Preghiera della notte #1

PREMESSA: questo post è diverso dai precedenti, perché qui non voglio argomentare, informare o sostenere una tesi, solo scrivere un pensiero. Ci saranno altri post come questo, probabilmente li intitolerò Preghiera della notte #2, #3 e così via.

A volte ci penso e mi rendo conto che la vita è costituita sul dolore. Sul dolore e sulla morte.
Non ci penso così spesso. Molto spesso, direi. Diciamo, non sempre.
Schopenhauer sosteneva che la vita è un pendolo tra il dolore e la noia, in cui, di tanto in tanto, si inseriscono brevi attimi di felicità, che pure è illusoria, poiché deriva dall’aver placato un dolore (avere risolto un problema, avere soddisfatto un istinto), e alla quale subentra immediatamente un nuovo dolore nel momento in cui ci si rende conto di avere un altro bisogno, un’altra mancanza. Io condivido in parte il ragionamento di Schopenhauer, e quando l’ho studiato ho elaborato un mio concetto da integrare alla sua filosofia, e cioè, che per quanto la felicità sia quantitativamente inferiore al dolore, qualitativamente essa è così bella e così importante, da poter riscattare, da sola, tutto il dolore che ci è voluto per provarla.
Un po’ come quando nasce un bambino, una nuova vita, e tutto il dolore provato per partorirlo scompare davanti alla gioia della maternità (o, almeno, così mi hanno detto essere la maternità, io non l’ho ancora provata).

Io credo di credere in quello che ho scritto. Eppure, a volte questa convinzione scompare.
Ci sono vite che della felicità non hanno idea.
Ci sono progetti bellissimi che annegano per un piccolo errore, futuri che sembravano scritti ed è bastato che un terzo elemento, un estraneo che non c’entrava assolutamente nulla con le persone che che progettavano quei futuri, capitasse all’improvviso nelle loro vite e le distruggesse.
Proviamo a fare delle cose e ci mettiamo del nostro meglio. A volte le portiamo a compimento, altre volte non ne siamo in grado, e poi altre volte qualcos’altro ci impedisce di farlo, e io continuo a domandarmi il perché. Come continuo a domandarmi il perché del dolore.
Ce lo domandiamo tutti, alcuni danno la loro risposta e nascono il Libro di Giobbe, gli scritti di Schopenhauer e le poesie di Leopardi. Sono sicuro che ci sia un pezzo di verità in ciascuna delle loro risposte, e altrettanto sicuro che anche se ci fossero altre migliaia di indizi sul dolore, dopo averli riuniti non ne sapremmo ancora nulla. Vale per tutte le domande esistenziali. Ma, ciononostante, io provo lo stesso a spiegarmelo sulla base di quello che sento.

A volte mi sembra uno strano genere di amante, il dolore: l’uomo desidera evitarlo, lo rifugge e lo scaccia, ma prova al contempo uno strano amore perverso nei suoi confronti, come dimostra tutta l’arte che è stata fatta in suo nome nel corso dei secoli, e vi è come un senso di diletto, di compiacimento per la propria serenità che si disgrega, nel contemplare sé stessi in preda della sofferenza come una barca nella tempesta; più sono alte le onde, e più si esalta, il piccolo cuore perverso, per la sensibilità che scopre nel proprio animo, per come questa sensibilità trovi parole, colori, suoni in grado di manifestare la sua angoscia e di compenetrarla, e continua, si strugge quasi per trovare espressioni più alte, perché il male è così profondo che bisogna sforzarsi per raggiungerlo. Probabilmente non è quello che capita a tutti, ma spesso mi sento così.
Altre volte però il dolore è troppo forte, non è più un’amante, ma un’arcigna figura che si staglia davanti alla luce, così alta da nasconderci sotto la sua ombra, così forte da avvinghiarci in una morsa gelida, squassante. In quei casi non c’è nessun languore, nessun compiacimento: in quei casi c’è solo da gridare perché passi, e gridare più forte perché non passa, sperando che mentre gridiamo si lacerino le nostre corde vocali ed esploda il nostre cuore, liberandoci da quella morsa senz’anima che dell’anima fa brandelli.

Per questo penso che qualunque conclusione scrivessi sarebbe condizionata da come mi sento nel momento in cui la scrivo: probabilmente tranquillizzerei tutti dicendo che tanto passa, che l’importante è essere positivi, credere in sé stessi e negli altri, andare a messa e mangiare sano, che la vita è bella e se le sorridi ti sorride di rimando…ma la verità è che, in un momento come questo, non mi sento affatto in grado di scrivere una cosa del genere. Se dovessi dare una conclusione adesso, sarebbe: forse il dolore dopo un po’ passa, ma poi ritorna sempre e comunque e non puoi farci niente. Puoi solo sperare di non esserne sopraffatto, e per questo vale la pena resistere; ma credere che il dolore sia solo una parentesi, e come la parentesi possa essere ignorato nel complesso delle esperienze di una vita, questo lo ritengo stupido.
Una frase che mi piace molto e con cui concludere è quella che apre The Darkness II:

«Non puoi sconfiggere i tuoi demoni, ma hai il dovere di provarci.»

4 risposte a "Preghiera della notte #1"

  1. Bellissima riflessione,amara e vera.Ma il dolore ci permette di anche di misurare la nostra capacità di lottare,ci fa scoprire,talvolta,una forza che non pensavamo di avere,ci rende migliori,spesso non sempre,e più attenti agli altri.La felicità è la capacità di vedere la luce anche attraverso le ombre del dolore.

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