I draghi fanno le fusa?

L’articolo che state per leggere ha un’origine particolare. Deriva da un post uscito su Reddit una settimana fa, in cui un utente chiedeva, a una community di scrittori e world-builder esperti di draghi e con complesse e ben strutturate concezioni di come i draghi agiscano negli universi in cui esistono, se, secondo loro, i draghi facessero le fusa. Ebbene, oggi rigiro lo stesso interrogativo a voi. Non ha chiaramente una risposta univoca, ma si tratta di un quesito cui ciascuno risponderà in base alla propria definizione, che potrà derivare da premesse più approssimative (“so che il drago è un animale che esiste nelle favole e, se in nessuna favola si dice che faccia le fusa, la mia risposta è no”) o fondarsi, come nel caso del subreddit originario, su un’ampia costruzione fantastica in cui la natura del drago è stata ben definita grazie a molti ragionamenti complessi (“sto scrivendo un libro ambientato in un mondo in cui esistono i draghi, e in questo mondo sono animali molto simili ai gatti, al punto di fare anche le fusa, motivo per cui, relativamente a tale contesto, la mia risposta è sì”). La mia risposta iniziale alla domanda è presto detta: dato che le fusa, in natura, le fanno solo i gatti, e i draghi sono rettili, non penso che facciano le fusa. Non le farebbero in un mondo fittizio gestito da me, e dubito anche che le facciano nella maggior parte dei mondi immaginari più popolari in cui se ne trovano. Tuttavia, dato che i draghi, in molte storie, stabiliscono una forma di contatto privilegiato con gli esseri umani, sia quando sanno parlare che quando non lo fanno, e riescono a esprimere una complessa gamma di sentimenti grazie a un linguaggio del corpo molto simile a quello dei mammiferi, non mi dispiacerebbe immaginare che emettano un rumore simile al ringhio degli alligatori, che vi lascio di seguito in una clip audio presa dal sito del National Park Service, per esprimere stati simili a quelli che i gatti comunicano attraverso le loro fusa.

Artwork del gioco “Century: Age of Ashes”, che rappresenta un tipo di drago chiamato Saarken Backwaters.

Ho arricchito il mio personale registro delle caratteristiche dei draghi con questo dato, dopodiché ho proposto la questione a diversi amici, notando una particolare insistenza da parte di quelli che possiedono gatti verso l’idea che i draghi facciano le fusa a tutti gli effetti. Le loro impetrazioni, insieme ad alcuni interessanti input che mancavano alla mia esperienza (tristemente povera di felini), e soprattutto alla mia smania di indagare le potenzialità biologiche dei draghi, cui basta anche il pretesto più piccolo, mi hanno portato a una serie di ricerche sulle fusa e le vocalizzazioni degli animali, uno studio fondato su diversi dati e riversato in molte pagine, che sono diventate, infine, l’articolo che state leggendo. Si tratta di un lavoro piuttosto diverso dal solito, perché, pur investigando le regioni del fantastico e tenendo in considerazione le informazioni che ci vengono dalle antiche tradizioni culturali di miti, le fiabe e credenze popolari, esso fa affidamento anche su scienze come la biologia e la paleontologia. L’idea, infatti, è comprendere che cosa siano le fusa, quali strutture organiche le rendano possibili, quali esigenze le rendano funzionali, e in quali casi i draghi, sulla base del confronto con gli animali noti alla scienza che sembrano più simili a loro, potrebbero produrle, o produrre qualcosa di simile.
È necessario precisarlo: biologia, anatomia comparata, paleontologia, nessuna di queste discipline è il mio campo. Quello in cui vado forte sono la filologia e i rapporti fra culture diverse in campo di mostri, divinità e cose di questo genere. D’altra parte, non esistono, perlomeno alla nostra altezza storica, figure professionali o titoli riconosciuti come attendibili, quando si si parla di draghi e di creature fantastiche. Chi vuole capire un po’ meglio queste cose deve far da sé, trovare una disciplina attraverso la quale indagarle e affidarsi alle competenze di altri esperti per provare a ricostruire il quadro complessivo. Quella che vi offro io è un’idea di cosa siano i draghi, basata sulle storie che si raccontano in tutto il mondo da almeno centomila anni, di cui conosco una piccola percentuale, e un tentativo di conciliarla con ciò che ho trovato negli studi degli esperti sugli animali fisicamente esistenti e le loro caratteristiche. Se vi hanno mai affascinato gli approcci pseudoscientifici ai draghi di documentari come The Last Dragon della BBC (2004), libri come Dragologia (2003), progetti di world-building come quello di VikasRao, o serie YouTube come l’italiana De Draconum Natura di ZooSparkle, forse troverete la mia speculazione interessante.

