Beowulf I – Demoni dall’Altrove

Ho letto di recente un poema epico, una delle opere che più desideravo leggere. Si tratta di un genere che non viene praticato più già da un po’ di secoli (o almeno, non con successo), ma che continuo a ritenere uno dei più nobili, uno dei maggiori successi dell’arte umana, fondamentale nella storia della letteratura. Già l’anno scorso avevo letto l’epopea di Gilgamesh, il poema più antico del mondo; questa volta, ho finalmente letto il  Beowulf.
La storia di Beowulf, il protagonista di questo poema anglosassone senza autore e senza un periodo in cui lo si possa collocare con certezza (presumibilmente fra l’VIII e il X secolo d.C.), mi affascina da quando ero bambino, e la ritrovavo costantemente nei libri sulla mitologia e sui draghi che leggevo sempre. È per due motivi, che potrei anche ricondurre a uno, che mi interessa ancora: è una dei pochi poemi dedicati interamente al tema della lotta dell’uomo contro i mostri (in altre opere è più un elemento di contorno o un passaggio), e vi si trova una delle più antiche rappresentazioni dei draghi per come li intendiamo ancora.

John Howe, uno dei miei illustratori preferiti, ha realizzato una serie di bellissime immagini per Beowulf

Eh sì, questo è proprio il codice originale

La trama è abbastanza semplice, la riassumo per chi non la conoscesse: il palazzo di Heorot (Cervo), dimora della corte del re danese Hroðgar, viene assaltato ogni notte dal gigantesco Orco Grendel, che spadroneggia su di essa per dodici anni, segnando la decadenza del regno, fino all’arrivo dei Geati (abitanti della Svezia meridionale) capitanati da Beowulf, giovane eroe già celebre per la sua forza -possiede, nel pugno, la forza di trenta uomini- che promette di porre fine al regno di terrore del mostro quella stessa notte. All’arrivo di Grendel, i due si avvinghiano in una lotta furiosa che termina con Beowulf che strappa un braccio all’Orco, decretandone la morte per dissanguamento. I Danesi festeggiano e colmano i Geati di doni, ma la notte successiva la madre di Grendel torna a Heorot per vendicare la morte del figlio, uccidendo il più caro araldo di Hroðgar. Ancora una volta, Beowulf combatte per i Danesi, e immersosi nella palude dove dimora il mostro lo uccide e torna indietro con nuove ricchezze. Ancora una volta Beowulf viene celebrato e colmato di doni, e tornato in patria li offre al suo legittimo re, Hygelac, del quale, anni dopo, diviene il successore governando con saggezza per cinquant’anni. Il nuovo equilibrio viene turbato quando uno schiavo in fuga ruba una coppa dal tesoro di un drago che vola sulla reggia di Beowulf e le dà fuoco: nonostante la vecchiaia, Beowulf si reca al tumulo dove vive il drago e, aiutato dal nipote Wiglaf, lo uccide, ma rimane ferito dal veleno del drago e muore poco dopo. Il poema si conclude con funesti presagi sul futuro dei Geati, ora che è morto l’unico che potesse difenderli dalle invasioni dei paesi confinanti, e col funerale dell’eroe.

