Chaos et Caligo – Mitofisica dell’oscurità

«Ex Caligine Chaos.
Ex Chao et Caligine Nox Dies Erebus Aether.»
(Igino, Fabulae, Prefazione, libro I, vv. 1-2)

Capitolo precedente: Il testamento di Caronte – Carta dei fiumi infernali

Ehi, sei sveglio? Sì, sono ancora io, e sì, hai perso i sensi. Sembra una tendenza diffusa, tra i mortali che vengono da questa parte della realtà. Ti rinfresco la memoria: io sono l’Anima del Mostro, che è sì il nome del tuo sito preferito, ma anche il nome di me, l’entità che rappresenta il perno metafisico dell’esistenza dei mostri. Quando mi hai visto in faccia hai urlato, ma non fa nulla, ti ho già perdonato. Adesso ci troviamo nel fondo nell’Ade, il Tartaro, perché, desidero mostrarti com’è fatta l’altra metà del mondo, quella che dalla tua parte della realtà non si vede. La visita di oggi sarà a quelle entità primigenie, le cose più antiche dell’universo, per mostrarti come, prima che fosse qualsiasi altra cosa, era l’oscurità. Ma l’oscurità, o anima amica, non è tutta uguale. Penso che ti sentirai un po’ più saggia, quando avremo finito. Io non sono con te. Mi trovo in un altro luogo ancora. Forse passerai di qui, un’altra volta.
Quello insieme a te è Ombra. Tieni a mente le buone maniere, quando parli con lui, non temere i milioni di voci cantilenanti che parlano all’unisono quando si rivolge a te e mostra un po’ di gratitudine.
Eccoti. Sì, io sono OMBRA, come ti ho già detto. Tienimi d’occhio, mentre camminiamo. Se mi perdi di vista, chiamami, senza preoccuparti di attirare attenzioni sgradevoli. Oh no, non pensare che questo non sia un posto pericoloso. Voglio solo tu sappia che qui non devi avere paura della morte. Siamo
molto oltre la morte.

Qual è la cosa più antica che esista? Qual è il primo elemento?
Agli albori della filosofia, in Grecia, i pensatori si interrogavano sulla natura dell’arché, il principio, ritenendo, per necessità logica, che se ogni cosa deriva da qualcos’altro, dovesse esserci una cosa che non fosse derivata da niente, e che fosse sempre stata. È da qui, forse, che deriva l’idea del Caos, che, appunto, è niente. Il niente dal quale è uscito fuori tutto.
Con le nozioni di questo millennio, noi rispondiamo attraverso la fisica e le leggi della materia, le quattro forze fondamentali, il Big Bang. Ma le risposte che ci danno, soddisfano completamente la nostra curiosità? E se la soddisfano, non rimane qualcos’altro che rimane invece eternamente insoddisfatto?
Ci è inutile, messa a confronto, la risposta che ci potrebbero dare i miti? Essi riescono a darci risposte che siamo capaci di immaginare. Se queste risposte fossero incompatibili con quelle che ci hanno dato le scienze dure, significherebbe che non sono vere? E, se anche non fossero vere per l’universo in cui esistiamo oggi, non potrebbero valere di più, magari, per un altro universo ancora?
Le trattazioni mitologiche più antiche fanno derivare tutto dagli elementi, dibattendo su quale abbia preceduto gli altri. Ma un pattern comune a tutti sta nell’idea che le cose più antiche siano i termini negativi dell’universo -o meglio, quelli che la prospettiva umana considererebbe negativi-, e che tutte le altre forze siano nate in seguito, da una specie di riequilibrio, di compensazione, di reazione a questi primi termini.
Anche rispetto a questo semplice concetto, diversi antichi mitografi hanno raccontato storie divergenti e interpretato quell’oscurità in forme e accezioni diverse. E le loro differenze ci mostrano una vera metafisica delle tenebre, anzi, una “mitofisica”, dove sono le storie e i simboli a offrire informazioni sensoriali e percettive.

