Credete che i draghi possano sputare ghiaccio?
Per me è necessario. La mia idea di draconitas si regge sul fatto che esistano tanti tipi di soffio per tanti tipi di drago, e quello di ghiaccio è speciale. Tutti lo sono, forse quello che mi strabilia di più è il fulmine, ma l’idea che alcuni draghi possano sputare ghiaccio mi sembra, poeticamente, necessaria quanto il soffio di fuoco.

Ma poi, che cosa significa sputare ghiaccio? È abbastanza intuitivo immaginare un getto di fiamme che esce dalla gola del drago, vista la natura del fuoco: la più famosa abilità dei draghi nasce, probabilmente, dalla necessità di rappresentare visivamente il veleno che usciva dalle loro fauci secondo le descrizioni più antiche. Meno spettacolare sarebbe rimettere uno spesso ghiacciolo con cui schiacciare i nemici. Quello che questi draghi emettono è, di solito, un vento freddo, così tanto da condensare l’aria con cui entra in contatto in cristalli di ghiaccio. Avvolge i corpi, le sostanze, e abbassa la loro temperatura fino a congelarli. Spettrale, crudele, bellissimo. Un fenomeno così potente non esiste in natura, laddove le vampe di fuoco sono possibili, ma è anche questa la bellezza delle fiabe e della fantasia: per quanto un getto di “congelamento” non esista, la nostra immaginazione ha la possibilità di concepirlo per analogia con altri fenomeni, e i draghi di ghiaccio hanno il potere di realizzare visivamente questa espressione della nostra mente.
George R.R. Martin, che di libri sui draghi ne ha scritti più di uno, vanta l’invenzione del primo drago fatto di ghiaccio in letteratura. Lo scrisse sul suo blog anni fa, riferendosi al suo romanzo breve The Ice Dragon, del 1980. Molti blogger hanno ridicolizzato questa affermazione, rimettendo il buon George al suo posto per fargli notare gli illustri predecessori che non stava considerando. Io ne faccio semplicemente il punto di partenza per un viaggio attraverso l’evoluzione del tropo del drago che soffia ghiaccio, soffermandomi, comunque, su tutti i casi in cui i draghi e le basse temperature si sono incontrati. Mettete addosso qualcosa di caldo e seguitemi: stiamo per andare molto più a nord dell’hic sunt dracones.
Il verme delle Alpi
Potrei cominciare con i draghi bianchi di Gary Gygax, che li descrisse per la prima volta nel 1969. O con i draghi freddi di Tolkien, che ci riportano agli anni ’50. O, ancora, risalire fino a Edith Nesbit, che ha inventato il primo drago di ghiaccio della letteratura fantastica nel 1899. Ma facciamo le cose per bene. Siamo nel XVI secolo, nel pieno di quella che gli storici chiamano Piccola Era Glaciale. Ci troviamo sulle Alpi, è mattina e gli abitanti di un villaggio hanno appena scoperto che un passaggio della montagna è stato ricoperto da una spessa lingua di ghiaccio che il giorno prima non c’era. Avvicinandoci alla folla allarmata li sentiamo mormorare: è stato un drago.
Per secoli, nella cultura alpina, i draghi hanno fatto parte della tradizione orale, e del rapporto con il territorio, come vicini pericoli, incomprensibili e sempre in qualche modo presenti. A differenza di altri luoghi, i draghi delle Alpi sono attivi e maestosi, benché poco si sappia delle loro vite celate oltre cime invalicabili e le insondabili profondità delle montagne. Ma la linea marcata dai ghiacci è stata considerata, fino alla fine dell’età moderna, il territorio dei draghi. Lingue di ghiaccio che compaiono da un giorno all’altro, talvolta recedendo, altre volte invece allungandosi fino a ricoprire campi e pascoli, sono il segno evidente che il ghiaccio non è un elemento di sfondo: il ghiaccio è vivo. Si muove. E possiede una sua ineluttabile ferocia. Nel racconto popolare, i mutevoli profili dei ghiacciai sono le membra dei draghi, volano da una vetta all’altra o avanzano lenti, strisciando lungo le pendici come antichi iceberg dediti solo a schiacciare ciò che passa sotto il loro peso.