L’articolo conterrà diversi gattini, perché dubito della vostra attenzione in caso contrario.

Definire i draghi (ma anche i gatti)

Procediamo per gradi, e chiediamoci per prima cosa che cosa siano le fusa e che cosa siano i draghi.
Le fusa sono un suono prodotto da alcune specie di felini, la sottofamiglia dei felidi che comprende il gatto, il ghepardo, la lince, il puma e alcune specie piccole come l’ocelotto; a fare le fusa sono anche due specie di genetta, appartenenti alla famiglia dei viverridi, anch’esse parte dell’ordine dei carnivori. Le fusa dei gatti, tuttavia, sono uniche, perché mentre gli altri animali citati le emettono solo durante l’espirazione, i gatti fanno le fusa anche quando inspirano, cosa che li rende capaci di fare le fusa a bocca chiusa. Lo svolgimento meccanico delle fusa lo affronteremo in un altro paragrafo.
In senso stretto, le fusa sono queste, ma il termine viene esteso anche ad altri mammiferi, principalmente parte dell’ordine dei carnivori, come gli orsi, le manguste e le volpi, ma anche marsupiali come i canguri e gli opossum, che producono un suono simile per comunicare il benessere. Il modo in cui questo processo avviene è diverso da quello dei felini, ed è stato suggerito che distinguere i termini sarebbe preferibile.
Mammiferi e rettili sono gruppi di animali diversi che si sono separati circa 323 milioni di anni fa (considerando non già la comparsa dei primi veri mammiferi, circa 225 milioni di anni fa, ma la separazione fra i loro antenati sinapsidi e i sauropsidi, che comprendono gli altri rettili). Non essendoci rettili in grado di emettere le fusa, così rare anche rispetto ai mammiferi, sembra difficile ammettere che nel caso dei draghi sia possibile. Forse ora voi direte “Eh ma, se i draghi parlano come gli umani, quando nessun’altra specie fra i rettili e i mammiferi lo fa, perché non potrebbe essere simile per le fusa?”. E chi garantisce che non siano stati i draghi a insegnare a parlare agli umani per primi? Ma eviterei questa digressione e mi focalizzerei sull’argomento principale.

Immagine promozionale di The Last Dragon.

Che cosa sono i draghi?
All’inizio dell’articolo li ho definiti dei rettili, ma dato che nel sistema tassonomico ufficiale non appaiono bisognerà spendere due parole in più su questo concetto, che non è poi così scontato.
La stragrande maggioranza delle ambientazioni in cui esistono draghi li definisce rettili in modo esplicito, e tutto sommato è abbastanza immediato ricondurre l’insieme delle squame, la coda affusolata, le dita artigliate e la forma del muso a questa classe, specialmente dato che il modo in cui vengono rappresentati è influenzato dai dinosauri, che sono rettili sicuri. Ancor più facile è classificare i draghi come rettili quando sappiamo che sono fondamentalmente dei serpenti, che la parola greca drákōn designa un certo tipo di serpente, il quale ha assunto l’aspetto tipico dei draghi solo nel medioevo, e che la mitologia comparata rivela come un tipo di essere che incarna le funzioni narrative e simboliche dei draghi compaia nelle culture di tutto il mondo, ma rappresentato quasi sempre come un serpente.
In tutte queste culture, però, c’è molto spesso un elemento aggiunto che distingue questa creatura semidivina, legata all’acqua e al ciclo naturale, dai serpenti dell’esperienza comune. Oltre alle dimensioni straordinarie e alle azioni sovrannaturali di cui è capace, questo “serpente mitico” ha spesso la testa di un mammifero, che può essere un canide, un cavallo, un bovino, persino un canguro, nel caso del Serpente Arcobaleno degli aborigeni australiani. Il Long cinese, con la sua criniera e i palchi da cervo, sarà un esempio abbastanza riconoscibile. Ecco perché la definizione più universale di drago che si possa dare, quella che riesce a includere proprio ogni variante possibile (perlomeno finché ci atteniamo alle tradizioni antiche), è probabilmente quella fornita da Vladimir Propp ne Le radici storiche dei racconti di fate: “un serpente che è anche qualcos’altro”.

