Beowulf II – Kenning per dire eroe

Volevo leggere il Beowulf fin da bambino perché è una storia di mostri e delle battaglie fatte contro di loro, e di questo ho parlato nel post “Demoni dall’Altrove”. Ma avendolo letto ad un età più matura, ho scoperto la dimensione umana del Beowulf, e posso apprezzarla al meglio.


Questo è il primo testo anglosassone che leggo, e anche il primo testo antico germanico, quindi non sono in grado di fare un discorso su questa letteratura; vorrei però soffermarmi su un elemento che trovo bellissimo, vale a dire le kenningar (singolare kenning). Si tratta di una figura retorica, sostanzialmente una perifrasi per indicare qualcosa, che ricorre spesso quando se ne parla, come per gli epiteti. Le kenningar possono indicare persone, animali, luoghi o oggetti, e trasmettono una visione poetica che piace per la sua spontaneità: non si tratta di metafore elaborate, il mare è chiamato via delle balene, la battaglia è la pioggia di frecce, il re è il donatore di anelli mentre Grendel è il viandante dell’ombra, le cose sono viste nell’ottica di una cultura di guerrieri e marinai, la cui visione così semplice (guai a chi dice banale), in tempi civilizzati come il nostro, dove quasi nessuno ha idea di quel genere di vita, trasmette l’eco di qualcosa che si è perso. Qualcosa che doveva essere molto bello, ma che purtroppo si è perso.

Elmo anglosassone ritrovato a Sutton Woo

Beowulf è uno degli eroi più affascinanti di tutte le storie che conosca, poiché in lui coesistono molti aspetti diversi: certamente ricorda molto Eracle, dato che sono entrambi gli uomini più forti del loro mondo e si scontrano con una lunga lista di creature mostruose, ricoprendosi di gloria e divenendo re, e dato che le circostanze della loro morte non sono così diverse fra loro: Beowulf muore per il veleno del drago, mentre Eracle per il veleno dell’Idra (anch’essa in qualche modo un drago) nel quale era stata immersa la veste che il centauro Nesso aveva donato con una menzogna a sua moglie Deianira (sarebbe il caso che ripercorressi opportunamente questo mito, ma impiegherei troppo tempo). Il corpo di entrambi gli eroi scompare nelle fiamme, sebbene Beowulf sia già morto e il suo sia il rogo funebre tipico della tradizione nordica, mentre Eracle faccia preparare un rogo appositamente per gettarsi su di esso e liberarsi dal dolore del veleno. Veleno e fuoco nella mitologia sono legati, i serpenti e i draghi sputano fuoco proprio perché ad esso è associata la sensazione di bruciore del veleno.
Cionondimeno, Beowulf non è solo Eracle, non è solo un berserker, uno di quei guerrieri nordici che si lasciavano dominare dal proprio lato bestiale per essere più forti e più spaventosi in battaglia; Beowulf è saggio e ciò viene ribadito più volte, tanto che Hroðgar si complimenta con lui per la sua capacità di formulare discorsi sapienti alla sua giovane età. Beowulf esprime una filosofia di vita, alla base della cultura cui appartiene, ossia che l’uomo è mortale, ma la gloria rimane per sempre. Questo lo spinge a partire per combattere contro Grendel, a combattere contro sua madre e infine a combattere contro il drago. Pure, Beowulf è umile, più umile di quanto ci si aspetterebbe da un uomo simile: per quanto sia stato lui e solo lui a vincere la lotta contro Grendel, al cospetto di Hroðgar ne attribuisce il merito a tutti i suoi compagni; fa lo stesso anche dopo la vittoria contro la madre del mostro. Probabilmente la gloria e il potere acquisiti sarebbero più che sufficienti a permettergli di proclamarsi re, e invece, tornato in patria, tutto ciò che ha ricevuto in dono lo dona a re Hygelac e a sua moglie Hygd. È solo per il caso, anche se è più opportuno parlare di destino, che Beowulf diviene re pochi anni dopo a causa della morte di Hygelac e di suo figlio; ed è comunque solo per merito suo che il paese viene retto saggiamente per tanti anni.

Elemento chiave in questo poema è la ricchezza: Hroðgar ne ha accumulata così tanta da poter fondare una reggia che simboleggi il suo stesso prestigio; i Geati partono per ottenere ricchezza e gloria per il proprio popolo e pe se stessi; la grotta della madre di Grendel contiene un tesoro splendido in cui è inclusa una spada enorme forgiata da dei giganti; il tumulo del drago contiene un tesoro ancora più grande, forse il più grande che esista, tramandato per secoli da una dinastia in declino finché l’ultimo membro rimasto si è ridotto a essere nient’altro che il guardiano di quel tesoro, più un accessorio ad esso che il suo proprietario, e dopo la sua morte, sul tesoro si è steso il drago, creatura di tale valore da poterne in qualche modo sembrare il proprietario. Eppure, il tesoro al drago non serve a nulla (per quanto un piccolo furto basti a farlo adirare), come non servirà a Beowulf, che morirà per ottenerlo, e non servirà nemmeno ai Geati, ma verrà sepolto insieme al loro re, “inutile com’era sempre stato”.
Non dobbiamo comunque credere che il tesoro fosse fatto solo di oro e gemme, poiché presso questi popoli il valore di un oggetto derivava in primis dalla sua funzionalità, e molti dei doni di Hroðgar sono armi, elmi, corazze e la sua splendida sella intarsiata.
Ad ogni modo, quello che il poeta vuole dirci è che avere accumulato tutta quella ricchezza non è servito a nessuno, né ai mostri, né ai re, né ai loro popoli. L’unica ricchezza importante che valga è la gloria (e, dato che il nostro autore è cristiano, l’uomo glorioso dev’essere umile e timorato di Dio, valori che nel protagonista non mancano).