«L’immagine di devastazione e distruzione è presente in modo nitido in tutte le leggende che vedono protagonisti i draghi; questi esseri spaventosi delimitavano, segnavano in qualche misura un confine, un punto di non ritorno oltre al quale l’umanità non poteva avventurarsi: i ghiacci. Non solo, spesso risalivano (o ridiscendevano) i valloni, e inseguivano le “tracce di umanità” distruggendo inesorabili e insaziabili tutto quanto gli si presentasse dinanzi.»
(Dall’O, p. 210)
È da questo immaginario che deriva la spettacolare incisione di Henry George Willink, “Wilderwurm Gletscher”, realizzata nel 1892 per l’opera di C.T. Dent, “Mountaineering”. Il titolo si può tradurre come “Ghiacciaio verme selvaggio”, e dimostra come non sia così riconoscere nell’immenso ghiacciaio che scende a valla la forma di un serpente mostruoso.
Per la verità, i draghi e il ghiaccio hanno una relazione ancora più antica nelle regioni dell’Asia Centrale, come l’Afghanistan e il Panjab, dove il culto dei serpenti dell’acqua Nāga, proveniente dall’India, giunse insieme al buddismo intorno al III secolo a.C. e venne rielaborato secondo la conformazione del territorio. Qui, infatti, gli inverni sono molto rigidi e l’acqua si congela sulle montagne per poi disciogliersi e alimentare alluvioni in primavera. I Nāga vennero perciò identificati nelle forze che congelavano l’acqua e poi la liberavano, segnando un ulteriore livello di integrazione tra le credenze nei draghi e i fenomeni idrogeologici.
“Fate come dicono”

Spostiamoci alla fine del XIX secolo. Edith Nesbit è un’autrice di racconti per ragazzi inglese, e nel 1899 pubblica sulla rivista The Strand una serie di sette racconti collegati dallo stesso tema, intitolata The Seven Dragons. Insieme a un ottavo, la raccolta viene pubblicata nel 1901 in un volume dal titolo The Book of Dragons, dedicata alla figlia Rosamund Edith Nesbit Bland, anche lei autrice, e che poi, con l’aggiunta di The Last of the Dragons, pubblicato postumo, diventerà The Complete Book of Dragons, o anche The Last of the Dragons and Other Stories, di cui esiste anche la traduzione italiana a cura di Silvia Coletto, pubblicata da Rizzoli nel 1955 con un’introduzione di Carlo Pagetti.
Questi racconti sono un raro intreccio di ironia e fantasia, e tra essi troviamo The Ice Dragon, or “Do As You Are Told”. Due fratellini, George e Jane, nonostante la raccomandazione di rimanere a casa mentre fuori nevica, si avventurano in strada e raggiungono il North Pole, cioè il palo a nord della città, intorno al quale trovano avvolto un enorme drago. Il suo corpo è proprio fatto di ghiaccio, e i dispettosi nani Pelle-di-foca hanno acceso dei fuochi intorno a lui per scioglierlo, così da scatenare la sua rabbia sul resto del mondo in una terribile glaciazione ma, grazie all’aiuto delle falene artiche, George e Jane li mettono in fuga e salvano il drago. Questi non usa il suo soffio, ma dà prova di una notevole capacità: può inserire la sua coda all’interno della quarta dimensione e usarla per spostarsi molto velocemente.



Groliffe
Nel 1959 viene trasmesso per la prima volta il cartone animato Noggin the Nog, che si può considerare quasi un antesignano dell’Hiccup di Cressida Cowell. Creato da Oliver Postgate e Peter Firmin, Nog è un giovane vichingo di buon cuore che vive in un mondo di magie, macchine volanti e creature fantastiche. Nel secondo arco narrativo di sei episodi, intitolato The Ice Dragon, compare Groliffe, il primo drago di ghiaccio della storia dell’animazione. Groliffe è un drago buono e pacifico, tesoriere della Dragon’s Friendly Society, che si occupa di gestire le relazioni tra i draghi e gli esseri umani. Il malvagio Nogbad the Bad si impossessa del suo tesoro, ma Nog e i suoi amici lo aiutano a recuperarlo. Quando giunge l’occasione di vendicarsi, Groliffe mostra di sapere produrre un efficace respiro di freddo che congela tutto ciò che tocca; ed è questo, credo, il primo soffio di ghiaccio draconico che sia mai stato rappresentato per il grande pubblico e in un medium audiovisivo, riprodotto poi a colori nel remake del 1982. Tuttavia, non è il primo soffio di questo tipo a essere stato descritto.