Il Tatzelwurm aggredisce un maiale in una stampa d’epoca.

Invero, prima della scoperta dei dinosauri, anche l’iconografia dei draghi in Europa era molto diversa, e in qualunque miniatura medievale troverete che il drago ha la testa di cane, la pelliccia e spesso anche zampe leonine. Tracce di questa natura ibrida dei draghi si trovano nel Tatzelwurm, il principale tipo di drago del folklore della regione alpina, descritto come un serpente con la testa di gatto e uno o due paia di zampe. Oltre ad avere la testa del felino, il Tatzelwurm potrebbe condividere il suo sistema respiratorio, e in quel caso farebbe le fusa e avremmo almeno un drago che le fa di sicuro.
Tutto questo ci porta a dover ammettere la possibilità che il drago condivida alcune caratteristiche dei mammiferi, non si sa bene in virtù di cosa, che potrebbero essere solo superficiali o andare più in profondità, riconducibili a un processo evolutivo molto peculiare o, più facilmente, all’idea che il drago sia una sorta di ibrido magico come il grifone o il centauro. Gli universi narrativi contemporanei in cui i draghi hanno dei punti di contatto con i mammiferi non mancano, e questo articolo durerebbe poco se ci accontentassimo di prendere in esame Sdentato di How to Train Your Dragon.
Detto ciò, c’è un’altra possibilità da considerare. In diverse aree dove i draghi vengono rappresentati con la testa non da serpente, l’animale usato come riferimento a un coccodrillo o un alligatore. È il caso della Cina, ma anche le culture mesoamericane (Olmechi, Maya, Aztechi) attribuiscono le stesse caratteristiche a serpenti (piumati) e coccodrilli, quasi suggerendo che tutti credano che il drago sia un serpente con mascelle allungate, fronte sporgente e denti visibili, e lo disegnino in base agli animali che hanno a disposizione. Certo, in molti altri territori in cui i coccodrilli esistono non avviene lo stesso, ma nel tempo questa cosa mi ha portato, forse per via di una romanticheria legata al mio amore per questi rettili in particolare, a concepire il drago come un essere che riunisce il serpente e il coccodrillo.

Rappresentazione tassonomica tratta dalla voce sugli arcosauri di Wikipedia. In questa sede, immaginiamo i draghi come un terzo ramo di Archosauria. Un’altra volta mi abbandonerò a una speculazione più selvaggia e penserò a come farli entrare negli Pseudosuchia.

Da tutti questi ragionamenti deriva l’approccio che ho seguito nella mia ricerca: considerare i draghi parte della tassonomia convenzionale e osservare le caratteristiche dei loro “parenti” più vicini per proporre teorie su di loro. Dato che, se abbiamo in mente i draghi come rettili volanti abbiamo bisogno di confrontarli con casi reali, e dato anche che, statisticamente, gli appassionati di draghi sono quasi sempre appassionati di animali preistorici, in questo articolo considereremo i draghi come un ramo altamente specializzato di arcosauri, il clade che comprende dinosauri (uccelli compresi), coccodrilli e pterosauri. È una tendenza diffusa, presente anche nel romanzo The Great Zoo of China di Matthew Reilly, in italiano La minaccia del drago, un vero e proprio Jurassic Park con i draghi; ci permette di considerare i draghi come parenti di ben due rami di rettili che hanno sviluppato il volo, e di diverse specie che vengono regolarmente prese come riferimento per illustrare i draghi, dagli alligatori ai tirannosauri.

