un personaggio ha una storia così ricca, un po’ di rispetto lo merita a prescindere dal resto.
Godzilla è bello perché è un assoluto. Non ha limiti, non è soggetto a contingenza, è sempre e comunque l’essere più potente che ci sia in circolazione. Domina l’intero ambiente grazie alla sua statura e avanza inarrestabile come un tornado o uno tsunami senza che si possa fare qualcosa per fermarlo. La sua figura nasce assemblando caratteristiche di varie specie di dinosauri secondo le conoscenze errate degli anni 50, ma si è mantenuta tale anche dopo e rimane la stessa proprio perché non è un animale, una specie adattata a un determinato ambiente (salvo secondo la spiegazione del film del 2014), ma un’idea, paura e venerazione riunite in una figura che riunisce l’ancestrale e il moderno e che concretizza concetti e forme che la nostra mente ha elaborato osservando la realtà e rielaborandola sulla base di se stessa. È, come viene ammesso sempre nel film del 2014 dall’assistente del Professor Serizawa, “un dio a tutti gli effetti”.
A questa frase, il protagonista Ford Brody replica “Un mostro”. Chi dei due ha ragione?

Se l’uomo ha sempre amato le lotte fra gli eroi e i mostri, quelle solo fra mostri sono più problematiche: difficile immedesimarsi, stentoreo trovare dei simboli e dei valori da associare a quei mostri. Chi li guarda, non può farlo che per sincero amore verso i mostri, per il loro potere e la manifestazione della loro anima nella loro estetica. Nei “kaiju eiga” (“film su mostri”) i mostri raggiungono dimensioni e prerogative che sconfinano nel divino, e gli uomini, non solo gli spettatori, ma anche i personaggi all’interno delle pellicole, non possono che stare a guardare: devono interrompere, rimandare le loro azioni, accettare il fatto che circolino forze oltre la loro portata e la loro comprensione, al confronto delle quali essi rimarranno sempre insetti. Possono provare a competere, e lo fanno costruendo una ricca sfilza di armi e androidi, ma i tentativi falliscono o perché le loro sono solo vili macchine  (“Godzilla vs Mechagodzilla”) oppure perché quelle macchine si elevano a loro volta allo stato divino e non possono più essere controllate  (“Godzilla against Mechagodzilla” e “Godzilla: Tokyo SOS”, nei quali il cyborg di turno, Kiryu, creato impiegando il DNA di Godzilla, si ribella). E se a questo punto qualcuno dovesse obiettare “Può l’uomo creare un dio?”, dopo aver visto questi film non potrei che rispondere “Sì, se crea un essere capace di distruggere l’umanità”. In questo potere sta la differenza fra un mostro e un dio. E Godzilla, che quel potere lo possiede eppure non lo utilizza, va oltre il concetto di “monstrum”, che altera il mondo con la sua esistenza. Lui esiste configurando la sua esistenza in un compito, partecipando all’economia del mondo. Per questo è un dio. Tanto più che un dio, se muore, poi risorge.

2 risposte a "In piena resurrezione di Godzilla"

  1. Io ho visto solo il film che tu tanto detesti,e hai ragione.La tua analisi è interessante e esauriente come sempre.Ovviamente non amo il genere ma le tue riflessioni sulle origini del mostro e sulle sue caratteristiche non solo fisiche sono veramente originali e profonde.Complimenti

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