Nel 1933 esce il romanzo allegorico Pilgrim’s Regress, di C.S. Lewis, pubblicato in Italia come Le due vie del pellegrino. Queste due vie portano una a nord e l’altra a sud, ed è così che conducono il pellegrino protagonista a confrontarsi con due draghi, il drago del Nord e il drago del Sud.
Scatha e i draghi del freddo
Per molto tempo ho ritenuto che l’idea dei moderni draghi di ghiaccio e del loro soffio fosse nata con Gary Gygax e Dungeons & Dragons. Una delle poche invenzioni del fantasy che non dobbiamo a Tolkien, pensavo.
Mi sbagliavo. Tolkien aveva inventato anche quella.
Nelle Appendici del Signore degli Anelli si leggono alcuni riferimenti ai Cold-Drakes, “draghi freddi”, e a Scatha il Verme, un drago che derubò i nani dei Monti Grigi finché non fu ucciso da Fram, re degli Éothéod, antenati dei Rohirrim. Altre menzioni dei draghi freddi sono poi comparse nel Silmarillion e nelle varie parti della Storia della Terra di Mezzo. L’interpretazione di questa definizione è stata, per oltre settant’anni, che “freddi” significasse distinguere questi draghi dai draghi del fuoco, gli Urulöki, come Glaurung, Ancalagon e Smaug, abili nel produrre calore all’interno del loro corpo e rilasciarlo in micidiali vampate e differenza di altri draghi che, per quanto resi micidiali dai denti, gli artigli e le dimensioni, non erano capaci di produrre il fuoco. Erano “freddi” nel senso di non essere “caldi”. Addirittura, nei Racconti Perduti che attestano le fasi più vecchie del pensiero tolkieniano, la distinzione tra i due tipi di drago è ancora più profonda, perché i draghi freddi sono leggeri, alati e capaci di volare, mentre quelli di fuoco sono troppo pesanti.
«Molti sono i draghi che Melko ha liberato nel mondo, e alcuni sono più potenti di altri. Quelli dunque minori – eppure enormi, se confrontati con gli Uomini di quei giorni – sono freddi com’è la natura delle bisce e dei serpenti, e parecchi di loro, dotati di ali, avanzano con velocità e fragore enormi; ma i più poderosi sono caldi, pesantissimi e lenti, e certi vomitano fiamme e il fuoco guizza sotto le loro scaglie.»
Scatha, dal canto suo, è stato a lungo considerato un drago di fuoco.
Nel 2024 esce The Collected Poems of J.R.R. Tolkien: la prima raccolta interamente dedicata all’attività poetica del Professore, con novecento versioni di centonovantacinque poesie, di cui settanta inedite. Tra queste, rappresentata da ben tre versioni, la poesia Scatha the Worm, risalente al 1954 e alle fasi finali del Signore degli Anelli. La poesia è di estremo interesse per lo studio dei draghi nella Terra di Mezzo, perché descrive quanto fossero varie le loro sembianze e le loro capacità.

Nell’Appendice A del Signore degli Anelli ritroviamo delle menzioni, ma per molto tempo si è creduto che questa distinzione indicasse soltanto che, accanto ai draghi talmente “caldi” da produrre fuoco, ne esistessero altri che non possedevano quella mirabolante capacità, e rimanevano “freddi”. In realtà, il post precedente ha rivelato che Tolkien, negli anni ’50, indicava come “draghi freddi” proprio creature capaci di congelare con il respiro. Scatha il Verme, noto dalle Appendici del Signore degli Anelli, si è rivelato grazie ai Collected Poems, un esempio di questa specie, che schiacciando con la sua enorme massa le vittime del suo respiro gelido personifica la crudele devastazione di un ghiacciaio. Devo ammetterlo: questi nuovi dati mi hanno ricordato una scoperta paleontologica, le nozioni mancanti che ci hanno permesso di riclassificare Scatha nella tassonomia dei draghi tolkieniani.
“Some have great wings like the wind
Some have fire and fierce wrath,
Some have venom on their long teeth
Some have hides like armour,
Tails like steel, tongues like spears,
Eyes piercing bright;
Some are great and golden
Some are green;
Some are red as glowing iron.
Not so was Scatha.
He was grey, he was cold, he was silent, and he was blind.
He crawled like a slow creeping death,
Too horrible to flee from,
Froze men with fear and his icy breath,
And crushed them, ground them,
Under his long white belly.“
“Alcuni hanno ali ampie come il vento,
altri hanno focosa e fiera furia,
alcuni hanno veleno sulle zanne
altri hanno scorze dure d’armatura,
code come acciaio, lingue quali lance,
occhi che trafiggono brillanti;
alcuni sono grandi e son dorati,
altri sono verdi;
alcuni rossi come il ferro ardente.
Non così era Scatha.
Era grigio, era freddo, era muto, ed era cieco.
Strisciava come una lenta morte trascicante,
troppo orribile per fuggire,
congelava gli uomini con la paura e il suo soffio di ghiaccio
e li schiacciava, li macinava,
sotto la sua lunga pancia bianca.”
Le Collected Poems contengono altre due versioni della poesia, e tra le aggiunte si trovano puntualizzazioni come “Not for him was flight:/ a wingless drake” (versione C), paragoni efficaci come “as a wild wind on the mountain height” (versione B), e anche la nozione che Scatha, nonostante bramasse l’oro e potesse addirittura fiutarlo (“He was blind and cold,/ but he could smell gold”, versione C), viveva su un letto di ossa di Nani e Uomini. Un personaggio davvero spaventoso, che sarebbe stato bello poter approfondire.