bottomless pit

Il baratro. Sei a un livello un po’ più in basso di prima. Ombra ti ha portato giù. Se sollevi il capo, puoi ancora vederla: l’infinità incommensurabile della galassia, lo spazio infinito, e i cinque fiumi che sfociano tra le stelle e avvolgono i circoli planetari. Adesso però dobbiamo scendere, verso un abisso di tenebra che non evoca nulla di buono. Eppure, ti garantisco che troveremo un altro cielo stellato, se arriviamo dall’altra parte.
La strada scende lungo la roccia perennemente affacciata sul nulla, ripidi gradini tra una barriera di terra millenaria e il significato primario di tutti i baratri mai sognati dall’uomo. Questa immensa apertura si trova al di sotto del fondo dell’Ade, che è lo strato più basso del mondo che conosci tu. Ti sarà familiare il nome di Gea, o Gaia. Immagina la terra, tutto ciò che consideri terra, dalle montagne, alle grotte nel loro seno, alla roccia magmatica che scorre sotto, e al regno spirituale che abbiamo attraversato l’altra volta. Ecco, tutto questo è Gea. Sotto Gea si trova il baratro, una specie di cratere del Caos. Dall’altra parte di quel cratere si trova il Tartaro, ed è là che 
Ombra ti sta portando.

I luoghi di una cosmologia non sono solo luoghi, sono anche pensieri, e sono variabili, mutevoli. Possono essere spostati, ripensati. Anche ciò che diamo per certo su di essi è arbitrario.
Ogni cultura elabora una geografia sacra, come ogni individuo elabora una geografia simbolica. Ogni spazio catalizza una idea, ogni concetto si fissa a un luogo. Ma l’umanità è una, e uno solo è il cielo, il mare e la terra in cui viviamo, le formulazioni principali di quella cosmologia dovranno essere, come minimo, sovrapponibili. Le localizzazioni, le divergenze tra tutti i concetti, ciò che distingue tutti gli inferi della terra, tutti i paradisi, i purgatori e gli sheol, sono, io credo, la parte più interessante e più importante, perché sono il vero oggetto della comunicazione mitologica; ma, oltre le loro differenze, sono tutti inferi. Per tutti gli uomini, sotto qualcosa, c’è un altro mondo.
Il fatto che la geografia scientifica abbia rivelato il contenuto di ogni angolo del mondo, fatta eccezione per i fondali oceanici che restano, ancora, ricchi di misteri, non significa che la geografia sacra non abbia più significato, né che gli inferi, i paradisi e i purgatori non esistano. La prospettiva metafisica ha ancora senso, non ci sono strumenti per negarla in toto. E il fatto che conosciamo così bene la terra, non significa che conosciamo così bene il mondo. Possiamo ancora individuare l’Ade, l’Hel e il Duat nei luoghi occulti della nostra coscienza, del nostro inconscio, o nel mistero delle dimensioni parallele; possiamo credere che siano altrove nel vasto universo che ci circonda è che rappresenta il mondo con cui si misura oggi la nostra percezione di noi stessi. E possiamo incrociare queste prospettive, vedere dove ci portano, e raccontare storie su ognuno di questi itinerari, perché tutto ciò che raccontiamo esiste.

La cosmogonia più antica e coerente del pensiero greco è quella di Esiodo, che nell’VIII secolo scrive la Theogonía. Prima di lui, i poemi omerici limitavano molto l’espansione del mondo, concepibile come un disco, piatto e rotondo, circondato dal fiume Oceano. Persino l’Ade si trova sullo stesso piano della terra, nell’Odissea.
La sistematizzazione cosmologica di Esiodo non nasce dal nulla, ed è debitrice di tradizioni provenienti da Oriente, dove culture più antiche avevano elaborato, nelle rispettive letterature, vicende sacre e sistemi chiavi per comprendere quello che stiamo per osservare.
Quello esiodeo, espresso peraltro in forma di grande poesia, è in ogni caso il punto di partenza autoriale per il pensiero greco, e in quanto tale, anche per la cosiddetta cultura occidentale.

Un passaggio come quello che stiamo compiendo adesso ha bisogno di una mediazione musicale. E questa volta, forse sarà meglio qualcosa di rassicurante. Ombra possiede infinite voci, e una delle sue sarà sicuramente adatta a cantarti la canzone giusta.
«Sarebbe un onore. Lasciami provare…»

“Woh
È il giorno che esercita il dub-bio
E il mondo scompare nel blu, woh
L’arte di prendere, unire, nascondere mille più scorci nel bu-io
Parte che simula, elimina, origina un’altra versione di noi, noi
Sfida la fisica, stimola e visita un’altra regione di Freud
Ehi, oc-chi aperti, accen-di i mezzi
I con-ti inversi, pon-ti aperti agli uni-versi
Gli oc-chi immersi tra i silenzi

