Nell’universo fantasy di Andrzej Sapkowski, la kikimora è rappresentata come un mostro palustre simile a un gigantesco ragno, e probabilmente si tratta della sua incarnazione più popolare. Queste fattezze non sono quelle della kikimora della tradizione polacca, ma non è vero che Sapkowski ne ha adottato il nome ignorando il folklore. Come la sua creatura, la kikimora originaria vive nelle paludi ed è, sia pure in un’altra accezione, un’abile tessitrice.
La kikimora proviene dal folklore russo e bielorusso, ed è conosciuta anche in Polonia, in Bulgaria e in Slovacchia. Paesi come l’Ucraina non riflettono l’uso dello stesso nome, ma hanno tramandato credenze in entità molto simili. Si tratta, in genere, di uno spirito domestico di sesso femminile, legato principalmente all’ambiente e ai lavori domestici, soprattutto alla filatura. Le sue fattezze e il suo modo di comportarsi cambiano molto di racconto in racconto, e occorre notare fin da subito che della kikimora esistono concezioni diverse. Benché non manchino le storie in cui la kikimora è benevola e aiuta i familiari a mantenere l’ordine e la pulizia, molto più spesso è considerata dispettosa e ostile: spaventa gli abitanti della casa e i loro animali, rompe i piatti, guasta il pane, spenna i polli, sciupa gli utensili. I rumori inspiegabili erano sempre opera della kikimora, che in alcuni racconti è invisibile, in altri assume la forma di un gatto o, meno spesso, di altri animali, e in altri ancora è descritta come una donna scarmigliata, di bassa statura, coperta di stracci e dall’aspetto complessivo sporco e trascurato. In altre fonti, al contrario, si dice che si occupi della cura della casa: appare per ammonire chi trascura i propri doveri, per indurre i bambini a comportarsi bene e gli adulti a compiere il proprio lavoro, e la sua presenza è considerata un segno di negligenza o, peggio ancora, della presenza di scandali e abusi compiuti tra le mura domestica. Il suo attributo più ricorrente, in ogni caso, è la filatura. Si dice che la kikimora passi molto del suo tempo a filare. Un’immagine talmente familiare da essere stata immortalata in proverbi: un proverbio dalle molte attestazioni è “Non otterrai mai una camicia da una kikimora”, perché, se è vero che la creatura fila tanto, non termina mai i suoi lavori, e realizza solo matasse disordinate e inservibili. In questa visione, anziché aiutare, la kikimora aumenta la mole di lavoro che spetta alle povere massaie della casa che infesta.

Il nome della kikimora diviene più familiare se ci concentriamo sul secondo elemento, mora, che altri non è che il mare dell’inglese nightmare: il nome indeuropeo dell’incubo. In protoslavo, *morà, che si ritrova anche nel polacco mora, nome delle anime. Tra le molte caratteristiche che le sono attribuite, la kikimora è anche una personificazione degli incubi, un mostro delle paralisi notturne che, come i familiari coboldi, o alp, o le pantàfiche di alcune regioni d’Italia, siede sul petto dei dormienti per indurre condizioni misteriose e temute.
Tradizionalmente, la kikimora è concepita come un essere malvagio, appartenente alla categoria degli zalozhnye, i morti inquieti, coloro che sono dipartiti prematuramente o in circostanze particolarmente disturbanti. Si credeva che una kikimora nascesse da un aborto, da un feto nato morto, oppure dalla morte di un bambino non ancora battezzato. Altri candidati erano le donne morte di parto, le suicide, quelle di cui si diceva che fossero state sedotte dalle forze delle tenebre, oppure bambini che, per qualche ragione, erano stati maledetti dai propri genitori. La kikimora poteva essere anche un changeling: le kikimore avrebbero rapito un neonato da una casa, lasciando al suo posto una piccola kikimora che, allevata dai genitori come fosse la loro prole, avrebbe manifestato nel tempo la sua natura inumana. E non manca l’attribuzione alla kikimora di attributi tipici delle streghe, come l’uso della magia e, soprattutto, la propensione a mangiare bambini, che la portano ad assumere molti tratti in comune con la Baba Yaga, la famosa strega delle fiabe slave. Le due creature sono accomunate non solo dal modo in cui rovesciano gli attributi e le funzioni ideali dell’agente femminile, distruggendo i bambini anziché generarli e sabotando le faccende domestiche, ma anche, suggestivamente, dalla parentela con le galline: come vedremo, oggi la kikimora è conosciuta anche come una specie di donna gallina, ed è ancora celebre l’immagine della casa di Baba Yaga, sorretta da due zampe di chioccia. Si credeva che apparissero spesso a Yule, la notte del solstizio d’inverno, e nella Russia del Nord era frequente un tempo che le donne anziane andassero ai raduni vestite come delle kikimore, portando dei bastoni appuntiti e dei gomitoli da filare. Si credeva, al pari delle tante rappresentazioni della vecchia dell’anno familiari anche in festività nostrane, che queste rappresentazioni servissero a separarsi dall’anno passato e a rendere fecondo quello nuovo.