In questo caso, ed è logico che il concetto valesse anche per altri draghi freddi, Tolkien non intende Scatha come un drago che non sputa fuoco. Dice chiaramente che è freddo perché incarna l’altro dei due elementi che Morgoth controllava e che esercitava con effetto disastroso sulla Terra di Mezzo della Prima Era: il gelo. Scatha è lento, strisciante, non emette suono e nemmeno vede, è rettile fino alla mancanza di consapevolezza di sé, il puro effetto meccanico della morte. Emette un soffio di ghiaccio proprio come nel fantasy più recente, e con esso paralizza le prede che rimangono immobili mentre lui, lentamente, inesorabilmente, striscia su di loro con la sua mole fino a schiacciarli. Personificazione animale dell’azione di un ghiacciaio, Scatha crea un ponte tra il nostro immaginario e quella tradizione alpina che abbiamo osservato in apertura. E chissà che Tolkien ne conoscesse qualcosa.

Ufficiosamente, Scatha non è l’unico drago freddo che conosciamo per nome. Esiste un altro possibile membro della specie, e lo abbiamo incontrato in un post di qualche anno fa: Gostir, un nome di drago riportato nel quinto volume della History, La Strada Perduta e altri scritti, all’interno della sezione dedicata alle etimologie dei nomi nelle lingue di Tolkien. Alle voci GOS-/GOTH-, “terrore” e THĒ, “guardare”, si trova indicato tra gli esempi “Gostir”, che significa “sguardo spaventoso” e viene detto essere “il nome di un drago”. L’esito “Gos”, e il riferimento a una forma più antica, “Gorsthir”, dimostrano che è in lingua Noldorin. Non si sa altro su di lui, né su perché o per quale scopo Tolkien avesse inventato questo nome. Esso fa riferimento all’abilità draconica per eccellenza, lo sguardo che assoggetta le vittime con la paura, usata in modo particolarmente efficace da Glaurung, che era un drago di fuoco. A causa della sua comparsa nel supplemento per il gioco di ruolo Middle-earth Role Playing intitolato Creatures of Middle-earth” (1988), dove era annoverato senza motivo tra i draghi freddi, Gostir è stato visualizzato come un drago freddo da diversi artisti che hanno provato a dargli un volto.

Draghi bianchi
Dopo Tolkien, il prossimo autore da incontrare nella storia dei draghi di ghiaccio è Gary Gygax, co-creatore di Dungeons & Dragons. Come abbiamo osservato estesamente in un denso articolo, Gygax inventò il suo sistema di draghi che sputano un certo elemento in base al loro colore su una rivista fanzine, Thangorodrim (1969), dove proponeva storie ambientate nella Terra di Mezzo per il gioco da tavolo strategico Diplomacy. A suo dire, i draghi bianchi in particolare nacquero per ispirazione del mahjong, un gioco cinese in cui si usano tessere che rappresentano draghi di diversi colori, ma io ho il sospetto che la menzione dei draghi freddi nel Signore degli Anelli fosse anch’essa nella sua mente. Le descrizioni dei draghi cromatici nella rivista avevano una cornice fittizia: provenivano dall’opera Grayte Wourmes, traduzione di un manoscritto della Prima Era da parte del professore di dracologia Eltolereth, vissuto nella Terza Era. Nel secondo numero della fanzine comparve la prima descrizione del drago artico.

«Forse il più raro dei Grandi Wyrm è il Drago Artico, o “Soffio di Gelo”. A differenza degli altri membri della famiglia, questo grande verme bianco abita solo le regioni più fredde dell’estremo Nord e non ha un fuoco interno. Draco Articus cerca ghiacciai da abitare e, se la temperatura si mantiene abbastanza fredda, dorme al loro interno per un periodo di tempo molto lungo, svegliandosi solo per nutrirsi quando stimolato dal calore. Il Drago Artico attaccherà ogni creatura vivente in vista, inclusi spesso altri membri della sua specie. La loro arma principale è un soffio gelido (che congela immediatamente l’acqua bollente). Tutti gli esemplari registrati hanno solo una testa, sono lunghi fino a 30 metri, pesano otto tonnellate e corrispondono in tutto il resto alla norma dei Draghi in generale (ali, zanne, artigli eccetera). D. Articus non è solito accumulare tesori e possiede scarsa intelligenza.»
(Estratto da un manoscritto della Prima Era tradotto dal defunto Professor S. K. Eltolereth, Dr. D.)
I draghi artici, ribattezzati draghi bianchi, tornarono nel 1974 nel Manuale dei Mostri della prima edizione di Dungeons & Dragons, dove vennero collocati all’interno del sistema ludico che associa ogni drago, oltre al colore e l’elemento, a un livello di sfida, divenendo i più deboli dei cromatici. Meno sofisticati degli altri draghi, i bianchi agiscono in modo animalesco e sono poco propensi verso il dialogo, la magia e il pensiero astratto. Le loro abilità nella caccia e nella sopravvivenza sono, tuttavia, indiscusse. Il loro tratto iconografico distintivo, oltre al colore, è la presenza di un unico corno sulla nuca, che regge una membrana di pelle per formare una specie di vela. Dalla terza edizione in poi, il loro muso culmina in un piccolo becco. Con il tempo, inoltre, i manuali hanno costruito l’estetica delle tane in cui i draghi bianchi radunano i loro tesori e le prede che congelano prima di mangiare. Questi labirinti di ghiaccio son diventati un tipico ambiente di gioco.

