Digimon Tamers: Il bambino che andava a scuola con il suo kaiju

Poster di Digimon Tamers.

Signori, la macchina dell’Anima del Mostro in questi giorni è inarrestabile, e come abbiamo segnato le date importanti per il brand dei Digimon e per il debutto delle sue prime opere d’animazione, il corto di Mamoru Hosoda e la serie Digimon Adventure, oggi celebriamo il ventesimo anniversario dalla prima messa in onda in Giappone della terza serie, a mio avviso forse il miglior prodotto dell’intero franchise dei Digimon: Digimon Tamers, di Yukio Kaizawa.

Scritta da un autore che idolatro, Chiaki J. Konaka, padre di opere dell’orrore per piccolo e grande schermo, nonché contributore giapponese ai miti espansi del Ciclo di Cthulhu -scrive cioè racconti dell’orrore ambientati nello stesso universo, la persona più giusta per scrivere un’opera per bambini, non trovate?-, Digimon Tamers fu forse la prima opera del franchise a immaginare i Digimon in termini realistici, molto meno fiabeschi di quelli di Adventure o del manga V-Tamer, e a costruire su di loro una storia matura che, a differenza di quella del predecessore -affatto infantile, ma rivolto a un target molto giovane- toccasse temi più difficili e parlasse anche al mondo degli adulti.

Unire la critica e l’autobiografia non è certo il più scientifico o oggettivo degli approcci a un argomento, ma è stato fin dall’inizio lo stilema dell’Anima del Mostro, e in questo caso specifico non posso farne a meno. Appurata, anche in articoli vecchi, l’importanza dell’universo dei Digimon sia da un punto di vista umano che nell’indirizzare il mio percorso di studio dei mostri e della mitologia, a Tamers devo riconoscere un’incidenza specifica e fondamentale, per una ragione a causa della quale credo che si trovi uno di quegli intrecci dalla portata universale, capace di rappresentare un lato importante dell’infanzia di un’intera generazione, ma anche di comunicare in modo intenso con tutte le altre.
Digimon Tamers, che va a situarsi in un universo distinto da quello delle serie precedenti, un universo in cui quelle serie sono un cartone animato di successo esattamente come nel nostro mondo (e soprattutto, nel Giappone del nostro mondo, dove i videogiochi e le carte collezionabili dei Digimon ebbero, nei primi Duemila, la stessa incidenza che vediamo nell’anime, ben maggiore di quella raggiunta in Italia negli stessi anni), nacque nella mente di Chiaki J. Konaka come la storia di un ragazzino appassionato di mostri che, un bel giorno, ne incontra uno vero, il quale lo segue fino a casa, dà vita a una serie di situazioni comiche ed equivoci, e instaura con il bambino un importante rapporto di amicizia.
Il focus, rispetto alle storie precedenti, è spostato dalla prospettiva epica e provvidenzialistica, propria di Adventure, del gruppo di bambini convocato nell’altro mondo da un misterioso principio attivo del bene affinché combattano le forze del male, puntando tutto sulla straordinarietà e peculiarità del rapporto tra l’umano e il mostro, differenziando notevolmente l’universo affettivo in un contesto che, per buona parte della serie, non contempla il viaggio nell’altro mondo, e mantiene l’azione nell’ambiente metropolitano di Shinjuku, il quartiere di Tokyo in cui dimorano i protagonisti.
Ma a questo, nel caso del protagonista, Takato Matsuda (Matsuki nell’adattamento italiano), viene aggiunto un dettaglio speciale, in cui credo risieda la straordinarietà della premessa narrativa di Digimon Tamers e l’impatto che ebbe sulla mia infanzia: il kaiju che incontra e che lo segue a casa, un Digimon di livello intermedio simile a un drago, di nome Guilmon, non è una creatura incontrata per caso, o il Digimon preferito di Takato, apparso per realizzare tutti i suoi desideri. Reggetevi forte: Guilmon nasce perché Takato lo disegna. Ama i Digimon e desidera che esistano davvero, come credo facesse ciascuno di noi alla sua età -e alcuni anche dopo-, così ne disegna uno sul suo bloc-notes, come chiunque di noi. Poi, per circostanze misteriose, anomalie provenienti dal mondo digitale fanno in modo che l’apparecchio elettronico con cui gioca si trasformi in un Digivice, l’oggetto che ricorre in tutti gli universi di Digimon per favorire l’interazione tra umano e mostro. Con la fantasia accesa, e più vicino a poter toccare da sveglio i suoi sogni di quanto potesse sperare, striscia il disegno attraverso la fessura laterale del Digivice: Takato crea il suo Digimon, esattamente come nel suo disegno, con la stessa tecnica e tutte le particolarità annotate. Eccola, quella che chiamerei la fantasia finale, l’eucatastrofe, lo splendore del miracolo insperato.

Guilmon appena bioemerso sulla Terra, nel primo episodio.

Quello che sarebbe potuto essere il lieto fine di una storia giovanile sui desideri e gli ideali, è solo l’inizio di una storia che intende raccontare, ancor più che della sorprendente biologia dei Digimon, esseri viventi in grado di convertire i dati del proprio corpo in particelle organiche, o dei conflitti in corso a Digiworld, dove gli esseri più potenti sono in guerra con un nemico alieno e incomprensibile, la crescita e l’evoluzione di questa amicizia, fatta non solo di idee e speranze, ma di fisicità, di contatto, di intimità, di contrasto e assimilazione. Konaka pone al centro il tema essenziale dei Digimon, l’evoluzione, la trasformazione in qualcosa di diverso che non dev’essere migliore, solo più adatto all’ambiente, al posto e alle persone con cui si trova, e ne fa una chiave di lettura psicologica, un processo di formazione dal quale derivano lezioni spesso dolorose, ma assolutamente necessarie, come ci insegna un altro grande classico dell’animazione giapponese (mi riferisco a Fullmetal Alchemist Brotherhood).
Quando Takato incontra Guilmon, non è affatto un momento idilliaco, ma una situazione reale e credibile, il modo in cui tutti immagineremmo l’incontro con un piccolo mostro nelle nostre città: il draghetto non lo ascolta, è curioso, giocherellone, possiede una forza spropositata che non sempre controlla bene. Con fatica, il giovane eroe riesce a portarlo a casa, celandolo ai suoi genitori, ponendosi mille problemi su come nasconderlo, su come spiegarlo, se nasconderlo non dovesse bastare. Si tratta di situazioni già presenti nelle serie precedenti, ma che qui acquistano tutto un altro spessore.
Il secondo episodio, per esempio, è interamente costituito su questi problemi, e sull’elemento di stranezza che il Digimon provoca nella scuola di Takato, dopo averlo seguito nonostante un espresso divieto. Il fascino si lega anche al fatto che, in questi primi episodi, la serie ha un tono più simile a una storia di yokai, che a un videogioco di fantascienza.

Il disegno di Guilmon di Takato, sempre nel primo episodio.

Rispetto ad altre storie, il rapporto di immedesimazione è stato completamente diverso. Questo espediente ha fatto sì che io vivessi Digimon Tamers come se fossi Takato. Lui non era il mediatore, non c’è stata mediazione. Quella serie è stata il mio percorso con Guilmon, il drago rosso nato da un quaderno pieno di sogni.

[Articolo ancora in costruzione]

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