Detto ciò, il fatto che i draghi siano concettualmente dei serpenti ci esorta ad ammettere una serie di possibili convergenze evolutive con il clade dei lepidosauri, in particolare l’ordine degli squamati, che comprende anche le lucertole, fra cui i varani, e probabilmente anche gli estinti mosasauri. Fare il contrario, ovvero considerare i draghi dei lepidosauri con convergenze evolutive con gli arcosauri, renderebbe più problematico spiegare il fatto che volino (caratteristiche che hanno reso possibile il volo, come la leggerezza dello scheletro, erano già presenti nell’antenato comune degli arcosauri), anche se ammetto che sarebbe filologicamente più corretto. Infine, dovremo considerare la possibilità che, sempre per convergenza evolutiva, i draghi possano avere adattamenti simili a quelli dei mammiferi. Una possibilità evoluzionistica misteriosa e intrigante potrebbe essere quella che postuli che i draghi, o un ramo di animali superficialmente simili ma distinti, si siano originati da un ramo dei terapsidi, gli antenati dei mammiferi moderni. Il fatto che poi alcuni draghi abbiano capacità che sfociano nel sovrannaturale, come il soffio di fuoco, e nell’antievoluzionistico, come l’avere sei arti, lo attribuiremo a ragioni che non abbiamo lo spazio di indagare qui, mutazioni, magia, condiscendenza dell’autore e dei lettori.
Avrete capito che trovo questo genere di approccio ai draghi piuttosto stimolante. Devo anzi scusarmi con voi per il modo sbrigativo (rispetto alla complessità degli elementi implicati) con cui ho affrontato questa spiegazione. Sarebbe stato forse meglio dedicare prima un intero articolo a queste ipotetiche classificazioni dei draghi, ma devo ammettere che non era mai stato in programma. Il dibattito sulle fusa mi ha colto in anticipo.

Biomeccanica delle fusa

Le fusa, come qualunque altra caratteristica, devono essere comparse nei felini in risposta a necessità specifiche. Sono una parte importante della comunicazione fra la madre e i figli durante l’allattamento, permettendo ai piccoli di dire che stanno bene mentre hanno la bocca impegnata e non possono miagolare. Le fusa favoriscono la trasmissione di informazioni sulla salute del gatto anche da adulto, persino quando in punto di morte, ma si ritiene sia soprattutto per la sua importanza nel dialogo materno che questo tratto è stato tramandato e si è specializzato così tanto. Partiamo dunque considerandolo un tratto legato alla cura della prole. Anche le fusa degli altri mammiferi servono a esprimere benessere, e si ritiene siano frutto di evoluzione convergente. Tutti i mammiferi, naturalmente, condividono un certo sviluppo delle cure parentali. Anche nei coccodrilli e negli uccelli, gli unici arcosauri ancora esistenti, i genitori hanno un grado sviluppato di attenzione verso i loro piccoli, che comunicano con loro mediante una gamma di suoni striduli. I rettili e gli uccelli, però, non allattano, e i loro piccoli non hanno la bocca impegnata quando li informano sul loro benessere. Sarebbe molto interessante sapere come comunicassero i cuccioli dei dinosauri non aviani, le cui cure parentali sono ancora molto dibattute, ma, dato che quasi certamente non allattavano neanche loro, difficilmente facevano le fusa.

Fotogramma di The Last Dragon in cui una madre si prende cura delle sue uova. Esatto, “prendersi cura”, in questo caso, significa costruire un mucchio di pietre intorno alle uova e riscaldarle con il soffio.


Dato che stiamo considerando i draghi degli arcosauri, possiamo ritenere probabile che si prendano cura dei loro cuccioli. In opere letterarie medievali, e più specificamente in saghe islandesi come la Þídrekssaga af Bern, del XIII secolo, i draghi appaiono spesso mentre afferrano una preda con gli artigli, di solito un essere umano o un leone, e la portano in volo in una grotta dove hanno un nido con diversi cuccioli. Sul versante orientale, i draghi tendono a dimorare insieme alle loro famiglie e a provvedere alle loro necessità, come rivela quello che compare nella fiaba giapponese del periodo Edo Tawara Tōda Monogatari. Dunque i draghi si prendono cura dei loro piccoli, anche quando quando il loro comportamento è più animalesco; se poi attribuiamo loro una cultura complessa e sviluppata, come quella che esibiscono nelle culture asiatiche e in mondi come quelli di Dragonheart o World of Warcraft, possiamo anche aspettarci un’attenzione nella cura dei piccoli simile alla nostra, se non addirittura superiore. Nulla fin qui, però, suggerisce né che allattino né che facciano le fusa.