Si potrebbero ricondurre le due visioni della kikimora, che alcuni folkloristi distinguono esplicitamente in tipologie diverse, agli ambienti della casa e della palude. Le kikimore domestiche, che si possono incontrare nel cortile, nel bagno, o in certe case abbandonate, sono miti, mentre le kikimore delle paludi e dei boschi sono le più malvagie. A questa distinzione, suggestivamente, sembra corrispondere anche la diversa attribuzione di due diversi mariti alla kikimora. Quella domestica è infatti considerata moglie del domovoy, uno spirito della casa che, a differenza della kikimora, è sempre domestico e sempre benevolo. Per questo esistono anche resoconti in cui la kikimora, anziché moglie, ne è la nemica giurata. La kikimora di palude, particolarmente attesta in Siberia, è invece la moglie del Leshy, il guardiano della natura selvaggia che dimora nelle foreste e nelle paludi. Nel Dizionario della Lingua Russa di S.I. Ozhegov e N.Y. Shvedova si trova anche una distinzione tra la Bolotnaya kikimora, la kikimora di palude, e la Lesnaya kikimora, quella della foresta.
La kikimora esiste anche nell’accezione di una specie di fantoccio, una bambola fatta di stracci o cippato, contenente spesso sangue o altro materiale proveniente da una persona morta, che veniva realizzata per scopi magici, come attirare determinate forze nella casa o infliggere il malocchio a un nemico. La sua presenza in una casa poteva essere ricondotta anche a questa spiegazione, all’azione di un nemico.
I racconti su una kikimora benevola, che agisce in modo simile al domovoy, ne esaltano l’attenzione all’andamento della casa: la kikimora sorveglia i familiari e presiede al corretto svolgimento delle pulizie, dell’allevamento e di tutti i lavori. Se una kikimora diventa ostile, in questa visione, è proprio perché la casa non viene opportunamente gestita o i membri della famiglia sono pigri: un metodo per sbarazzarsene è tenere la casa così pulita da farla annoiare e andare via. In questa accezione la kikimora assume una funzione sociale, diviene il pretesto di ammaestramento a una buona condotta. È per lo stesso motivo che le kikimore venivano usate come spauracchio per i bambini, cui si raccontava che fossero attratte dai rumori notturni: la paura di queste creature diviene così un efficace strumento per indurli ad andare presto a letto e comportarsi bene. Un altro comportamento che suscita l’interesse della kikimora è la pratica di abusi di qualunque tipo entro le mura domestiche: in questo caso, la sua presenza è un segno di condanna morale, che potrà essere terminata solo quando avranno fine le violenze o le ingiustizie che si consumano in quella casa.

La kikimora ha anche un affascinante legame con un antico simbolo magico, la pietra con un foro nel centro, chiamata da noi “pietra delle streghe”, ma anche “uovo dei druidi” o “uovo di serpente”. Fortemente associato ai serpenti nel mondo celtico e in quello romano, in Russia questa pietra viene chiamata Kurinyj bog, “dio dei polli”, ma anche “kikimora con un occhio solo”. Si credeva che avesse delle proprietà magiche e che servisse a proteggere le galline dalla kikimora, che aveva l’abitudine di spennarle e/o di mangiarle, mediante l’aiuto di questo spirito deputato alla protezione del pollame. Nei racconti sulla kikimora benevola, invece, la cura dei volatili viene elevata a una delle sue principali preoccupazioni. Emerge dunque una forte associazione tra le galline e la kikimora, e dev’essere per questo motivo che Ivan Bilibin (1876-1942), interprete di diversi personaggi del folklore russo, l’ha disegnata come una donna-gallina. Questa immagine sembra aver determinato il fiorire di descrizioni in cui la kikimora, alta come una bambina, possiede un becco appuntito, lunghe dita culminanti in artigli e zampe di gallina al posto dei piedi. In altre descrizioni ancora ha il muso di un cane, l’aspetto di una capra con gli occhi luminosi, o varie caratteristiche di altri animali. Tuttavia, le testimonianze raccolte dai folkloristi menzionano sì la sua tendenza a manifestarsi in forma di animale, ma non caratteristiche ibride.
La credenza nella kikimora è attestata a partire dal diciassettesimo secolo, ma si ritiene risalga a un periodo compreso tra l’ottavo e il tredicesimo. È impossibile conoscere la fisionomia di questa tradizione prima della diffusione del Cristianesimo tra i popoli slavi, che ha prodotto l’associazione di molte divinità e spiriti naturali al diavolo; tuttavia, la kikimora è rimasta una parte integrante delle credenze slave fino ai giorni nostri per la sua pertinenza con la sfera domestica. Un dato importante degli studi etnografici sulla materia è che la ricezione delle due versioni della kikimora sembra influenzata dalle abitudini delle generazioni di riferimento. Sembra infatti che fossero le generazioni più vecchie a conoscere la kikimora domestica, e che al passaggio tra XX e XXI secolo la credenza sia stata collocata negli spazi selvatici, come se la gente non riconoscesse più nei propri spazi l’esistenza di quella creatura e giungesse alla conclusione che dovesse sì esistere, ma altrove, lontano. Magari, raccontando di storie su come le kikimore allontanate dalle case prendessero dimora nel fitto dei boschi.

Bibliografia
Ansimova O.K., Golubkova O.V., “Mythological Characters of the Domestic Space in Russian Folk Beliefs: Lexicographic and Ethnographic Aspects”, in Archaeology, Ethnology & Anthropology of Eurasia, 2016;44(3), pp. 130-138.
Aveela, Ronesa, A Study of Household Spirits of Eastern Europe, West Swanzey, NH: Bendideia Publishing, 2018.
Johns, A., Baba Yaga: The Ambiguous Mother and Witch of the Russian Folklore, Lausanne: Peter Lang, 2004.
Levkievskaja, Elena E., «Kikimora», in Slavjanskie drevnosti: Etnolingvističeskij slovar’, Pod red. Nikita I. Tolstoj, Moskva: Meždunarodnye otnošenija, 1999, vol. 2, pp. 494-496.
Litova, Daria, Fairy-Tales Retold Interpretation and French Audience Reception of the Russian Fairy-Tale Narratives in Diaghilev’s Les Ballets Russes (digital publication, June 03, 2021).