La reggia di Heorot, sfondo della maggior parte del poema e simbolo della ricchezza di Hroðgar (John Howe)

È rilevante che in questo poema non si parli di amore: sappiamo che i re Hroðgar e Hygelac hanno entrambi una moglie (Wealtheow e Hygd, rispettivamente), mentre non viene detto se Beowulf si sia mai sposato, e penso sia sottinteso che non lo abbia mai fatto. Cosa che stupisce, considerato quanto dovesse attrarre un uomo del genere nella società in cui viveva. Molto spazio è invece dedicato all’amicizia: quella che lega fra loro i quindici Geati che partono per la Danimarca, e soprattutto quello che lega Beowulf e Hroðgar, di cui vediamo l’evolversi, passando da un iniziale studio reciproco, alla riconoscenza e alla trepidazione provate dal re davanti al giovane che intende rischiare la vita per il suo popolo, alla gratitudine e all’ammirazione dopo che compie l’impresa, che diventano ancora più grandi dopo l’impresa successiva. Da parte di Beowulf, ammirazione e rispetto per il re, anziano, saggio (Hroðgar significa “veggente”), e soprattutto generoso nei suoi confronti (nel corso della lettura si prova veramente un senso di smarrimento davanti alla mole di oggetti preziosi ricevuti da Beowulf).
A questo si ricollega il primo dei due momenti di maggiore emozione provati durante la lettura che voglio ricordare qua, che ci riportano a motivi portanti della cultura nordica e che ritrovo anche in Tolkien: quello del commiato tra Beowulf e Hroðgar, alla fine del crescendo del loro rapporto, quando i due uomini si abbracciano e il re, troppo anziano, sente che è molto difficile che rivedrà ancora il giovane eroe che ha affermato di amare ormai come un figlio. Il momento che più mi ha commosso (anche perché della morte dell’eroe sapevo da parecchio tempo).

“Poi il riparo dei conti gli regalò, lì dentro,
il figlio di Healfdene, altre dodici gioie;
gli ordinò di dirigersi, con tutti quei regali,
sano e salvo dal popolo di cui faceva parte,
e di tornare presto. E infine lo baciò,
il re grande per nascita, il vassallo migliore,
e gli si buttò al collo. Cadevano le lacrime,
sotto ai capelli mischiati. Vedeva, il vecchio profetico,
due possibilità, ma una sola probabile:
che in futuro mai più si sarebbero visti
i due animosi, a convegno. Amava tanto quell’uomo
da non riuscire a frenare le fontane del petto.
Fermato nelle viscere dai lacci del pensiero,
gli bruciava nel sangue un misterioso rimpianto
per il suo caro amico.”
XXVI, vv. 1866-1880

L’altro passo che voglio citare è un discorso tenuto da un araldo prima del funerale di Beowulf, in cui viene profetizzato il pericolo che si prospetta ora che l’uomo che difendeva il regno dalle minacce straniere è morto (e che porterà alla fine del popolo dei Geati). Questo ci rimanda a un altro elemento fondamentale della cultura germanica, il senso di ineluttabilità, il destino che incombe: il mondo nordico ci appare procedere inesorabilmente verso l’oscurità, verso la distruzione e la fine di ciò che è bello, come è lecito aspettarsi da una cultura che ha elaborato una mitologia in cui è descritta molto dettagliatamente la fine del mondo.

“«Perciò ci toccherà
stringere molte lance gelate dall’alba
in pugno, alzarle in mano. Non sarà certo l’arpa,
a svegliare i guerrieri con i suoi accordi. Ma il corvo
nero sorvolerà i condannati, impaziente,
e avrà molto da dire, da raccontare all’aquila,
sul successo dei suoi pranzi, quando, insieme col lupo,
andrà spolpando i cadaveri».”
XLI, vv. 3021-3027

Il funerale di Beowulf, anche questo di John Howe

2 risposte a "Beowulf II – Kenning per dire eroe"

  1. L'idea del blog è proporre argomenti -con i quali in tanti si cimentano- scelti secondo un criterio che è molto personale e quindi unico. Anima e Mostro possono intendere tantissime cose che apparentemente non hanno nessun collegamento fra di loro.

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