Sorge, enorme, in forze
Scende la notte, il mondo dorme
Poveri, onde, colme d’ombre
Lancia sul mondo un nuovo volto incognito
E sorge, enorme, in forze
Scende una coltre, enorme, informe
Bacia la fronte a nuove coste
Vive nei sogni come Borges in Geneva

L’aria più calda è temi-bile
Meta del taglio del tao, ehi
Figlia del mondo all’ori-gine
Forse Caligine e Chaos, ehi
Madre solenne che cala le tenebre
Scende su uomini e dei, dei

Fonte perenne che canta l’etereo
Ogni musa ora canta per lei, ehi
Fuo-co spento, nuo-vo senso
Vi-bra il vento, se lo accerchio
È un uo-mo perso, guar-da incendio
Il tempio eterno

Sorge, enorme, in forze
Scende la notte, il mondo dorme
Poveri, onde, colme d’ombre
Lancia sul mondo un nuovo volto incognito
E sorge, enorme, in forze
Scende una coltre, enorme, informe
Bacia la fronte a nuove coste
Vive nei sogni come Borges in Geneva”

chaos

La cosmogonia esiodea inizia con il Chaos. L’etimologia di Chaos ci suggerisce l’immagine di una grande voragine vuota, anche se il termine, nell’uso abituale, descrive l’esatto contrario, una confusione di elementi così ricolma da essere ingestibile. Il Caos, per noi, sono tutti gli elementi già esistenti in potenza ma precedentemente alla loro separazione. In Esiodo, che è il primo autore letterario a metterci a confronto con il problema di questa parola, non è così. Chaos lo dobbiamo mettere in relazione con khásma, che significa “apertura”, e con il verbo khaínō, che significa “spalancarsi”. Nel poema esiodeo, dunque, il Caos non è un elemento, o tutti gli elementi, ma è più un presupposto, la necessità che il qualcosa accada rispetto a qualcos’altro. Non uno spazio, perché i primi elementi che nascono sono elementi spaziali, ma un “non essere” da cui si separi l’essere. Gea, la terra, che è la prima a nascere nella cosmogonia del poeta di Ascra, necessita di qualcosa che distingua il nulla prima della sua nascita dal fatto che, dopo essere nata, essa è nata. E quello è appunto il Caos. Con una concettualizzazione moderna, oserei dire che il Caos nella sua accezione più arcaica sia il nulla.
Non si tratta di un concetto isolato: nella mitologia eddica, l’universo nasce dal Ginnungagap, un infinito baratro vuoto, il cui nome contiene la parola gap, corradicale di Caos, a partire dall’indoeuropeo *ǵʰeh-.
Colpisce certamente come, in qualche modo, si sia sempre mantenuto un legame tra l’idea di questo grande abisso vuoto e l’immagine della bocca, il concetto della divorazione, attraverso parole in lingue baltiche e germaniche, come il norreno gómr, che significano “palato”.

Molte delle riflessioni che trovate qui, e buona parte della concezione di questo discorso, derivano da un articolo di Bifrost.it, il grande portale della mitologia, “Per primo fu Cháos”, che trovate in bibliografia.
Vi si dice che il Caos «non è soltanto una voragine senza inizio e senza fine: è assenza di forma, di massa, di pienezza. A sua differenza, [Gea] ha una massa, una forma, una struttura; è una base solida su cui appoggiarsi e camminare, e presenta valli, montagne e cavità sotterranee»; mentre quest’ultima viene subito connotata come madre dei viventi, il Caos è «incapace di confrontarsi con qualcosa di diverso da lui, ed Hēsíodos non sembra attribuirgli neppure una coscienza. Sicuramente è privo di attività generativa o demiurgica. Gea, Tártaros, Érōs, Érebos e Nýx ne sono scaturiti spontaneamente, in virtù di una loro forza ontologica interna».
Pierre Vernant lo definisce «un punto di caduta, di vertigine e di confusione, un precipizio senza fine, senza fondo. Si viene ghermiti da Kháos come dall’apertura di fauci immense in cui tutto può essere ingoiato e confuso in un’unica notte indistinta» (Vernant 1999).
Ma Kháos non è un vero «spazio»; almeno non lo è in termini fisici: non ha dimensioni né direzioni. Per comprendere cosa sia Kháos, occorre situarlo nei suoi rapporti di opposizione e complementarità con Gea.
Il passo di Esiodo che segue è il fondamento del discorso che affronteremo in questo viaggio.