Rappresentazione della bocca di un gatto con laringe in vista. Disegno di Chrisoula A. Toupadakis Skouritakis.

Potrebbero i draghi, a livello meccanico, produrre le fusa? Quali sono gli organi necessari?
Il modo esatto in cui i gatti fanno le fusa è tuttora oggetto di dibattito, e nessuna tesi è considerata definitiva. È sorprendente pensare come possiamo escogitare teorie complesse su creature lontanissime nel tempo, o completamente inventate da noi (qui naturalmente mi riferisco ai Pokémon), ma abbiamo tanta difficoltà a risolvere i misteri di animali con cui condividiamo così tanto del nostro tempo. Quasi le fusa fossero una capacità magica, come il soffio dei draghi. Pensate che paradosso, se scoprissimo che hanno persino qualcosa in comune…
La teoria più accreditata è che le fusa siano prodotte da una modulazione dell’apertura laringale, che potrebbe avvenire mediante le corde vocali. Uno studio del 1985 ha però osservato che anche i gatti sottoposti ad asportazione della laringe sono in grado di fare le fusa, facendo vibrare invece il diaframma. Altre teorie hanno chiamato in causa la contrazione delle cosiddette false corde vocali, poste dietro quelle “vere”, e del palato molle, e anche alla pressione del sangue, in base alla tendenza dei gatti ad arcuare spesso il dorso – sebbene non sempre – in modo da provocare un afflusso dall’aorta alla vena cava, che però non riusciva a spiegare come i gatti facessero le fusa anche quando stanno a pancia in giù. Nelle letture cui mi sono dedicato in questi giorni, ho trovato la confutazione di tutte le teorie. Sembra però che la pista che si basa sulle corde vocali sia quella ritenuta più attendibile.

I rettili hanno la laringe, il diaframma, lo ioide, il sangue e le arterie, e nel caso di alcune lucertole, come i gechi e i basilischi, hanno anche le corde vocali. Ironicamente, i serpenti, che sono capaci di parlare persino nella Bibbia, e i coccodrilli, il ramo dei rettili che ci interessa di più e che comprende le specie più sonore di tutte, sono sprovvisti di corde vocali (salvo alcuni serpenti che ne hanno una sola). I coccodrilli e gli alligatori emettono il loro caratteristico ringhio, che abbiamo ascoltato all’inizio dell’articolo, semplicemente aspirando aria nei polmoni e facendo vibrare la gola mentre la espirano. Uno studio recente ha trovato che la laringe degli alligatori ha due punti di modulazione del suono, uno in meno di quello dei mammiferi.
E i dinosauri? Guardando agli uccelli, troviamo che la laringe si è modificata in un organo biforcuto chiamato siringe, che regola ben due serie di corde vocali, permettendo agli uccelli di produrre serie di suoni molto complesse. Inoltre, e con un certo stupore, ho scoperto che alcuni pappagalli sono capaci di produrre un suono assimilato alle fusa, una sorta di basso ringhio con cui possono comunicare non solo la soddisfazione, ma anche il fastidio, benché sia piuttosto raro che lo facciano. La siringe è stata trovata anche in un uccello vissuto alla fine del Cretaceo, Vegavis iaai, che dimostra che già in quel tempo gli uccelli potevano articolare suoni simili a quelli che conosciamo, ma la comunità paleontologica è piuttosto scettica sulla possibilità che i dinosauri non aviani avessero le corde vocali, e lo è anche per quanto concerne gli pterosauri, l’altro ramo di rettili volatori, nonostante i media moderni li rappresentino mentre stridono e gracchiano. La conclusione che ne ricaviamo è che l’antenato comune degli arcosauri non avesse le corde vocali, e che nessuno dei suoi discendenti noti, tranne gli uccelli, le abbia mai avute. I draghi, per emettere suoni, avrebbero bisogno di un’evoluzione convergente, o per acquisire la siringe come gli uccelli, oppure per produrre suoni simili a quelli di altri animali.