All’interno della cornice di D&D, i draghi bianchi sono dunque una variante ben distinguibile del tropo narrativo, e in questo caso anche ludico, dell’incontro con il drago. Essere i draghi più deboli li rende nemici più frequenti delle altre specie, che possono svolgere il ruolo narrativo di introduzione o prefigurazione di situazioni draconiche ancora più pericolose. Non c’è spazio in questa sede per discutere ulteriormente la loro evoluzione nel corso delle edizioni di D&D, ma non è errato dire che i loro tratti distintivi sono sempre rimasti gli stessi. Alcuni draghi bianchi, inoltre, sono diventati personaggi iconici: l’esempio migliore è Icingdeath, comparso nella saga di Drizzt Do’Urden di R.A. Salvatore.
A questo punto, dovremo guardare più da vicino l’evoluzione subita dai draghi artici attraverso le numerose edizioni di Dungeons & Dragons. A partire dalla prima edizione i draghi artici vengono infatti collocati nel sistema che associa ogni drago a un colore, un elemento e anche un livello di potere, divenendo i più deboli dei cromatici. Sono i draghi dall’atteggiamento più simile a quello di un grande animale predatore, meno sofisticati degli altri; poco propensi a parlare, non interessati alla magia e nemmeno avvezzi al pensiero astratto, ma in compenso sono esperti nella caccia e nella sopravvivenza. Col tempo i manuali costruiscono l’estetica delle loro tane, dove custodiscono tesori e prede congelate da mangiare come riserva. Tra gli altri si distinguono alcuni esemplari particolarmente celebri, come Icingdeath, comparsa nella saga di romanzi di R.A. Salvatore.
Giochi da tavolo tolkieniani
Come sintesi degli spezzoni tolkieniano e gygaxiano, apro adesso uno spazio sui giochi di ruolo ambientati nella Terra di Mezzo, figli del successo di Dungeons & Dragons che, a sua volta, era stato fortemente ispirato dal Signore degli Anelli. Tra questi c’è Middle-earth Role Playing (1984), pieno di aggiunte originali alle invenzioni di Tolkien. Nel bestiario Creatures of Middle-earth (1988) viene descritta un’ampia varietà di tipi di drago, e a quelli del freddo è concesso molto spazio. Nella “mitologia espansa” di questo gioco, i draghi freddi sono la prima stirpe draconica, e tutte le altre discendono da loro. Curiosamente, Scatha qui è un drago freddo nonostante, ai tempi della pubblicazione del manuale, non esistessero informazioni in merito. In questo manuale vengono distinti i Cold-drakes, che sono pesanti draghi di terra senza ali, i Cold-drakes alati, che volano, e anche gli Ice-drakes, che non volano ma possono sputare un finto soffio ingurgitando acqua fredda o ghiaccio.
La differenza tra draghi del freddo volanti e non volanti ha una ragione, perché all’epoca dell’uscita del manuale erano già stati pubblicati i primi cinque volumi della History, inclusi i Racconti Perduti, e gli autori avevano letto il frammento in cui Tolkien dice che alcuni draghi del freddo volano e altri no. Vale la pena notare che non sappiamo se, negli anni ‘50, Tolkien pensasse ancora che alcuni draghi freddi volassero, o se riservasse questa capacità solo ai draghi di fuoco.
Non è possibile soffermarsi più a lungo su questo discorso, ma vale la pena notare una cosa. Siamo partiti da un contesto in cui i draghi associati al ghiaccio sono una variante a sé, di cui si parla sulle Alpi o i racconti isolati come variazione del drago di fuoco senza confrontarli con quest’ultimo. Tolkien li polarizza come due varianti alternative: inizialmente una più debole ma più veloce e l’altra più forte e pesante, poi, se confrontiamo Smaug e Scatha, l’andazzo sembra quasi invertirsi, perché l’infuocato Smaug vola mentre Scatha utilizza la mole per uccidere. Anche Gygax parte facendo del drago artico una specie grande e forte solo leggermente meno temibile di quella di fuoco, dopodiché, nel corso delle edizioni di D&D, ne fa la variante meno impressionante dello spettro draconico.