«Ἦ τοι μὲν πρώτιστα Χάος γένετ᾽, αὐτὰρ ἔπειτα
Γαῖ᾽ εὐρύστερνος, πάντων ἕδος ἀσφαλὲς αἰεὶ
[ἀθανάτων, οἳ ἔχουσι κάρη νιφόεντος Ὀλύμπου,
Τάρταρά τ᾽ ἠερόεντα μυχῷ χθονὸς εὐρυοδείης,]
ἠδ᾽ Ἔρος, ὃς κάλλιστος ἐν ἀθανάτοισι θεοῖσι,
λυσιμελής, πάντων δὲ θεῶν πάντων τ᾽ ἀνθρώπων
δάμναται ἐν στήθεσσι νόον καὶ ἐπίφρονα βουλήν.
Ἐκ Χάεος δ᾽ Ἔρεβός τε μέλαινά τε Νὺξ ἐγένοντο•
Νυκτὸς δ᾽ αὖτ᾽ Αἰθήρ τε καὶ Ἡμέρη ἐξεγένοντο,
οὓς τέκε κυσαμένη Ἐρέβει φιλότητι μιγεῖσα.»

«Dunque, per primo fu il Chaos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono le vette dell’Olimpo nevoso,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
e poi Eros, il più bello fra gli dèi immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.
Da Chaos nacquero Erebo e nera Nyx.
Da Nyx provennero Etere e Hemere
che lei partorì concepiti con Erebo unita in amore con reos»

(Esiodo, Teogonia, 116-125. Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo Opere : 1998 Einaudi-Gallimard; 2007 Mondadori, p. 9)

Il significato assunto dal Caos nel linguaggio corrente nasce da momenti successivi del pensiero filosofico, in particolare dello stoicismo, cui è da ascrivere l’idea che il Caos fosse un primordiale agglomerato di elementi non ancora differenziati, come sono invece nella nozione, complementare, di “kósmos”, che è dato appunto dall’armonia e distribuzione ideale di tutte le sostanze, anzi, dalla loro perfetta proporzionalità numerica, visto che questo concetto è frutto del pensiero pitagorico. Mentre “Caos”, in questa fase più tarda, indica la somma delle potenzialità, materia che è già tutta data ma non è nulla di ciò che potrebbe essere, nel cosmo ogni cosa acquista forma distinta e caratteristiche che la rendono ciò che è, secondo il principio di non contraddizione. Le potenzialità vengono esaudite al massimo grado.
Il Caos, se è buio, non può essere buio allo stesso modo in cui lo è il buio. Nel pensiero arcaico, l’oscurità è sempre concepita come un elemento di grado positivo, che esiste in una quantità, e ha una sua sostanza, e non è mera assenza di luce come avviene nel nostro pensiero; ed essa nasce solo dopo il Caos, non prima. Quindi, benché il Caos non possa nemmeno essere luminoso, poiché anche la luce nasce dopo, il Caos non può essere buio. È vuoto. È totalmente nulla.

Nyx

William-Adolphe Bouguereau, “La Nuit”, 1883.

L’antichità della notte è estremamente ben attestata, e probabilmente precede l’affermazione sul Caos, che è già indice di un pensiero filosofico complesso.
La si incontra già in Omero, naturalmente, dove apprendiamo che lo stesso Zeus ne teme la collera.
In Esiodo, Nyx nasce insieme a Erebos, ma solo dopo la genesi dei due mondi, Gea e Tartaro, e dopo l’origine di Eros, che segna una linea di demarcazione tra il processo generativo avvenuto precedentemente e quello che accade dopo: se Gea e Tartaro emergono da soli dal grande baratro del Caos, e anche Nyx ed Erebos sono ingenerati e membri della schiera dei protògonoi, solo l’atto erotico permetterà che da queste potenze primordiali nascano altre entità, divine o demoniache che dir si voglia.
Nyx possiede in sé l’accezione della maternità. In Esiodo è la madre di una fittissima schiera di esseri. Forse oltre la fitta ombra delle sue ali si cela un culto matriarcale più antico? In cosa allora sarebbe distinta da Gea?

Le tradizioni più interessanti sulla Notte si trovano nei miti orfici, dove, in alcune versioni, è proprio la Notte a essere l’origine di tutti gli dèi, l’archè. Mentre in alcuni frammenti Nyx è figlia di Phanes, il Protògonos. Anche negli Uccelli di Aristofane, commedia nutrita di ispirazioni orfiche, si dice che l’universo sia nato dalla Notte.
Nyx è l’oscurità terrestre, un’oscurità sensoriale, conoscibile nel suo aspetto più superficiale, anche se non sondabile nel suo grembo infinito.