Illustrazioni schematiche della laringe di un alligatore del Mississipi (Alligator missisipiensis), dal saggio di Riede et al., presente nella bibliografia.

Nelle rappresentazioni odierne, i draghi ruggiscono. Questo probabilmente è amplificato dal fatto che anche i dinosauri ruggiscono nei film e in molti documentari, benché i fossili scoraggino questa possibilità. Nelle fonti più antiche, invece, il verso principale del drago è il sibilo, mentre il ruggito è piuttosto raro (non mi vengono in mente degli esempi in cui i draghi ruggiscono nelle letterature antiche, ma riconosco di non aver rivolto così tanta attenzione a questo dettaglio prima di oggi). Non esistono rettili capaci di ruggire, e gli unici rettili capaci di produrre suoni simili sono i coccodrilli e gli alligatori, con il loro ringhio profondo. Il ruggito è tipicamente una prerogativa dei mammiferi, e le specie che ne sono capaci nel modo più impressionante sono i grandi felidi.
Abbiamo detto che i felini sotto una delle due sottofamiglie dei felidi. I membri dell’altra sottofamiglia, i panterini, ovvero leoni, leopardi, tigri e giaguari, non fanno le fusa, ma, in compenso, ruggiscono, cosa che non fanno invece i felini. Invero, questo è uno dei criteri che distinguono le due sottofamiglie, provviste di due forme diverse della laringe. Fino a qualche tempo fa si attribuivano i due suoni allo stato dell’osso ioide, ossificato completamente nei felini e parzialmente nei panterini. È stato poi osservato che le fusa sono indipendenti dallo ioide, e che il ruggito è reso possibile dalla maggiore lunghezza del tratto laringale. Cionondimeno, le due caratteristiche sembrano escludenti, a meno di considerare gli orsi, che ruggiscono ed emettono le “simil-fusa” dei non felini. Se si trattasse di scegliere fra il ruggito e le fusa, cosa preferireste per i vostri draghi?
Ammettendo noi che i draghi condividano lo stesso sistema vocale dei coccodrilli, possiamo avere dei ringhi molto potenti, ma rimanere senza corde vocali. Poi abbiamo l’opzione siringe, come gli uccelli, e poi una terza alternativa, ovvero considerare una profonda convergenza evolutiva con i felidi. Avremmo delle ottime ragioni per farlo.

Un organo per fare tutto

I draghi, tendenzialmente, parlano. La loro capacità di parlare non ha seguito necessariamente lo stesso iter evolutivo di quella degli ominidi, ma, volendo evitare di immaginare in quale altro modo un animale abbia potuto sviluppare delle vocalizzazioni, considereremo che siano dotati di corde vocali, di cui almeno un ramo di loro parenti, gli uccelli, è pure provvisto. Hanno anche loro dei lembi di cartilagine che vibrano durante l’espirazione. Se consideriamo le loro dimensioni e l’estensione che ha di solito il loro collo, un condotto laringale delle dimensioni giuste per permettere il ruggito è possibile. Ma questo condotto potrebbe essere fondamentale anche per consentire un’altra azione, e cioè l’emissione del soffio.
Quando parlo di soffio mi riferisco alla capacità di sputare fuoco, adoperando la terminologia popolarizzata da Dungeons & Dragons e implicando che, come avviene in questo gioco, alcuni draghi possano sputare anche cose diverse dal fuoco, ricorrendo però alle stesse parti meccaniche. Nelle opere sui draghi che provano a razionalizzare il soffio, piuttosto che descriverlo come un fenomeno magico e dunque inspiegabile, solitamente ci sono due possibilità di funzionamento: o il drago ha delle ghiandole in bocca o in gola che spruzzano sostanze chimiche, la cui reazione fa scaturire il soffio direttamente fuori dalla bocca (in modo da spiegare anche come il drago non si bruci o danneggi mentre soffia), o con un sistema di organi più complesso nel torace. Il primo è il caso di Reign of Fire, ma anche di Dragologia, dove delle piccole sacche nella bocca contengono pirite di ferro che incendia il veleno contenuto nei denti. In The Last Dragon c’è una sacca nei draghi che contiene una miscela di idrogeno e metano, utile ad alleggerire il corpo e favorire il volo, che spinge il gas nella bocca dove viene acceso da alcuni frammenti di platino, mentre Dragonheart 2 menziona un polmone da fuoco e un polmone da ghiaccio nel corpo dei draghi.