Un canto di ghiaccio e di fuoco

Ho cominciato questa rubrica citando l’affermazione di George R.R. Martin di essere stato l’ideatore di questa “aggiunta” al bestiario del fantasy. Ora sapete anche voi che le cose non stanno così. Siamo però giunti al 1980, quando esce il racconto martiniano The Ice Dragon, ed è arrivato il momento di parlarne. Viene pubblicato nell’antologia di Ace Books Dragons of Light, contenente racconti a tema draconico di grandi autori fantasy, e precede, dunque, l’uscita della serie A Song of Ice and Fire. Il racconto parla di una bambina di nome Adara, gelida e distaccata da chiunque tranne il leggendario drago di ghiaccio. Nel suo mondo sono comuni i draghi di fuoco, montati dai cavalieri al servizio di due re in guerra da lungo tempo, ma i draghi di ghiaccio sono così rari e straordinari da alimentare superstizioni e modi di dire.
Un drago di ghiaccio è grande una volta e mezza un drago normale, sputa un respiro che congela e possiede una profonda saggezza. Il suo corpo è fatto di ghiaccio e brina e si scioglie con il calore, per questo appare solo in inverno. Quando, durante l’estate, l’esercito del re invasore ha la meglio su quello dei difensori, e la famiglia di Adara è costretta a lasciare la sua terra, la bambina rifiuta di andare con i suoi e scappa da sola, perché altrimenti non rivedrebbe più il suo drago di ghiaccio. Il drago, miracolosamente, la raggiunge e accetta di portarla via con sé, nella terra dove è sempre inverno. Tuttavia, quando sente la voce dei fratelli e del padre in preda ai cavalieri di drago invasori, Adara ci ripensa e lo supplica di tornare indietro e aiutarli. È così che il drago di ghiaccio si dimostra più che capace di sconfiggere tre draghi di fuoco da solo, il suo soffio talmente potente da congelarli a mezz’aria e farli precipitare al suolo, dove esplodono in pezzi. Naturalmente, alla fine della battaglia, il calore scioglie del tutto il suo corpo, e tutto ciò che ne rimane è un piccolo stagno di acqua fredda. Il mondo, privo di questa meravigliosa creatura, sembra rimpicciolito. Eppure, la morte del drago libera Adara dall’ombra gelida della sua infanzia, trasformandola in una bambina capace di vivere con i suoi simili.

Questo racconto crea per la prima volta una dimensione in cui il drago di ghiaccio primeggia sul drago di fuoco, non solo in potenza, ma nell’esercitare un fascino misterioso e assoluto, quasi relegando l’altro a uno stato di ordinarietà. Una vittoria e una prefigurazione del successo che attende i draghi di ghiaccio nei decenni a venire, di cui il resto del post sarà una selezione.
Gli anni Duemila
Dragonheart 2 – Un nuovo inizio, film del 2000 sequel del cult di Rob Cohen, aggiunge alla mitologia istituita dal predecessore l’informazione che i draghi sputano fuoco grazie a un organo chiamato polmone da fuoco, in prossimità del quale esiste anche un polmone da ghiaccio che soltanto pochi membri della specie imparano a utilizzare. Nel climax del film, il giovane Drake riesce a utilizzare questa facoltà per sputare un getto di ghiaccio contro il drago antagonista, Griffin. Il suo corpo, congelato a mezz’aria, esplode in pezzi al termine della caduta.

Nel 2003 esce Dragologia, apripista della serie di libri per ragazzi “Ologies”, di Dugald A. Steer. Manuale illustrato della disciplina dragonologica attribuito al professor Ernest Drake, presenta tra le specie di drago occidentale il drago di ghiaccio, o Draco occidentalis maritimus. Si tratta di una sottospecie del più comune drago europeo distinta dalle squame bianche con riflessi azzurri o rosati che le conferiscono l’aspetto del ghiaccio, che migra ogni anno dal polo nord al polo sud, si nutre di orsi bianchi, trichechi e orche e sputa un soffio congelante.


La contrapposizione tra draghi di fuoco e ghiaccio, forse alimentata dal titolo della saga martiniana, ispirò un universo di giocattoli molto suggestivo, la serie Dragons di Mega Bloks, uscita tra il 2002 e il 2009. Una fortunata espansione si intitolava Fire and Ice, contrapponendo eserciti di umani alleati con i draghi di fuoco e malvagi “orchi” accompagnati da draghi di ghiaccio. Nel 2004 divenne un film d’animazione.