INNO ORFICO ALLA NOTTE [NYX]


“Notte canterò, genitrice degli dei e degli uomini.
(Notte genitrice di tutto, che chiameremo anche Cipride)
ascolta, dea beata, dal cupo splendore, scintillante di stelle,
che ti rallegri della quiete e della calma dal molto sonno,
Letizia gradita, che ami la veglia notturna, madre dei sogni,
che fai dimenticare gli affanni e possiedi il buon riposo dalle fatiche,
datrice del sonno, amica di tutti, che guidi i cavalli, ti accendi di notte,
incompiuta, terrestre e ancora celeste,
periodica, danzatrice negli inseguimenti attraverso l’aria,
tu che invii sotto terra la luce e a tua volta fuggi
nell’Ade, perché la terribile Necessità domina tutto.
E ora, beata, Notte, molto felice, da tutti desiderata,
accogliente, ascoltando il suono supplice delle parole,
vieni benevola, e scaccia le paure che si accendono di notte”.

Come faceva la strofa di Murubutu? Non era certo da meno.

“Sorge, enorme, in forze
Scende la notte, il mondo dorme
Poveri, onde, colme d’ombre
Lancia sul mondo un nuovo volto incognito
E sorge, enorme, in forze
Scende una coltre, enorme, informe
Bacia la fronte a nuove coste
Vive nei sogni come Borges in Geneva “

Erebos

«Chi è Erebo? Erebo è dove siamo fin da quando hai riaperto gli occhi.»

L’Erebo è l’oscurità in quanto tale, e richiede da noi un’attenzione diversa.
Erebos significa oscurità a partire dalla sua stessa radice, *hrégʷos, che si trova in parole come il sanscrito rájas, il gotico riqis e il norreno røkkr, che significano però “tramonto”.
È possibile disgiungere l’idea del buio da quella del tempo notturno?
Erebo dovrebbe permetterlo, perché, tra le sue accezioni, possiede quella di oscurità sotterranea, il buio che regna perennemente nel cuore della terra.
Da una parte, si contrappone a Nyx in quanto, come questa è l’oscurità nel mondo dei mortali (Gea), egli è l’oscurità nell’altro mondo, quello infero (Tartaro). Ci sono tre principali accezioni di Erebo: oscurità in quanto elemento; oscurità tipica degli inferi, del regno dell’Ade; oscurità primordiale, tipica delle cose più antiche della cosmogonia greca.

Tartaros

Non andremo più giù di così. A te sembra di vedere ancora soltanto il baratro, ma aggrappati a Ombra -ti terrà stretto, non preoccuparti- e prova a guardare giù. No cadrai, te lo giuro.
«Ti tengo, anche se ti agiti. Non aver paura. Ma guarda laggiù»
Vedi quella specie di nebbia? Come se fossero nuvole di un mondo? E quel colore luminoso e verdastro che affiora in alcuni punti da sotto la nebbia? Ecco: quello è il Tartaro.

Il Tartaro emerge dal Chaos insieme a Gea, prima di Erebo e Nyx.
Lo si incontra nei miti come luogo di prigionia dei Titani e, in concezioni religiose complesse, di dannazione delle anime improbe. Esiodo lo descrive come un un baratro (méga chásma), proprio come concettualmente lo è il Chaos, separato dalla Terra così tanto che un sasso scagliato giù per la distanza tra i due cadrebbe per nove giorni e nove notti, prima di toccare il fondo, e, nel Tartaro vero e proprio, si potrebbe precipitare per un anno intero senza mai toccare nulla. Eppure, come osservato nell’articolo di Bifrost.it “Per primo fu Cháos”, tutte queste informazioni distinguono il Tartaro dal Chaos perché, mentre il secondo non ha nessuna caratteristica e non può essere definito, il Tartaro è “un abisso strutturato”.