Illustrazione del Draconomicon per la 4° edizione di Dungeons & Dragons. Il fondamento draconico, l’organo responsabile della produzione del soffio, è indicato dal numero 7.

Più complessa è la spiegazione del Draconomicon, un manuale di supporto di Dungeons & Dragons, di cui ho consultato la versione per la terza edizione ma vi riporto un’immagine da un manuale diverso (dovrebbe essere quello per la quarta edizione). Essa si fonda in parte sulla magia, ma coinvolge anche alcuni organi interni. Il soffio dei draghi di D&D deriva da un organo attaccato al cuore, chiamato suggestivamente “fondamento draconico” (draconis fundamentum, nella versione inglese), attraverso il quale passa il sangue prima di essere portato nel resto del corpo. Il fondamento draconico viene considerato un organo magico, e la magia è dunque alla base della biologia dei draghi, spiegandone sia il soffio che la capacità di volare superando i limiti aerodinamici del corpo: esso produce un’energia elementale, che dipende dall’elemento cui è connesso il tipo di drago (fuoco, ghiaccio, elettricità etc.), e questa energia partecipa al metabolismo del drago, aumenta la capacità fisica delle ali e dei muscoli del volo e trasforma l’aria assorbita dai polmoni nel soffio elementale, che risale la trachea, raggiunge la laringe e quindi la bocca. Della laringe si dice anche che è molto ampia e consente al drago di produrre una vasta gamma di suoni, incluso il ruggito.
Non sarà questa la sede in cui sbilanciarci a commentare e trovare una nostra spiegazione di come funzioni il soffio. Stiamo parlando, in fondo, di fare le fusa. Ma sembra che tutte queste facoltà, ruggire, parlare, sputare fuoco e anche fare le fusa richiedano tutte lo stesso organo, delle membrane che vibrino quando passa l’aria. Cioè, forse il fuoco no, ma si affida allo stesso principio di espirazione, come se fossero tutte azioni connesse al respiro, lo pneuma, l’essenza vitale, il Logos dei Greci, in cui è visto una sorta di elemento divino. E mentre diversi animali possono produrre un suono come quello delle fusa espirando, e gli alligatori, sempre espirando, creano il loro potente richiamo, i gatti sono gli unici a poter far vibrare l’aria non solo quando espirano, ma anche quando inspirano. Il che mi porta a chiedermi: se i draghi avessero compiuto evoluzioni così estreme, non avrebbero trovato il modo di produrre qualcosa di utile anche con la loro inspirazione?