Ai primi Duemila va ascritto anche l’indimenticabile trailer di World of Warcraft: Wrath of the Lich King (2008), in cui il famigerato Re dei Lich, Arthas Menethil, risveglia con la sua spada Gelidanima (Frostmourne) un formidabile Frost Wyrm. Si tratta della femmina di drago blu Sindragosa, e nel mondo di Warcraft i draghi blu, specie associata alla magia, sono proprio quelli che sputano ghiaccio. Non posso riportare, per esigenza di spazio, le molte occorrenze di draghi blu anche ben caratterizzati nelle tante storie dell’universo di Warcraft, ma Sindragosa è certamente una buona candidata per rappresentare questo mondo.

Sorvolerò velocemente sui draghi di ghiaccio menzionati nei vasti universi di Warhammer, Final Fantasy, The Elder Scrolls, Guild Wars e tanti altri. Ricorderò altri due esempi cinematografici, il drago bianco che compare nel secondo film di D&D, Wrath of the Dragon God (2005) e quello di Fire & Ice: The Dragon Chronicles (2008).
Qualche videogioco
Nel 2011 il fantasy videoludico viene profondamente rinnovato da The Elder Scrolls V: Skyrim e da Dark Souls. Nel primo il soffio di ghiaccio è uno degli Urli che costituiscono la distintiva magia dei draghi, e può essere usato da molte specie diverse. In Dark Souls, benché non strettamente collegato al ghiaccio, Seath il Senzascaglie si distingue tra i diversi draghi presenti per il colore albino, la deformità corporea e il soffio cristallino. In Dark Souls III, il personaggio di Oceiros, il Re Consumato, un uomo ossessionato dall’emulare il potere dei draghi, assume sembianze vagamente simili alle sue, ed è dunque un caso in cui un drago bianco si sostituisce alla tipologia più convenzionale come rappresentante della follia che porta gli esseri umani a travalicare i propri limiti nella ricerca della dragonità.

Mentre i libri di Cressida Cowell, pur presentando una notevole varietà di specie di drago, non menzionano che di sfuggita dei “draghi di ghiaccio”, la fortunata serie della Dreamworks ha declinato anche questo tropo in una grande varietà di forme. È uno sputatore di ghiaccio la Bestia Selvaggia (Bewilder Beast) che si vede in Dragon Trainer 2 (2014). Leader naturale di tutte le specie di drago, la Bestia Selvaggia è un gigante di classe Tidal la cui mole sovrasta quella di qualunque drago di fuoco, inclusa la mastodontica Morte Rossa del primo lungometraggio. Il suo soffio, prodotto immagazzinando enormi quantità di acqua marina e raffreddandole al punto che, una volta risputate, si solidificano istantaneamente in spettacolari creste di ghiaccio blu, non è una semplice arma d’offesa: con esso le Bestie Selvagge costruiscono fortezze di ghiaccio che isolano il freddo dell’ambiente polare in cui vivono e trattengono il calore internamente, permettendo la nascita di floridi ecosistemi per gli altri draghi.

Le numerose iterazioni del franchise, tra videogiochi e fumetti, hanno proposto anche altri draghi di ghiaccio, e accanto a delle variazioni congelanti delle specie principali vale la pena di menzionare almeno la Furia Gelida, o Spettro della Neve, ma la Bestia Selvaggia spicca certamente come esempio indimenticabile di drago di ghiaccio che ha raggiunto la supremazia fra tutte le specie.

E come dimenticare il Velkhana, Drago Anziano simbolo di Monster Hunter World: Iceborne (2019)? Uno dei mostri più eleganti della pur longeva serie, le sue squame contengono un minerale che gli consente di usare l’acqua super fredda contenuta nel corpo come un getto congelante, o ricoprirsene come un’armatura.

Il quinto, e a oggi ultimo, film della saga del cuore dei draghi, Dragonheart Vengeance, del 2020, ha innovato la sua formula con Siveth, una dragonessa bianca che sputa ghiaccio e vive in una caverna congelata. Doppiata da Helena Bonham Carter, saggia e giocherellona, vulnerabile ed eroica, Siveth è un personaggio indimenticabile.

Elden Ring, dove i draghi hanno un ruolo ancora maggiore rispetto a Dark Souls, ci ha deliziati con Borealis, la Nebbia Gelida. Si tratta di uno dei draghi (drakes) distinti dai draghi antichi (ancient dragons) e caratterizzati dall’adattabilità ambientale che li porta sia a riflettere morfologicamente gli ambienti vicino ai quali si sono evoluti, sia a riprodurli con il soffio. Anche se si incontra soltanto Borealis, il gioco rivela che i draghi di ghiaccio siano stati un tempo i signori del luogo che, da quando furono spodestati dai giganti di fuoco, viene chiamato Vette dei Giganti.

In Elden Ring: Nightreign, che ripropone il drago di ghiaccio tra i suoi boss, abbiamo fatto infine la conoscenza di Caligo, Miasma della Notte, con cui concludo la mia rassegna.