Il Tartaro, per quel che ne possiamo sapere, potrebbe essere grande quanto lo è il mondo di sopra. Quanto il mondo di sopra comprese le profondità marine, e compreso il regno dei morti, che da solo è grande quanto quello dei vivi. Pensa bene quanto possa essere grande. Noi sappiamo soltanto che le entità più grandi e spaventose tra quelle emerse dalla Terra nei tempi primordiali vennero chiuse lì, per un tempo incalcolabile, e che poi vennero liberate e vi furono chiusi i Titani. Sappiamo che Tartaro, nella sua forma divina, fu il padre di Tifone, il mostro più grande che sia mai apparso sulla Terra. E basta. Non sappiamo nient’altro. Non sappiamo se fosse vuoto, se lo sia sempre rimasto, se sia nulla di più che una prigione per mostri, come dicono…o se, invece.
«Forse hai sentito dire che nel Tartaro finiscono le anime dei malvagi, quelli che vengono puniti per le azioni che hanno commesso in vita, e precipitano in un luogo di tormenti e sofferenze. L’Ade non è l’Inferno, anima errante. Quello è un altro discorso. Ma la retribuzione delle anime…»
Che è un discorso molto più tardo dei primi resoconti di questi miti, beninteso.
«Sì, Anima del Mostro, è anche un discorso molto più tardo…dicevo, non è certamente qualcosa che riguardi le forze primigenie dell’universo. Le anime sono sotto la giurisdizione degli dèi dei morti, ed è negli inferi che stanno. Nessuna può essere mandata qui sotto, e sai perché? Perché la giurisdizione di tutte le divinità è solo sul mondo. Conosci il mito della spartizione di tutto tra Zeus, Poseidone e Ade? Ebbene, tutto ciò che si spartirono era il mondo di Gaia. Il Tartaro non è più Gaia. È altro.
«Ma con questo non voglio dire che nessun’anima sia mai scesa fin lì. È molto difficile, certo…ma non è impossibile.»

La prima oscurità

Eppure, oltre tutto questo, c’è una tradizione assolutamente minoritaria e sconosciuta, di cui mi premeva parlarvi. È di questo, in origine, che doveva parlare questo capitolo, prima di includere nel discorso anche le altre oscurità cosmiche. È una tradizione, probabilmente, più tarda di Esiodo, e l’unica, tra le pur moltissime di cui potrei parlare, che menzionerò qui, insieme alla breve parentesi orfica sulla notte. Ma quello che implica è terribilmente suggestivo. Così suggestivo che, dove ci troviamo ora, non può non essere vero.
C’è un’altra oscurità che volevo farti conoscere.
«C’è qualcuno che ti devo presentare, nel cuore del baratro»
Secondo alcuni autori minori, non sarebbe stato il Caos, e nemmeno la Notte, il primo elemento del cosmo. Sarebbe stata la pura oscurità, rispetto alla quale la Notte ha una prospettiva più terrestre, mentre l’Erebo si è caricato di implicazioni ctonie e infere. Questa sarebbe quella che oserei definire l’oscurità assoluta. Il nome con cui la si incontra è Caligo, cioè Caligine.
A inserirla nel suo mito cosmogonico fu Igino, vissuto tra il I secolo a.C. e il primo secolo d.C. All’inizio della sua grande opera mitografica, le Fabulae, nella Praefatio, egli scrive un verso sconcertante, citato anche nella canzone di Murubutu:

Ex Caligine Chaos: ex Chao et Caligine Nox Dies Erebus Aether.

“Dalla Caligine il Caos: dal Caos e dalla Caligine, la Notte, il Giorno, l’Erebo e l’Etere.”
Oltre a dover rilevare la presenza di un processo generativo precedente alla genesi di Eros, segno che la forma del mito cosmogonico come una sequenza genealogica è diventato un motivo, e non è concepito, come nel pensiero arcaico, quale forma necessaria del pensiero mitologico, vi invito a soffermarvi sul terrore di questa immagine: la Caligine precede il Caos, e il Caos è nato dalla Caligine.

Ἀχλύς significa “nebbia” o “oscurità”. L’interpretazione più ricorrente è quella di “nebbia di morte”. Osservando i casi in cui la si incontra nella letteratura classica, troviamo che non risulta affatto concepita come una dea primordiale, ma come una delle figlie di Nyx, la notte, come ne “Lo Scudo di Eracle”. Eppure, i dizionari di mitologia suggeriscono che anche il suo nome, da qualche parte, sia stato impiegato per denotare una tenebra primordiale.

Bibliografia

Jan N. Bremmer, “Greek Religion and Culture, the Bible, and the Ancient Near East” di Jan N. Bremmer, Brill, Leiden, 2008.
Jean-Pierre Vernant, “L’universo, gli dèi, gli uomini. Il racconto del mito”, Einaudi, Torino 2000

Bifrost.it, “Per primo fu Cháos”: https://bifrost.it/ELLENI/2.Teogonia/01-Protogonoi.html#Bibliografia

“Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli”, di Murubutu, Glory Hole Records/Mandibola Records/Irma Records, 2019.

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