In questo poema ho trovato così tanto che un solo post non basterebbe a parlarne. Ho deciso perciò di dedicare a quest’opera due post, in cui dividere le impressioni e gli spunti che ho trovato. Questa prima parte è dedicata all’aspetto che più mi interessava del poema, quello relativo ai mostri. E per parlarne correttamente va incluso anche il protagonista.
Beowulf è un uomo mortale, figlio di Ecgteow, un altro uomo mortale (morto, infatti). Non è un semidio. Eppure possiede la forza di trenta uomini, e per quanto iperbolica ed enfatica sembri la frase (il linguaggio epico è fatto anche di questo) non è soltanto vanteria: Beowulf può sollevare una spada gigantesca, impugnare un pesante scudo di ferro, ma soprattutto strappare il braccio a un mostro grande almeno il doppio di lui, in grado a sua volta di sollevare uomini con una mano: il poeta ci dice che, appena puntato Beowulf, Grendel intendeva ficcarlo in un guanto (o più probabilmente una borsa) per portarselo via, dunque per portare un oggetto in grado di contenere un essere umano, la stazza di Grendel doveva essere notevolmente maggiore; la forza di Beowulf, di conseguenza, ci fa ancora più paura. Ecco perché anche lui viene chiamato aglæca, “mostro”, come lo sono le creature contro le quali combatte. Tant’è che nello scontro col drago viene detto che i due contendenti, i due “mostri”, sono entrambi spaventati l’uno dall’altro.
La brillante prefazione di Ludovica Koch, che è anche la traduttrice del poema, nell’evidenziare questa caratteristica menziona un elemento molto interessante del pensiero germanico: “è possibile cacciare orsi, lupi e serpenti solo se si ha una natura in qualche misura lupesca o serpentina: qualità aggiunte e inquietanti.” Gli altri uomini, i migliori guerrieri Danesi, non riescono a ferire Grendel, come nessun altro Geata può uccidere il drago, se non Beowulf…e Wiglaf, che è suo fratello. Gli animali citati, orsi, lupi, e serpenti, sono i più frequenti nei miti e nelle saghe nordiche, e ricorrono tutti e tre nel poema: il nome Beowulf significa “orso” (letteralmente, lupo del miele), la madre di Grendel viene definita “Lupa di mare” e il lago in cui dimora è in un’area “di tane di lupo”, mentre non c’è bisogno che lo scriva io qui, che i draghi e i serpenti nelle antiche mitologie si equivalgono. Tra l’altro, mi si perdoni per la parentesi, ma questo elemento non può non farmi pensare al mio videogioco preferito, The Elder Scrolls V: Skyrim, dove il protagonista è l’unico mortale a potere realmente uccidere i draghi in quanto condivide egli stesso parte della loro natura.

Grendel secondo J. R. Skelton

Prima di passare al drago, concentriamoci sugli Orchi, i gasta (singolare gæst): sono creature di palude, demoni d’acqua (mentre il drago è un demone di fuoco), discendenti di Caino. Moltissimi studiosi hanno indagato questo punto, e in effetti è opportuno precisare che il Beowulf non è un’opera pagana, sebbene non sia soltanto cristiana. Il poeta è cristiano, ma il suo materiale è più antico, poiché si trovano in diversi casi riferimenti a luoghi o pratiche pagane (descritte, naturalmente, come infernali e peccaminose), mentre in un altro passo si parla di un “Distruttore” sovrannaturale che gli uomini pregano in un momento di disperazione perché li liberi dalla madre di Grendel, e che potrebbe essere proprio Odino, adorato da questi popoli prima dell’avvento del cristianesimo.
La cosa interessante è che qui, nel lontano nord, viene ripresa una vicenda appartenente alla tradizione mitologica ebraica, evidentemente nota anche ai cristiani di quell’epoca, e che oggi è invece poco conosciuta: la storia dei Nephilim, narrata nel libro apocrifo di Enoch. È uno dei tanti argomenti mitologici cui intendo dedicare i post futuri; in questa sede basti dire che i Nephilim, che significa giganti, erano i figli avuti dagli angeli Vigilanti che si erano uniti carnalmente alle donne mortali (le figlie di Caino), e che per questo furono sterminati con il Diluvio (anche nel Beowulf viene ricordato come Dio abbia agito contro questo popolo mostruoso). Ci sono molte versioni, ma è questa quella cui fa riferimento il poeta del Beowulf: Grendel, e per estensione tutti i giganti, gli orchi e le creature mostruose umanoidi discendono da questa unione.

La madre di Grendel secondo John Howe. Scommetto che qualcuno si aspettava Angelina Jolie