Caligo complica in modo intrigante la mitologia draconica di Elden Ring: definita “drago preistorico”, possiede la fisiologia dei draghi antichi, creature meno adattabili dei drakes e tutte ugualmente legate al fuoco e al fulmine, ma il suo elemento è il ghiaccio, veicolato dal soffio e dagli incantesimi con cui sfrutta l’ambiente. I cristalli che forma, così come la connotazione di osservatrice esterna di antichi eventi, dunque di “intellettuale”, ne fanno in parte un’erede tematica di Seath il Senzascaglie. La sua azione più spettacolare consiste nel congelare il cielo sopra di sé, formando un cristallo di ghiaccio grande quanto l’intera area che poi si infrange e precipita sopra i nemici. È una creatura di bellezza, antichità e saggezza sovrastanti, che scende in campo con un tema musicale tragico e sublime, opera di Soma Tanizaki, dando prova di come la stasi, l’eleganza e la forza del ghiaccio siano il riflesso perfetto della natura di un drago.

E siamo giunti così alla fine del nostro viaggio, questo volo lungo oltre un secolo di evoluzione di un clade draconico, nato come variazione occasionale, che ha finito col diventare diffusissimo nei romanzi, nei film e nei videogiochi. Un tempo le storie di draghi suscitavano domande diverse, ma è significativo che oggi, davanti a loro, ci si chieda sempre più spesso “che cosa sputa?”. Eppure, fra le tante alternative, trovo che il ghiaccio metta in risalto qualità dei draghi che altri elementi non evidenziano: un potenziale di bellezza, eleganza e complessità che non sono reinvenzioni, ma parte dell’essenza più vera della dragonità. Non vedo l’ora di scoprire quali altri sputaghiaccio ci riserva il futuro.
Bibliografia
Card, Orson Scott, ed., Dragons of Light, New York, NY: Ace Books, 1980.
Dall’Ò, Elisabetta, “I draghi delle Alpi. Cambiamenti climatici, Antropocene e immaginari di ghiaccio”, in Gugg G., Dall’Ò E., Borriello D., a cura di, Disasters in Popular Cultures, Rende: Il Sileno Edizioni, 2019.
Dent, Clinton Thomas, Mountaineering, London: Longmans, Green & co., 1892.
Drake, Ernest, Dragologia. Il libro completo dei draghi, Milano: Fabbri, 2004.
Gygax, Gary, Monster Manual, Lake Geneva: TSR, 1977.
Gygax, Gary, The Slayer’s Guide to Dragons, Swindon: Mongoose Publishing, 2002.
Martin, George, R.R., Il drago di ghiaccio, Milano: Mondadori, 2007.
Martin, George, R.R., The Ice Dragon, New York, NY: Starscape, 2006.
Nesbit, Edith, L’ultimo dei draghi e altri racconti, Milano: Rizzoli, 1955.
Nesbit, Edith, The Book of Dragons, Mineola, NY: Dover Publications, 2004.
Pitt, Ruth Sochard, Jeff O’Hare, Peter C. Fenlon, Jr., Creatures of Middle-Earth, Charlottesville: Iron Crown, 1988.
Scull, Christina and Wayne G. Hammond, eds., The Collected Poems of J.R.R. Tolkien, London: Harper Collins, 2024.
Tolkien, J.R.R., Il Signore degli Anelli, Milano: Bompiani, 2004.
Tolkien, J.R.R., La strada perduta e altri scritti, a cura di Christopher Tolkien, Milano: Bompiani, 2000.
Tolkien, J.R.R., Racconti perduti, Milano: Bompiani, 2000.
Witzel, M., “Slaying the Dragon across Eurasia”, in J. D. Bengtson, ed., In Hot Pursuit of Language in Prehistory: Essays in the four fields of anthropology. In honor of Harold Crane Fleming, Amsterdam: J. Benjamins, 2008, pp. 263-286.
Filmografia
Dragonheart 2: Una nuova avventura, Doug Lefler, Universal, 2000.
Dragonheart: Vengeance, Ivan Silvestrini, Universal, 2020.
Dragons: Fire and Ice, Craig Wilson, Lions Gate, 2004.
Dungeons & Dragons: Wrath of the Dragon God, Gerry Lively, Studio Hamburg, 2005.
Fire & Ice: The Dragon Chronicles, Jean C. Comar, MediaPro Pictures, 2008.
How To Train Your Dragon 2, Dean DeBlois, DreamWorks Animation, 2014.
Ludografia
Elden Ring, Hidetaka Miyazaki, Bandai Namco, 2022.
Elden Ring Nighreign, Junya Ishizaki, Bandai Namco, 2025.
Monster Hunter World: Iceborne, Daisuke Ichihara, Capcom, 2019.
World of Warcraft: Wrath of the Lich King, Jeff Kaplan, Blizzard, 2008.