Qualche conclusione

La possibilità che i draghi facciano le fusa si lega a tanti fattori. Dipende dal fatto che abbiano cure parentali sviluppate (suggerito dalla parentela con coccodrilli e uccelli e provato dalla letteratura), dalla possibilità che allattino (scoraggiata), dal possesso di corde vocali (presumibili in virtù del fatto che parlano) e di una morfologia della laringe con anche un organo produttore del soffio dotato di membrane capaci di vibrare ed eventualmente toccare lo ioide (anche qui, ipotizzabile sulla base del fatto che parlano e dell’eventualità che il soffio non dipenda dalle ghiandole).
C’è un ultimo elemento che dà peso alla potenzialità che i draghi facciano le fusa, e non ne avrei conosciuto l’importanza se non fosse stato per un’amica dracontologa con molta più esperienza sui gatti. Le fusa, i gattari fra voi lo sapranno, sembrano attivare un efficace meccanismo di rigenerazione attraverso il suono, che aiuta la ricrescita delle ossa e pare efficace anche nel caso di infezioni e riparazione di muscoli e tendini. Molti veterinari ritengono che sia grazie a questo che i gatti sono capaci di sopravvivere a situazioni ostiche, donde la tradizione della loro scorta di vite. Analogamente, il drago è un simbolo di immortalità, connesso alla capacità del serpente di mutare pelle, che gli valso lo stato di simbolo di rinascita. Io credo che il drago abbia accesso alle eccellenti abilità rigenerative dei rettili. Le più sorprendenti sono quelle delle lucertole, ma è stato osservato che anche gli alligatori possono farsi ricrescere parti della coda, e che il loro sistema immunitario è molto più potente di quello umano. Tuttavia, se un drago fosse dotato di organi come quelli descritti finora, e potesse produrre dei suoni, che la sua intelligenza gli consentirebbe di valutare e variare in base alle esigenze, con cui favorire la rigenerazione dei tessuti, cosa gli impedirebbe di usarli? Consideriamo che i draghi sembrano vivere un’esistenza piuttosto violenta, ricca di competizioni contro i loro simili, estremamente violenti, e molte specie ostili: questa possibilità sembra molto conveniente. Per citare la mia consulente, “i draghi non si farebbero mai mancare un potere di questo tipo”.

“Klauth, Old Snarl”, di Andrew Mar.

Il nostro discorso ci ha portati a teorizzare un drago che si trova nel punto di convergenza di tre (o quattro) categorie di animali, che condivide la natura rettile dei serpenti e dei coccodrilli (da distinguere attentamente fra lepidosauri e arcosauri), che è affine ai dinosauri e agli uccelli (arcosauri anch’essi) e che presenta caratteristiche in comune con i felidi. Suggestivamente, un drago simile a quello teorizzato da David Jones in An Instinct for Dragons, sulla base della teoria (impraticabile) che il mito del drago derivi dalla fusione delle paure istintive dei primati africani per le tre categorie di predatori da cui dovevano guardarsi di più, serpenti, uccelli rapaci e grandi felidi. Questo si fonda sull’assunto che il drago sia nato con le sembianze moderne, e come vi ho spiegato non è affatto così. C’è però un’altra cosa interessante: Jones ha ipotizzato che il soffio di fuoco dei draghi – un altro elemento di concezione tarda e presente solo in alcune culture – sia derivato dall’esperienza del fiato caldo dei felidi. In realtà, il soffio sembra derivare dallo sputo di veleno dei cobra, ma è suggestivo che, nel corso di questa riflessione, sia venuto fuori che il sistema respiratorio dei draghi dovrebbe somigliare a quello delle pantere, e anche un po’ a quello dei gatti, per consentire loro di ricorrere alle capacità straordinarie di cui le nostre narrazioni li hanno armati.

Siamo così giunti alla fine di questa fantasia. Sono curioso di sapere se nella vostra mente, prima di leggere questo articolo, i draghi potessero fare le fusa, e che cosa ne pensiate ora che l’avete letto. Se vi è parso inatteso, e magari un po’ inconsueto, trovarvi davanti a un articolo come questo, sappiate che non lo è stato di meno per me mettermi a scriverlo, man mano che notavo quante cose c’erano da considerare per poter discutere in modo appropriato di fusa e di draghi; cose che non avevo mai considerato io stesso, che rivolgo a colossali “what if” sui draghi la maggior parte della mia attenzione giornaliera. Forse abbiamo imparato ancora una volta che, come diceva Tolkien, quante più nozioni scientifiche possediamo e quanto più è acuto il nostro uso della ragione, tanto più ricche e soddisfacenti saranno le nostre fantasie. È probabile che torneremo a parlare della biologia dei draghi, non solo per la mera soddisfazione mia di mettervi a parte di cose che ho pensato nella mia stanza solitaria, ma per la potenzialità di mettere insieme le idee e le influenze prodotte nel tempo dai tanti scrittori, artisti, world-builder e divulgatori che hanno abbracciato questo particolare approccio alla fantasia, e che hanno subcreato mondi capaci di rendere la bellezza del mito solida e palpabile come un gatto disteso sul dorso.

Bibliografia

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