Sia gli Orchi che il Drago vengono dall’Altrove, sono Stranieri: dunque, se ricordiamo che la mitologia nordica ha una sua particolare struttura cosmologica (di cui ho parlato nel post precedente), sappiamo che oltre al mondo degli uomini, la terra di mezzo, si trovano altri mondi, il cui numero varia a seconda del periodo cui appartengono le fonti, che nell’Edda sono nove, ma cui il nostro poeta non può fare menzione se non come “Altrove”. Questi esseri, molto probabilmente, provengono da Jötunheim, il mondo dei giganti e, per estensione, dei mostri prodigiosi.
Ma in effetti, ci sono altri dati. Gli Orchi, in quanto demoni, sono associati ad altre creature di simile natura (collegate all’oscurità, al male, alla morte e agli inferi), che hanno caratteristiche diverse, ma con le quali possono anche essere scambiati. Molte di queste creature sono spettri e abitanti del mondo dei morti.
E sapete dove si trova il drago? In un tumulo, dove sono state sepolte le ricchezze di una qualche antica dinastia ormai estinta. Il drago dorme sugli oggetti dei morti, sulla terra dei morti, quindi è come un guardiano dei morti. E questo mi ricorda che sempre in Skyrim un sacco di draghi si incontrano in corrispondenza dei luoghi dove loro furono seppelliti in epoca antica, e appaiano come scheletri cui il potere del dio-drago Alduin ridà la vita…e tutto questo è meraviglioso! Voglio dire, è meraviglioso che anche involontariamente ci siano tanti rimandi fra mitologia, letteratura e videogiochi, perché significa che esiste una visione, alla base di tutte le storie, che è una e alla quale tutti, anche senza saperlo, facciamo riferimento, così da arrivare poi a creare tantissime cose che sono diverse.

Beowulf e il drago, Andrew Mayer. Questa versione mi piace perché si vede che il drago ha le ali, come nel poema

Arriviamo finalmente al drago. È un serpente, un wyrm, che vola e gusta “i piaceri dell’aria” nell’ora della notte che precede l’alba, la stessa in cui era attivo Grendel. Il suo corpo è scintillante, coperto di squame così dure che la spada non può scalfirle, ed è solo tagliandogli la gola con un coltello (evidentemente lì la resistenza delle squame è minore) che Beowulf può avere ragione di lui. Dopo la morte, viene detto che il suo corpo misura cinquanta piedi, equivalenti a circa quindici metri; questo cadavere viene gettato in mare, il mare che è la patria dei draghi primordiali nelle mitologie mediorientali e dove dimora, in quella nordica, un altro gigantesco serpente che è Jormungandr. Naturalmente non intendo fare collegamenti anche con questo, solo dire a cosa mi fa pensare il fatto che il suo corpo venga gettato in mare.
La cosa migliore di questo drago, per me, è che voli, e la seconda è che sputi fuoco.
I draghi nelle opere di oggi, volano tutti, sputano fuoco tutti. Lasciando stare gli anime e i manga, e La storia infinita. Voglio dire, quando scrivo “drago” pensiamo tutti che il mio drago voli e sputi fuoco, ma nella mitologia antica i draghi non presentano nessuna di queste caratteristiche, ci sono al massimo eccezione che possono fare solo l’una o l’altra cosa. Possiamo dire, o almeno mi permetto di dirlo io con i dati che ho attualmente, che questo sia il primo drago, nella storia della letteratura, che presenti le caratteristiche che oggi tutti associano ai draghi nel folklore occidentale.
Nel mondo nordico c’è un drago più famoso di questo, è Fáfnir, il mostro ucciso da Sigfrido: lui sputa fuoco ma non vola. Voglio dunque dire che quello di Beowulf è l’unico drago volante del mondo nordico? No.
Nella visione cosmologica dei nove mondi sorretti dal frassino Yggdrasil, sappiamo di un enorme serpente nel mondo dei morti intento a rodere le radici dell’albero, Níðhöggr. I termini “serpente” e “drago” vengono sempre invertiti, ma nella profezia della Völuspá, quella che parla della fine del mondo (il Ragnarök), gli ultimi versi mostrano questa creatura serpentina spiccare il volo, portando fra le “piume” le anime dei morti.
Oh, lasciatemi dire che l’idea del volo questo colossale drago cosmico coperto di anime è una delle visioni più sublimi che la mia mente ricordi.
Il drago capace di volare che dorme in un tumulo funerario, a me, ricorda Níðhöggr, per quel principio dell’unica visione alla base delle storie. Quindi, da un certo punto di vista, gli Orchi e il Drago potrebbero essere creature del mondo dei morti in guerra con i vivi.
Ma ciononostante, li immagino lo stesso come creature di Jötunheim, perché muoiono, perché probabilmente chi immaginò per primo la storia pensava questo, e perché la mia immaginazione ha bisogno di sentirsi dire che ci fossero draghi vivi a Jötunheim. E, magari, che ce ne siano ancora.

La versione di John Howe non ha le ali…ma parliamo comunque di John Howe

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